L’impero dei cavi

Rete di trasmissione elettrica esistente in Moldova
Rete di trasmissione elettrica esistente in Moldova

Sovranità, energia e interdipendenza europea in Moldova dopo la crisi energetica di marzo 2026.


A cura di Emma Deangelis

La crisi di una sola arteria

Il 25 marzo 2026 il Parlamento della Repubblica di Moldova ha approvato l’introduzione di uno stato d’emergenza nel settore energetico per sessanta giorni. Gli attacchi russi contro infrastrutture nel sud dell’Ucraina avevano messo fuori servizio la linea aerea 400 kV Vulcănești–Isaccea, il principale corridoio attraverso cui l’elettricità acquistata sul mercato romeno ed europeo raggiunge la Moldova. La linea, che attraversa anche circa 40 km di territorio ucraino, garantiva normalmente il 60–70% del consumo della riva destra del Nistro; con i flussi azzerati, il deficit stimato nelle ore di punta raggiungeva i 350–400 MW. [1]

Ad aprile la fase più acuta si è attenuata. Il Parlamento ha votato la fine dello stato d’emergenza, con cessazione dal 25 aprile 2026, che il governo ha poi convertito in stato d’allerta[2], un regime giuridico meno invasivo che mantiene attive le procedure di monitoraggio rafforzato e la possibilità di interventi rapidi, senza però autorizzare le misure straordinarie (razionamenti obbligatori, requisizioni, sospensione di alcune norme di mercato) che lo stato d’emergenza consente.[3]
Il cambio di regime normativo non archivia tuttavia la questione sostanziale che la crisi aveva messo in luce: perché uno Stato sincronizzato con ENTSO-E dal marzo 2022, orientato politicamente verso l’UE, beneficiario di programmi europei di sostegno e formalmente avviato verso l’integrazione del mercato elettrico, è rimasto così esposto alla disconnessione di una singola arteria? La risposta risiede in una distinzione che i comunicati ufficiali tendono a sfumare: quella tra sincronizzazione e ridondanza delle reti.[4] La Moldova si è agganciata allo spazio elettrico europeo (sincronizzazione), ma non ha ancora trasformato in misura sufficiente la propria geografia fisica di accesso all’elettricità (ridondanza).

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L’eredità materiale dell’impero

Parlare di infrastruttura sovietica nel 2026 può sembrare anacronistico: la Moldova è indipendente dal 1991, ha firmato un Accordo di Associazione con l’UE nel 2014, ha ottenuto lo status di paese candidato nel 2022, e da quello stesso anno opera in sincronia con la rete elettrica europea.[5] Eppure, la mappa fisica del sistema elettrico moldavo conserva il disegno tracciato tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del Novecento. Nell’URSS la rete era concepita come organismo unitario: produzione, trasmissione e consumo obbedivano a logiche imperiali. In questo contesto, la RSS Moldava fungeva da periferia funzionale di un sistema integrato verso est— verso l’Ucraina e, attraverso l’Ucraina, verso la Russia — nell’area sincrona IPS/UPS coordinata da Mosca.[6]  
Tale impostazione impresse una direzione duratura nella geografia della generazione: la MGRES di Cuciurgan (2520 MW installati), la più grande centrale elettrica, sorge sulla riva sinistra del Nistro, nella fascia che dal 1992 è la Transnistria separatista appoggiata da Mosca.

L’interconnessione con l’Ucraina era robusta: ventuno linee ad alta tensione, sette delle quali a 330 kV; quella con la Romania, invece, era marginale: una sola linea a 400 kV (la Vulcănești–Isaccea, la stessa che nel marzo 2026 è stata danneggiata) e quattro linee minori (fig. 2).[7] La rete incorporava dunque, già prima dell’indipendenza, una gerarchia territoriale: il principale centro di produzione non coincideva con quello che sarebbe diventato il centro politico dello Stato. Di conseguenza, la Moldova post-sovietica eredita infrastrutture invecchiate e, soprattutto, una direzione di flusso—da est verso ovest—che trasforma in questione di sovranità ciò che nell’URSS era normale ripartizione interna delle funzioni.

1991–2022. La lunga amministrazione della dipendenza

Il meccanismo che si consolidò nei decenni successivi all’indipendenza era tanto semplice quanto vincolante. Il gas naturale arrivava dalla Russia attraverso l’Ucraina. La compagnia Moldovagaz (partecipata da Gazprom) lo distribuiva sul territorio moldavo, destinandone la quota maggiore alla Transnistria e alla centrale MGRES, che trasformava quel gas in elettricità, per poi rivenderlo alla riva destra — cioè alla Moldova sotto controllo governativo — a prezzi relativamente contenuti. Il presunto debito di Moldovagaz verso Gazprom — rivendicato da Gazprom per circa 709 milioni di dollari, ma contestato da Chișinău sulla base di un audit internazionale[8] — è rimasto un terreno di disputa politica e negoziale.
Il circuito era questo: gas russo in entrata; dirottamento verso un territorio controllato da un regime separatista filorusso; trasformazione in elettricità da parte di una centrale fuori dalla giurisdizione effettiva di Chişinău; ritorno dell’energia verso la capitale a condizioni che rendevano politicamente costoso rompere il meccanismo. Per la Moldova significava bollette più basse rispetto alle alternative di mercato. Al contempo, significava finanziare indirettamente la sostenibilità economica della Transnistria e mantenere in vita un conflitto congelato che Mosca poteva scongelare a piacimento.[9]

Questo rimanda alla necessità di leggere la storia anche nella sua dimensione di compromesso politico interno. La Moldova fu certamente oggetto di coercizione esterna, ma fu anche un sistema politico ed economico che, in diverse fasi e sotto governi di diverso orientamento, trovò meno costoso amministrare la dipendenza che smontarla. La Transnistria era contemporaneamente un problema territoriale irrisolto, un fornitore energetico conveniente e un dispositivo di stabilizzazione sociale attraverso prezzi calmierati. Questa triplice funzione rese la rottura politicamente impraticabile per tre decenni.[10]

I numeri fotografano l’entità del vincolo alla vigilia della guerra. Circa il 75% del fabbisogno energetico moldavo era coperto da importazioni; tutto il gas proveniva da Gazprom; circa l’80% dell’elettricità consumata sulla riva destra era fornito dalla MGRES transnistriana. Moldelectrica, il gestore della rete di trasmissione, amministrava migliaia di chilometri di linee ad alta tensione sulla riva destra, ma una parte dell’infrastruttura situata in Transnistria restava sotto la sua giurisdizione solo nominalmente.[11]
Per trent’anni, dunque, la dipendenza non fu soltanto subita, fu anche amministrata.

2022–2026. Dal distacco da Mosca alla vulnerabilità di transito

Il 24 febbraio 2022 l’invasione russa dell’Ucraina spezza l’equilibrio. In quattro settimane la Moldova esce da IPS/UPS e il 16 marzo viene sincronizzata con ENTSO-E in via definitiva, anticipando di un anno il calendario previsto.[12] Era un’operazione di portata storica: uscire significava recidere un cordone tecnico che risaliva all’epoca sovietica. Entrare in ENTSO-E significava agganciare i propri generatori al sistema continentale europeo, condividere uno spazio in cui uno squilibrio in Moldova può propagarsi verso ovest e viceversa. La sincronizzazione, tuttavia, lasciava irrisolto il problema infrastrutturale. Garantiva la possibilità di operare nel perimetro tecnico del mercato europeo ma non creava ridondanza fisica. La Moldova restava collegata alla Romania attraverso poche linee, la principale delle quali era la Vulcănești–Isaccea. Le interconnessioni con l’Ucraina, ereditate dal sistema sovietico, restavano più numerose, ma l’Ucraina era ormai un paese in guerra le cui infrastrutture venivano sistematicamente colpite.

Il 1° gennaio 2025 il secondo shock: alla scadenza del contratto quinquennale tra Gazprom e Naftogaz, l’Ucraina rifiuta di rinnovare l’accordo di transito. La MGRES perde l’alimentazione che per decenni aveva garantito la sua operatività. L’impatto si distribuisce in modo asimmetrico.[13] In Transnistria il colpo è diretto: sospensione del riscaldamento centralizzato in pieno inverno, passaggio della centrale al carbone con capacità ridotta, chiusura di quasi tutte le attività industriali, blackout programmati, forte pressione sociale. Sulla riva destra l’effetto è indiretto ma grave: Chișinău deve sostituire rapidamente i volumi di elettricità perduti acquistando sul mercato romeno e ucraino a prezzi molto superiori.[14]

Poi, nel marzo 2026, il terzo passaggio. Gli attacchi russi contro infrastrutture ucraine mettono fuori uso la linea Vulcănești–Isaccea. E qui emerge il nuovo limite: anche l’import europeo è vulnerabile se passa attraverso pochi corridoi, in parte esposti alla guerra nel paese vicino.

Tre eventi, un’unica traiettoria. Nel 2022 la Moldova entra nel sistema europeo sul piano del coordinamento e delle regole. Nel 2025 crolla il vecchio modello basato su gas russo e MGRES. Nel 2026 si manifesta la fragilità del nuovo assetto. La vulnerabilità cambia forma, ma continua a definire il sistema.

Vulcănești–Chişinău. La linea che sposta il baricentro

La linea Vulcănești–Chişinău, prevista per la messa in esercizio entro la fine di maggio 2026, segna un primo cambio del paradigma. Lunga circa 157 chilometri, collega la sottostazione 400 kV di Vulcănești alla sottostazione 330 kV di Chişinău e permetterà di trasmettere fino a 630 MVA, pari a oltre il 50% del fabbisogno nazionale nelle ore di punta (fig. 5).[15] La sua importanza sta nel rafforzare il tratto interno necessario a trasportare verso la capitale l’elettricità acquistata sul mercato romeno ed europeo, riducendo la dipendenza dai nodi transnistriani.

È chiaro, tuttavia, che la nuova dorsale lasci aperte diverse vulnerabilità strutturali: la ridondanza resta parziale, la linea Bălți–Suceava continua a essere necessaria per rafforzare il collegamento con il nord della Romania[16], l’esposizione agli effetti della guerra sulle infrastrutture ucraine permane e i prezzi dell’energia restano legati alle dinamiche di mercato. Il suo significato è più circoscritto, ma decisivo: sposta il baricentro della sicurezza elettrica verso una geografia meno dipendente dai nodi ereditati dall’ordine sovietico.[17]

Dopo la dipendenza: il difficile governo della transizione

Sul piano istituzionale, l’Unione europea non finanzia soltanto infrastrutture fisiche. Condiziona i fondi alla costruzione di mercati più aperti e competitivi. Il Growth Plan per la Moldova, del valore massimo di 1,9 miliardi di euro per il periodo 2025–2027, è legato all’attuazione della Reform Agenda concordata con Bruxelles.[18] Questa agenda prevede, tra le altre cose, mercato del bilanciamento, designazione di un operatore di mercato nominato (NEMO), mercati day-ahead e intraday, condizioni per l’integrazione piena nel mercato elettrico europeo.[19] La posta in gioco è chiara: la liberalizzazione deve scongiurare la possibilità che il lessico europeo si sovrapponga a strutture di potere immutate. Il mercato moldavo resta oggi ibrido — elementi di apertura formale convivono con forte centralizzazione, ed Energocom continua a operare come acquirente dominante. Il rischio è quindi che l’uscita dalla dipendenza russa si traduca nella sostituzione di una rendita geopolitica esterna con un oligopolio domestico opaco. La sicurezza energetica oggi in Moldova non passa solo per la varietà dei fornitori ma anche nella qualità istituzionale, trasparenza dei contratti, indipendenza dell’autorità di regolazione e accesso effettivo di nuovi operatori.[20]

Sul piano transnistriano, il mutamento è più sottile, ma strategicamente rilevante. Il regime di Tiraspol sta progressivamente perdendo la propria rendita energetica. La crisi del 2025 lo ha evidenziato con nettezza: cessate le forniture gratuite di gas russo, la MGRES ha smarrito la capacità di trasformare quel flusso in autonomia economica e in leva negoziale. Il meccanismo di approvvigionamento della regione oggi risulta più oneroso, più volatile e maggiormente dipendente da intermediari esteri di quanto non fosse prima della guerra. Secondo fonti moldave, dal febbraio 2025 il gas destinato alla regione è veicolato attraverso una catena complessa, che include società con sede negli Emirati Arabi Uniti e la compagnia ungherese MET, prima di confluire in Moldovagaz per la distribuzione regionale. Il modello è garantito solo fino al 30 giugno 2026 e richiederà, in seguito, un’architettura più trasparente, con effetti diretti sui prezzi al consumo.[21] La Russia resta presente come sponsor politico e finanziario dello schema, ma non ricostituisce automaticamente la rendita precedente. Il risultato è una forma di sopravvivenza ridotta: sufficiente a evitare il collasso sociale, ma insufficiente a ripristinare pienamente il modello industriale transnistriano fondato sull’energia a basso costo. La fragilità di questo equilibrio si è riaffermata in marzo, quando la regione separatista ha registrato nuove carenze di gas, con limitazioni all’uso commerciale e al riscaldamento, a seguito del ricorso a forniture europee più costose e vulnerabili alle tensioni internazionali.[22] Il dato riveste un significato politico: Tiraspol non è più soltanto un terminale della pressione russa sulla sicurezza elettrica moldava; si configura anche come soggetto che, per evitare il collasso, deve attraversare filiere autorizzative e logiche di mercato sempre più connesse a Chișinău, ai partner regionali e all’Unione europea.

Anche il rifiuto dei 60 milioni di euro di assistenza europea nel febbraio del 2025 può essere letto in questa chiave. Tiraspol ha respinto un pacchetto pensato per attenuare la crisi energetica della riva sinistra perché l’offerta perché l’offerta era subordinata all’innalzamento delle tariffe al consumo, rimaste fino ad allora largamente simboliche[23]. Accettare quelle condizioni avrebbe significato intaccare uno dei pilastri del patto sociale interno del regime separatista: energia a basso costo, continuità amministrativa e protezione materiale minima in cambio di stabilità politica. Chişinău, dal canto suo, ha autorizzato il transito di gas russo pagato attraverso canali alternativi in volumi limitati — massimo 3 milioni di metri cubi al giorno, una quantità sufficiente a evitare una crisi umanitaria ma insufficiente a riavviare pienamente la produzione industriale — ponendo a sua volta condizioni, tra cui la trasmissione del canale pubblico Moldova 1 in Transnistria, lo smantellamento degli undici checkpoint installati dal 2022 nella zona di sicurezza e soluzione della questione della scuola in alfabeto latino di Rîbnița[24]. L’assistenza energetica si trasforma così in condizionalità istituzionale: gas ed elettricità diventano strumenti attraverso cui la Moldova e l’UE tentano di ricondurre la regione entro un quadro regolatorio comune.

La stessa dinamica emerge sul fronte economico‑amministrativo. La reintegrazione non procede, almeno per ora, tramite un accordo politico conclusivo, ma mediante pratiche “incrementaliste”: registrazione delle imprese, certificati d’origine, regimi doganali, sistemi di pagamento, circuiti bancari, accesso ai mercati e disciplina fiscale. Ciò rivela che la questione transnistriana assume una natura sempre più economica: numerose imprese operano già mediante canali moldavi, mentre il modello economico locale resta vulnerabile per l’esposizione strutturale agli shock energetici.[25]

I dati ufficiali moldavi confermano questa integrazione funzionale. Al 31 dicembre 2025, la Public Services Agency registrava 2.478 operatori economici attivi nella regione, in aumento rispetto ai 2.371 del 2023. Nel corso del 2025 essi hanno versato circa 166,7 milioni di lei in dazi sulle importazioni. Il governo interpreta questi numeri come prova del crescente utilizzo, da parte della riva sinistra, degli strumenti giuridici e amministrativi della Repubblica di Moldova.[26]

Si aggiunge, infine, il tentativo di ridurre gradualmente le eccezioni fiscali della riva sinistra. A fine marzo, i giornali moldavi riportavano l’esame di un progetto di legge volto a eliminare progressivamente le asimmetrie normative tra le due sponde del Nistro. Il testo prevede l’applicazione di IVA e accise su beni non essenziali già nel 2026, l’abrogazione dal 1º giugno 2026 di alcune esenzioni IVA relative alla fornitura di elettricità di bilanciamento e alle importazioni di gas naturale da Moldovagaz a Tiraspoltransgaz, nonché la standardizzazione delle operazioni doganali e fiscali degli operatori orientali entro il 1º gennaio 2030. La reintegrazione assume così la forma di una convergenza fiscale, doganale, energetica e regolatoria, più che di una soluzione politica repentina.[27]

Il quadro che emerge è quasi paradossale. La Transnistria è più debole, ma non per questo irrilevante. Dipende in misura crescente dalle decisioni di Chișinău, Bruxelles e degli intermediari regionali per la propria sostenibilità economica, ma ancora non è stata reintegrata nel sistema. In sostanza, la sua sopravvivenza dopo il 2025 dipende da un equilibrio di contenimento: abbastanza gas per evitare una crisi umanitaria, abbastanza controllo moldavo per impedire il ritorno alla vecchia rendita, abbastanza gradualità per non provocare un collasso sociale sulla riva sinistra. E questa ambivalenza ridefinisce i margini d’azione Chișinău. La Moldova non può permettersi il collasso della regione, perchè una crisi sociale o umanitaria sulla riva sinistra ricadrebbe immediatamente anche sulla riva destra, con ripercussioni sulla sicurezza, e sulla credibilità del percorso europeo.[28]

La domanda che ci si può porre deve essere più precisa di “cosa farà la Moldova della Transnistria?” — formulazione che apre un tema immenso e rischia la vaghezza. La questione più precisa è come cambia questo potere negoziale di Chișinău quando la sopravvivenza energetica ed economica della riva sinistra non dipende più soltanto da Mosca, ma da un intreccio complesso di reti, mercati, e assistenza europea.

La Russia, prevedibilmente, adatterà le proprie mosse. Se il controllo diretto delle forniture perde efficacia, Mosca può insistere su altri piani: destabilizzazione informativa, finanziamento di attori politici interni, uso della Transnistria come crisi umanitaria permanente da agitare sui media, pressione sulle infrastrutture ucraine che restano connesse all’equilibrio moldavo.[29] Non serve riportare la Moldova alla dipendenza totale per ostacolarne la sovranità; basta rendere costosa, intermittente e politicamente divisiva la transizione europea.


Note

[1] Governo della Repubblica di Moldova, 24 marzo 2026; Reuters, 24 marzo 2026.
[2] Governo della Repubblica di Moldova, 22 aprile 2026.
[3] Sulla disciplina dello stato d’emergenza moldavo, cfr. Legge della Repubblica di Moldova n. 212 del 24 giugno 2004, sul regime dello stato d’emergenza, d’assedio e di guerra; Corte costituzionale della Repubblica di Moldova, sent. n. 17 del 23 giugno 2020, relativa al controllo di costituzionalità di alcune disposizioni della Legge n. 212/2004 e della Decisione del Parlamento n. 55/2020, in particolare sui limiti temporali e funzionali dei poteri emergenziali, sull’equilibrio tra poteri e sul controllo di proporzionalità; Regolamento (UE) 2019/941 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 giugno 2019, sulla preparazione ai rischi nel settore dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 2005/89/CE; Energy Community Ministerial Council, Decision 2021/13/MC-EnC, relativa all’incorporazione nell’acquis della Comunità dell’Energia della Direttiva (UE) 2019/944 e del Regolamento (UE) 2019/941; Energy Community Ministerial Council, Decision 2022/03/MC-EnC, sull’integrazione del mercato elettrico e sul completamento dell’Electricity Integration Package; Ministero dell’Energia della Repubblica di Moldova, Regulation on exceptional situations in the electricity sector; Government of the Republic of Moldova, Ministry of Energy, Action Plan for Emergency Situations in the Electricity Sector, 2024, spec. pp. 4–6, 19–24, 29–33, 66–80.
[4] Cfr. German Economic Team, “Ukraine’s electricity grid synchronisation with the EU”, in Newsletter Ukraine, n. 162, aprile 2022.
[5] Parlamento europeo, 13 novembre 2014; ENTSO-E, 16 marzo 2022; Consiglio europeo, 23 giugno 2022.
[6]  World Bank, Moldova Power System Development Project, Report n. PAD3147, 9 aprile 2019.
[7] Governo della Repubblica di Moldova, Ministero dell’Energia, Action Plan for Emergency Situations in the Electricity Sector, 2024, pp. 11–14.
[8] Reuters, 6 settembre 2023.
[9] Cfr. M. M. Balmaceda, Energy Dependency, Politics and Corruption in the Former Soviet Union: Russia’s Power, Oligarchs’ Profits and Ukraine’s Missing Energy Policy, 1995–2006, Routledge, London-New York, 2008
[10] N. Douglas, Energy Crisis in Moldova: Russia’s Game with Uncertainty, op. cit., p. 12–14
[11] IEA, 2022.
[12]ENTSO-E, 2022.
[13] Le Monde, 12 gennaio 2025.
[14] N. Douglas, Energy Crisis in Moldova: Russia’s Game with Uncertainty, op. cit. p. 17.
[15] Moldova1, 11 marzo 2026.
[16] Governo della Repubblica di Moldova, Action Plan for Emergency Situations in the Electricity Sector, op.cit., pp. 13–14.
[17] EBRD, 2023.
[18] Commissione europea, 2024–2025.
[19] Associated Press, 4 febbraio 2025.
[20] Sul rapporto tra sicurezza energetica, riforme di mercato e qualità della governance nel caso moldavo, si vedano I. Ion, V. M. Dincă, “The Energy Security of the Republic of Moldova Concerning the Policies Adopted by the European Union: A Multi-Faceted and Complex Topic”, in Proceedings of the International Conference on Business Excellence, vol. 18, n. 1, 2024, pp. 2386–2396; N. Platon, T. Vieru, “The Specific Risks of the Energy Market of the Republic of Moldova in Times of Crisis”, in Annual International Scientific Conference ‘Competitiveness and Innovation in the Knowledge Economy’, 23–24 settembre 2022, pp. 66–73.
[21] Radio Moldova, 28 marzo 2026.
[22] Reuters, 5 marzo 2026.
[23]European Pravda, 10 febbraio 2025; European Pravda, 11 febbraio 2025.
[24] Carnegie Endowment for International Peace, “Moldova’s Window to Reintegrate Breakaway Transnistria”, in Politika, 30 ottobre 2025,
[25] L. Pleșca, Transnistria: Pain-Free Reintegration?, Gernam Marshall Fund, 11 marzo 2026. 
[26] Governo della Repubblica di Moldova, 27 gennaio 2026.
[27] Moldpres, 5 maggio 2026.
[28] R. Genté, Transnistria: the Achilles heel of Moldova’s European future?, Fondation Robert Schuman, 10 marzo 2026.
[29] Sul nesso tra vulnerabilità energetica, pressione russa e sicurezza moldava dopo il 2022, Sul nesso tra vulnerabilità energetica, pressione russa e sicurezza moldava dopo il 2022, cfr. S. Secrieru, “How Did Russia’s War Against Ukraine Reshape Moldova’s Security Perspective?”, ISPI, 7 settembre 2022; S. Vasile, “Moldova’s Fragile Security Situation”, in N. Putină e A. Solcan, a cura di, Strengthening Security and Stability in the New National, Regional and Global Realities, Chișinău, 2024, pp. 1–4; B. Coretchi e V. Toma, “The Republic of Moldova between the Regional Energy Crisis and European Integration: The Impact of the Conflict in Ukraine on National Energy Policies”, in Modernization of Economy: Current Realities, Forecast Scenarios and Development Prospects, atti della VII International Scientific-Practical Conference, Kherson–Khmelnytskyi, 17–18 aprile 2025, pp. 385–386; I. Ion e V. M. Dincă, “The Energy Security of the Republic of Moldova Concerning the Policies Adopted by the European Union: A Multi-Faceted and Complex Topic”, in Proceedings of the International Conference on Business Excellence, vol. 18, n. 1, 2024, pp. 2386–2396; N. Platon e T. Vieru, “The Specific Risks of the Energy Market of the Republic of Moldova in Times of Crisis”, in Annual International Scientific Conference ‘Competitiveness and Innovation in the Knowledge Economy’, 23–24 settembre 2022, pp. 66–73.


Foto copertina: Rete di trasmissione elettrica esistente in Moldova