Il 2026 è stato un anno di anniversari: 80 anni della Repubblica, il disastro di Chernobyl, l’assoluzione di Tortora del 1986 e – sempre nello stesso anno – l’inizio del maxiprocesso a Cosa Nostra. Lo racconta uno dei protagonisti di quell’incredibile vicenda che ha cambiato non solo la storia della Sicilia e della lotta alla criminalità organizzata, ma il volto del Paese.
Di Daniel Pommier Vincelli
Dentro il Maxi
Pietro Grasso ha avuto tante ‘vite” professionali: procuratore capo di Palermo, procuratore nazionale antimafia, senatore, presidente del Senato, presidente supplente della Repubblica, leader di partito (ha guidato LEU, il predecessore dell’attuale AVS).
Eppure, di tutto ciò che Grasso ha fatto o è stato, paradossalmente appare quasi dimenticato il suo incarico più importante e significativo per la storia d’Italia.
Per un anno e dieci mesi, dal febbraio 1986 al dicembre 1987, fu giudice del cosiddetto Maxiprocesso a Cosa Nostra, il più grande procedimento giudiziario della storia.
Nel 2026, in un anno di tanti anniversari come il disastro di Chernobyl (che ha cambiato le politiche ambientali in Europa) o l’assoluzione di Enzo Tortora (altro evento centrale della storia giudiziaria italiana), è lo stesso Grasso a raccontarci quell’esperienza in uno dei più straordinari saggi che sono apparsi recentemente sul mercato editoriale.
U Maxi. Dentro il processo di Cosa Nostra (Feltrinelli, 336 pp. Acquista qui) non è solo un libro di memorie. È un grande lavoro storiografico.
Il testo è un’autentica miniera d’oro per chi sia interessato all’intreccio tra giustizia, diritto, società e politica. Grasso, dalla sua posizione privilegiata di protagonista dei fatti, ha materialmente scavato nelle migliaia e migliaia di “faldoni” che costituiscono il processo. Tanto per capirne le dimensioni: quasi 500 imputati e una sentenza di primo grado di 4000 pagine, comminante oltre 2200 anni di reclusione, milioni di pagine di atti. Grasso accompagna il lettore nello scalare questa montagna di carte. E non solo. È stato tra i primi processi completamente mediatizzati nella storia.
La corte autorizzò le telecamere della Rai e i microfoni di Rado Radicale. Quindi abbiamo tutto registrato: gli interrogatori dei boss, l’arrivo dei pentiti come Buscetta e Contorno, i tumulti in aula, le arringhe e le tensioni, le dolorose ricostruzioni di decenni di sangue nelle strade di Palermo e non solo. Grasso muovendosi tra carte e immagini racconta il processo, giorno per giorno, interrogatorio per interrogatorio, filone per filone a partire dalla grande inchiesta di Falcone e Borsellino, per andare a indagare l’orientamento dell’opinione pubblica, i momenti di difficoltà, le tante volte in cui il processo rischiò di saltare per problemi formali. È una trama appassionante e vivace, dove il protagonista è più una voce narrante che un personaggio che si sovrappone agli altri eroi e antieroi che si combatterono ai due lati della barricata. Come le donne e gli uomini che coraggiosamente presero parte alla giuria popolare. Il tutto scritto in una lingua gradevole e chiara.
La rivoluzione del Maxi
Il maxiprocesso rappresenta una rivoluzione non solo per le dimensioni materiali del procedimento (fu necessario costruire un’apposita aula-bunker per tenere le udienze) ma per il cambiamento che apportò nella concezione della criminalità organizzata mafiosa.
Con il Maxi la Mafia (finalmente nota col suo vero nome di Cosa Nostra) cessò di essere vista come un fenomeno sociale e culturale composto di bande spesso rivali, ma venne percepita nella sua essenza: un’organizzazione unitaria, verticistica, con propri rituali e una propria organizzazione sul territorio.

Con dei capi e delle gerarchie precise, e un modus operandi iscritto nel DNA di quel modello organizzativo. La Mafia cessava di essere un qualcosa di indistinto e misterioso. Termini come capo dei capi, commissione (organismo supremo decisionale), capo-mandamento (responsabile territoriale), “combinato” (l’affiliato a Cosa Nostra), “posato” (l’espulso da Cosa Nostra) e tanti altri entravano nel linguaggio contemporaneo. Certo vi erano guerre interne per la sua egemonia (la cosiddetta guerra di Mafia lasciò sul terreno migliaia di morti) ma l’organizzazione era una sola e con un capo riconosciuto. Nel 1986 era Salvatore Riina. Non fu solo una rivoluzione italiana, ma internazionale. Non a caso in quello stesso anno il procuratore di New York Rudolph Giuliani riuscì a far istituire e vincere il famoso “Commission Trial”, dove ebbe la capacità di portare alla sbarra tutti i boss delle cosiddette “cinque famiglie” che dominavano il crimine a New York e nella Cosa Nostra americana.
Da quel colpo la Mafia statunitense non si sarebbe mai più ripresa completamente.
In quelle circostanze vi fu una profonda cooperazione giudiziaria tra Italia e Stati Uniti. L’altra rivoluzione, ottenuta a Chinnici, Falcone e Borsellino è stata nel far comprendere non solo come la Mafia era organizzata ma esattamente cosa facesse. La lezione di Falcone fu nel “follow the money”, nel seguire, spesso custoditi in rispettabili istituti di credito, i flussi di denaro collegati ad appalti, estorsioni, traffico di droga. Il tutto all’interno di una commistione non episodica ma strutturale con i partiti di governo dell’epoca: dai socialisti alla Democrazia Cristiana rappresentata dai vari Ciancimino, Salvo e Lima; dei veri e propri “eletti” di Cosa Nostra in tutti i livelli istituzionali, dei personaggi che rappresentavano l’incrocio tra politica, affari e crimine. Infine, ed è un aspetto che emerge bene dalla ricostruzione di Grasso ma viene spesso omesso nelle ricostruzioni storiche, lo Stato italiano diede una straordinaria prova di rigore, efficienza, flessibilità e persino umanità. Abituati a pensare a uno Stato burocratico e cialtrone, si rimane sorpresi dal leggere dell’ingegno e della rapidità con cui si sono affrontati enormi problemi tecnici, logistici, legali derivanti da questo processo-monstre. Il tutto senza rinunciare minimamente alle garanzie e ai diritti degli imputati, assicurati quotidianamente dal presidente della Corte Alfonso Giordano. Una prova vivente che si può giudicare e punire il crimine ai più alti livelli senza minare la dignità umana di chi viene giudicato.
Oltre il Maxi: cosa manca?
La storia della lotta tra Stato e Cosa Nostra sarebbe continuata a lungo e avrebbe avuto episodi drammatici e tragici. Solo per citarne alcuni: la stagione dei veleni alla fine degli anni Ottanta, lo spostamento di Falcone a Roma e i tentativi di delegittimarlo, le sue riforme in campo giudiziario, le stragi del 1992 (ancora oggi con aspetti oscuri e sotto indagine), gli attacchi terroristici del 1993, i processi ad Andreotti, gli arresti dei capi da Riina in poi, la stagione dei grandi pentiti, la trattativa Stato-Mafia e il 41-bis, la lunga latitanza di Provenzano e poi di Messina Denaro, interrottasi solo nel 2023. Una vicenda che sembra non finire mai.
Anche il Maxi ebbe una vita travagliata dopo la sentenza di primo grado. La Corte d’appello, pur confermando gran parte del primo grado, ridusse le pene e smontò alcuni assunti derivanti dalle dichiarazioni di Buscetta. Molti imputati vennero scarcerati e il governo Andreotti dovette fare un decreto-legge “ai limiti della costituzionalità” (parole dello stesso presidente del Consiglio) per rimetterli in carcere. Infine, la Cassazione.
Se il giudice Carnevale avesse presieduto il terzo grado del Maxi forse l’intero processo sarebbe saltato. Pare che la rotazione dei giudici promossa da Falcone e Martelli abbia “salvato” l’esito del Maxi, pur segnando la sorte di Falcone. Carnevale sarebbe stato successivamente giudicato e assolto per connivenza con Cosa Nostra. È scomparso pochi mesi fa e il Paese è diviso tra chi lo considera un grande giurista, pur puntiglioso, e chi pensa fosse colluso. Per chiudere il convitato di pietra. I processi Andreotti, che segnarono la storia politica giudiziaria degli anni Novanta. Un caso unico, almeno nel mondo occidentale, di un capo del governo e leader politico a processo per Mafia e come mandante di un omicidio.
Anche in quel caso sentenze contrastanti: prescritto per Mafia, assolto per l’omicidio, poi condannato in appello e infine riassolto in Cassazione. Di tutto questo Grasso non parla o accenna velocemente nel volume. È vero che non si può parlare di tutto, e che il libro è dedicato a quel processo nel suo quarantesimo anniversario. Però se proprio si vuole levare una critica è che Grasso avrebbe potuto uscire un poco di più dalla sua zona di confort e affrontare temi che ancora oggi sono irrisolti nella storia del nostro Paese.
Foto copertina: Processo alla mafia. Nella foto un gruppo di imputati durante il processo













