Voci dal fronte: storia di un reporter di guerra


Il ruolo del reporter di guerra raccontato da un veterano storico di questo mestiere, l’inviato de “Il Mattino”, Vittorio Dell’Uva.


Introduzione

La produzione audiovisiva delle azioni militari e la diffusione di queste terribili immagini nei cinegiornali ha avuto inizio, quanto meno in maniera seriale, con la Prima guerra mondiale. Da quel momento lo sviluppo delle apparecchiature da ripresa è accresciuto esponenzialmente, aumentando le possibilità di riprendere i grandi conflitti e le guerre della nostra storia. Un filo conduttore è rimasto, però, costante, ovvero il racconto delle immagini da parte di chi le riprendeva, ed era lì mentre i proiettili fischiavano e le bombe esplodevano. Un mestiere pericoloso che è via via passato dalle mani dei cineoperatori degli eserciti alle private testate giornalistiche e i loro inviati, diventando quelli che oggi conosciamo come reporter di guerra, o inviati di guerra. Un lavoro che però mantiene, oggi, ancora una grande dose di fascino, a scapito della possibilità, oramai sdoganata, di poter seguire le guerre “live” tramite i social e i video e continua a rivelarsi necessario per poter trasmettere e raccontare ai più le atrocità e la ferocia perpetuate costantemente nel tempo. Per saperne di più e approfondire il ruolo di queste importanti figure, abbiamo posto qualche domanda ad un veterano storico di questo mestiere, un uomo che ha documentato e visto con i suoi occhi alcuni degli eventi più drammatici degli ultimi quarant’anni, dal Medio Oriente all’Europa Orientale. L’inviato di guerra de “Il Mattino”, Vittorio Dell’Uva.

L’intervista

Lei è stato un inviato di guerra durante quelli che possono essere considerati gli anni più “caldi” dell’ultimo trentennio, non solo per il teatro mediorientale ma anche in quella che era considerata l’”Europa Orientale”. Crede che il ruolo dell’inviato di guerra, nei nuovi teatri di scontro, compreso l’ultimo tra Russia e Ucraina sia in qualche modo cambiato?
“È cambiato molto, a livello dell’informazione, perché adesso c’è la tecnologia che condiziona, impedisce anche molte frottole, impedisce molte fasi enfatiche degli inviati che raccontavano…e capitava che qualcuno stesse in albergo a raccontare dal bordo della piscina. Adesso non lo puoi fare più, perché sei esposto. Sei esposto al fatto che chi ti manda vuol sapere dove stai. Prima potevi dire: “Ti chiamo da Falluja!” e invece stavi a Baghdad. Nessuno poteva verificare questa possibilità, adesso è molto cambiato. Questo tipo di approccio, adesso e grazie alla tecnologia, costringe, e questo è un bene, ad essere quanto più possibile vicini alla verità. Attenzione, dico vicini perché non esiste la verità assoluta, bisogna fare una marcia di avvicinamento, a meno che non si faccia parte di un nucleo che per motivi ideologico-propagandistici ecce cc va alla modifica della realtà. Cosa che stanno facendo ad esempio i media russi. L’altro giorno leggevo che il primo canale russo sta trasmettendo una serie di reportage nei quali si racconta che i pensionati tedeschi sono costretti a lavarsi una volta a settimana, e non tutto il corpo perché manca acqua. Che presto non ci saranno più pensioni, e sono tutte cose che la propaganda russa vende e via di questo passo. Dicono che milioni di persone muoiono di fame e perché questo? avendo una molteplicità di media si ha anche una molteplicità di punti di vista che però alla fine convergono. All’inizio erano invitati continuamente a parlare i grandi esperti di turno, che io, personalmente, non ho mai incontrato sugli scenari di guerra. Adesso a poco a poco, l’uso di questi soggetti e l’attitudine di certi conduttori, che danno i microfoni nelle mani della propaganda russa, stanno via via sparendo. Io di guerre ne ho viste e anche di distruzioni e le morti. Non come quelle che adesso la televisione mi manda in casa (riferimento alla situazione della guerra tra Russia e Ucraina), questa distruzione non l’ho vista a Sarajevo, non l’ho vista a Belgrado. Non l’ho vista a Baghdad, dove arrivavano dal cielo gli A10 Statunitensi, il solo rumore ti terrorizzava, però erano su obiettivi militari precisi e non andavano a colpire la popolazione civile. Si colpivano gli edifici del Rais, ma una distruzione così non l’ho mai vista. Un accanimento tale sulla persona…, non l’ho visto da nessuna parte. Certo non sono stato in Cecenia e in Siria, guarda caso, mi mancano questi due. Nemmeno in Medio Oriente ho visto queste cose, nulla di simile. Certo i palestinesi ogni tanto facevano qualcosa, gli israeliani, per carità, ma non così sistematico. Qua invece si parla di distruggere. Se tu vuoi occupare il mio paese che interesse hai a distruggerlo? Io non lo capisco…”.

Negli ultimi mesi, sia in Ucraina che in altre parti del mondo la notizia di inviati di guerra rimasti vittime in teatri attivi desta grande scalpore e rammarico. Ritiene corretto parlare di  “noncuranza” del ruolo della stampa in prima linea da parte delle forze belligeranti (spesso non propriamente statali) o rischi del mestiere oggi amplificati?
“32…ma ne siamo sicuri di questo rammarico? Di quanto tempo si è parlato di quel collega francese giovanissimo rimasto ucciso?. L’errore, è pensare che il giornalista sia in qualche misura protetto, quando va in quelle zone. Quando io andavo, le domande erano: “Ma hai la scorta?!, qualcuno che ti protegge?!, mangi?!”. Ho sempre mangiato benissimo devo dire!. Il sentiment è sempre stato questo. Tu vai in un paese, le forze armate regolari, se ci sono, sono quelle che ti possono dare un minimo di protezione, ma poi si prendono i proiettili. Come è successo al mio collega francese, era con un alto ufficiale ucraino e una scheggia lo ha preso sul collo. Oppure, ti affidi a terzi per essere trasportato. Ma chi sono? perché non dovrebbero venderti? Come successe in Somalia ad Ilaria Alpi, che se la sono venduta le guardie del corpo. Così si dice ma quello è. Il fatto che tieni scritto PRESS sul petto può essere anche un ulteriore bersaglio. Soprattutto, nei paesi dove la libertà di stampa non viene elogiata. Dove non è un valore. E a quel punto che te ne frega?: “Mo te lo faccio vedere io!, tu vieni qua a spiare!”. Io sono stato arrestato un paio di volte, e l’accusa era sempre “spy”. Tu fai la spia e sei una spia. “Non è vero che sei un giornalista!”. Questo in due paesi dove il livello di democrazia era basso, Iraq e Serbia. I loro giornalisti erano servi del potere assoluto. Noi andavamo, mandati da giornali di potenze occidentali a cercare di capire che succedeva. Gli altri ci vedevano come intrusi in un paese dove le cose si cercava di tenerla nascoste. Quindi la cosa è complessa. “Sei protetto perché giornalista”, non è sempre vero. Certo capita che in certi paesi come Israele non dovrebbe succedere. Gli Israeliani si preoccupano molto delle conseguenze soprattutto con gli occidentali. La giornalista rimata uccisa…era palestinese, non si pensi sempre ai retroscena, non sempre ce ne sono, io non lo so, ma la tenevano puntata, sicuro, ma perché era palestinese di fondo. Se fossi andato io non mi avrebbero sparato. Alcuni paesi, dunque, garantiscono un po’ di tranquillità. Io mi sono fatto tutta l’Intifada, eravamo lì, in prima linea con quelli che tiravano le pietre, ma non mi è mai successo niente. Dipende dal paese il rispetto della scritta PRESS. In altri paesi tanto varrebbe mettere i cerchietti del tiro a segno con i punti.”.

Oramai uno dei principali terreni di scontro è il mondo digitale, in particolare quello dei social network. I video delle azioni di guerra vengono diffusi no stop su tutte le piattaforme e questo coinvolge sempre di più l’opinione pubblica. Crede che video e immagini “live” possano essere sul lungo periodo sostitutivi delle parole degli inviati di guerra che rischiando la vita documentano con i loro stessi occhi gli orrori della guerra ?
“Come sta dimostrando questa guerra, è importante perché il live è manipolabile, praticamente, quell’elicottero che precipita che ne so se ha la Z? la presenza dell’umano si impone per cercare sempre quella marcia di avvicinamento alla verità, perché adesso con i media e la disponibilità assoluta di informazioni vere e false, ci vuole qualcuno che sostituisca la macchina, utilizzata da altri, da chi fa il montaggio e perché lo fa in quella maniera. Ma la presenza dell’uomo preparato è fondamentale. Ho visto che hanno richiamato in servizio qualcuno dei miei colleghi che hanno fatto le guerre del passato, le guerre davvero. Il potere dell’immagine porta con se la possibilità della manipolazione. Torniamo al vecchio motto che ha guidato l’Italia negli anni 70: “Lo ha detto la TV!”. Sembrava verità consacrata. Ma non è facile, l’immagine di un carro armato che salta, può far sorgere il dubbio a pochi su quella che è l’”immagine successiva”, ma “nanninella dei quartieri” il dubbio non se lo crea. Diverso è se vedo crollare un palazzo colpito da un missile, che è abbastanza chiaro. Però, sempre attenti, perché l’immagine può essere sempre molto manipolata e la presenza umana è fondamentale. Il problema è che ci devi andare, e non sempre ti ci fanno andare. L’avallo ad andare te lo prendi da solo, rischiando la pelle. Ci sono molti freelance, che chiamano e vendono servizi, ma molti sono inviati dalle testate, con assicurazione ecc ecc. Il freelance è più esposto, perché costretto ad andare a spese sue a rischiare la pelle. I primi operatori con le telecamere, che pesavano 50 kg, dovevano essere spinti in avanti ma fino ad un certo punto, e l’inviato poi andava avanti da solo sino a 2km dalle linee. Poi arrivi ad un punto dove non puoi andare avanti.”.

Di teatri di guerra lei ne ha visti, purtroppo, molti. La distruzione ampiamente documentata in Ucraina ha qualcosa di diverso o lo scalpore che l’attacco russo desta ogni giorno è giustificabile dalla mera vicinanza geografica degli avvenimenti?
“Allora, bisogna cercare di non applicare i parametri nostri con quelli russi. I quali stanno facendo una guerra di conquista, che può avere degli aspetti medievali. Quindi se noi applichiamo i nostri parametri diciamo: “Non si blocca il parcheggio! Devo entrare con la macchina!”. I russi non si interrogano troppo. Io non sono un guerrafondaio, e devo dirlo e specificarlo perché mi oppongo al pacifismo di propaganda. Il pacifismo non può andare a braccetto con un corteo nel quale i pacifisti dicono “La Nato assassina”. Quello è odio verso i parametri occidentali. L’America ha mille colpe, qui nessuno è innocente, ma il fatto che l’America ha mille colpe, non significa che Putin non ne abbia. La gente in nome della pace ha detto che gli altri erano assassini, ma non gli altri quali “il nemico”, ma i compagni di strada. Devo dire che sta molto scemando però.”.

Esistono limiti all’operato di un inviato di guerra? Di quanta discrezionalità si gode nelle scelte (fin dove spingersi, che cosa riprendere, in che modo, ecc. ecc.)?
“Dipende, da molte cose. Dall’autorevolezza del giornalista, per cominciare. Se Valli chiama, o Quirico (che è stato 4 mesi in mano ai jihadisti) e dice che va nella città del Donbass a riprendere, gli dicono: “Vai!”, se chiamo io mi dicono: “Dove vai?! fermati ! aspetta!”. Dipende anche dal rapporto con il giornale di appartenenza, puoi non essere autorevole ma godere di considerazione presso la testata e far sorgere domande come: “se decide di andare avrà le sue ragioni”. La linea editoriale? certo, soprattutto in Italia conta. I giornali oramai sono bollettini di partito, è così, godono di uno spazio che in effetti non hanno. Mi spiego. Si veda la rassegna stampa, ci sono giornali che in edicola, se vuoi comprarli, neanche li trovi e vengono affiancati e trattati alla pari di grandi testate come Repubblica ecc ecc. Più sono piccoli e più l’orientamento politico è marcato, quindi molto dipende anche per chi lavori. Generalmente, le coppie si accoppiano, dipende dall’orientamento politico anche del giornalista. Sul campo? Decidi da solo, la scorta è tua dipendente, poco affidabile, ma tua dipendente. A meno che non sia costituita da forze regolari, in quel caso decidono loro. In Iraq, con gli americani, il comandante generale diceva: “di qui non si va”. Se il comandante generale dava questo ordine non ci si avvicinava neanche a 50 km dal punto. La responsabilità è loro se sei lì. Sei embedded, non come la Maggioni che stette in Iraq 3 mesi con l’esercito, però se ci sono forze regolari non c’è nulla da fare, possono anche cacciarti. Una volta dovemmo rientrare, eravamo in gruppo (spesso ci si aggrega per abbattere le spese tra auto e benzina a 10 dollari al litro!) e rientrammo d’urgenza in Kuwait.”.

Il reporter di guerra può, e in che modo, tutelare la sua persona in caso di estrema emergenza?
“Come si difende? Il reporter di guerra non ha armi, non ha il tempo né la preparazione per imbracciare un’arma. Non è come mettere i fiori in giardino. Furono fatti dei corsi dal Ministero della Difesa per imparare ad avere certi comportamenti, ma soprattutto in caso di sequestro. Le forze lì ti schiantano, l’unica difesa è avere rispetto per la paura. La paura è un mezzo di salvaguardia. Tu stai in un posto, e se invece di fare il macho dici: “qua tirano, io ho paura”, questa ti aiuta. Se invece fai il guascone rischi di restarci sotto. La paura certo non deve essere il terrore per un colpo di fucile ma è un elemento che devi portare con te. Sempre entro i limiti del suo controllo. Io ho conosciuto colleghi che dopo due giorni hanno detto di non farcela e sono tornati, nessuno li ha biasimati per questo. La paura è fondamentale.”.

L’evento più significativo della sua carriera?
“Ci sono due aspetti, quello buono e quello cattivo. Allora, quello buono è quando tu hai la possibilità di fare dei “colpi” giornalistici. Lo scoop. Mi è capitato qualche volta. A Baghdad, la prima volta che ci andavo, per una serie di circostanze fortuite, non sapevo che fare. Era l’inizio della prima guerra del golfo, avevano sequestrato gli aerei e io mi presentai in un albergo dove c’erano degli occidentali sequestrati. Quelli aspettavano un rappresentante italiano alla stessa ora, quando mi presentai e dissi “Italy” e mi fecero: “prego!”. Il giorno dopo uscimmo con il titolo “Il nostro inviato trova gli italiani sequestrati!”. Un’altra volta, per i casi più significativi delle “buone”, fu il mio primo servizio, il 6 giugno 1982, invasione del Libano da parte degli Israeliani. Mi misi a seguire la delegazione del “GOTA” del giornalismo italiano. Con umiltà mi misi a seguire quello che facevano, non è rubare il mestiere, ma è imparare da chi ne sa più di te. Gavetta. Quelli avevano la puzza sotto il naso e mi guardavano con sospetto, ero un giovincello. Mi ritrovai così solo con un collega ad avventurarmi verso le zone di guerra, quando ad un certo punto si profila davanti a noi la sagoma maestosa di un Merkava, un carro armato israeliano, che a me sembrava ancora più grosso di quello che è ed occupava tutta la strada. Il nostro autista, un arabo-israeliano vide una stradina e si buttò dentro. Non sembrava esserci spazio per girare, e proseguimmo. Iniziammo a vedere case distrutte fin quando non arrivammo ad una sbarra di confine. Dicemmo che era meglio tornare indietro e invece noi eravamo entrati in Libano ed era la sbarra di ingresso verso Israele! eravamo entrati dove non si poteva, zona di guerra, e infine tornammo a Tel Aviv. Il viaggio fu lungo. Rientrammo in Hotel e chiamammo il giornale che fece uscire il titolo “Nell’inferno del Libano”. Solo noi eravamo riusciti ad entrare e a documentare. Questo è l’aspetto, diciamo, ludico. Invece fu brutto quando i serbi mi catturarono a Belgrado, eravamo entrati clandestinamente, con un collega e ci fecero interrogare alle 10 di sera da certi signori che indossavano dei cappotti lunghi di pelle nera. Finché poi, non rientrando in albergo, i colleghi si allarmarono e chiamarono l’ambasciata per liberarci. Ma furono ore terribili. Anche perché ci tenevano a muro, ci aprivano le gambe con i calci e ci davano le botte sui reni per non farci abbassare le mani, questo per circa 5/6 ore. L’altra volta invece, fu a Bassora, fummo catturati dagli iracheni, sempre perché l’informazione…eravamo arrivati lì perché tramite le informazioni reperite via radio, Bassora risultava liberata. Liberata un accidente!. Arrivammo e la Guardia Repubblicana ci prelevò subito. Prima ci misero in un albergo, poi a Baghdad agli arresti domiciliari. Finché non arrivarono gli americani, e come disse il famoso inviato Vittorio Dell’Uva: “a me mi stanno un po’ antipatici ma oggi mi servono!”. Gli iracheni di fondo avevano ragione e noi dovevamo essere morbidi. Eravamo entrati clandestinamente in un paese in guerra, senza il visto e loro dicevano che potevamo essere spie, c’era la legge marziale e potevano fucilarci, ma la fortuna fu che eravamo in otto e il collega, Machiavello, che ci filmava si era tenuto lontano e quando vide che ci catturavano fece il filmato e tornò indietro. Bassora è vicina al confine. Andò in Tv e divenne un caso. Quando diventa caso ti salvi. Di fondo non volevano ucciderci sennò lo avrebbero fatto. 4 colleghi inglesi due giorni prima non erano tornati più.”.

Consiglierebbe ai giovani reporter di intraprendere la strada da inviato di guerra ?
“Si. Ma prima dovrebbero fare i cronisti in città. Fare l’inviato significa osservare la realtà e capirne i meccanismi. Non è necessario farlo subito a Baghdad, basta anche la Sanità (quartiere difficile della città di Napoli). Capire come stanno le cose, prepararti con le lingue e capire che è un lavoro rischioso che oggi non tutti i giornali i possono permettersi di pagare. Lo stipendio è normale ma hai un costo. L’assicurazione ha un costo elevato. Poi l’interprete, soprattutto per l’arabo, l’autista, i prezzi gonfiati da tutti. Quando andavo in Polonia, agli inizi della mia carriera, il mio interprete prendeva 30mila lire al giorno e il padre 90 al mese. Quando arrivavo io era festa nazionale!. I giornali oramai vendono poco.”.


Foto copertina: reporter di guerra