Le ambiguità della “pace” russa

Vladimir Putin
Vladimir Putin

Putin parla di negoziati, ma il conflitto resta bloccato tra diffidenze europee, condizioni irricevibili e una guerra che nessuno riesce a vincere.


Per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, Vladimir Putin ha lasciato intendere che la guerra potrebbe entrare in una fase conclusiva. A margine delle celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca, il presidente russo ha affermato che il conflitto starebbe “avvicinandosi alla fine”, dichiarandosi disponibile a discutere nuovi accordi di sicurezza per l’Europa e aprendo, almeno formalmente, alla possibilità di un incontro con Volodymyr Zelensky.
L’apertura, tuttavia, appare più tattica che sostanziale. Putin ha infatti precisato che qualsiasi faccia a faccia con il presidente ucraino potrà avvenire soltanto dopo la definizione di un accordo complessivo di pace, definito dal Cremlino come una soluzione “storica e di lungo periodo”. Nella narrativa russa, questa formula implica ancora neutralità permanente dell’Ucraina, esclusione dalla Nato e riconoscimento delle conquiste territoriali ottenute da Mosca negli ultimi anni. Condizioni che Kiev continua a considerare inaccettabili.
Nel suo intervento, Putin ha inoltre ribadito la linea propagandistica adottata dal Cremlino fin dall’inizio della guerra: la Russia si troverebbe a combattere contro un’Ucraina sostenuta militarmente e politicamente dall’intero blocco occidentale. Un messaggio rivolto soprattutto all’opinione pubblica interna, utile a giustificare la prosecuzione di un conflitto che ha trasformato l’economia russa in un’economia di guerra e aggravato l’isolamento internazionale del paese.

Una parata simbolicamente più debole

Anche il contesto in cui sono arrivate queste dichiarazioni è stato letto da molti osservatori come significativo. La parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa è apparsa più contenuta rispetto agli anni precedenti. L’assenza di gran parte dei sistemi militari pesanti – carri armati, missili balistici e lanciarazzi – ha colpito analisti e diplomazie occidentali, soprattutto perché la celebrazione della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale rappresenta da sempre uno dei principali strumenti simbolici del potere russo.
Secondo diverse fonti internazionali, il Cremlino avrebbe limitato l’esposizione militare per timore di possibili attacchi ucraini o sabotaggi, segnale che la guerra continua a incidere anche sulla percezione di sicurezza interna della Russia. A questo si aggiunge la partecipazione ridotta di leader stranieri e l’accesso limitato a molte testate internazionali, elementi che hanno contribuito a rafforzare l’immagine di una Russia più isolata rispetto al passato.
Nei giorni della commemorazione era entrato in vigore anche un cessate il fuoco temporaneo mediato dagli Stati Uniti, rapidamente naufragato tra accuse reciproche di violazioni da parte di Mosca e Kiev. L’episodio conferma quanto fragile resti qualsiasi tentativo di tregua stabile.

Leggi anche:

L’Europa ascolta, ma resta diffidente

Le capitali europee hanno accolto con prudenza le parole del presidente russo. Il motivo principale è il profondo divario tra le dichiarazioni diplomatiche e la situazione reale sul terreno. Mosca continua a chiedere il controllo definitivo delle regioni occupate nell’est dell’Ucraina, mentre Kiev pretende garanzie di sicurezza concrete e il pieno rispetto della propria integrità territoriale.
Particolare irritazione ha suscitato il riferimento di Putin a Gerhard Schröder come possibile interlocutore privilegiato con l’Europa. L’ex cancelliere tedesco, da anni legato agli interessi energetici russi attraverso incarichi in società come Nord Stream e Rosneft, viene considerato da gran parte delle istituzioni europee troppo vicino al Cremlino per poter svolgere un ruolo credibile di mediazione.
L’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Kaja Kallas, ha sottolineato come Schröder abbia agito per anni da lobbista delle aziende statali russe, rendendo difficile immaginare una sua neutralità nel processo negoziale. Anche il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha ribadito che l’obiettivo dell’Unione resta una “pace giusta e duratura”, pur riconoscendo che prima o poi sarà inevitabile riaprire un canale diretto di confronto con Mosca sulle questioni di sicurezza continentale.
Secondo il Financial Times, i governi europei starebbero già discutendo quale strategia adottare qualora si aprisse davvero una fase negoziale.

Una guerra senza vincitori

Dopo oltre quattro anni di guerra, il conflitto sembra essersi trasformato in una lunga fase di logoramento. La Russia controlla ancora circa un quinto del territorio ucraino, ma non è riuscita a completare la conquista del Donbass; allo stesso tempo, le controffensive ucraine non hanno ottenuto risultati decisivi nelle aree strategiche occupate da Mosca.
Secondo analisti occidentali e fonti citate da The Guardian, Putin continuerebbe a puntare a consolidare militarmente il controllo sull’Ucraina orientale prima di qualsiasi reale trattativa. Questo spiega perché, nonostante i segnali diplomatici, il Cremlino continui a mantenere condizioni molto rigide per un eventuale accordo.
La frase di Putin secondo cui la pace dovrebbe fondarsi su una “prospettiva storica di lungo termine” lascia intendere che Mosca non abbia rinunciato all’obiettivo strategico di mantenere l’Ucraina nella propria sfera d’influenza. Ma il campo di battaglia racconta una realtà diversa rispetto alle aspettative iniziali del Cremlino: la guerra non ha prodotto né una vittoria rapida né il collasso politico di Kiev.
Ottant’anni dopo la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, la Russia continua dunque a evocare la memoria del passato per rafforzare il consenso interno, mentre combatte una guerra che non riesce a chiudere né a vincere davvero.


Foto copertina: Vladimir Putin