Turchia al voto: la fine dell’era Erdoğan?


Il prossimo 14 maggio, oltre 53 milioni di turchi saranno chiamati a esprimersi in ciò che da molti è stato definito come l’appuntamento elettorale più importante del 2023. La Turchia va al voto e sembra essere giunta a un punto di svolta: per la prima volta in venti anni di governo, Recep Tayyip Erdoğan parte da sfavorito nei sondaggi, indietro di circa quattro punti percentuale rispetto al suo sfidante Kemal Kılıçdaroğlu, guida del Partito Repubblicano del Popolo, principale partito d’opposizione.


A cura di Filippo Fedeli

C’è grande attesa in tutto il mondo per quello che sarà l’esito delle elezioni, presidenziali e parlamentari, che si terranno in Turchia il prossimo 14 maggio. La sfida elettorale si preannuncia aperta e di alta carica simbolica, considerando che nel 2023 cade sia il centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, sia il ventesimo anniversario della presidenza di Recep Tayyip Erdoğan, alla guida del paese anatolico dal 2003. Mai come quest’anno, tuttavia, il leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) si trova di fronte al rischio di una sconfitta elettorale. Esito probabile secondo gli ultimi sondaggi, che vedono Kemal Kılıçdaroğlu, guida del principale partito d’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), in vantaggio di circa quattro punti percentuale[1].
Parlare di una sicura sconfitta di Erdoğan è, ad ogni modo, prematuro. Se è vero che il consenso del presidente in carica è drasticamente calato negli ultimi anni, complice soprattutto la drammatica crisi economica da cui la Turchia fatica a uscire, dall’altro lato il vantaggio di Kılıçdaroğlu rischia di essere compromesso dall’eccessiva eterogeneità ideologica della coalizione anti-Erdoğan, il cosiddetto “Tavolo dei Sei”.
La Turchia, dunque, sembra essere giunta a un punto di svolta. Non solo l’esito del voto determinerà il volto dello Stato turco nei prossimi anni – autoritario o democratico? -, ma la scelta del presidente sarà fondamentale anche per gli equilibri geopolitici del contesto regionale, in cui Ankara si è ultimamente ritagliata uno spazio da protagonista.

Erdoğan: un leader in crisi

Dopo venti anni di leadership indiscussa, Recep Tayyip Erdoğan non sembra aver vacillato mai come questa volta. I segnali di un drammatico calo dei consensi nei confronti dell’AKP, in realtà, erano nell’aria ormai da tempo. Già nel 2019, infatti, la coalizione tra il presidente turco e il capo del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, aveva registrato una sonora sconfitta nelle amministrative, perdendo le più importanti città del paese – tra cui Istanbul, Ankara e Smirne -, finite in mano a sindaci del CHP.
L’emorragia di voti dell’AKP può essere ricondotta a più ragioni. Il fattore principale deve essere ricercato nella perdurante crisi economica e (iper)inflazionistica che attanaglia la Turchia almeno dal 2018. Nel 2022, infatti, secondo l’Istituto di statistica turco (Tiuk), il tasso medio di inflazione ha raggiunto il 72,31% – con un picco dell’85,5% registrato a ottobre -, contro il 19,6% del 2021[2]. A poco, dunque, servirebbe la crescita economica del 5,6%[3], stimolata da un aumento dei consumi del 19,7%, che si può spiegare solamente con misure ad hoc – quali l’aumento del salario minimo, degli stipendi pubblici e delle pensioni -, unite al progressivo taglio dei tassi d’interesse (oggi all’8,5%): politiche volute proprio dall’esecutivo e volte a favorire la crescita dell’economia a scapito dell’inflazione, che dunque rimane elevata (al 55,8% secondo gli ultimi dati di febbraio del Tiuk, mentre si aggirerebbe intorno al 126% secondo gli economisti indipendenti dell’ENAgroup[4]). A tutto ciò si devono aggiungere le 8,9 milioni di persone disoccupate – il 23,4% della popolazione attiva – e il forte risentimento da parte delle classi medio-basse, che hanno visto il loro potere d’acquisto sgretolarsi progressivamente a causa della continua svalutazione della lira turca.
La fragile situazione economica è stata ulteriormente aggravata dal terribile sisma di inizio febbraio, che ha devastato le province meridionali al confine con la Siria. Oltre ai drammatici numeri in termini di vite umane –  più di 50.000 morti e 3 milioni di sfollati -, il danno economico si attesterebbe sui 103.6 miliardi di dollari (pari al 9% del Pil turco): una cifra tre volte superiore rispetto alle stime iniziali della Banca Mondiale[5]. La popolazione,  in particolare quella colpita dal terremoto, accusa l’esecutivo di essere stato autore di politiche irresponsabili, figlie della cultura dei condoni e dei legami clientelari con le lobby del settore edilizio[6]. Non è un caso che Erdoğan, nel condurre la propria campagna elettorale, stia privilegiando le province danneggiate dalla calamità, promettendo un grande piano di ricostruzione di oltre 300.000 case entro un anno[7].
La questione del disastro sismico si ricollega, inoltre, a un altro dei grandi temi che hanno comportato l’aumento delle critiche nei confronti dell’esecutivo: la questione dei rifugiati siriani. La Turchia, infatti, è il paese che ospita il maggior numero di siriani in fuga dalla guerra civile (oltre 3.5 milioni), presenti prevalentemente nelle zone colpite dal terremoto, e la situazione è ormai percepita dalla popolazione come non più sostenibile. È anche in questo senso che va letto il recente tentativo di Erdoğan di riallacciare i rapporti con il regime di Damasco, con cui le relazioni erano state interrotte nel 2011, al fine di rimpatriare i cittadini siriani nella fascia settentrionale del paese occupata dall’esercito turco[8].

Il “Tavolo dei Sei”: uniti ma divisi

A tale contesto socio-economico estremamente precario va aggiunta la disaffezione di una parte della popolazione causata dallo spregiudicato accentramento dei poteri avvenuto nel corso degli anni. Non è un mistero, infatti, che durante il suo dominio ventennale, Erdoğan sia riuscito ad aggiudicarsi il controllo dei più importanti media del paese, nonché dell’esercito e della magistratura, organi istituzionali storicamente garanti della laicità del paese e dei principi kemalisti. Involuzione autoritaria suggellata dalla vittoria nel referendum costituzionale del 2017, il quale ha confermato il cambiamento del sistema turco da parlamentare a presidenziale, con ampi poteri conferiti al Capo dello Stato. È stato probabilmente quest’ultimo punto a far convergere le anime dei vari partiti d’opposizione nella coalizione dell’Alleanza Nazionale, più comunemente conosciuta come “Tavolo dei Sei”, guidata dal leader del CHP Kemal Kılıçdaroğlu.
Kılıçdaroğlu – 74 anni e di origini curdo-alevite – è anche soprannominato “il Gandhi turco”, sia per la somiglianza fisica all’indiano, sia per il suo atteggiamento molto pacato e pacifista, nonché per la sua onestà e frugalità. Tuttavia, nonostante i sondaggi riportino un notevole vantaggio sul leader uscente, la candidatura di Kılıçdaroğlu non è stata esente da scetticismi. In particolare, proprio il suo atteggiamento moderato e poco deciso, lo fa apparire come un candidato poco credibile al fine di contrastare il carisma di Erdoğan. In molti lo accusano di essere un oratore mediocre e di essere un burocrate, piuttosto che un politico vero e proprio[9].
Un altro aspetto che viene spesso evidenziato riguarda la diversità dei partiti che compongono l’Alleanza Nazionale, i quali, oltre al desiderio di sconfiggere la coalizione tra AKP e MHP (l’Alleanza del Popolo) e riportare la Turchia a un sistema parlamentare, sono in disaccordo praticamente su tutto il resto. Infatti, oltre al CHP di Kılıçdaroğlu, che occupa lo spazio del centro-sinistra, democratico, laico e nazionalista, all’interno dell’Alleanza Nazionale sono presenti: il Partito Buono (İYİ Party), di estrema destra nazionalista e che più volte ha criticato lo stesso Kılıçdaroğlu, minacciando di uscire dalla coalizione; il Partito del Futuro (Gelecek Party) e il Partito della Democrazia e del Progresso (DEVA) rispettivamente di Ahmet Davutoğlu e Ali Babacan, ex-esponenti di spicco dell’AKP, dunque collocabili nell’area del centro-destra conservatrice, così come il Partito Democratico (DP); il Partito della Felicità (SP), nazionalista, conservatore e di ispirazione religiosa[10]. Dunque, nonostante i buoni propositi di Kılıçdaroğlu, che ha promesso di riportare alla Turchia democrazia e prosperità, non stupisce che ci sia una discreta incertezza sull’effettiva capacità di governo di una coalizione così eterogenea, sia dal punto di vista ideologico che programmatico.
Da ciò risulta inevitabilmente un’estrema polarizzazione dell’elettorato, che di fatto trasforma il voto di maggio in un referendum pro o contro il capo dell’AKP. Da un lato, ci sono coloro che sostengono Erdoğan in quanto unico leader che possa garantire ordine e stabilità alla Turchia, nonché una ritrovata grandezza nel contesto internazionale. Dall’altro lato, ci sono invece le persone più colpite dalla cattiva gestione dell’economia e che dunque prospettano un cambiamento radicale. A tal proposito, l’ago della bilancia sarà ancora una volta il voto della popolazione curda. Un tempo tra i primi sostenitori di Erdoğan, oggi sono proprio i curdi – circa il 20% della popolazione – a poter determinare l’esito delle elezioni. In questo senso, indicativa è la scelta del Partito Democratico dei Popoli (HDP), filo-curdo e recentemente finito sotto accusa per presunti legami con il PKK, di non presentare il proprio candidato alle presidenziali, interpretabile come un segnale di sostegno indiretto nei confronti Kılıçdaroğlu[11]

Il voto turco nel contesto internazionale

Pare infine doveroso considerare le elezioni turche calandole in un più ampio contesto internazionale.
Negli ultimi anni Ankara si è riscoperta attore centrale negli equilibri geopolitici regionali, in linea con una politica particolarmente attiva, che non ha escluso l’uso della forza militare. È anche grazie a tale approccio assertivo che la Turchia ha acquisito il ruolo di interlocutore privilegiato in vari contesti di crisi nell’area afro-eurasiatica: dalla Siria alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh e l’Ucraina.
Viene allora da chiedersi come potrebbe mutare la politica estera turca in caso di un cambiamento al vertice. Le questioni sul piatto in realtà sono molte, a partire dai rapporti con la Nato e l’Unione Europea. Per quanto riguarda la prima, è molto probabile che, in caso di elezione, Kılıçdaroğlu cercherà di ristabilire delle relazioni privilegiate sia con i membri dell’Alleanza Atlantica in generale, sia con Washington, con cui i rapporti si erano alquanto deteriorati, con tanto di esclusione dal programma F-35 della Nato in seguito all’acquisto da parte di Ankara dei missili S-400 dalla Russia. In tal senso, sarà interessante vedere quale postura adotterà la Turchia nei confronti di Mosca, considerando la posizione di interlocutore privilegiato di Putin che Erdoğan ha assunto nel conflitto in Ucraina, ultimo tassello dell’ambiguo rapporto creatosi tra i due leader almeno a partire dal 2016. Non è un caso, infatti, che l’inquilino del Cremlino sia favorevole a una rielezione di Erdoğan, mentre gli Stati Uniti appoggino apertamente il candidato del CHP – come dimostra la visita dell’ambasciatore americano a Kılıçdaroğlu avvenuta a metà marzo[12]. Riguardo alle relazioni con Bruxelles, il leader dell’opposizione ha affermato di voler riprendere i negoziati per l’adesione all’Unione Europea, nonché di allinearsi alle decisioni della CEDU, rilasciando il filantropo difensore dei diritti umani, Osman Kavala, e il capo dell’HDP, Selahattin Demirtaş, ingiustamente incarcerati dal governo turco.
Tuttavia, nonostante le buone intenzioni di Kılıçdaroğlu, anche in caso di un governo a guida CHP rimarrebbero delle questioni difficilmente risolvibili. In primo luogo, è da considerare il generale sentimento anti-occidentale e anti-statunitense, ampiamente diffuso all’interno dello spettro politico turco (non solo quello fedele all’AKP). In secondo luogo, vi è la questione dei migranti siriani, adesso trattenuti in Turchia in virtù del controverso accordo stipulato nel 2016 con l’Unione Europea e che proprio Kılıçdaroğlu ha mostrato l’intenzione di voler ritrattare su base paritaria. Infine, determinante sarà la questione legata alle relazioni con Grecia e Cipro. Sebbene il leader dell’opposizione auspichi un miglioramento nei rapporti bilaterali con Atene, difficilmente un nuovo governo cambierà radicalmente approccio riguardo alle questioni di Cipro e del Mediterraneo orientale. Il manifesto programmatico dell’Alleanza Nazionale, a tal proposito, sancisce che la Turchia, in ogni caso, perseguirà «gli obiettivi di protezione dei diritti acquisiti dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord e dei turco-ciprioti»[13]. Questo complicherebbe non poco le relazioni con l’Unione Europea[14].

Conclusione

A prescindere da quale sarà l’esito del voto, la scelta del nuovo presidente sarà determinante non solo per la Turchia e i suoi cittadini, ma anche per il futuro quadro geopolitico regionale. Gli elettori turchi saranno chiamati a scegliere tra la continuità con l’esecutivo a guida Recep Tayyip Erdoğan e il cambiamento che porta il nome di Kemal Kılıçdaroğlu. Qualora dovesse vincere il primo, è molto probabile aspettarsi l’ennesima virata autoritaria del paese, nonché la prosecuzione di una narrazione che fa leva su una ritrovata identità nazionale basata sui valori tradizionali islamici. In caso contrario, ci si dovrà aspettare una Turchia più orientata verso l’Occidente, sia in termini valoriali che in termini di politica estera. Restano, tuttavia, alcuni nodi da sciogliere. Anzitutto, è da capire se un nuovo governo, composto dai partiti dell’Alleanza Nazionale, riuscirebbe eventualmente a superare le differenze interne e ad amministrare il paese senza nessun attrito. Inoltre, pare difficile pensare che un esecutivo a guida CHP, possa cambiare in modo radicale l’approccio geopolitico della Turchia nella regione del Mediterraneo orientale, con particolare riguardo nei confronti di Grecia e Cipro.


Note

[1] Orc Araştırma, https://orcarastirma.com.tr.
[2] Turkish Statistical Institute (Turkstat), https://data.tuik.gov.tr/Bulten/Index?p=Consumer-Price-Index-December-2022-49651&dil=2.
[3] Turkish Statistical Institute (Turkstat), https://data.tuik.gov.tr/Bulten/Index?p=Quarterly-Gross-Domestic-Product-Quarter-IV:-October-December,-2022-49664&dil=2.
[4] V. Talbot, Turchia verso il voto: una scossa politica in arrivo?, aprile 3, 2023, ISPI, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/turchia-verso-il-voto-una-scossa-politica-in-arrivo-124118.
[5] T. Bilgic, Turkey puts economic toll from earthquakes at about $104 billion, marzo 17, 2023, Bloomberg, https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-03-17/turkey-puts-economic-toll-from-earthquakes-at-about-104-billion?sref=SamVlrGx#xj4y7vzkg&leadSource=uverify%20wall.
[6] F. Donelli, La fine della Turchia di Erdoğan? 10 punti prima delle elezioni, marzo 28, 2023, Le Grand Continent, https://legrandcontinent.eu/it/2023/03/28/la-fine-di-turchia-erdogan-10-punti-prima-delle-elezioni/.
[7] V. Talbot, op. cit.
[8] F. Fedeli, Turchia e Siria: una difficile riconciliazione, marzo 5, 2023, Opinio Juris,  https://www.opiniojuris.it/turchia-e-siria-una-difficile-riconciliazione/.
[9] E. Cau, Il più grande avversario di Erdoğan, marzo 19, 2023, Il Post, https://www.ilpost.it/2023/03/19/kilicdaroglu-erdogan-elezioni/.
[10] S. A. Cook, What if Kemal Kilicdaroglu wins Turkey’s election?, aprile 14, 2023, Foreign Policy, https://foreignpolicy.com/2023/04/14/turkey-election-kemal-kilicdaroglu-chp-platform-erdogan/.
[11] V. Talbot, op. cit.
[12] N. Stamouli, 2023’s most important election: Turkey, aprile 17, 2023, Politico, https://www.politico.eu/article/turkey-2023-election-erdogan-kilicdaroglu/.
[13] Memorandum of Understanding on Common Policies, gennaio 30, 2023, CHP, https://en.chp.org.tr/haberler/memorandum-of-understanding-on-common-policies-january-30-2023.
[14] N. Stamouli, op. cit.; S. A. Cook, op. cit.


Foto copertina: Turchia al voto Turkish President and leader of the Justice and Development Party (AK Party), Recep Tayyip Erdogan (Photo by Adem ALTAN / AFP)