Tra persecuzione e resilienza — intervista a Jasmin Doğu, ricercatrice della Ruhr University Bochum in Germania.
Di Domenico Nocerino e Martina Biral
Per secoli, la comunità yazida ha vissuto tra tradizione e marginalizzazione, principalmente nel nord dell’Iraq. La loro storia, spesso ignorata, è segnata da persecuzioni culminate nel genocidio del 2014 perpetrato dall’ISIS. Nonostante le violenze subite, gli Yazidi continuano a lottare per il riconoscimento, la giustizia e la preservazione della propria identità culturale e religiosa.
Intervista a Jasmin Doğu, ricercatrice tedesca di origine yazida della Ruhr University di Bochum in Germania che si occupa di diritti delle minoranze.

Per cominciare, può spiegare chi sono gli Yazidi, quali sono le caratteristiche principali della loro religione e dove vivono principalmente?
«Gli yazidi costituiscono una minoranza etnico-religiosa le cui origini affondano nei territori dell’attuale Turchia, Iraq, Iran e Siria. A causa di ripetuti episodi di persecuzione e di migrazioni forzate verificatisi nel corso dei secoli e, in particolare, negli ultimi decenni, la popolazione yazida risulta oggi dispersa in numerose aree del mondo. La maggior parte degli yazidi risiede attualmente in Europa e, in particolare, in Germania, che rappresenta il principale paese di insediamento della diaspora yazida contemporanea.
Gli yazidi professano una religione monoteistica, fondata sulla credenza in un unico Dio. Le origini della loro tradizione religiosa risalirebbero a circa quattromila anni fa e, secondo alcuni studiosi, essa potrebbe essere annoverata tra le più antiche religioni ancora praticate al mondo. Il principale luogo sacro della fede yazida è situato nel nord dell’Iraq, nella regione di Sinjar, presso il santuario di Lalish, considerato il centro spirituale della comunità. Ulteriori luoghi di culto sono presenti in Iraq, Armenia, Georgia, Siria e Turchia.
Uno degli elementi più significativi della religione yazida è la figura mistica e sacra dell’Angelo Pavone, Tausi Melek, venerato come rappresentante di Dio sulla Terra. Tuttavia, la sua interpretazione è stata spesso oggetto di pregiudizi da parte di gruppi islamisti radicali, che hanno erroneamente accusato gli yazidi di praticare il culto del diavolo. Tali accuse risultano prive di fondamento e derivano da una distorta comprensione del significato teologico attribuito a questa figura angelica.
L’appartenenza alla comunità yazida non può essere acquisita mediante conversione: si è considerati yazidi esclusivamente se entrambi i genitori appartengono alla stessa comunità religiosa.
La religione yazida pratica inoltre l’endogamia matrimoniale, una scelta storicamente legata alla necessità di preservare l’identità etnico-religiosa del gruppo e di garantirne la sopravvivenza di fronte a secoli di persecuzioni. Secondo la memoria collettiva yazida, la comunità avrebbe subito settantaquattro genocidi nel corso della propria storia. Per ragioni di protezione e continuità culturale, il matrimonio è pertanto consentito esclusivamente all’interno della comunità.

La struttura sociale yazida si articola tradizionalmente in tre caste: gli Sheykh (guide spirituali e consiglieri religiosi), i Pir (anch’essi figure religiose e accompagnatori spirituali) e i Murid (laici o membri ordinari della comunità). Tali gruppi sono considerati di pari dignità e non configurano una rigida gerarchia sociale. Nella concezione religiosa yazida, inoltre, uomini e donne godono di pari valore e dignità.
La fede yazida incorpora altresì elementi riconducibili al culto della natura e a una visione filosofica del mondo. Tra le pratiche religiose più rilevanti figurano la credenza nella trasmigrazione delle anime, la preghiera quotidiana, il digiuno in occasione delle festività religiose e una profonda venerazione per la natura e per la terra.
La tradizione yazida si caratterizza per una forte vocazione pacifica. Nella memoria storica della comunità non si registra l’avvio di guerre di aggressione, e uno dei più antichi detti simbolici attribuiti alla tradizione religiosa recita: «Dio, proteggi prima i settantadue popoli e poi noi».
Dal punto di vista linguistico, gli yazidi parlano prevalentemente il curdo, in particolare il dialetto kurmanji, il più diffuso tra i dialetti curdi. Essi appartengono generalmente al gruppo etnico curdo. Tuttavia, una parte della comunità non si identifica come curda. Tale posizione deriva principalmente dalla specificità della loro identità etnico-religiosa, dalle esperienze storiche di persecuzione e trauma collettivo, nonché dalla progressiva affermazione di una distinta identità yazida, sostenuta anche da dinamiche politiche e da forme di riconoscimento istituzionale e statale».
Potrebbe fornire una breve panoramica del genocidio degli Yazidi e della situazione attuale della comunità, anche alla luce delle sue conseguenze a lungo termine?
«Nella notte del 3 agosto 2014, i terroristi dello Stato Islamico (IS) attaccarono i villaggi yazidi situati nel nord dell’Iraq, nella regione di Sinjar. Il loro obiettivo era quello di annientare, per quanto possibile, la comunità yazida. Si stima che tra le 5.000 e le 10.000 persone siano state uccise, mentre decine di migliaia furono costrette alla fuga.
Gli uomini e i ragazzi adolescenti vennero assassinati immediatamente. Anche molti anziani, uomini e donne, furono uccisi sul posto. Donne e ragazze furono rapite, ridotte in schiavitù, vendute, torturate e sottoposte a violenze sessuali. I ragazzi più giovani furono impiegati come bambini soldato e sottoposti a processi di indottrinamento secondo l’ideologia dello Stato Islamico.
Una parte della popolazione riuscì a rifugiarsi sui monti Sinjar durante il caldo estremo dell’estate. Molti morirono di fame e di sete. Altri furono colpiti a morte durante la fuga, mentre i miliziani dell’IS li inseguivano a bordo di veicoli. Ancora oggi tra 2.500 e 2.800 Yazidi risultano dispersi e continuano a essere ricercati.
Attualmente la situazione degli Yazidi in Medio Oriente si è relativamente stabilizzata, poiché le forze dello Stato Islamico sono state in larga misura respinte grazie all’azione dei combattenti curdi e al sostegno degli Stati Uniti. Tuttavia, permane il rischio che in futuro possano verificarsi nuovi conflitti, persecuzioni e massacri.
Alcune famiglie yazide stanno facendo ritorno in Iraq, ma la loro sicurezza non può essere considerata garantita. Coloro che sono fuggiti all’estero devono affrontare il difficile processo di integrazione nei paesi di accoglienza: lavorare, frequentare la scuola o l’università, apprendere una nuova lingua e adattarsi a una cultura differente.
Parallelamente, molti sopravvissuti convivono con gravi traumi psicologici. L’assistenza terapeutica risulta particolarmente complessa nei paesi di destinazione a causa delle barriere linguistiche, della limitata conoscenza della cultura yazida da parte degli specialisti e della profondità delle esperienze traumatiche vissute. Per numerosi Yazidi e per le loro famiglie, il ritorno nei luoghi d’origine è ormai impossibile. Privi di uno Stato che possa realmente garantire la loro sicurezza, essi sono costretti a ricostruire la propria esistenza in altri paesi.»
Le violenze perpetrate contro la comunità yazida – tra cui uccisioni, conversioni forzate, sfollamenti e schiavitù – riflettono una strategia sistematica finalizzata alla distruzione del gruppo. In che modo questa combinazione di pratiche colpisce non soltanto l’integrità fisica della comunità, ma anche la sua continuità sociale e culturale?
«Per gli Yazidi, la violenza e le persecuzioni rappresentano la prova concreta di essere stati marginalizzati, discriminati e disumanizzati. Molti percepiscono di essere stati privati della propria dignità umana e ritengono di non essere stati ascoltati, riconosciuti o adeguatamente protetti dagli Stati e dalle istituzioni internazionali.
Gli Yazidi non possono più fare ritorno ai propri villaggi, poiché continuerebbero a essere esposti a discriminazione, emarginazione e violenza. In diverse aree del Medio Oriente, essi si sentono ancora costretti a nascondere la propria identità per timore di nuove persecuzioni.
Anche la coesione della comunità yazida e la conservazione della sua cultura e della sua religione risultano gravemente minacciate. In passato gli Yazidi vivevano prevalentemente in comunità compatte, circostanza che favoriva la trasmissione e la preservazione delle tradizioni, dei costumi e delle pratiche religiose. Oggi, invece, gli Yazidi – e talvolta persino i membri di una stessa famiglia – vivono dispersi in paesi e continenti differenti.
Nei paesi della diaspora il senso di appartenenza comunitaria continua a essere presente, ma non possiede più la stessa intensità che caratterizzava la vita collettiva del passato.
I sopravvissuti yazidi soffrono inoltre di traumi estremamente profondi. Il percorso di guarigione richiede tempo, sostegno e pazienza, e alcune ferite emotive probabilmente non si rimargineranno mai completamente. Le donne yazide sopravvissute agli stupri e alla schiavitù sessuale raccontano spesso di sentirsi private del proprio onore, della propria dignità, della propria autostima, della propria femminilità e persino del controllo sul proprio corpo.
Normalmente, nella tradizione yazida, chi contrae matrimonio con persone appartenenti ad altre religioni viene escluso dalla comunità religiosa. Tale principio ha generato un profondo conflitto interno a seguito del genocidio. Dopo un lungo dibattito, tuttavia, le autorità religiose yazide hanno deciso di riaccogliere le donne sopravvissute alle violenze e alla schiavitù.
Un ulteriore problema riguarda i bambini nati dagli stupri perpetrati dai membri dello Stato Islamico. Le donne yazide che sono riuscite a liberarsi dalla schiavitù e a tornare presso le proprie famiglie hanno dovuto spesso lasciare i figli alle spalle, poiché, secondo il diritto islamico applicato in quei contesti, tali bambini sono considerati musulmani e appartenenti alla famiglia paterna. Allo stesso tempo, la comunità yazida si è mostrata riluttante ad accogliere i figli dei perpetratori.
Infine, gli Yazidi che sono stati rapiti per anni e costretti a dimenticare la propria cultura e la propria lingua curda si trovano oggi ad affrontare la difficile sfida della reintegrazione nelle proprie famiglie e nella comunità yazida.»
Tra l’impossibilità del ritorno, le condizioni nei campi per sfollati e la crescente ostilità nei confronti dei rifugiati, le comunità yazide si trovano oggi in una situazione di profonda vulnerabilità. Quali sono i principali ostacoli che affrontano e cosa manca ancora, a livello politico e istituzionale, per garantire una protezione effettiva e un futuro sostenibile?
«Oggi la situazione degli Yazidi nei campi profughi è estremamente incerta. Molti vivono da anni in strutture di accoglienza temporanee senza alcuna prospettiva concreta per il futuro. I bambini spesso non frequentano la scuola, mentre numerosi giovani adulti non hanno accesso né a percorsi di formazione professionale né all’istruzione universitaria. Gli adulti, inoltre, sono frequentemente esclusi dal mercato del lavoro.
Le condizioni materiali risultano particolarmente difficili: in molti campi vi è una disponibilità limitata di energia elettrica, cibo e acqua potabile. Questa situazione deve necessariamente migliorare.
In alcuni casi, gli Yazidi si trovano inoltre a condividere gli stessi spazi con potenziali responsabili delle violenze subite o con i familiari dei perpetratori. Le organizzazioni per i diritti umani dovrebbero intensificare il proprio impegno per garantire protezione e assistenza a queste persone, assicurando adeguate forniture alimentari, accesso all’acqua e cure mediche appropriate.
I bambini e i giovani devono poter accedere all’istruzione, mentre gli adulti necessitano di maggiori opportunità di sostegno sociale ed economico. A mio avviso, gli Yazidi dovrebbero essere ospitati in campi dedicati e protetti da personale militare o di sicurezza, così da ridurre il rischio di ulteriori aggressioni e discriminazioni. Anche le tende e le strutture abitative presenti nei campi risultano spesso inadeguate e incapaci di offrire protezione dalle condizioni climatiche avverse.
Il governo iracheno dovrebbe riconoscere pienamente la propria responsabilità nella protezione degli Yazidi, considerando che le vittime del genocidio erano cittadini iracheni. Anche coloro che sono riusciti a raggiungere l’Europa si trovano frequentemente in una situazione giuridica precaria: non a tutti viene riconosciuto lo status di rifugiato e molti non dispongono di un diritto di soggiorno stabile.
Sebbene il Bundestag tedesco abbia riconosciuto ufficialmente il genocidio degli Yazidi il 19 gennaio 2023, il nuovo governo tedesco continua in alcuni casi a rimpatriare cittadini yazidi verso l’Iraq o la Siria, nonostante sia consapevole della loro particolare vulnerabilità.
Gli Stati e le istituzioni internazionali dovrebbero fare di più per proteggere minoranze come quella yazida, favorendone una piena integrazione. È necessario garantire l’accesso a corsi di lingua, scuole, centri di formazione professionale, università e opportunità lavorative. Dovrebbe inoltre essere prevista la possibilità di ottenere la cittadinanza nei paesi di accoglienza dopo un adeguato periodo di permanenza e una comprovata integrazione.
A tal fine, è indispensabile adottare nuove disposizioni legislative volte a rafforzare la tutela degli Yazidi. Qualora il ritorno nei paesi d’origine fosse considerato una soluzione percorribile, i governi e le istituzioni dovrebbero assicurare la ricostruzione delle infrastrutture essenziali: bonifica dei terreni dalle mine, disponibilità di abitazioni, accesso all’elettricità, all’acqua, all’alimentazione, all’istruzione, al lavoro, a servizi sanitari efficienti e alla piena partecipazione sociale e politica. Anche in Iraq sarebbe necessario introdurre norme più efficaci per garantire una migliore protezione delle minoranze, inclusa quella yazida.»
Negli ultimi anni alcuni tribunali nazionali hanno perseguito membri dello Stato Islamico per i crimini commessi contro la comunità yazida. Tuttavia, questi procedimenti restano limitati e spesso non vengono percepiti dai sopravvissuti come una forma autentica di giustizia. A suo avviso, quali sono le principali lacune del sistema di accountability e da dove nasce questa sfiducia?
«A mio giudizio, una delle principali lacune del sistema di accountability risiede nella portata limitata delle azioni penali intraprese. Sebbene alcuni tribunali nazionali abbiano condannato membri dello Stato Islamico per i crimini commessi contro gli Yazidi, molti procedimenti riguardano soltanto singoli individui e non riescono a rappresentare pienamente la vastità delle atrocità perpetrate, in particolare il genocidio, la violenza sessuale sistematica e la schiavitù organizzata.
Un ulteriore problema è rappresentato dalla frammentazione della giustizia penale internazionale. Non tutti gli Stati dispongono delle capacità giuridiche, politiche o operative necessarie per perseguire tali crimini in modo efficace e coerente. Molti responsabili rimangono impuniti oppure vengono incriminati esclusivamente per reati di terrorismo, anziché per crimini internazionali fondamentali quali il genocidio o i crimini contro l’umanità.
La sfiducia di molti sopravvissuti deriva anche dal fatto che i procedimenti giudiziari, da soli, non vengono percepiti come una forma sufficiente di giustizia. Le vittime non chiedono soltanto la punizione dei colpevoli, ma anche il riconoscimento della propria sofferenza, una presa di responsabilità collettiva da parte della società, forme di risarcimento, sostegno a lungo termine e il riconoscimento ufficiale della verità storica.
Molti sopravvissuti percepiscono inoltre una profonda distanza tra la propria esperienza vissuta e la natura spesso lenta, tecnica e burocratica dei procedimenti giudiziari. Quando i processi si protraggono per anni, quando i responsabili vengono perseguiti solo parzialmente o quando le vittime non si sentono adeguatamente coinvolte, si diffonde facilmente l’impressione che il sistema sia più simbolico che realmente giusto.
Infine, non va sottovalutata la dimensione politica. Numerosi sopravvissuti ritengono che le risposte della comunità internazionale alle violenze di massa siano spesso selettive e influenzate da interessi geopolitici. Ciò alimenta la percezione che la giustizia non venga applicata in maniera universale, ma distribuita in modo diseguale.»
In che modo l’erosione dell’identità culturale incide concretamente sulla vita quotidiana e sul tessuto sociale delle comunità yazide contemporanee, in particolare tra le giovani generazioni?
«L’erosione dell’identità culturale produce effetti molto concreti nella vita quotidiana della comunità yazida, soprattutto tra i giovani. Un aspetto fondamentale riguarda la perdita della lingua, delle pratiche religiose e delle forme tradizionali di conoscenza che per secoli sono state trasmesse da una generazione all’altra.
Quando questi elementi vengono interrotti, emerge un divario generazionale che può indebolire il senso di appartenenza alla comunità. Molti giovani crescono inoltre nella diaspora o in condizioni di forte instabilità, circostanza che limita il loro accesso diretto ai luoghi di culto, ai rituali religiosi e alle strutture comunitarie tradizionali. Ciò modifica profondamente il modo in cui l’identità viene vissuta e costruita.
Parallelamente, la perdita di punti di riferimento culturali favorisce fenomeni di frammentazione sociale. Le strutture comunitarie tradizionali, che un tempo offrivano orientamento, sostegno e coesione, sono state indebolite dai processi di sfollamento forzato e migrazione.
Per molti giovani yazidi, la questione identitaria assume pertanto una particolare complessità, collocandosi tra l’esigenza di integrarsi nelle società contemporanee e il desiderio di preservare la propria identità culturale e religiosa. Alcuni, soprattutto nella diaspora, attraversano vere e proprie crisi identitarie. Al tempo stesso, un numero crescente di giovani sta riscoprendo le proprie radici e manifesta un forte interesse verso la cultura e la religione yazida.
Molti desiderano conciliare due mondi: da un lato i valori, gli usi e le consuetudini delle società occidentali nelle quali sono cresciuti; dall’altro la cultura curda e la tradizione religiosa yazida. Sempre più giovani, inoltre, auspicano una modernizzazione di alcuni aspetti della religione yazida, ritenendo che determinate norme e consuetudini culturali risultino oggi superate e poco compatibili con la modernità.
Le nuove generazioni dispongono generalmente di livelli di istruzione più elevati rispetto al passato e attribuiscono maggiore importanza alla realizzazione personale, alla carriera professionale e agli obiettivi individuali. Di conseguenza, aspetti tradizionalmente centrali, quali il forte legame con la famiglia allargata, il matrimonio precoce e la formazione di una famiglia in giovane età, tendono progressivamente a perdere importanza.
Nel complesso, l’erosione culturale non implica soltanto la perdita di tradizioni, ma determina una trasformazione profonda della coesione sociale, del senso di appartenenza e della percezione di sé all’interno della comunità.»
Leggi anche:
- Reconstructing Yazidis’ genocide and systematic discrimination through art: a talk with the Yazidi refugee artist Holya Khalaf
- Nine years later: the Yazidi cultural genocide and the risk to legal impunity
Nel suo lavoro Lei propone l’adozione di un General Comment sui diritti sociali delle minoranze. Potrebbe spiegare brevemente di cosa si tratta e quali lacune dell’attuale quadro giuridico intende colmare?
«Un General Comment è uno strumento interpretativo elaborato da un comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani con l’obiettivo di chiarire il contenuto e la portata degli obblighi già esistenti nel diritto internazionale. Non crea nuove norme giuridiche, ma fornisce indicazioni autorevoli su come le disposizioni dei trattati internazionali debbano essere interpretate e applicate. Nel caso specifico, un General Comment sui diritti sociali delle minoranze avrebbe la funzione di chiarire come gli Stati debbano garantire e tutelare tali diritti.
L’idea alla base di questa proposta è quella di mettere in evidenza le difficoltà che le minoranze etniche e religiose incontrano nell’esercizio dei propri diritti sociali. Ciò riguarda, ad esempio, le diverse forme di discriminazione che possono manifestarsi nell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, all’alimentazione, all’alloggio e ai sistemi di protezione sociale.
Attraverso l’analisi di casi tipici e l’utilizzo di esempi di buone pratiche, un simile documento potrebbe aiutare gli Stati a identificare con maggiore precisione tali problematiche e a sviluppare risposte politiche e giuridiche adeguate.
Sebbene il diritto internazionale già contenga disposizioni che vietano la discriminazione, la tutela specifica dei diritti sociali delle minoranze rimane spesso poco chiara o insufficientemente sviluppata sul piano applicativo. Un nuovo General Comment, che dovrebbe essere elaborato dal Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, fornirebbe pertanto raccomandazioni dettagliate agli Stati su come affrontare efficacemente le problematiche che interessano le minoranze presenti nei loro territori attraverso strumenti legislativi e amministrativi appropriati.»
In quanto persona di origine yazida, quali sfide personali ed emotive ha incontrato nello studio e nell’analisi del genocidio che ha colpito la Sua stessa comunità?
«All’inizio mi è risultato difficile mantenere un adeguato distacco dal tema di ricerca, poiché anch’io appartengo alla comunità yazida. Ho sempre cercato di affrontare il mio lavoro con il massimo grado possibile di neutralità e rigore scientifico, ma mi sono resa conto più volte di quanto questa materia mi coinvolgesse profondamente sul piano personale.
Anche i miei antenati, infatti, furono costretti a fuggire ripetutamente a causa delle persecuzioni. Noi Yazidi portiamo quindi con noi un trauma transgenerazionale che continua a influenzare la memoria collettiva della comunità.
Più approfondavo la ricerca, più sentivo il bisogno di dare voce alle persone colpite e di attirare l’attenzione sulla condizione degli Yazidi e sul genocidio subito, non soltanto a livello nazionale ma anche internazionale.

Essendo nata e cresciuta in Germania e non avendo parenti diretti tra le vittime del genocidio, ho avuto la fortuna di poter affrontare il tema con una certa distanza razionale. Tuttavia, durante il lavoro di ricerca mi sono trovata spesso a riflettere sul fatto che anch’io avrei potuto essere una delle vittime. Avrei potuto crescere in una zona di guerra e sperimentare direttamente la schiavitù, gli stupri, le torture e le altre atrocità subite da tante donne yazide.
Sono profondamente consapevole del privilegio di essere nata e cresciuta in un paese democratico e pacifico come la Germania, dove i diritti umani e il principio di uguaglianza occupano una posizione centrale.
Come Yazida, sono rimasta profondamente colpita dal materiale visivo e documentario che ho esaminato. Le testimonianze e le descrizioni dei crimini commessi dallo Stato Islamico erano estremamente dolorose da leggere e ascoltare. Anche le narrazioni delle vittime risultavano sconvolgenti.
Ho inoltre analizzato video e testi prodotti dagli stessi terroristi dell’IS. La loro ideologia e la loro visione del mondo mi sono apparse profondamente inquietanti. Da giovane donna yazida, è stato particolarmente difficile osservare il modo disumano in cui essi trattavano le donne yazide e, più in generale, le donne.
Anche le violenze perpetrate contro i bambini sono state molto difficili da affrontare emotivamente.
Tuttavia, in qualità di studentessa di giurisprudenza, futura avvocata e assistente di ricerca nel campo del diritto internazionale, sento una forte responsabilità nel raccontare la storia del mio popolo. Se non lo faccio io, temo che pochi altri lo faranno.
Purtroppo, la tutela delle minoranze continua a essere spesso trascurata sia nell’ambito giuridico sia in quello politico e, in alcune circostanze, non viene nemmeno presa sufficientemente sul serio. È una realtà che ho avuto modo di constatare personalmente.
Ciò nonostante, considero fondamentale impegnarmi a favore di tutte le minoranze. Ogni volta che mi confronto con queste tematiche resto colpita dalle ingiustizie e dai crimini che continuano a verificarsi nel mondo. Mi coinvolgono emotivamente indipendentemente dal popolo o dalla comunità interessata.
Ritengo però che questa dimensione faccia parte del lavoro di ricerca. È possibile operare come studiosi in maniera rigorosa, competente e imparziale, senza rinunciare alla propria sensibilità umana. Anzi, credo che mantenere viva questa umanità consenta di comprendere meglio i fenomeni studiati e di affrontare il proprio lavoro con maggiore profondità e passione.»
Dal punto di vista della ricerca, quali sono le principali difficoltà nel documentare accuratamente le testimonianze dei sopravvissuti al genocidio yazida?
«Da una prospettiva accademica, non è stato sempre facile guardare e ascoltare le interviste ai sopravvissuti. Era impossibile non percepire il loro dolore e la loro sofferenza.
Nell’analizzare queste testimonianze occorre inoltre interrogarsi sulla precisione cronologica degli eventi narrati, sulla successione dei fatti e su altri dettagli. Le persone sopravvissute a esperienze traumatiche tendono infatti a ricordare e raccontare gli eventi attraverso una percezione inevitabilmente influenzata dal trauma.
Non possiamo inoltre sapere fino a che punto le vittime siano riuscite ad aprirsi emotivamente con giornalisti, ricercatori o operatori umanitari. Posso immaginare che molte donne yazide sopravvissute a gravi violenze sessuali abbiano avuto difficoltà a raccontare determinati aspetti della propria esperienza a persone estranee.
In molte culture, infatti, la violenza sessuale continua a rappresentare un argomento fortemente stigmatizzato e circondato dal silenzio. Tuttavia, per comprendere pienamente le conseguenze del genocidio e favorire una più efficace persecuzione dei responsabili, è fondamentale che le esperienze delle vittime possano essere documentate nella loro interezza.
Un’altra questione riguarda la lingua. Molte vittime parlano esclusivamente curdo o arabo. È quindi essenziale che le traduzioni delle interviste siano accurate e affidabili. Allo stesso modo, sarebbe importante tradurre testimonianze e materiali documentari in un numero maggiore di lingue, così da far conoscere più ampiamente il genocidio degli Yazidi e la storia di questo popolo.
Una maggiore diffusione delle testimonianze potrebbe contribuire anche a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi quali la violenza sessuale contro donne e minori nei contesti di guerra e a contrastarne la stigmatizzazione.
Per quanto mi riguarda, non è stato difficile reperire materiale di ricerca, poiché esiste una considerevole documentazione disponibile in tedesco, curdo e inglese. Tuttavia, per studiosi provenienti da altri paesi che non padroneggiano queste lingue, sarebbe certamente utile disporre di una maggiore quantità di fonti nelle rispettive lingue nazionali.
Anche per i ricercatori stessi esiste una sfida metodologica ed etica particolarmente delicata: documentare il genocidio in modo rigoroso, scientificamente fondato e imparziale, garantendo al contempo che le vittime si sentano ascoltate, riconosciute, rispettate e prese sul serio.
Gli studiosi hanno infatti una responsabilità etica fondamentale: raccogliere e preservare queste testimonianze con dignità, sensibilità e la massima cura possibile.»
Guardando al futuro, quali sono le priorità più urgenti per la ricostruzione della comunità yazida, sia sul piano sociale sia su quello culturale?
«A mio avviso, la ricostruzione della comunità yazida deve andare ben oltre la semplice ricostruzione fisica delle regioni devastate dalla guerra.
La priorità più urgente è innanzitutto la sicurezza. Molti sopravvissuti non possono fare ritorno in modo stabile ai propri territori finché continuano a percepire minacce alla propria incolumità o persistono condizioni di instabilità politica.
Un ruolo centrale è inoltre svolto dal sostegno psicologico e sociale. Molte persone convivono ancora oggi con gravi traumi, con la perdita di familiari e con le conseguenze dello sfollamento forzato e delle violenze subite. Per questa ragione risultano essenziali programmi di assistenza psicosociale di lungo periodo e un adeguato accesso all’istruzione.
Sul piano culturale, è fondamentale proteggere e rafforzare l’identità religiosa e culturale yazida. Il genocidio non è stato rivolto esclusivamente contro singoli individui, ma anche contro la memoria collettiva, le tradizioni e il patrimonio culturale della comunità. La tutela della cultura yazida, della lingua, delle pratiche religiose e della memoria storica rappresenta quindi un elemento imprescindibile per qualsiasi processo di ricostruzione duraturo.
Altrettanto importante è la partecipazione politica e sociale degli Yazidi. Molti sopravvissuti non chiedono soltanto assistenza umanitaria, ma desiderano essere rappresentati, riconosciuti e coinvolti nei processi decisionali che riguardano il loro futuro.
Per gli Yazidi che hanno trovato rifugio all’estero dovrebbe inoltre essere possibile ottenere un diritto di soggiorno permanente e percorsi di integrazione stabili nei paesi di accoglienza.
In definitiva, la ricostruzione non significa soltanto ricostruire case, villaggi e infrastrutture distrutte. Significa anche ricostruire la fiducia, restituire dignità alle persone e rafforzare nuovamente i legami sociali e comunitari che il genocidio ha cercato di spezzare.»
Foto copertina: Yazidi in fuga













