Melitopol, 2025. Un anno dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, in occasione della festa della donna, un gruppo di ragazze disegna un poster che ritrae una donna con un mazzo di fiori tra le mani. Recita così: “non voglio fiori, rivoglio indietro la mia Ucraina”. Una di loro ha una stampante, un’altra dello scotch. Decidono di appendere quell’immagine in giro per la città.
Due anni dopo, dall’idea di quelle ragazze è nato un movimento partigiano femminile che silenziosamente combatte in modo non violento la propaganda e la presenza russa nei territori occupati, in particolare in Donbas e in Crimea. “Zla Mavka” – così si chiama il movimento – riprende la figura di uno spirito femminile folkloristico ucraino che protegge i boschi da qualunque uomo osi addentrarvisi – Mavka – elevandola a simbolo della loro protesta. La “Mavka arabbiata” ben si addice allo stato d’animo di migliaia di donne rimaste nelle loro terre dal 2014 e successivamente dall’invasione del 2022, che riprendendo nuovamente i racconti folkloristici dipingono i russi come “orchi” che hanno osato introdursi nei loro “boschi”. “Quando abbiamo iniziato a pensare di darci un nome, l’idea è venuta da sé. Ci sembrava un’associazione così immediata”.[1]
Dal 2023, quello stesso gruppo ristretto di ragazze a cui è venuta l’idea di appendere la figura di Mavka per le strade di Melitopol ha dapprima partecipato a proteste a livello locale contro l’occupazione russa, e poi preso parte ad altri movimenti più strutturati che operano in Donbas. “All’inizio non avevamo intenzione di creare un movimento, poi le cose sono evolute naturalmente in questa direzione. Attaccavamo poster con messaggi anonimi ai soldati russi per intimarli di lasciare le nostre terre, poi abbiamo aperto un canale Telegram affinchè sempre più persone potessero vedere i nostri volantini”. La reazione a catena non tardò ad arrivare: sempre più donne dalle città del Donbas e in seguito della Crimea hanno iniziato a stampare e appendere i poster di Mavka in ogni angolo possibile, dando vita ad un vero e proprio movimento che ha dovuto adattarsi ed imparare a gestire in totale sicurezza le azioni di resistenza di migliaia di donne ucraine. “Per tutte noi è stato qualcosa di totalmente nuovo: abbiamo dovuto cercare su google e su Youtube come si creasse una chatbot su Telegram, ci siamo date una struttura e delle regole, fino ad evolverci non solo in un movimento di resistenza ma in una vera e propria comunità di donne nei territori occupati che garantisse un confronto e un consiglio in modo sicuro, la condivisione in modo sicuro delle nostre storie di sofferenza, una comune opposizione alla presenza russa. Sono passati due anni e siamo ancora qui”.
L’alto rischio di essere scoperte e punite impone una quasi totale segretezza dell’identità delle donne coinvolte, nonché una serie di azioni di natura esclusivamente non violenta che hanno tra gli obiettivi quello di far uscire più informazioni possibili sulle condizioni di vita nei territori del Donbas, della Crimea e delle altre regioni annesse alla Russia a seguito di referendum tenutosi alla fine di settembre 2022.
Se è innegabile che da prima ancora dello scoppio del conflitto nel 2014, proseguito a bassa intensità fino al 2022, nel Donbas possa riscontrarsi un consenso piuttosto ampio verso la presenza russa e un diffuso contrasto alle politiche ucraine di de-russificazione (culminate, tra le altre azioni, nel divieto dell’uso della lingua russa), altrettanto innegabile è il fatto che l’accettazione della presenza russa sia contrastata e considerata illegale da una componente della società locale. Da qui l’uso del termine “territori occupati”.
“Da fuori, molti non hanno idea di cosa accada qui. I russi cercano di far trasparire un’immagine di serenità e mostrano la rapidità con cui sono state ricostruite parti delle città, tra cui Melitopol e Mariupol. La realtà è ben diversa”. Secondo i racconti delle leader del movimento, la principale preoccupazione dei russi è scovare tutti i sostenitori dell’Ucraina e fabbricare false accuse per arrestarli. Se si tratta di uomini, questi vengono immediatamente mandati al fronte contro i loro stessi connazionali, al fianco dei russi. Ma non è tutto: “i Soldati russi hanno obbligato tutti i cittadini ad avere il passaporto russo. Se si decide di rifiutare, il rischio è la deportazione. Se non si possiede un passaporto russo e si ha bisogno di un’ambulanza, questa di certo non verrà. Non si può accedere alle medicine, non si può lavorare legalmente, non si possono ottenere i documenti necessari che attestano la proprietà di un immobile. Se non hai il passaporto russo, i soldati di Putin ti possono sbattere fuori rivendicando la proprietà dell’appartamento. Non si ha altra scelta se non quella di ottenere il passaporto russo e rifare i documenti, per garantirsi che venga riconosciuta la proprietà dei propri beni”. E ancora: “il cibo dei supermercati fa schifo. Le medicine sono terribili. Se chiami un dottore arriva dopo un mese e bisogna andare in Crimea nel caso in cui si avesse qualcosa di più grave. Dall’asilo, i bambini vengono militarizzati: devono seguire delle lezioni specifiche indossando l’uniforme, imparare a sparare, ascoltano storie false e manipolatorie, sono obbligati a scrivere lettere ai soldati russi. Non ci si può opporre”.
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Nella quotidianità di chi si oppone alla presenza russa, appendere volantini si è dimostrato non essere più sufficiente. La non-violenza del movimento impedisce un reale sostegno all’esercito ucraino al fronte, ma consente una varietà di azioni intraprese da donne di qualsiasi età, condizione sociale, bagaglio culturale e professione, orientate allo smontaggio della propaganda russa. “Abbiamo lanciato zucche, fatto regali ai russi il giorno di San Nicola, alcune delle nostre nonne che lavorano nelle mense hanno inserito dei lassativi all’interno del cibo e della vodka dei soldati russi. Fa sorridere, ma è un grande segno del coraggio e della resilienza di tutte noi che lottiamo per riavere indietro le nostre città”.
Oltre ad azioni di protesta silenziosa, pilastro del movimento è la pubblicazione di diari e storie di vita quotidiana delle donne che vivono il dramma della guerra. “Una delle testimonianze più toccanti per me è quella di una ragazza in Crimea, i cui genitori hanno accolto con grande favore l’annessione della regione alla Russia, che ha iniziato segretamente a studiare la lingua ucraina. Accanto ad esempi positivi, ci sono chiaramente anche storie di sofferenza: una delle nostre attiviste non ha più notizie del marito da anni. Era un soldato dell’esercito ucraino ma è stato prelevato dai russi e probabilmente mandato al fronte. Voleva entrare a tutti i costi nel nostro movimento ma temevo che rischiasse troppo, aggiungendo altro dolore alla sua vita. Lei è tornata da me più volte, convinta che proprio per via della sua situazione non si potesse stare seduti e aspettare che tutto passi”.
Da quando Zla Mavka è divenuta popolare a livello mondiale, le richieste di informazioni circa le modalità attraverso cui offrire un contributo per il movimento sono quasi quotidiane. Ciononostante, le attiviste si autofinanziano e rifuggono ogni tipo di donazione: “ogni trasferimento di denaro qui avviene sotto il controllo russo. Noterebbero i movimenti ed è troppo rischioso. Ma in effetti non abbiamo bisogno di un contributo economico: siamo partite da un poster, alcune ragazze hanno una stampante, altre sanno disegnare, e le nostre azioni di protesta non richiedono altro se non creatività”. Per le leader di Zla Mavka, si tratta di un approccio vincente: sebbene la priorità sia al momento la sopravvivenza, vedere le foto di donne ucraine, americane, europee e persino siriane con i poster del movimento tra le mani è motivo di orgoglio e, ancor più, la dimostrazione che per opporre resistenza si possono impiegare diversi mezzi che non includono la violenza. “È un grande risultato per noi, ma il futuro resta incerto. Se sopravviveremo, dovremo pensare a come mantenere le nostre donne motivate e protette”.
Note
[1] Intervista dell’autrice alla leader del Movimento Zla Mavka, 14/03/25. Per questioni di sicurezza, la sua identità rimane anonima.
Foto copertina: volantino Zla Mavka













