L’ONU riapre il dossier Siria: l’inchiesta indipendente della Commissione riparte da as-Suwayda

Un funzionario ONU di spalle osserva la bandiera siriana appesa a un edificio danneggiato durante una visita istituzionale.
Bandiera su un edificio danneggiato in Siria durante visite istituzionali.

Nel quadro della complessa transizione siriana del 2026, il nuovo rapporto della Commissione d’Inchiesta ONU sulla Repubblica Araba Siriana riaccende i riflettori sulle violazioni documentate nel governatorato di as-Suwayda lo scorso luglio.
Tra il censimento di oltre 1.700 vittime e la realtà di un territorio atomizzato, l’indagine indipendente cerca di imporre un paradigma di accountability che si scontra con la resistenza delle logiche di potere locali e quello che sembrerebbe delinearsi come un nuovo disimpegno strategico dei grandi attori globali.


di Samuele Firera

Il ruolo investigativo della Commissione ONU d’inchiesta sulla Siria: dalle Primavere arabe ad oggi

Era il 22 agosto 2011 quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) istituì la Commissione d’inchiesta sulla Repubblica Araba Siriana. Erano trascorsi circa sei mesi dall’ondata di manifestazioni partite dalla società civile tunisina e propagatasi nel Medio Oriente, passate alla storia come “Primavere arabe”. In Siria, la risposta del regime di Bashar al-Assad determinò una rapida escalation delle violenze attraverso un uso sistematico della forza. Il conflitto, civile si trasformò presto in una guerra armata che richiese un intervento urgente di una Commissione indipendente delle Nazioni Unite. L’obiettivo dichiarato dell’organo investigativo era indagare su tutte le presunte violazioni del diritto internazionale dei diritti umani a partire da marzo 2011, con il fine ultimo di garantire che gli autori delle violazioni, comprese quelle configurabili come crimini contro l’umanità, fossero chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Oggi la Commissione, dopo una fase di transizione iniziata con il governo di Ahmad al-Sharaa, ha rilanciato in modo deciso la sua attività investigativa indipendente. La recente pubblicazione del 27 marzo 2026 testimonia come la necessità di indagare su eventuali violazioni dei diritti umani sul territorio siriano non sia affatto esaurita con la fuga di Bashar al-Assad e il crollo del suo regime. A sottolinearlo con forza è stata la stessa società civile siriana: in un momento delicatissimo di ridefinizione del potere e della leadership, la garanzia dell’autonomia investigativa della Commissione è stato percepito da alcuni membri della società il pilastro fondamentale per la tutela degli attori locali.

La rivendicazione civile siriana per una Commissione indipendente

La recente mobilitazione della società civile per rivendicare il ruolo indipendente della Commissione si inserisce nel contesto degli eventi verificatisi nella provincia di as-Suwayda a partire dal luglio 2025. Secondo le ricostruzioni consolidate, gli scontri originarono da tensioni tra gruppi armati della comunità drusa e tribù beduine sunnite, inizialmente legate a dinamiche di sicurezza locale, inclusi episodi di rapimenti e violenze intercomunitarie. Questa spinta per l’indipendenza si tradusse in un’azione concreta: il 28 luglio 2025 fu aperta una dichiarazione pubblica alle firme che raccolse l’adesione di oltre 3.200 attivisti, cittadini e membri di organizzazioni della società civile.[1]
La dichiarazione, resa pubblica intorno al 19 agosto 2025, sollecitava ufficialmente il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a garantire l’accesso della Commissione e del Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente (IIIM)[2] nelle aree colpite. Il testo chiedeva che organi neutrali raccogliessero prove, conducendo interviste e documentando responsabilità senza interferenze governative o delle autorità locali, respingendo esplicitamente le indagini affidate esclusivamente a organismi nazionali.

Tra dinamiche socio-demografiche e vuoti di potere ad as-Suwayda

La provincia di as-Suwayda, nel sud della Siria al confine con Israele, rappresenta l’epicentro della minoranza drusa (circa il 15% della popolazione nazionale, con 500-700 mila residenti). Caratterizzata da una struttura sociale coesa e guidata da leader religiosi e tribali, la regione ospita anche diverse tribù beduine sunnite. Come riporta nei suoi numerosi rapporti l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), le relazioni tra queste comunità sarebbero ormai da decenni segnate da tensioni latenti, a lungo compresse dalla centralizzazione del potere del regime di Assad.
Storicamente cruciale per l’equilibrio nazionale, la regione avrebbe visto tra il 2012 e il 2013 la nascita di un accordo de facto tra Damasco e i notabili drusi: un compromesso che limitava l’accesso delle forze governative in cambio della delega della sicurezza alle milizie locali. Tuttavia, con la transizione verso l’amministrazione di Ahmad al-Sharaa, tale accordo si sarebbe trasformato in un fattore di vulnerabilità. Operando in un contesto di cronico vuoto istituzionale e scarse risorse, la nuova gestione non sarebbe riuscita a presidiare efficacemente i territori di confine, lasciando vaste aree in una condizione di quasi-autonomia esposta a sequestri e scontri tribali, dinamiche che avrebbero poi alimentato il recente conflitto.

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Il conflitto ad as-Suwayda e la sua escalation

Il casus belli risale all’11 luglio 2025, quando un mercante druso fu aggredito e rapito da membri di tribù beduine su una strada di collegamento con la capitale. L’episodio scatenò sequestri reciproci tra milizie druse e gruppi beduini, degenerando rapidamente in combattimenti diffusi in tutta la provincia, inclusa la città di as-Suwayda, con l’impiego di mortai e armi pesanti nelle aree di al-Tireh e al-Mazraa. Le autorità siriane intervennero il 14 luglio 2025 con l’obiettivo ufficiale di ripristinare l’ordine, ma l’operazione fu descritta come una campagna violenta caratterizzata da bombardamenti e supporto a milizie locali, aggravando il conflitto.
In questo scenario di estrema frammentazione, lo Stato di Israele condusse una serie di raid militari tra il 14 e il 16 luglio 2025 contro postazioni strategiche siriane, colpendo anche il Ministero della Difesa a Damasco. Sebbene Tel Aviv dichiarasse di agire per proteggere la minoranza drusa, il Presidente ad interim Ahmed al-Sharaa accusò Israele di ingerenza deliberata volta a destabilizzare la regione.[3] Nonostante il raggiungimento di un primo accordo il 15 luglio e i successivi tentativi di cessate il fuoco mediati da USA e Giordania il 19 luglio, la tregua si sarebbe rivelata estremamente fragile.
L’instabilità del quadrante sud sarebbe stata confermata dal perdurare di incidenti lungo le linee di deconfliction fino a novembre 2025. Tali scontri, avvenuti in località come al-Majdal e Atil, avrebbero coinvolto direttamente la Guarda Nazionale drusa[4] guidata dallo sheikh Hikmat al-Hijri e le forze di Sicurezza Interna.[5] Queste dinamiche documenterebbero come la delega della sicurezza a attori locali, pur presentata come una misura di stabilizzazione, abbia alimentato un conflitto a bassa intensità difficile da ricondurre sotto un’unica autorità centrale.

Analisi del rapporto della Commissione: le tre ondate di violenza ad as-Suwayda

Il rapporto del 27 marzo 2026 analizza le violazioni commesse ad as-Suwayda nel luglio 2025. La metodologia, basata su indagini sul campo tra settembre e dicembre 2025 (dopo una fase preliminare ad aprile), integra oltre 400 interviste a vittime, testimoni e funzionari con l’analisi di fonti aperte e comunicazioni del governo siriano. Il documento delinea un contesto ostile già nei mesi precedenti a luglio e ricostruisce i fatti dall’11 luglio 2025, distinguendo tre ondate di violenza contro i civili.
La prima ondata (14–16 luglio) ha visto le forze governative di al-Sharaa e le sue milizie alleate responsabili di rastrellamenti, omicidi e torture. La Commissione denuncia l’uso di simboli religiosi di correnti estremiste e umiliazioni culturali contro i drusi, lamentando il mancato intervento delle truppe dello Stato.
La seconda ondata (16–17 luglio), seguita al ritiro governativo, ha visto milizie druse, tra cui il Consiglio militare di as-Suwayda, attaccare le popolazioni beduine di Shahba e Sahwet Balata con omicidi, torture e attacchi a edifici religiosi.
La terza ondata (17–20 luglio) è coincisa con l’afflusso di migliaia di combattenti tribali da altre aree della Siria, intervenuti a sostegno dei beduini nonostante privi di reale connessione con quei gruppi tribali, che hanno occupato aree rurali scontrandosi con i locali drusi e incendiando i loro villaggi. Complessivamente, la Commissione stima almeno 1.707 vittime e 200.000 sfollati, evidenziando una dimensione settaria che ha colpito duramente i non combattenti.

Accountability e raccomandazioni per la stabilità futura

Le violazioni documentate ad as-Suwayda configurerebbero gravi infrazioni del diritto internazionale umanitario, in particolare dei principi di distinzione e protezione dei civili, nonché dei divieti di tortura, saccheggio e sfollamento forzato. Tali condotte troverebbero fondamento sanzionatorio nell’articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, di cui la Siria è parte. Sebbene Damasco non abbia ratificato il Protocollo aggiuntivo II del 1977, molte delle norme in esso contenute risulterebbero oggi vincolanti in quanto diritto internazionale consuetudinario, rendendo le violazioni documentate valutabili alla luce di standard giuridici pienamente applicabili al contesto siriano.
Nella fase finale del rapporto, la Commissione formula raccomandazioni volte a orientare l’azione degli attori coinvolti, pur in assenza di natura giurisdizionale vincolante.
Al governo siriano verrebbe richiesto di rafforzare d’urgenza i meccanismi di accountability per i crimini del luglio 2025, includendo l’intera catena di comando e garantendo trasparenza e partecipazione delle vittime. Tra le misure specifiche, figurerebbero il rilascio dei detenuti non accusati di reati gravi, l’assistenza alle vittime di torture e violenze di genere, la restituzione delle proprietà e il ripristino della sicurezza e dei servizi essenziali.
Parallelamente, alle autorità locali e ai leader della comunità drusa verrebbe raccomandato di cooperare attivamente con le indagini, prevenendo ulteriori violenze e favorendo processi di riconciliazione interna.
Alla comunità internazionale, infine, si suggerirebbe di sostenere tali sforzi attraverso un’assistenza condizionata al rispetto del diritto internazionale, esercitando pressione diplomatica sugli attori coinvolti affinché cessino le violazioni sistemiche documentate.

Il dilemma dell’accountability in uno Stato frammentato

L’attività della Commissione evidenzia il divario tra la “verità documentale” e la ricomposizione di un tessuto sociale atomizzato. Sebbene l’indagine rappresenti un necessario correttivo rispetto all’inerzia di cui spesso gli organismi internazionali operanti in Siria sono stati accusati nell’ultimo decennio, resta da capire se, in una cronica delegittimazione interna, esista uno spazio politico per l’intervento esterno. Tale perimetro appare compresso dalle resistenze locali e dal disimpegno dei grandi attori globali, orientati a evitare nuovi fronti giudiziari in un quadrante mediorientale già fragile e complesso.
L’efficacia degli strumenti internazionali non si misura sui dossier, ma sulla capacità di penetrare un contesto dove la legittimità risiede nelle affiliazioni tribali e nella sicurezza immediata. Il caso di as-Suwayda dimostra che l’accountability rischia di operare nel vuoto senza una transizione delle strutture di potere. In un Medio Oriente segnato dalla crisi della forma-stato, lo strumento investigativo ONU tenta di riaffermare un ordine normativo contro logiche di sopravvivenza securitaria.
Appare ancora un’incognita il solco che l’operato delle agenzie della comunità internazionale traccerà nelle dinamiche siriane. Resta da stabilire se la loro azione saprà farsi architrave di una nuova coesione sociale e generare una coscienza democratica profonda, o se manchino i presupposti perché questi germogli attecchiscano su un terreno saturato dalle logiche di forza. In assenza di un simile innesto, il monitoraggio rischia di restare un freddo esercizio tecnocratico, un’architettura di carta isolata dal battito reale dello Stato.


Note

[1] SYRIANS FOR TRUTH AND JUSTICE, «Joint Statement Calling for an Independent Investigation into the as-Suwayda Unrest», STJ, 19 agosto 2025.
[2] Il Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente (IIIM) è stato istituito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2016 per raccogliere, conservare e analizzare prove relative ai crimini internazionali commessi in Siria dal marzo 2011. A differenza della Commissione, che documenta le violazioni e analizza i pattern generali, il IIIM si concentra sulla raccolta di elementi probatori che possano sostenere l’accertamento della responsabilità penale di individui specifici coinvolti nelle violazioni, fornendo dossier utilizzabili in procedimenti penali dinanzi a giurisdizioni nazionali o internazionali.
[3] AL JAZEERA, «Syrian president vows to protect Druze after Israeli strikes on Damascus», Al Jazeera News, 17 luglio 2025.
[4] La Guardia Nazionale drusa è una milizia di autodifesa territoriale nata nel 2013-2014 ad as-Suwayda. Sorta per colmare il vuoto di potere statale durante la guerra civile, persegue una linea di autonomia armata volta a proteggere la minoranza drusa dalle incursioni esterne e dai tentativi di ri-centralizzazione di Damasco.
[5] ENAB BALADI, «Renewed clashes in Suwayda amid mutual accusations of violating the ceasefire agreement», Enab Baladi English, 12 novembre 2025.


Foto copertina: Bandiera su un edificio danneggiato in Siria durante visite istituzionali. Da pexels.com, di Baraa Obied.