La dimensione biblica di Netanyahu tra il titanismo di Sansone e la crudeltà di Erode. Le IDF nelle operazioni di terra a Gaza City.
Di Nicola Cristadoro*
A premessa delle considerazioni che mi accingo a fare in questo articolo, desidero invitare i lettori a non cercare giudizi di carattere etico-morale, perché non ce ne sono. Il mio interesse è orientato a valutazioni di carattere eminentemente militare. Va detto, infatti, che ampi dibattiti sull’argomento stanno occupando i media in tutte le loro forme (giornali, televisioni, internet) e, come sempre in questi casi, tra le poche voci competenti, molte se ne levano mosse dall’“opinionsimo emozionale” piuttosto che da una reale conoscenza della materia.
Innanzitutto, deve essere stabilito un punto fermo ed inequivocabile: le intenzioni politiche di Benjamin (“Bibi”) Netanyahu da tradurre in operazioni militari secondo i criteri cui stiamo assistendo con l’offensiva di terra a Gaza in questi giorni, non sono il risultato di un’evoluzione del suo pensiero in tempi recenti, ma vanno fatte risalire all’8 ottobre 2023, il giorno dopo dell’attacco condotto dai terroristi di Hamas sul suolo israeliano. Riguardo alle modalità, semplicemente i tempi non erano maturi e, in realtà, da un punto di vista procedurale, non sono troppo maturi nemmeno allo stato attuale, benché le capacità di combattimento dell’ala armata di Hamas sia stata significativamente degradata in termini sia di comando e controllo (C2), sia di combattimento vero e proprio.
Se parliamo della capacità C2, gli attacchi portati dal cielo in lungo e in largo sulla Striscia (e non solo) hanno decapitato la leadership militare dell’organizzazione palestinese, eliminando numerose figure-chiave[1].
La distruzione sistematica di numerose infrastrutture civili, invece, ha neutralizzato numerosi posti comando che Hamas stabilisce in luoghi che da un punto di vista del diritto bellico non dovrebbero essere individuati come obiettivi (scuole, ospedali, sedi di organizzazioni non governative, luoghi di culto) e, tuttavia, proprio per questa ragione risultano funzionali alle attività di information operation – segnatamente alle operazioni psicologiche – e alla propaganda. È lo stesso principio alla base della scelta di utilizzare i propri connazionali palestinesi e gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023 come scudi umani.
Un aspetto interessante riguarda l’atteggiamento cinico e sprezzante con cui le parti contrapposte si pongono, in modo diverso, di fronte a questa pratica. Da un lato Hamas non si fa scrupolo di ostacolare l’esodo dei cittadini della Striscia per “strutturare” l’ostacolo principale all’avanzata delle IDF che, per eseguire gli ordini impartiti e penetrare nel territorio, deve affrontare una minaccia asimmetrica confusa e mimetizzata tra la popolazione. I terroristi sono parte integrante della popolazione e, in questo deprecabile scenario (lo dico da militare per le implicazioni che comporta sotto tutti i punti di vista), il “danno collaterale” è inevitabile.
Ecco la ragione per cui, i tempi non sono ancora maturi (forse non lo sarebbero mai stati) per una scelta quale quella imposta dalla classe politica israeliana alle proprie forze armate ed ecco la ragione della riluttanza dei vertici delle IDF ad eseguire un ordine che il fatto stesso di indossare un’uniforme impone di eseguire. Piccolo inciso per tacitare gli “Oooohhhh..!” di indignazione per quest’ultima affermazione: gli anglo-americani, allora, non avrebbero dovuto bombardare Dresda nel febbraio del 1945 e gli americani non avrebbero dovuto sganciare Little boy e Fat man su Hiroshima e Nagasaki nello stesso periodo.
È chiaro che Netanyahu non ha scrupoli e procede nel suo disegno non di “genocidio” come recita la narrazione filo-palestinese, ma indubbiamente di “sfratto coatto” dei palestinesi dai loro territori. E, per tornare alla dimensione cinica sopra menzionata, il cinismo del Primo ministro israeliano si spinge fino al destino degli ostaggi israeliani. Se poco gli importava della loro salvezza quando erano ancora in tanti ad essere nelle mani di Hamas, poco o nulla gli importa adesso che sono rimasti (pare) in una cinquantina, di cui vivi sembrerebbe circa la metà. “Muoia Sansone con tutti i filistei!”, sebbene Sansone-Netanyahu non appaia con le connotazioni dell’eroica figura biblica, quanto, piuttosto, con quelle di uno spregiudicato leader politico pronto a tutto per portare a termine la missione prefissata e, soprattutto, “salvare il salvabile” di un’immagine come politico ormai fortemente compromessa, sia all’interno, sia all’esterno del Paese.
Detto ciò, se l’end-state strategico è quello di “ripulire la Striscia”, la domanda che sorge spontanea è: qual è quello tattico? Qui si pongono una serie di grossi interrogativi da un punto di vista militare. Una volta allontanati tutti i palestinesi, come qual’è il passo successivo? In altre parole, cosa devono fare le unità che hanno occupato il territorio? Devono andarsene o rimanere a presidiarlo? Se devono restare, l’impegno sarebbe oltremodo oneroso, in termini di logoramento di uomini, mezzi e materiali per esigenze di turnazione e di logistica. Se devono allontanarsi, chi subentra? Forse le maestranze per la realizzazione del Gaza Resort?
Non è facile per un militare impegnarsi nell’assolvimento di un compito di cui non conosce l’obiettivo finale, al di là di quelli immediati da conseguire con i singoli pacchetti d’ordine che riceve. E a Gaza non siamo allo sbarco in Normandia; le unità impegnate sul terreno nel combattimento urbano devono essere necessariamente al massimo battaglioni che, con le loro compagnie e plotoni, ulteriormente parcellizzati nelle singole squadre che li compongono, muovono di casa in casa o meglio, di maceria in maceria, per stanare un nemico – come detto – celato tra la gente comune. Come si può intuire, la volontà di ridurre al minimo i “danni collaterali” in termini di perdite di vite umane incolpevoli può anche esserci, ma non è del tutto eliminabile.
Leggi anche:
- Inizia l’invasione di terra a Gaza City da parte di Israele
- Commissione Onu: Israele accusato di genocidio a Gaza
- UE–Israele: tra sanzioni annunciate e inerzia politica
Arriviamo al combattimento vero e proprio da sviluppare in uno scenario urbano. Le suggestioni evocate dai carri armati, mostrate in maniera ridondante dai mass-media nei loro servizi, in quanto iconici della guerra combattuta sul terreno, non sono affatto realistiche dal punto di vista delle procedure. Le truppe corazzate sono particolarmente soggette a quello che viene definito “effetto blocking” per cui, a causa di spazi stretti, di una limitata rete stradale e della presenza di ostacoli, la mobilità è fortemente degradata, anche per le unità appiedate. La fanteria, dunque, è chiamata a muovere tra le macerie e le case rimaste, affrontando il nemico in combattimenti ravvicinati che implicano un tasso di perdite normalmente elevato. I carri armati e i mezzi blindati possono solo essere impiegati come “basi di fuoco mobile” per offrire una copertura dalle distanze vincolata alle gittate dei loro armamenti e procedere lungo assi sufficientemente sgombri e di cui sia garantita (si spera) l’assenza di minacce controcarro e di ordigni dislocati lungo il percorso. Senza contare il ruolo della popolazione che, con la sua presenza che intasa la già precaria rete stradale, rappresenta un problema non da poco.
A Gaza City le macerie certamente non mancano e le hanno create gli israeliani stessi. Sotto il profilo operativo, tuttavia, vi sono delle ragioni per un tale livello di distruzione delle infrastrutture, che va la di là della succitata eliminazione dei posti-comando avversari. Bisogna tenere presente che l’ambiente urbano è caratterizzato da una multidimensionalità che contempla il combattimento sviluppato su cinque livelli: lo spazio aereo urbano; i tetti degli edifici; gli spazi intra-edificio; il piano stradale e gli spazi sotterranei.
Se lo spazio aereo non è un problema per le IDF, in quanto ne detengono pienamente il dominio, i tetti degli edifici e gli edifici stessi, al contrario, sono una minaccia significativa per la progressione sul terreno. Gli edifici rimasti ancora in piedi rappresentano dei key-terrain perchè, soprattutto i loro tetti, costituiscono quelle “quote” che garantiscono campi di osservazione e tiro privilegiati in un ambiente in cui il raggio di impiego delle armi è notevolmente ridotto. Ecco allora la scelta di raderli al suolo prima di proseguire nell’avanzata lungo le direttrici d’attacco, allo scopo di inibire le capacità di Hamas di effettuare un efficace tiro al bersaglio. In previsione di un’operazione terrestre, la distruzione degli edifici che offrono al nemico la protezione delle sorgenti di fuoco e rappresentano un ostacolo all’avanzata, è procedurale. Allo stato attuale, pertanto, a Gaza City le battaglie si sviluppano essenzialmente su due livelli: il piano stradale e, soprattutto, gli spazi sotterranei. I tunnel, infatti, si snodano nel sottosuolo di Gaza ancora per chilometri e sono la dimensione più insidiosa per i soldati che devono addentarsi nei loro meandri e combattere la cosiddetta “guerra dei topi”[2]
Un’ultima considerazione riguarda, di nuovo, l’atteggiamento di Netanyahu e il suo rapporto con la popolazione palestinese. Nel mese di luglio il rabbino Ronen Shaulov ha apertamente esortato a lasciar morire di fame l’intera popolazione di Gaza, compresi i bambini, indicandoli come “futuri terroristi”[3]. Il premier israeliano ha sostanzialmente concretizzato l’auspicio del rabbino, in una comunanza di sentimenti e di intenti che – qui, perdonatemi, ma il mio giudizio morale trapela – dopo aver evocato in un modo o nell’altro la figura di Sansone, rimanda a quella molto meno nobile di Erode.
*Nicola Cristadoro, Gen. B. (aus.) – Analista Militare.
Note
[1] N. Cristadoro, L’evoluzione dell’Arte della Guerra: da Sun Tzu al Cavaliere Nero, Difesa Online, 24/09/2024. https://www.difesaonline.it/2024/09/30/mondo-militare-levoluzione-dellarte-della-guerra-da-sun-tzu-al-cavaliere-nero/.
[2] N. Cristadoro, La guerra dei “topi”, Rivista Militare 6/2023.
[3] “Tutti gli abitanti di Gaza debbono morire di fame”. Il delirio di un rabbino estremista o un sentire diffuso in Israele?, Faro di Roma, 06/08/2025. https://www.farodiroma.it/tutti-gli-abitanti-di-gaza-debbono-morire-di-fame-il-delirio-di-un-rabbino-estremista-o-un-sentire-diffuso-in-israele/.
Foto copertina: Erode, detto il Grande o anche Ascalonita, fu re della Giudea sotto il protettorato romano dal 37 a.C. alla morte. Immagine generata da ChatGPT













