Il bilancio pluriennale europeo 2028-2034 sarà probabilmente più flessibile rispetto al passato, ma difficilmente potrà sostenere una reale strategia di crescita dell’UE.
La proposta della Commissione e la posizione del Parlamento
La discussione sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione Europea entrerà nel vivo nei prossimi mesi, quando i negoziati tra Parlamento e Consiglio definiranno quanto e come modificare, o meno, la proposta iniziale della Commissione.
Il Quadro finanziario pluriennale è lo strumento di bilancio dell’UE, a norma dei Trattati, che determina importi e settori di spesa dell’Unione su cicli di sette anni. Il nuovo MFF (Multiannual Financial Framework) coprirà il periodo 2028-2034. L’iter legislativo prende avvio con una proposta della Commissione e prevede quindi l’adozione del bilancio all’unanimità da parte del Consiglio Europeo, previa approvazione a maggioranza assoluta del Parlamento.
La proposta della Commissione[1] (lanciata nel luglio 2025 e successivamente integrata lo scorso settembre) prevede un budget totale per l’intero periodo di circa duemila miliardi di euro, pari all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’UE stimato nel settennio, e definisce delle poste di bilancio meno rigide rispetto al passato, con l’obiettivo di garantire maggiore flessibilità per reagire ad eventi imprevisti. Finalità ragionevole, ma che rischia di minare consistenza e stabilità degli impegni di spesa, lasciando un ampio margine di discrezionalità ai governi nazionali.
Il Parlamento ha definito la propria posizione lo scorso aprile, chiedendo un incremento del 10% (200 miliardi in più), principalmente allo scopo di evitare che il rimborso del debito del programma NextGenerationEU (che andrà a pesare per l’8% sul prossimo MFF) vada a scapito dei programmi di investimento. Inoltre, chiede bilanci distinti e certi per i fondi destinati all’agricoltura e alla coesione territoriale, due storiche e importanti poste di bilancio che nella proposta della Commissione diventano soggette a discrezionalità statale.
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Il Consiglio e l’ambivalenza del PPE
Il Consiglio deve ancora definire la propria posizione negoziale, ma è orientato al contrario per una riduzione del bilancio[2]. Come altre volte nel passato, molti governi nazionali spingono per limitare la capacità di bilancio comune, impedire la maggiore disponibilità di risorse proprie (attualmente costituite da dazi doganali, percentuali sull’IVA, contributi diretti dei Paesi membri e tassa sui rifiuti di imballaggi plastici non riciclati) e ridurre le spese amministrative (personale, gestione dei servizi, edifici e infrastrutture).
Il risultato delle negoziazioni sarà presumibilmente influenzato dall’esito delle oscillazioni del PPE: la famiglia dei partiti popolari europei ha per ora un atteggiamento ambivalente, schierata in Parlamento per un aumento del bilancio UE (assieme con socialisti, liberali e verdi), e contraria invece in seno al Consiglio europeo, dove i leader popolari al governo sono per i tagli al bilancio. Per non menzionare la contrarietà a nuovo debito comune, ufficialmente ancora recentemente confermata[3] ma difficilmente sostenibile di fronte alla realtà.
Uno strumento pensato per tempi diversi dagli attuali
Un compromesso ragionevole verrà trovato, come sempre. Ma di fronte alla rapidità e imprevedibilità dei cambiamenti storici che il mondo sta vivendo, sarebbe il caso di interrogarsi sulla validità stessa dello strumento, pensato per tempi molto diversi e molto più stabili. Un bilancio pluriennale, più o meno rigido, basato sull’assunto di una stabilità relativa dei fattori economici che non esiste più e che rischia di rimanere un bell’esercizio contabile, incapace di prevedere le reali esigenze finanziarie dei prossimi anni: come avrà cambiato l’Intelligenza Artificiale il mondo del lavoro nel 2034? Come saranno ridefinite le catene di approvvigionamento globale dal caos geopolitico attuale? Quali saranno veramente le esigenze di spesa per la difesa nei prossimi anni? Per non parlare della scala: duemila miliardi può sembrare molto, ma si tratta di poco più dell’1% del reddito nazionale europeo. Finanziariamente, poco più di nulla. Oltre che inefficace in termini di programmazione delle direttrici di sviluppo economico che si intendono attuare.
La vera sfida è infatti disegnare e realizzare una strategia industriale e di sicurezza europea, che individui i grandi obiettivi da raggiungere e vi destini le risorse finanziarie adeguate: sicurezza delle forniture energetiche e transizione verde, competitività e filiere strategiche, rafforzamento della difesa e mantenimento della cooperazione internazionale, e via discorrendo. Tutto ciò richiede un bilancio europeo molto più consistente e un forte coordinamento delle politiche fiscali, dunque un passaggio convinto di risorse e strumenti dai vari livelli nazionali a un livello europeo sovraordinato. Passaggio non facile, ma necessario. Per usare uno slogan, non capitoli di spesa ma obiettivi strategici. E risorse adeguate.
Note
[1] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/eu-budget/long-term-eu-budget/eu-budget-2028-2034_en
[2] “Battle of the Budget: EU Parliament vs. Germany. Berlin and its frugal allies are pushing for a smaller EU cash pot from 2028 to 2034”, Politico, 28/04/2026.
[3] Intervista del ministro delle Finanze Lars Klingbeil alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, 22/02/2026.
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