Durante la Resistenza italiana contro il nazifascismo, migliaia di donne parteciparono attivamente alla lotta per la libertà, spesso in ruoli invisibili alla narrazione storica ufficiale.
Di Antonella Spiridigliozzi
Introduzione
La Resistenza femminile si declinò in una vasta gamma di attività. Le donne furono staffette, infermiere, informatrici, organizzatrici di scioperi, spie, strumenti di diffusione della stampa clandestina. Molte di loro hanno affrontato i pericoli del fronte con coraggio, pur non imbracciando le armi. Storiche come Anna Bravo hanno lavorato per restituire dignità e voce a queste protagoniste dimenticate, sottolineando che non si trattò solo di un “contributo”, ma di una partecipazione essenziale e multiforme[1].
Secondo i dati storici ufficiali raccolti dall’ANPI, furono circa 35.000 le italiane coinvolte nella Resistenza, di cui 623 morirono in combattimento, 2.750 furono deportate e 4.653 arrestate. Un impegno vasto e coraggioso, a lungo taciuto dalla storiografia ufficiale di quel periodo, che fu portato alla luce solamente negli anni Settanta, grazie all’impulso dato dall’incontro del femminismo con le nascenti scienze sociali.
Un nuovo protagonismo femminile
Per capire quelle che furono le ragioni alla base della scelta di migliaia di donne di dare il proprio contributo attivo alla lotta di liberazione, è bene fare un passo indietro e ricordare quelle che erano la considerazione ed il ruolo della donna all’interno della macchina del ventennio fascista. Lo scopo principale del fascismo, nel caso delle donne, fu di ricondurle alle tradizionali funzioni materne e familiari. L’attenzione alla moralità femminile, che fu protagonista di un insolito esibizionismo pubblico nella ritualità del regime fascista, fu consacrata con la fondazione dell’Accademia femminile, ad opera di Renato Ricci, ad Orvieto, nel 1932. Il compito dell’Accademia fu quello di creare un modello “fascista” di vita per le giovani donne, prima che in età adulta rientrassero nella sfera familiare con le abituali vesti di sposa e madre, portatrici annunciate di un equilibrio morale nell’ambito familiare[2].
All’indomani dell’armistizio di Cassibile, un nuovo scenario si dipana agli occhi del mondo femminile italiano: esse sono le prime a percepire la portata distruttiva di una guerra lampo che cambia rapidamente le carte in tavola e che richiede un vero obbligo morale, quello di non voltare lo sguardo dall’altra parte bensì combattere per riconquistare la dignità di italiani e la speranza di un futuro di pace, lontano da traditori ed usurpatori. Ma c’è di più in gioco: la Resistenza offre alle donne la preziosa occasione di far sentire la loro voce, di essere finalmente viste, sebbene il loro contributo sarà a lungo relegato all’oblio. In una società fortemente patriarcale, l’ingerenza delle donne alla lotta ha una portata sicuramente sovversiva, segnando un importante punto di rottura con la tradizionale subalternità femminile che si viveva nel contesto societario, familiare e, di conseguenza, anche di lotta armata. Se sul piano dei fatti è indiscusso che “quelle giovani che abbandonavano il focolare domestico e affrontavano la guerra alla pari dell’uomo rappresentavano un atto di ribellione alla tradizione nazionale e alla mentalità moralistica del nostro paese”[3] è parimenti possibile vedere nella Resistenza un importante capitolo dell’emancipazione femminile.
Il volto civile della lotta
La lotta resistenziale ha avuto in primis un volto armato, che comprende le attività dei partigiani riuniti nelle rispettive brigate che richiamavano quella che era la formazione politica di riferimento, ma anche e soprattutto un volto civile, quella Resistenza senza armi che ha coadiuvato e reso possibile lo sforzo delle bande partigiane nei 20 mesi di combattimenti. Il concetto di “resistenza civile” inizia a circolare nella storiografia degli anni Novanta ( dato che testimonia il tardivo recupero di alcuni capitolo della storia della Resistenza), grazie ad un saggio di Jacques Sémelin sulla resistenza civile in Europa in cui questa viene definita come una serie di “azioni concrete, condotte ed espresse collettivamente, volte a colpire un nemico chiaramente designato, attraverso la lotta delle sue principali istituzioni, o attraverso la mobilitazione delle sue popolazioni, o ancora con una combinazione di entrambe.[4]”
Molto prima di salire in montagna o affiancare le brigate partigiane, migliaia di donne italiane combatterono una guerra silenziosa, ma non meno decisiva. Mentre gli uomini erano spesso impegnati nelle azioni armate, loro agivano nel quotidiano, nei paesi, nelle città, nelle case. Anna Bravo descrive questo tipo di resistenza come una lotta non violenza, ma cruciale, che si esplicava nell’aiutare i prigionieri in fuga, nel proteggere gli ebrei dalle deportazioni, nel nascondere i partigiani ricercati e nel diffondere materiale di propaganda. Queste forme “modeste” di aiuto garantiscono l’indispensabile supporto logistico alla guerra partigiana: le donne procurano cibo, armi, medicine, garantiscono le comunicazioni, organizzano scioperi e manifestazioni. La brutalità della guerra, delle rappresaglie nazifasciste nelle ultime battute della Guerra, obbligano le donne a non rimanere indifferenti, ad aprire la casa ed il cuore a chiunque abbia bisogno. Anna Bravo, nei suoi studi degli anni Novanta parla di un “maternage di massa[5]”, per dire che il sentimento di cura, da sempre associato alle madri, dopo l’8 settembre da fatto personale diventa politico, come dicevano le femministe degli anni Settanta. Le donne, attraverso il loro ruolo di madri, mogli e figlie, esercitarono una resistenza che manifestava nel prendersi cura dei feriti, nel proteggere la comunità, nell’alleviare la sofferenza dei combattenti. La resistenza civile ed il maternage, non solo contrastavano la brutalità del regime, ma creavano spazi di solidarietà e di speranza, costruendo una rete di resistenza che si estendeva ben oltre i confini della lotta armata.
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Una memoria taciuta
“Necessità, contingenze e decisioni coraggiose avevano aperto un orizzonte nuovo, di un modo diverso di essere donna e persona. Con il ritorno alla normalità questo orizzonte, almeno intravisto, si chiude. Ci vorranno molti anni, almeno una generazione, perché le donne, a livello di massa, siano tentate ancora una volta dal gusto della trasgressione e dell’autonomia.[6]”
Quando si parla di donne e Resistenza nella memorabilità storica, è doveroso mettere in evidenza anche le contraddizioni di questa esperienza, che ingloba al suo interno, al fianco dell’elemento di novità per le donne, anche quello tradizionalista per un mondo (ancora) tutto declinato al maschile. La resistenza armata è, infatti, maschile, nonostante la presenza di donne nelle formazioni partigiane armate, seppur raramente occupando posizioni di comando. Escludendo l’omaggio al coraggio, all’aiuto e all’abnegazione, restano tabù le rotture sul piano dei costumi e delle relazioni con l’altro sesso, che le condizioni di assoluta eccezionalità avevano potuto determinare. A dimostrazione di ciò, è emblematica l’esclusione delle partigiane dalle sfilate nei giorni dell’insurrezione finale. Beppe Fenoglio, immortala così la sfilata dei partigiani ad Alba il 10 ottobre 1944: “Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia!- perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s’erano scaraventate in città.[7]” Così, il rovesciamento temporaneo dei ruoli attribuiti alla donna tende ben presto a sfumare, tornando ad una condivisa “normalità” che tende a reprimere e a nascondere dalle rappresentazioni ufficiali della lotta resistenziale il ruolo eversivo delle combattenti. Il moralismo tradizionale della società italiana dell’epoca, dunque, non si esaurisce dopo il 25 luglio 1943. Ad essere difesa, in primis, è una pedagogia guerresca che è interamente declinata al maschile, e pertanto, incentrata esclusivamente sulle virtù guerriere del maschio e sulla sottomessa vocazione riproduttiva della femmina. A questo, si aggiunge anche la preoccupazione di fornire un’immagine credibile dell’esercito partigiano, minato dalle partigiane vestite da uomo e armate a sfilare. Nei giorni della liberazione, ed anche negli anni a venire, “le donne- in armi e vestite da uomo- rappresentavano una novità dirompente e indigeribile: illuminante paradosso di una situazione dove, accanto a progetti di drastico rinnovamento politico-sociale, permanevano archetipi culturali che né la guerra partigiana né l’Italia repubblicana e democratica avrebbero messo in discussione per decenni.[8]”
Note
[1] Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, In Guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, 1995.
[2] Maurizio Ridolfi, Storia della politica. Italia e italiani in prospettiva transnazionale nei secoli XIX-XXI, Pearson Italia, 2020.
[3] Mario Bernardo, Il momento buono: il movimento garibaldino bellunese nella lotta di Liberazione del Veneto, Ideologie, Roma 1969, p.150.
[4] Jacques Sémelin, Sans armes face à Hitler: la résistance civile in Europe 1929-1943, Payot, Paris 1989
[5] Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, In Guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, 1995.
[6] Miriam Mafai, Pane nero. Donne e via quotidiana della Seconda Guerra mondiale, Mondadori, Milano 1987.
[7] Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, in ID., Romanzi e racconti, Einaudi-Gallimard, Torino 1992
[8] Santo Peli, La resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2004.
Foto copertina: Milano, 26 aprile 1945 – Fotografia, probabilmente inscenata, di partigiane nell’atto di riconsegnare le armi agli alleati. L’immagine rappresenta in primo piano tre donne della resistenza che stanno riportando le armi agli alleati. Il modo in cui tengono in mano le armi suggerisce che non siano esperte combattenti, e che la fotografia sia atata costruita per rapprensentare un concetto più che essere uno scatto spontaneo. Una delle ragazze restò uccisa, per errore, proprio da una di quelle armi. Qualche anno più tardi l’uomo con il cappotto sulla destra chiese a Publifoto, agenzia per la quale Petrelli lavorava, di essere rimosso dalla foto. Fonte Wikipedia













