Evoluzione della sovranità e dinamiche di egemonia nell’era della New Space Economy.
Di Eleonora Strano
Dalla Res Communis al dominio strategico: La mutazione ontologica dello spazio extra-atmosferico
L’architettura giuridica dello spazio extra-atmosferico, storicamente incardinata nel principio della res communis omnium e formalizzata dal Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967, è attualmente oggetto di una metamorfosi ontologica e funzionale di natura irreversibile[1]. Per un lungo arco temporale, l’ordinamento internazionale (condizionato dall’equilibrio geopolitico bipolare del secondo Novecento) ha interpretato il cosmo quale patrimonio comune dell’umanità, configurandolo come una frontiera sottratta alle pretese di sovranità nazionale e destinata esclusivamente a finalità scientifiche e alla cooperazione pacifica. Lo Spazio veniva pertanto sussunto nella categoria di ‘non-luogo’ giuridico, una dimensione teleologica finalizzata al progresso disinteressato della specie e normativamente protetta contro ogni logica di appropriazione statuale o privatistica[2].
L’attuale erosione di questo impianto normativo ha tuttavia determinato una riconfigurazione radicale del settore, per cui lo Spazio non è più percepito come bene pubblico globale regolato dal diritto internazionale classico, bensì come dominio strategico e arena competitiva a trazione privatistica. Questa transizione non costituisce un semplice avanzamento tecnologico nel campo della vettoristica, ma riflette un profondo riorientamento della dottrina economica applicata al cosmo. Si assiste, nello specifico, al passaggio critico da una logica di ‘esplorazione’, orientata alla scoperta scientifica pura e sostenuta da investimenti pubblici a fondo perduto, a una logica di sfruttamento (exploitation). L’ambiente extra-atmosferico viene progressivamente integrato nelle dinamiche del capitale finanziario e industriale, trasformandosi da oggetto di indagine scientifica in risorsa strumentale inserita nei cicli di accumulazione e nelle catene del valore della modernità avanzata[3]. Tale mutamento di prospettiva postula la necessità di un nuovo apparato regolatorio che sia in grado di mediare tra il divieto di appropriazione nazionale e le emergenti istanze di sfruttamento commerciale delle risorse spaziali.
In questo rinnovato orizzonte, l’universo viene quantificato secondo una metrica inedita, in cui il valore è declinato esclusivamente come profitto operativo e rendimento finanziario. L’espansione spaziale, pertanto, cessa di essere una prerogativa monopolistica delle missioni di Stato (tradizionalmente intese come proiezione della potenza nazionale) per trasmutarsi nell’obiettivo strategico di conglomerati tecnologici transnazionali[4]. Suddetti attori non si configurano come meri prestatori di servizi per conto di agenzie governative, ma agiscono quali entità autonome guidate da logiche di mercato che tendono a divergere dai criteri di legittimità territoriale e dai vincoli del diritto internazionale consuetudinario.
Si profila, di conseguenza, l’istituzione di una forma di sovranità tecnologica o para-statale, all’interno della quale i grandi player privati non si limitano alla gestione delle infrastrutture, ma giungono a determinare l’agenda politica globale. Questa nuova dimensione del potere sfida i confini della giurisdizione statale tradizionale: se storicamente lo Stato esercitava la propria autorità sul territorio, il soggetto privato esercita oggi un’influenza determinante attraverso il controllo delle orbite e dello spettro delle frequenze[5]. La territorializzazione dello spazio non avviene dunque tramite la demarcazione di confini geografici, bensì attraverso il congestionamento funzionale e l’occupazione fisica delle traiettorie orbitali più vantaggiose.
L’impatto di tale mutazione assume una natura duplice e ambivalente. In primis, la pressione competitiva e la riduzione dei costi d’accesso accelerano i processi di innovazione tecnologica; In secundis, si introduce un paradosso di interdipendenza sistemica, per cui lo sviluppo economico terrestre diviene indissolubilmente vincolato alla stabilità di un dominio spaziale ormai soggetto alla volatilità dei mercati e alle ambizioni di singoli attori privati[6]. In ultima analisi, lo spazio extra-terrestre decade dal suo status di ‘grande vuoto’ per assurgere a risorsa di primaria densità politica ed economica del XXI secolo, segnando il definitivo passaggio dalla geopolitica classica a un’astropolitica orientata al profitto[7].
La politicizzazione della deregulation e la nuova egemonia infrastrutturale
Nel panorama geopolitico contemporaneo, la metamorfosi dello Spazio in zona competitiva privata trova la sua massima espressione analitica nell’alleanza strategica tra l’amministrazione statunitense e i vertici della New Space Economy, con SpaceX nel ruolo di attore egemone. L’asse politico-tecnologico tra la presidenza Trump ed Elon Musk non si configura come una mera collaborazione contrattuale, ma rappresenta un caso studio paradigmatico di come il potere politico possa agire da catalizzatore deliberato per l’affermazione di un’egemonia privata transnazionale, ridefinendo i contorni della sovranità nel XXI secolo[8]. Sotto questa visione dottrinale, la supremazia spaziale statunitense subisce un movimento del baricentro operativo: la proiezione della potenza non è più mediata esclusivamente dalle agenzie governative tradizionali, ma avviene tramite l’integrazione strutturale di attori privati nel complesso militare-industriale e digitale[9].
La strategia di deregulation aggressiva non mira semplicemente a una semplificazione burocratica, ma all’istituzione di un quadro normativo volto a legittimare l’appropriazione delle risorse extra-atmosferiche. Attraverso la promozione di strumenti quali gli Artemis Accords, l’amministrazione punta a consolidare un diritto di proprietà de facto sulle risorse e sulle cosiddette ‘zone di sicurezza’ lunari[10]. Suddetto approccio aggira sistematicamente le restrizioni dell’ordinamento internazionale classico, trasformando le lacune normative in un vantaggio competitivo per i first movers americani. Si assiste, dunque, a una territorializzazione funzionale, in cui la legittimità giuridica non discende dalla mera bandiera nazionale, ma dall’effettiva presenza di infrastrutture di scavo e piattaforme di lancio.
L’istituzione del Department of Government Efficiency (DOGE) segna una fusione ontologica tra l’apparato burocratico dello Stato e la logica disruptive del mercato ad alto rischio. Questa simbiosi trascende la mera ottimizzazione dei costi, puntando alla trasformazione dello spazio in un asset economico liquido[11]. Parametri industriali quali velocità di lancio e riutilizzabilità dei vettori diventano i nuovi indicatori della potenza nazionale. Lo Stato non abdica alla propria funzione sovrana, ma si riconfigura come ‘Stato-Piattaforma’, agendo da garante giuridico e finanziario per un’infrastruttura commerciale privata che assicura il controllo strategico delle orbite basse e dei punti di Lagrange.
Questa evoluzione solleva interrogativi critici sulla governance futura. La sovranità tecnologica esercitata dai grandi attori privati, sotto l’egida governativa, crea un precedente in cui singoli individui detengono il potere di influenzare la connettività globale e la sicurezza nazionale attraverso costellazioni satellitari e programmi di difesa integrata[12]. Il rischio intrinseco risiede nella nascita di un ordine spaziale in cui le decisioni strategiche non rispondono a processi democratici o trattati multilaterali, ma a visioni personalistiche di ‘destino manifesto’. Lo Spazio diviene così il laboratorio di un nuovo capitalismo politico, dove la distinzione tra l’interesse pubblico della nazione e l’interesse privato del tecnocrate tende a sfumarsi, ponendo le basi per una competizione globale priva di parità di condizioni per gli altri attori internazionali[13].
Leggi anche:
- Esplorazione spaziale e Selenopolitica, prospettive della V Conferenza Nazionale di Geopolitica dello Spazio.
- La Legge Italiana sull’Economia dello Spazio
La risposta globale e la frammentazione dell’ordine spaziale: Oltre l’egemone americano
L’affermazione della zona competitiva a trazione statunitense, catalizzata dalla sinergia tra l’amministrazione Trump e SpaceX, ha innescato una reazione sistemica che riconfigura la geografia del potere extra-atmosferico. Se l’asse Washington-Boca Chica persegue una fusione tra apparato statale e campioni industriali fondata sulla deregulation, gli altri attori internazionali sono costretti a negoziare la propria sopravvivenza strategica tra l’adozione speculare del modello americano e la difesa di una sovranità tecnologica nazionale minacciata dall’obsolescenza[14].
In netta contrapposizione alla proiezione privatistica statunitense, la Cina persegue una strategia di fusione civile-militare centralizzata. Pechino non delega la sovranità ad attori privati autonomi, ma strumentalizza le imprese di Stato e un ecosistema di start-up integrate nell’apparato del Partito-Stato quali bracci operativi della propria politica estera. La competizione per il controllo delle risorse del polo sud lunare e l’istituzione della Stazione di Ricerca Lunare Internazionale (ILRS) rappresentano il tentativo di codificare un ordine spaziale alternativo agli Artemis Accords[15]. Lo Spazio muta ulteriormente in un’estensione della sovranità statale terrestre, frammentando l’ambiente extra-atmosferico in blocchi di influenza geopolitica contrapposti che ricalcano le faglie della nuova competizione tecnologica globale.
L’Unione Europea, tramite l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), attraversa una fase di vulnerabilità strutturale, evidenziata dalla crisi dei lanciatori e dalla dipendenza dai vettori statunitensi per l’accesso autonomo all’orbita. L’assenza di un campione industriale europeo capace di operare con le economie di scala di SpaceX pone Bruxelles dinanzi a una sfida dicotomica: la necessità di stimolare un mercato interno competitivo e il tentativo di esercitare un potere normativo (normative power) spaziale[16].
L’Europa prova a preservare i princìpi del Trattato del 1967 promuovendo standard di sostenibilità e regolamenti rigorosi per la mitigazione dei detriti spaziali (space debris), nell’intento di arginare uno sfruttamento percepito come predatorio e guidato da logiche di profitto a breve termine.
Parallelamente, attori quali India, Giappone ed Emirati Arabi Uniti impiegano la zona competitiva come strumento di soft power e di diversificazione economica accelerata. Per queste stesse nazioni, la New Space Economy rappresenta un’opportunità di leapfrogging tecnologico: tramite l’acquisizione di servizi da entità private, esse affermano una presenza sovrana in orbita senza la necessità di sviluppare l’intera filiera industriale autoctona[17]. Tale fenomeno alimenta un mercato globale dei servizi spaziali estremamente fluido; il rapporto tra Stato-cliente e azienda-fornitrice ridefinisce i tradizionali rapporti di forza diplomatici.
Suddetti approcci pluralistici (dal capitalismo di Stato cinese alla deregulation americana, fino al normativismo europeo) confluiscono in un rischio sistemico di frammentazione regolatoria. In assenza di un arbitro internazionale riconosciuto, la zona competitiva privata rischia di trasformarsi in un’area di anarchia operativa: la protezione degli asset orbitali diviene un pretesto per la militarizzazione dello spazio[18]. L’interazione tra questi non è, pertanto, limitata ai consessi multilaterali, ma si manifesta attraverso il congestionamento fisico delle orbite basse; l’occupazione delle frequenze e dei piani orbitali assurge a nuovo strumento di coercizione politica.
‘andare per restare’ in un nuovo ordine liberale
In ultima istanza, la trasmutazione dello spazio extra-atmosferico in una dimensione competitiva privatistica sancisce il definitivo tramonto dell’utopia internazionalista caratteristica del XX secolo. La definizione di nuove metriche del valore, imperniate sulla redditività delle risorse extra-terrestri e sull’efficienza delle infrastrutture orbitali, attesta la proiezione dell’umanità verso l’ambiente cosmico ormai indissolubilmente vincolata alle dinamiche del capitale finanziario e alla competizione egemonica tra potenze.
Il paradigma del cosiddetto ‘Andare per Restare’ non delinea, pertanto, esclusivamente una necessità logistica o scientifica, ma riflette una volontà politica di stabilizzazione del dominio nel vuoto extra-atmosferico. Questo nuovo assetto, tuttavia, appare intrinsecamente fragile: la frizione tra le ambizioni autocratiche dei colossi tecnologici, la spinta egemonica degli Stati-nazione e i vincoli fisici della sostenibilità orbitale determina un equilibrio precario[19]. La possibilità che lo spazio evolva nel motore di una nuova stagione di prosperità economica o, al contrario, nel teatro di un conflitto globale dipende dalla capacità di sussumere le potenze private all’interno di un quadro di responsabilità che trascenda la logica del profitto immediato.
La possibilità di consolidare la presenza umana nel cosmo implica l’accettazione della sfida di abitare l’instabilità, tentando di rifondare un Nuovo Ordine Liberale capace di governare l’infinità spaziale senza soccombere alle sue stesse logiche di sfruttamento predatorio. La crisi della governance globale riflette dunque l’incapacità di mediare tra l’espansione tecnologica e la tutela del bene comune, rendendo necessaria una revisione dei paradigmi dell’ordine internazionale per evitare che l’astropolitica del profitto conduca a un naufragio sistemico delle istituzioni liberali[20].
L’economia spaziale è il fulcro di una nuova architettura del potere globale che impone una riflessione profonda sulla sostenibilità politica e ambientale del nostro futuro extra-terrestre.
E come per Marte, bisognerà approntare tutto affinché la ricerca possa indagare come questi fenomeni si inseriscano in un contesto strategico, segnato da ambiguità tecnologica e politica. «Si vuole non solo conoscerlo, questo infinito ignoto, ma anche abitarlo» [21].
Note
[1] United Nations, Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space, including the Moon and Other Celestial Bodies, 1967. Il pilastro del diritto spaziale internazionale.
[2] Lyall, F., & Larsen, P. B., Space Law: A Treatise, Routledge, 2018.
[3] Hertzfeld, H. R., Commercial Space Activities and the Law, in “Oxford Research Encyclopedia of Planetary Science”, 2007.
[4] Von der Dunk, F. G., Handbook of Space Law, Edward Elgar Publishing, 2015.
[5] Jakhu, R. S., & Pelton, J. N., Global Space Governance: An International Study, Springer, 2017.
[6] Weinzierl, M., Space, the Final Economic Frontier, Journal of Economic Perspectives, 2018.
[7] Dolman, E. C., Astropolitik: Classical Geopolitics in the Space Age, Frank Cass, 2002.
[8] Pauselli, G., The New Space Race: Sovereignty and Privatization, Journal of International Affairs, 2021.
[9] Harrison, T., Battleground Space: The Next Great Power Competition, Center for Strategic and International Studies (CSIS), 2020.
[10] Artemis Accords, Principles for Cooperation in the Civil Exploration and Use of the Moon, Mars, Comets, and Asteroids for Peaceful Purposes, 2020. Il documento chiave per la comprensione delle “safety zones” e dello sfruttamento delle risorse.
[11] Mazzucato, M., & Robinson, D., The Moonshot Economy: Strategic Public-Private Partnerships, Oxford University Press, 2023.
[12] Vergeer, F., Starlink and the Privatization of Global Connectivity, Space Policy Journal, 2022.
[13] Slobodian, Q., Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without Democracy, Allen Lane, 2023.
[14] Al-Ekabi, C., European Autonomy in Space: Strategies and Challenges, Springer, 2023.
[15] Pollpeter, K., & Lewis, J., China’s Space Narrative: Examining the Portrayal of Space Power, Air University Press, 2020.
[16] Wouters, J., & Hansen, N., The European Union’s Space Policy: A Law and Policy Analysis, Edward Elgar, 2022.
[17] Lele, A., The New Space Age: Questions for India, Pentagon Press, 2021.
[18] Bowen, B. E., War in Space: Strategy, Spacepower, Geopolitics, Edinburgh University Press, 2020.
[19] Aresu, A., Il dominio del XXI secolo, Feltrinelli, 2020.
[20] Parsi, V. E., Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, Il Mulino, 2018.
[21] Cozzi, E., Geopolitica dello spazio, Il Saggiatore, 2024.













