RDC: l’ex presidente Kabila condannato a morte in contumacia


Un verdetto senza precedenti scuote la Repubblica Democratica del Congo. L’Alta Corte Militare di Kinshasa ha condannato Joseph Kabila, ex presidente del Paese, alla pena di morte, riconoscendolo colpevole di tradimento e di crimini contro la pace e la sicurezza dell’umanità.


Il processo, iniziato il 25 luglio 2025, si è concluso il 30 settembre con una sentenza storica. Kabila, attualmente in esilio, è stato giudicato in contumacia e non ha beneficiato di alcuna difesa legale. L’accusa lo lega direttamente al gruppo ribelle Alliance Fleuve Congo (AFC), considerato la facciata politica dell’M23, sostenuto dal Ruanda.

Un lungo elenco di accuse

Il procuratore generale Jean-René Likulia Bakulia ha elencato davanti alla Corte crimini gravissimi: stupro, tortura, deportazione, omicidio, tradimento e partecipazione a un movimento insurrezionale. Secondo l’accusa, Kabila avrebbe svolto un ruolo diretto o di complicità nella pianificazione e nell’esecuzione di operazioni armate nel Kivu, che hanno provocato migliaia di vittime civili.
La sentenza prevede la pena capitale, anche se la Repubblica Democratica del Congo, pur mantenendo formalmente la pena di morte, non la applica da anni. L’Alta Corte ha inoltre rifiutato di pronunciarsi sulla confisca dei beni dell’ex capo di Stato, dichiarando che “una simile pena non è prevista dalla legge”.

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Le richieste delle parti civili

Gli avvocati delle parti civili – rappresentanti dello Stato congolese, delle province del Nord e Sud Kivu e dell’Ituri, oltre a diverse ONG delle vittime – avevano chiesto la condanna all’ergastolo e un risarcimento complessivo di 30 miliardi di dollari, quasi il doppio del bilancio nazionale.
Va notato che Kabila non è stato processato per la sua gestione politica del Paese durante i suoi 18 anni al potere, né per le violazioni dei diritti umani commesse sotto il suo governo, ma esclusivamente per il presunto sostegno all’AFC/M23 e per le attività considerate “contro la pace e la sicurezza dell’umanità”.

“Un traditore della nazione”

Durante il processo, il presidente attuale Félix Tshisekedi ha dichiarato pubblicamente che il suo predecessore “era dietro l’AFC”, accusandolo di “collaborare con il nemico”. Kabila, secondo l’accusa, avrebbe trascorso diverse settimane nelle città di Goma e Bukavu, territori sotto controllo ribelle, e avrebbe mostrato “atteggiamenti di compiacenza” nei confronti del movimento M23.
L’avvocato della parte civile, Jean-Marie Kabengela, ha rincarato la dose affermando che Kabila “non merita di essere giudicato come un congolese, ma come una spia”, sostenendo che avrebbe agito “sotto falsa identità ruandese” per destabilizzare il Paese. L’Alta Corte, tuttavia, ha respinto questa tesi.

La replica di Kabila: “Un processo politico”

In una dichiarazione diffusa all’inizio di settembre e visionata da Jeune Afrique, l’ex presidente ha definito le accuse “false e politicamente motivate”, accusando il governo di voler eliminare un leader scomodo e “mettere a tacere l’intera opposizione”.
Secondo i suoi sostenitori, il procedimento sarebbe parte di una più ampia strategia per consolidare il potere di Tshisekedi, in un contesto di forte instabilità e di tensioni crescenti nell’est del Paese.

Una sentenza dal forte valore simbolico

La condanna di Joseph Kabila rappresenta un precedente storico: è la prima volta che un ex presidente congolese viene condannato a morte da un tribunale nazionale. Resta incerto se la sentenza verrà mai eseguita, ma il suo impatto politico e simbolico è già enorme.
In un Paese dove le tensioni tra governo centrale, milizie ribelli e potenze straniere restano altissime, questa decisione rischia di inasprire ulteriormente la crisi interna e di influenzare il fragile equilibrio dei poteri nella regione dei Grandi Laghi.


Foto: condannato Joseph Kabila