La vittoria dell’Alternative für Deutschland (AfD) nel Land orientale della Sassonia-Anhalt, rischia di rappresentare uno spartiacque storico non soltanto per la Germania ma per l’intero continente europeo. Alle soglie di un anno, il 2027 che vedrà andare alle urne diversi grandi Paesi europei, l’avanzata dell’estrema destra necessita di una riflessione ampia sulla politica europea e sul più ampio tema dei “cordoni sanitari”.
I risultati definitivi delle elezioni statali in Sassonia-Anhalt, Land tedesco-orientale di due milioni di abitanti, interrogano il mondo politico tedesco e in prospettiva l’intera Europa. Con un’affluenza attestatasi al 77,8% (in aumento di 17,5 punti rispetto alle precedenti consultazioni del 2021) gli elettori hanno consegnato per la prima volta dal 1945 la percentuale più alta a un partito di estrema destra. I risultati definitivi vedono infatti l’AfD al primo posto con il 43,8% dei voti, un tracollo di quasi 20 punti per i Cristianodemocratici del Cancelliere Merz che si sono arrestati al 17,2% e una divisione quasi equanime per i tre partiti di sinistra, SPD (9,3%), Verdi (8,9%) e Linke (8,6%). I liberali dell’FDP non sono invece riusciti ad eleggere propri rappresentanti, fermandosi ben al di sotto della soglia di sbarramento. Dall’altro lato dello spettro politico rispetto all’AfD, la Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), ha superato la soglia del 5% ed è riuscita ad entrare nel Landtag.
In questo quadro i partiti tradizionali non sembrano essere in grado di fermare l’ascesa di Ulrich Siegmund alla presidenza del Land. Dal punto di vista meramente numerico, infatti, il totale dei seggi vinti dai quattro partiti storici (Unione / SPD / Verdi / Linke) raggiunge il numero dei seggi totali dell’AfD, 39. Decisivo l’apporto dei cosiddetti “rosso-bruni” della BSW, il partito populista di Sahra Wagenknecht nato da una scissione dalla Linke e che ideologicamente si caratterizza per un profilo ibrido (conservatore su immigrazione e filorusso in politica estera, ma di sinistra in materia sociale). La formazione ha infatti già dichiarato di non voler rispettare il Brandmauer, il muro di contenimento anti-AfD, dichiarandosi anche pronta ad astenersi pur di consentire l’elezione di Siegmund.
Una lettura del consenso
Quando ci si appresta ad analizzare una vittoria come quella avvenuta alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt è necessario adottare una prospettiva realista e che eviti semplificazioni dannose e controproducenti. Derubricare infatti l’aumento del consenso per forze antisistema, euroscettiche e che spesso si ispirano a ideologie totalitarie del passato semplicemente all’ignoranza dell’elettorato, rischia di far perdere di vista il quadro di insieme. Non si può non considerare come il risultato di questi giorni sia evidentemente il punto finale di un processo che è iniziato ben prima del 2026. Sintomatico, nel caso specifico della Germania, è l’analisi anagrafica del voto. L’elemento più sorprendente del voto è il largo consenso ottenuto dall’AfD nelle fasce più giovani dell’elettorato: secondo le elaborazioni preliminari della Konrad Adenauer Stiftung (KAS – dati Forschungsgruppe Wahlen)[1], la formazione di Siegmund avrebbe ottenuto un consenso stimato tra il 44 e il 49% nelle fasce d’età 18-29 e 30-44 anni. Specularmente, i Cristianodemocratici sono crollati proprio in queste classi d’età, con flessioni rispettivamente di 14 e 20 punti: appena il 5% dei consensi tra i più giovani e il 9% nella fascia 30-44.
Si tratta di dati che, sebbene parziali, non possono essere derubricati alla sola nostalgia per un passato totalitario né liquidati come marginali. I risultati delle elezioni in Sassonia-Anhalt interrogano non soltanto la capacità delle classi politiche tradizionali di convincere le generazioni cresciute con smartphone e social network, ma anche il modo stesso in cui queste generazioni si informano e formano le proprie convinzioni politiche. A ciò si aggiunga che l’aumento dell’affluenza alle urne è stato il più consistente dalla riunificazione, segno di una mobilitazione politica che attraversa età e categorie sociali. Ecco quindi che il consenso senza precedenti raccolto dall’AfD non può prescindere dai dati economici e che rimandano direttamente alla storia recente della Germania e, in particolare, al processo di riunificazione negli anni ’90. Non si tratta però di una certa Ostalgie che caratterizza in particolare gli strati più anziani della popolazione, quanto una vera e propria sensazione di tradimento dei tedeschi orientali. Se infatti facciamo riferimento alle due classi anagrafiche che sono state prese in considerazione (18-29 e 30-44 anni) si vede che si tratta di tedeschi nati a ridosso della caduta del Muro di Berlino o subito dopo la riunificazione della Germania. Si tratta cioè di cittadini a pieno titolo della Germania Unita ed entrati nel mondo del lavoro tra gli anni ’90 e il primo decennio del 2000. Per molti tedeschi orientali quell’evento non ha rappresentato un’unificazione bensì una vera e propria conquista. La riconversione dell’economia dei Länder orientali basati per tutto il periodo della Guerra fredda sulla pianificazione e un marcato protezionismo economico ha portato, con l’apertura alla concorrenza, ad una serie di chiusure delle industrie della DDR e il conseguente aumento della disoccupazione. Negli anni ’90 si è così assistito ad una progressiva desertificazione industriale e a un depauperamento anche delle risorse umane disponibili. Numerosi cittadini della ex DDR, infatti, si sono spostati verso i Länder occidentali e ancora oggi i maggiori agglomerati industriali e dei servizi hanno sede nella vecchia Germania Ovest (eccettuata Berlino). Dal punto di vista politico, poi, si è assistito ad un doppio problema: da un lato, i partiti tradizionali occidentali non sono riusciti a radicarsi in quei territori, sia per un’incapacità di comprendere le esigenze della popolazione sia per una scarsa conoscenza della ex DDR. Dall’altro, si è assistito ad una importazione di rappresentanti politici dall’Ovest che hanno scavalcato in parte i rappresentanti politici più autoctoni. È di tutta evidenza che nei dati fin qui molto parzialmente tratteggiati, si ritrovi un profondo malessere in particolare delle popolazioni di quei Länder che hanno continuato a percepire una generale marginalità nel quadro della nuova “Germania”. L’AfD è riuscita a intercettare l’insoddisfazione dell’elettorato in maniera trasversale: secondo l’elaborazione dei dati proposta dalla KAS il Partito avrebbe ottenuto non soltanto il 65% dei voti di coloro che definiscono la propria situazione economica come “cattiva” o “non molto buona”, ma anche il 37% di coloro che si ritengono soddisfatti della propria situazione (Infratest dimap)[2]. Guardando poi al livello di istruzione (tema utilizzato più volte da osservatori ed esponenti politici), secondo i dati della Forschungsgruppe Wahlen, il sostegno per l’AfD raggiunge punte del 62% tra gli elettori giovani (18-34 anni) con titolo di studio equivalente alla licenza media, ma anche il 26% di coloro i quali hanno un diploma di maturità o una laurea. Dati che si registrano in tutte le classi anagrafiche: negli elettori tra i 35 e i 59 anni il 61% e il 34%, nella fascia sopra i 60 anni il 42% e il 28%[3]. Non siamo di fronte a un sostegno proveniente da un solo ceto sociale o da una sola generazione, bensì a un fenomeno trasversale: malessere economico, voto di protesta e livello di istruzione risultano fattori interconnessi, ed è fuorviante isolarne uno ignorando gli altri. Oltretutto e forse prima di mettere sotto la lente di ingrandimento la demografia del voto, sarebbe essenziale interrogarsi sul dato dell’affluenza che il 6 settembre 2026 ha registrato il valore più alto dal 1998.
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Oltre la Sassonia-Anhalt
Allargando lo sguardo all’intera Germania e, se possibile, all’Europa, appare chiaro che i partiti che hanno permesso la rinascita democratica tedesca dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale hanno di fronte a sé un compito impegnativo, che richiede una valutazione attenta della realtà e delle proprie responsabilità. Una valutazione innanzitutto che deve partire dalle politiche portate avanti negli ultimi decenni nonché dalla situazione di fatto nella quale la Germania si trova in un momento di pesanti rivolgimenti politici internazionali. Quella che per anni è stata soprannominata “locomotiva d’Europa” appare pesantemente rallentata dalla mancanza di competitività del proprio sistema economico, l’assenza di riforme strutturali, da uno stato delle proprie infrastrutture ben al di sotto delle esigenze. A questo si associa la fine di quegli elementi che hanno fatto la fortuna della Germania a partire dall’inizio del XXI secolo: l’energia a basso costo, una difesa sostanzialmente appaltata all’esterno e un’apertura ai mercati globali, primo fra tutti quelli europei. Progressivamente i fattori favorevoli sono andati esaurendosi, sia per lo scoppio di crisi politiche al di fuori o in prossimità dei confini europei, sia per il ribaltamento dei rapporti di forza economici tra la Germania e, ad esempio, la Cina che da inesauribile acquirente per i prodotti made in Germany si è trasformata in concorrente negli stessi mercati di esportazione. In questo quadro si sono poi inanellate ulteriori crisi che hanno alimentato il fuoco dell’insoddisfazione e, paradossalmente, dell’antieuropeismo nel Paese che dell’UE si è fatto per lunghissimo tempo garante e motore propulsivo: quella migratoria e quella climatica, in particolare le norme europee sul Green Deal. Temi questi, che hanno alimentato fortemente la fiamma delle forze estremiste ovunque in Europa, le quali si sono caratterizzate per l’elaborazione di proposte il più delle volte demagogiche o inattuabili. Le preoccupazioni delle popolazioni europee per il percepito pericolo migratorio sono state sapientemente utilizzate dalle dirigenze di questi partiti riuscendo a raggiungere in molti casi anche il governo di alcuni Paesi europei. La Germania (così come altri grandi Stati) si scopre vulnerabile a derive estremiste che sono riuscite a coniugare dinamiche continentali con le difficoltà più propriamente nazionali, intercettando un elettorato spesso deluso e disilluso dalla politica tradizionale. Le destre estreme sono da molto tempo una presenza strutturale negli scenari politici e si apprestano a diventare sempre più rilevanti. In questo quadro, il solo “cordone sanitario” non sembra più in grado da solo di arginare queste forze; in più è opportuno interrogarsi a fondo sulla tenuta complessiva dei sistemi democratici che si trovano sotto pressione da anni e le cui fragilità sono state spesso colpevolmente ignorate dalle stesse élites politiche e culturali tradizionali. Siamo di fronte, cioè, a quella recessione democratica che anche Opinio Juris ha affrontato in passato[4] e che nel terzo decennio del XXI secolo non sembra essere destinata a defluire autonomamente.
Conclusioni
La vittoria dell’AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt non può essere considerata un incidente di percorso passeggero, ma esso va inserito all’interno del più ampio quadro dei cambiamenti vissuti dalla politica europea negli ultimi decenni. Il progressivo indebolimento del Brandmauer, l’argine all’estrema destra eretto sin dalla nascita della Repubblica Federale, è sicuramente un dato da non sottovalutare; tuttavia non si può dimenticare che siamo di fronte ad una vittoria che, per quanto dirompente, continua ad avere una portata locale. Al momento attuale l’AfD per quanto potenzialmente pericolosa, non è più vicina di qualche mese fa alla Cancelleria federale. A Berlino lo sbarramento continua a reggere e, nonostante i risultati ragguardevoli in tutto l’est della Germania, nei Länder occidentali continua a raggiungere la maggioranza. Il punto dirimente però rimane la sempre più esasperata polarizzazione dei sistemi politici europei e degli elettorati: le ali estreme continuano ad ottenere consensi per l’incapacità delle forze tradizionali di essere percepite come affidabili.
È poi opportuno spendere qualche riga a proposito dell’europeismo o per meglio dire sull’antieuropeismo di cui questi partiti si nutrono. La battaglia contro l’Unione Europea caratterizza ormai da anni la propaganda di queste forze, dall’AfD in Germania al Rassemblement National in Francia; partiti che hanno avuto gioco facile a utilizzare le difficoltà della costruzione europea a proprio vantaggio in concomitanza delle crisi che hanno investito il Continente negli ultimi anni. L’esempio più significativo è il tema della crisi migratoria. Al netto delle proposte inapplicabili sulla remigrazione, è di tutta evidenza che il sospetto (che sfocia in alcuni casi nella xenofobia) per l’immigrato, così come l’islamofobia o le preoccupazioni relative alla tutela della sicurezza abbiano alimentato un disagio diffuso nelle popolazioni europee. Le classi politiche tradizionali non possono permettersi di derubricare le preoccupazioni dell’elettorato a isolati rigurgiti nazionalisti o razzisti, bensì esse hanno l’arduo compito di dimostrare la propria capacità ad affrontare con efficacia e serietà un dossier fondamentale. Il tema investe sia la capacità di governo che, in prospettiva, nella capacità di fornire un punto di arrivo concreto e raggiungibile. L’esempio delle elezioni olandesi del 2025 può essere illuminante: il partito liberale D66 di Rob Jetten è riuscito a diventare prima forza nel Paese non soltanto grazie al sapiente utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione, ma anche perché è riuscito ad elaborare una visione, a trasmettere un progetto. Molto spesso, infatti, la classe politica ritiene che l’approdo su un social sia sufficiente a sanare la mancanza di elaborazione teorica. Un tema, questo, che investe proprio l’incapacità delle forze europeiste di riuscire a spiegare l’Europa: l’elettore si trova di fronte, spesso, a esponenti politici che utilizzano registri stanchi e ripetitivi. Il progetto europeo, infatti, non può che considerarsi che un’utopia sotto molti aspetti: essa tuttavia è riuscita per la lungimiranza di uomini politici di rilievo a diventare una realtà concreta, tangibile sebbene imperfetta.
La sfida per le forze moderate non è rincorrere l’estrema destra sui temi, ma riconnettersi con l’elettorato. Derubricare la vittoria di questo o quel partito estremo alla mera ignoranza degli elettori sposta colpevolmente il focus delle responsabilità ed è un approccio che non sembra più tollerabile.
Note
[1] Konrad-Adenauer-Stiftung, “Wahlanalyse der Landtagswahl Sachsen-Anhalt am 6. September 2026”, Neu/Pokorny, settembre 2026, p. 23, tab. “Wahlverhalten in Bevölkerungsgruppen” (dati Forschungsgruppe Wahlen, campione 18.384 elettori). https://www.kas.de/de/monitor-wahl-und-sozialforschung/detail/-/content/wahlanalyse-der-landtagswahl-sachsen-anhalt-am-6-september-2026 Consultato l’8 settembre 2026.
[2] Konrad-Adenauer-Stiftung, “Wahlanalyse der Landtagswahl Sachsen-Anhalt am 6. September 2026”, Neu/Pokorny, settembre 2026, p. 22, tab. “Wahlverhalten in Bevölkerungsgruppen” (dati Forschungsgruppe Wahlen, campione 18.384 elettori). https://www.kas.de/de/monitor-wahl-und-sozialforschung/detail/-/content/wahlanalyse-der-landtagswahl-sachsen-anhalt-am-6-september-2026 Consultato l’8 settembre 2026.
[3] Konrad-Adenauer-Stiftung, “Wahlanalyse der Landtagswahl Sachsen-Anhalt am 6. September 2026”, Neu/Pokorny, settembre 2026, p. 23, tab. “Wahlverhalten in Bevölkerungsgruppen” (dati Forschungsgruppe Wahlen, campione 18.384 elettori). https://www.kas.de/de/monitor-wahl-und-sozialforschung/detail/-/content/wahlanalyse-der-landtagswahl-sachsen-anhalt-am-6-september-2026 Consultato l’8 settembre 2026.
[4] Daniele Orso, L’erosione democratica nel mondo multipolare, Opinio Juris-Law&Politics Review, n. 5, 2025
Foto copertina: AFD












