Qoelet e la vanità dell’esistenza. Il senso del “vuoto” nel conflitto di Gaza


Il messaggio del Qoelet come chiave di lettura del dolore e dell’assurdo nella tragedia di Gaza.


Di Nicola Cristadoro

Il messaggio del Qoelet: la vanità e il soffio della vita

Il Qoelet o Ecclesiaste (in ebraico קהלת‎, “radunante”) è un testo della Bibbia ebraica e cristiana composto da dodici capitoli di meditazioni sapienziali sulla vita, caratterizzate da un tono di disincanto e rassegnazione. L’opera riflette sull’inutilità dell’esistenza umana e sulla sua caducità, riassunta nel celebre versetto: הבל הבלים אמר קהלת הבל הבלים הכל הבל (“Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, tutto è vanità”).
Molti commentatori hanno visto nel Qoelet un testo scettico o nichilistico; altri, al contrario, lo hanno interpretato come un’opera “illuminata”. L’autore riconosce la malvagità intrinseca dell’uomo, anticipando la visione hobbesiana dell’homo homini lupus. Tale prospettiva sembra rispecchiare la drammatica ciclicità dei conflitti arabo-israeliani, acuiti dagli eventi successivi al 7 ottobre 2023. Il termine habel, “soffio” o “vapore”, richiama anche “Abele”, la prima vittima di un fratricidio: simbolo di un’umanità che continua a uccidersi.

La fatica sotto il sole: il dolore e l’illusione del senso

L’Ecclesiaste, che “raduna” per comunicare saggezza, usa la forma del proverbio (mashal). Un detto in particolare risuona con l’attualità del conflitto di Gaza: ושנאתי אני את כל עמלי שאני עמל תחת השמש (“E ho odiato ogni fatica che ho sostenuto sotto il sole”).
La “fatica sotto il sole” rappresenta l’inutile sofferenza inflitta non solo ai popoli in guerra, ma a tutta l’umanità. Guerre, ingiustizia, malattia e morte incarnano quel “male di vivere” evocato da Montale. Tuttavia, nel “vuoto” terreno del Qoelet, esiste una dimensione salvifica: l’anelito alla vita eterna “oltre il sole”. Finché si vive “sotto il sole”, l’uomo non può comprendere pienamente il senso dell’esistenza, ma può interrogarsi sul proprio agire.

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Edonismo e vantaggio: il falso superamento del vuoto

L’interpretazione “illuminata” del Qoelet propone una via edonistica: cercare piacere e benessere come antidoto al dolore di vivere. Tuttavia, tale piacere non deve generare sofferenza altrui. In questa prospettiva, l’utopico progetto di Donald Trump di costruire una “Gaz Vegas” non incarna affatto lo spirito del testo biblico. Il vero yit’ron (“vantaggio”) dell’uomo non risiede nel profitto terreno, ma nella saggezza che riconosce il limite e la solidarietà umana. Il saggio ebreo si chiede sempre מי יודע (mi yodè? – “Chi lo sa?”), accettando l’impossibilità di conoscere pienamente il disegno divino.

Il vuoto, la perdita e la protesta malinconica di un popolo

La “vanità” (vanĭtas, da vanus, “vuoto”) allude alla mortalità universale, ma può assumere anche una funzione consolatoria: un modo per elaborare il dolore del lutto, tanto per gli Israeliani colpiti dal 7 ottobre quanto per i Palestinesi di Gaza. Freud definì il lutto come “reinvestimento della libido su altri oggetti”; ma per gli Ebrei, la perdita più profonda – quella della Patria e l’esperienza della diaspora – non è mai stata del tutto elaborata.
Da qui deriva una “protesta malinconica”: una triste consapevolezza collettiva che alimenta una tensione irrisolta tra identità, giustizia e sopravvivenza. Tale impulso, intrecciato a un “approccio nomotetico” che privilegia la collettività sull’individuo, può spiegare le scelte politiche e militari di Israele, fino agli eccessi della ritorsione su Gaza.
Il “vuoto” esistenziale del Qoelet si traduce così nel vuoto storico e morale del Medio Oriente: il tentativo di colmare la perdita della Terra Promessa con nuovi atti di conquista. Un circolo vizioso che difficilmente consentirà al mondo di assistere a una pace duratura nella regione.


Foto copertina: Il Qoelet nel Codice di Leningrado