America Latina: è morto il teologo Gustavo Gutiérrez


La versione giusta è: il Sud America saluta Gustavo Gutiérrez il padre della Teologia della liberazione.


 

Introduzione

Il sacerdote domenicano e teologo peruviano Gustavo Gutiérrez, considerato uno dei padri della Teologia della Liberazione, è deceduto martedì 22 ottobre 2024 nella città di Lima, all’età di 96 anni. A darne l’annuncio l’Instituto Bartolomé de las Casas – associazione civile senza scopo di lucro fondata proprio da Gutiérrez nel 1974 – in un comunicato stampa. «Con profondo dolore annunciamo che stasera è venuto a mancare il nostro caro amico e fondatore Gustavo Gutiérrez. La sua opera e il suo lavoro a favore dei poveri e degli esclusi dalla società continuerà a illuminare il cammino della Chiesa verso un mondo più giusto e fraterno»[2]. È proprio a Gutiérrez che si deve il contributo maggiore per una prassi teologica del tutto nuova e spesso contrastata dalla Santa Sede, la Teologia della liberazione. Il teologo peruviano, partendo da una profonda riflessione sul contesto socio culturale latino americano degli anni ’60, si interrogò su: come coniugare la lotta rivoluzionaria in America Latina con la predicazione religiosa; e su come sarebbe stato possibile affiancare la prassi teologica con il problema del sottosviluppo e della povertà, coniando l’espressione “opzione preferenziale per i poveri”, la quale sarebbe dovuta diventare una prerogativa assoluta per la Chiesa cattolica nell’ottica delle innovazioni introdotte a partire dal Concilio Vaticano II. Data la sua essenza innovatrice il Concilio Vaticano II generò in quegli anni un effetto propulsore che coinvolse, contemporaneamente, il mondo sacerdotale più vicino alle difficoltà vissute dalla popolazione e i partiti democristiani, invogliandoli a sostenere gli strati più popolari e inducendo, al contempo, la Chiesa latinoamericana a insistere su valori cardine come libertà, democrazia e uguaglianza. A partire da questo momento prenderà l’avvio in tutta l’America Latina una vera e propria spinta rivoluzionaria, in parte figlia degli echi della Rivoluzione Cubana e delle teorizzazioni introdotte dal brasiliano Paulo Freire[3], che metterà al centro l’essere umano quale promotore della propria libertà in contrasto con il «potere esercitato, ingiustamente, da certi settori dominanti; dalle tensioni internazionali e dal neocolonialismo esterno»[4]. Con la sua dipartita fisica, il religioso peruviano si lascia alle spalle e ci regala un’eredità teologica e umanista inestimabile che continuerà a ispirare generazioni spinte dal desiderio di ricercare e promuovere una società il più giusta ed equa possibile.

Perché Gustavo Gutiérrez è considerato il padre della Teologia della liberazione?

Mediante una combinata analisi di testi biblici classici e scritti di André Gunter Frank, creatore della “Teoria della dipendenza”[5] , Gutiérrez elaborò una riflessione innovativa utile a interpretare le problematiche sociali che l’America Latina stava vivendo. Il teologo rifiutava categoricamente la nozione e l’idea stessa delle politiche per lo sviluppo, ritenute colpevoli di ridurre le popolazioni ad una mera condizione di oggetti economici e sociali e dimostratesi  incapaci di attaccare le cause reali della povertà. «In America Latina, quello che è stato chiamato sviluppo aveva in realtà un significato peggiorativo, poiché incapace di risolvere alla radice i mali che affliggono il subcontinente. Spesso viene identificato con timide misure attuate da un governo o da un gruppo sociale sfruttatore, che mantiene vivo il legame di dipendenza con gli oppressi. Pertanto è più opportuno parlare di un “processo di liberazione” che renda possibile il raggiungimento di condizioni di vita più umane»[6]. Seguendo tale lettura, il sottosviluppo doveva essere studiato in prospettiva storica.
Il mondo industrializzato, secondo il presbitero, operava secondo la logica dei centri e delle periferie: l’arricchimento di pochi paesi era stato perpetuato da secoli a spese dell’impoverimento dei restanti Stati, causando una situazione di dipendenza materiale, con ricadute sensibili non solo nell’ambito economico, ma anche in quello culturale. Allo stesso modo, la crescita economica alimentata dalle multinazionali, non era diretta a condurre queste nazioni e questi popoli verso lo sviluppo, quanto a migliorare esclusivamente i profitti dei paesi importatori.
Data questa condizione la parola chiave doveva essere “Liberazione”, da intendersi come monito per l’ottenimento di una società libera da ogni tipo di schiavitù. Di fronte all’ingiustizia sociale e attraverso un costante impegno per la liberazione umana, religiosi e non, sarebbero stati chiamati a costituire una sola voce dissidente, quale potentissimo strumento in grado di far cadere strutture sociali ingiuste[7].

Per comprendere Gustavo Gutierréz: la Conferenza di Medellín

L’avvio del Concilio Vaticano II coincise con una fase di profondi mutamenti politici e sociali dell’America Latina, destinata a diventare nel corso degli anni un’area sempre più calda nel contesto della Guerra Fredda. L’epoca di trasformazione iniziata con la Rivoluzione Cubana del ‘59  proseguì con l’avvio della stagione autoritaria, e con l’invasione statunitense della Repubblica Dominicana nell’aprile del ‘65. Quest’ultima operazione non solo arrestò i programmi dell’Alleanza per il Progresso ma avvicinò moltissimi cattolici latinoamericani al marxismo, delusi dalla fallimentare politica desarrollista, volta ad affrontare il problema del sottosviluppo e della povertà attraverso un’azione combinata di industrializzazione e sostituzione delle importazioni. Sarà dunque in questo contesto che si darà piena applicazione alla linea riformista del Concilio Vaticano II.
In occasione della Seconda Conferenza dell’episcopato latinoamericano tenutasi tra l’agosto e il settembre 1968 a Medellín, 146 tra vescovi, cardinali ed esperti di settore, nonché alcuni vescovi progressisti come Hélder Camara, Samuel Ruiz e Gustavo Gutiérrez, si riunirono per discutere del ruolo che la chiesa latinoamericana avrebbe dovuto avere alla luce delle trasformazioni in corso[8]. Nel complesso a Medellín emersero forti critiche nei confronti delle classi dirigenti latinoamericane, del capitalismo straniero e aspre denunce di povertà e ingiustizia sociale, tematiche mai affrontate seriamente e concretamente dal mondo ecclesiastico latinoamericano. In particolare, fu messa in evidenza la necessità di creare un nuovo ordine sociale basato sulla giustizia e sui diritti umani. Come evidenziò lo stesso Gustavo Gutiérrez, a Medellín fu tracciata una nuova opzione decisiva per la Chiesa, che da allora in avanti avrebbe sostenuto i più poveri «La Chiesa, Popolo di Dio, presterà il suo aiuto a tutti gli individui privati di ogni tipo e mezzo sociale, affinché conoscano e prendano coscienza dei propri diritti e ne sappiano fare buon uso»[9]. Pertanto, il mondo ecclesiastico sarebbe stato chiamato non solo a predicare ma a promuovere la riorganizzazione economica.
A Medellín fu innanzitutto denunciata apertamente la condizione di sottosviluppo vissuta dalle popolazioni latinoamericane. Tale condizione era da intendersi come il frutto dalla povertà, dalla marginalità e dunque dall’alienazione vissuta. Tutte sottoproblematiche provocate dal legame di dipendenza dalle metropoli industrializzate, in un crudele meccanismo neocoloniale destinato a generare proteste inevitabili e aspirazioni di giustizia sociale. Per la primissima volta, questo tipo di condizione fu espressamente dichiarata ingiusta, ciò non solo da parte dei partiti marxisti, ma anche dal mondo ecclesiastico. Tale condizione infatti, implicava in termini teologici una situazione di “peccato” che reclamava un cambiamento. In questo senso un concetto tradizionalmente legato al mondo cristiano, come quello di “peccato”, andava ad assumere i connotati di precise e specifiche realtà storiche quali: fame, miseria e «strutture economiche e sociali oppressive e colpevoli»[10]. Queste realtà, secondo il teologo, costituivano «una situazione di peccato e i principali colpevoli della dipendenza economica dei nostri stati sono quelle forze desiderose di lucro e profitto sfrenato»[11]. Innanzi a tutto questo,  l’episcopato non poteva non rendersi conto che l’America Latina si trovava in una condizione di ingiustizia che era lecito combattere. Tale situazione di “violenza istituzionalizzata”, aveva l’effetto di ridurre gli uomini in una condizione di dipendenza tale da privarli del necessario per vivere e comprendere, pienamente, la violazione dei diritti fondamentali che stavano subendo e che in realtà gli spettavano in quanto esseri umani. Data tale situazione dice Gutierréz: «non deve stupire che in America Latina nasca la tentazione di ricorrere alla violenza. Non bisogna abusare della pazienza di un popolo che sopporta da anni una condizione che ben difficilmente accetterebbero, in quanti hanno una maggiore coscienza dei diritti umani»[12].
È opportuno precisare che i vescovi latinoamericani come Gutiérrez non raccomandavano un cammino di violenza – che comunque stava pian piano affiorando nella regione -; essi, piuttosto, la consideravano meno efficace e molto più pericolosa rispetto al dinamismo di un popolo, coscienzioso e organizzato, posto al servizio della pace e della giustizia.
Di fatto la Teologia nata a partire da Medellín, finì col trasformare anche la stessa figura del sacerdote, che inizierà ad interagire con sempre maggiore frequenza con operai, abitanti delle favelas e popolazione urbana emarginata, quali principali interlocutori, impegnandosi politicamente sempre di più, e chiedendo ai vescovi conservatori – a loro volta delegittimati dal loro stesso clero – di convertirsi e avvicinarsi a tutto ciò che era stato detto e scritto a partire dal Concilio Vaticano II. Ma non solo, il vero “nemico” per il mondo cattolico progressista in America Latina non fu più il marxismo – come invece lo era per le frange più conservatrici – ma l’ingiustizia, intesa come totalmente contraddittoria rispetto al messaggio evangelico. Accadde così che alcuni sacerdoti, portando agli estremi il proprio impegno spirituale, si ritrovarono “compromessi” con la causa rivoluzionaria. Prese piede, quindi, un cattolicesimo del tutto nuovo, influenzato dalla Rivoluzione Cubana e dall’opposizione ai regimi militari; guidato da movimenti di ispirazione guevarista che costituirono per i loro militanti un imprescindibile spazio di impegno politico, in un momento storico in cui i regimi militari stavano radendo al suolo ogni libera espressione politica e ogni forma di partecipazione attiva. Le organizzazioni cattoliche finirono così per avere il ruolo di forze politiche sostitutive, andando a ridurre sempre più il sottile confine tra religione e politica.


Note

[2] https://x.com/BartoloIBC/status/1848915615181902152.
[3] Pedagogista brasiliano e autore della Pedagogia degli oppressi, Paulo Freire, è stato promotore di numerosi progetti legati all’educazione di base nel nordest del Brasile, e del metodo dell’alfabetizzazione “coscientizzatrice”. Freire tratteggiò una vera e proprio guida metodologica volta a realizzare pratiche educative non semplicemente tese ad alfabetizzare, ma utili ad agire più in profondità, innescando un’azione diretta a favorire la libertà, un vero e proprio atto di coscienza della propria situazione fondamentale per leggere e analizzare, in maniera critica, la propria realtà in modo da innescare un processo di “coscientizzazione” generale. 
[4] E. Dussel, “Storia della Chiesa in America Latina”, Brescia, Queriniana, 1992, p.227.
[5] Secondo tale approccio il sottosviluppo latinoamericano era il sottoprodotto di un sistema socioeconomico volto a favorire in maniera sperequata una piccola minoranza, mantenendo la stragrande maggioranza della popolazione ai margini della società, in una condizione di dipendenza costante. L’idea era che le ampie risorse di capitali, industria e commercio a disposizione delle nazioni più ricche e nelle metropoli più industrializzate avrebbe consentito loro di sfruttare e assoggettare i partner commerciali e controllare le élite locali presenti e radicate nelle periferie.
[6] G. Gutiérrez, “Teologia della liberazione. Prospettive”, Brescia, Queriniana, 1971, pp. 92-100.
[7] G. Gutiérrez, Op. Cit., pp. 385-391.
[8] E. Dussel, Op. Cit., p.226.
[9] J. Lynch, Dios en el Nuevo mundo, Barcelona, CRITICA, 2012, p. 462.
[10] S. Scatena, La teologia della liberazione, Carocci, Roma, 2008, p. 28.
[11] J. Lynch, Op. Cit., p.462.
[12] Medellín, pp. 76-77, citato in E. Dussel, op. cit., pp. 227-228.


Foto copertina: Il teologo domenicano peruviano Gustavo Gutierrez – Gennari.