Il Son cubano è entrato nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, consacrando una musica nata dall’incontro tra popoli, storia e memoria collettiva.
Il riconoscimento UNESCO: una consacrazione internazionale
Il 10 dicembre 2025 il Son cubano è stato ufficialmente iscritto nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, un traguardo che sancisce il valore universale di una delle espressioni musicali più rappresentative non solo di Cuba, ma dell’intera cultura afro-caraibica. La decisione è stata presa durante la 20ª sessione del Comitato Intergovernativo per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale tenutasi a Nuova Delhi, in India. Secondo la scheda ufficiale diffusa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il Son è una pratica culturale complessa che unisce musica, danza, canto, improvvisazione e socialità, trasmessa di generazione in generazione nelle comunità cubane e ricca di significato identitario. Nel documento ufficiale si legge: «Il son cubano è una manifestazione culturale che combina canto, strumenti, ritmo e movimento nella vita sociale e celebrativa delle comunità e rafforza il senso di appartenenza e identità. Rafforza i legami comunitari e contribuisce alla trasmissione orale della cultura popolare. Promuove inoltre la creatività, la comunicazione e un senso condiviso di eredità, appartenenza e identità, sia all’interno che all’esterno della comunità cubana».[1]
Questo riconoscimento non celebra soltanto un genere musicale, ma un insieme di pratiche sociali e culturali, dalle serenate alle feste comunitarie, alle modalità di trasmissione orale di testi e stili. È una musica viva, ancora oggi praticata nelle comunità locali, nelle scuole di musica e nelle celebrazioni popolari. In questo riconoscimento si riflette anche l’idea che la cultura viva non solo nei musei, ma nelle pratiche quotidiane, nei corpi che ballano e nelle voci che cantano storie di amore, nostalgia, ironia e resistenza. Il Son è canto, danza, poesia orale, socialità, rito quotidiano. È una forma di sapere trasmessa di generazione in generazione, che ha accompagnato la vita dei cubani nei cortili, nei salotti, nelle piazze e nelle feste popolari. La presidente del Consiglio nazionale per il patrimonio culturale di Cuba, Sonia Virgen Pérez, ha celebrato la decisione del Comitato UNESCO con profondo orgoglio: «È un riconoscimento che onora la creatività, la memoria collettiva e la vitalità delle nostre comunità»[2].
Cos’è e come è nato il son cubano?
Il Son è molto più di un ballo, uno stile musicale. Esso rappresenta e incarna l’essenza più pura e libera dell’isola caraibica, riuscendo a trasmettere odori e sapori, dolori e malinconie dei cubani e non. Il Son cubano combina elementi spagnoli come la chitarra, i testi, le armonie e le strutture delle canzoni con elementi africani come ritmi, percussioni, terzine e botta e risposta. Strumenti come il tres, i bongos, la marímbula o contrabbasso, le maracas, la chitarra e persino la tromba in stili più moderni sono presenti nelle sue canzoni. È considerato il padre di gran parte della musica popolare latinoamericana perché è il fondamento della salsa, del mambo del cha-cha-cha e del moderno Son montuno.
Questo genere musicale ha avuto origine nel XIX secolo nella parte orientale di Cuba, nelle comunità nere rurali delle province di Holguín e Santiago de Cuba, prima di diffondersi all’Avana all’inizio del XX secolo. Sin dalle prime fasi della sua storia, il Son è stato il prodotto di un intenso processo di mescolanza culturale tra le tradizioni musicali africane portate sull’isola dalla tratta degli schiavi e elementi europei importati dai colonizzatori spagnoli.
Le comunità afro-cubane, nelle piantagioni e nei villaggi rurali, svilupparono ritmi e modalità di canto caratterizzati da poliritmie, improvvisazione vocali e danza collettiva. A questi si unirono gli strumenti europei come la chitarra e il tres cubano — una chitarra a tre coppie di corde — e la forma strofica delle canzoni. Storici come Alejo Carpentier hanno sottolineato l’importanza di questo incontro culturale: «Il Son è la sintesi perfetta del processo di transculturazione cubano: africano nel ritmo, spagnolo nella melodia, cubano nello spirito»[3]. La diffusione del Son verso l’Avana e le grandi città avvenne tra gli anni 1910 e 1920, con gruppi come il Sexteto Habanero e il Septeto Nacional, che portarono queste sonorità nei teatri, nei circuiti radiofonici e nei primi dischi registrati. Il Son è, dunque, nato come risultato diretto dell’incontro tra culture diverse arrivate a Cuba attraverso rotte spesso segnate dalla violenza della storia. Da un lato vi erano le tradizioni musicali e poetiche di origine europea; dall’altro l’eredità africana portata sull’isola dalle popolazioni deportate con la tratta degli schiavi. Questo incontro ha generato una sintesi originale, fatta di strutture melodiche cantabili e con una ritmica complessa e pulsante. Fernando Ortiz, uno dei più importanti intellettuali cubani del Novecento, ha letto questo processo come una “transculturazione”, un continuo scambio in cui nessuna cultura rimane immutata. Costantemente interessato nel raccontare Cuba e la cubanità, Ortiz elaborò una metafora figurata per descrivere quell’amalgama eterogenea che è Cuba. Ortiz descrive Cuba come un grande ajiaco[4], un miscuglio in perenne trasformazione, un modo per descrivere allegoricamente l’essenza nazionale. Grazie: all’apporto degli indios – i primi ad insediarsi nella regione – , all’arrivo degli europei – che ruppero l’equilibrio preesistente sconvolgendo violentemente l’ambiente circostante – e all’ingresso di nuovi elementi esterni ed estranei, la struttura, e dunque, la “cubanità” assume una nuova e innovativa forma. Secondo Ortiz si definisce, dunque, una miscela armonica e contraddittoria in cui si fondono pietanze dalle consistenze differenti, le quali si amalgameranno all’interno di un caldo recipiente, dissolvendosi e contaminandosi. Sarà poi nel Contrapunteo Cubano del Tabaco y el Azúcar, che Ortiz elaborerà la definizione antropologica di “transculturazione” per spiegare la convergenza e la fusione di culture differenti vissuta all’interno dell’isola caraibica. L’autore cubano invita a considerare l’incontro tra due o più culture come un processo di acculturazione. Il prodotto finale di questo incontro non potrà mai essere la perdita di una cultura a discapito di una o dell’altra, quanto l’acquisizione di una nuova cultura, di una realtà terza. In questo senso, nel momento in cui si vanno ad integrare più elementi e più tradizioni, queste convergeranno nella composizione di una società transculturale, fondendosi.
Ciò ci farà imbattere in culture, come quella africana (completamente sradicata dal suo luogo d’origine a causa della tratta) che non è morta o agonizzante, ma è viva e pulsante all’interno della cultura cubana, ed è viva proprio perché si alimenta attraverso una cultura altra. Da questo processo nascerà una cultura che rivaluta le componenti tradizionali, alla luce dei cambiamenti che è naturalmente chiamata a vivere.
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Ma il processo di transculturazione, travalica gli aspetti antropologici e il Son ne è l’espressione musicale più evidente. Ciò che caratterizza il Son è l’equilibrio tra melodia e ritmo, tra parola e percussione, tra individualità e coralità. La struttura a chiamata e risposta, l’uso del montuno, l’andamento ciclico dei brani restituiscono un senso di calore, di prossimità, di tempo dilatato, evocando le atmosfere dell’isola, il clima tropicale, la vita che scorre lenta ma intensa. Ascoltare il Son significa immergersi in una dimensione sensoriale che riflette il paesaggio umano e naturale di Cuba. Esso viene eseguito in coppia o in gruppo e combina l’improvvisazione con schemi strutturati, includendo testi tratti dalla vita quotidiana, tramandati oralmente. La danza è strettamente connessa alla musica, con il basso e gli strumenti che guidano i passi dei danzatori. La pratica coinvolge varie figure come cantanti, ballerini, compositori, musicisti e costruttori di strumenti. Il cantante guida l’esecuzione, spesso improvvisando versi e guidando la danza, mentre il tres (uno strumento a corda) svolge un ruolo musicale chiave. Il Son può essere ballato liberamente o con coreografie stabilite, spesso con l’uomo che guida il ritmo e i passi. Viene tramandato sia attraverso l’educazione formale che attraverso quella informale. Famiglie, incontri comunitari e gruppi musicali svolgono un ruolo importante nella trasmissione di competenze e tradizioni alle generazioni più giovani. Gli anziani condividono le loro conoscenze e scuole e centri culturali includono il Son nei loro programmi per mantenere viva nel tempo questa pratica musicale. Ciò ne ha reso possibile la custodia e la conservazione nel tempo[5].
Oggi, il Son cubano continua a risuonare con forza nelle piazze, nei festival e nei quartieri più caratteristici e colorati di Cuba e in luoghi come Bogotà, dove musicisti e ballerini lo mantengono vivo, collegando generazioni e culture. Ascoltare oggi il Son significa immergersi nella gioia, nella nostalgia e nella resilienza del popolo cubano, assaporarla godendo appieno di quel processo di transculturazione raccontato da Fernando Ortiz.
L’esplosione mondiale del Son: la storia del Buena Vista Social Club
La rinascita e la diffusione planetaria del Son cubano alla fine del XX secolo sono indissolubilmente legate al progetto Buena Vista Social Club, uno dei casi più emblematici di riscoperta musicale nella storia recente. Più che un semplice album, il Buena Vista Social Club fu un’operazione culturale che restituì visibilità e dignità a una generazione di musicisti cubani, portando il Son tradizionale sui palcoscenici di tutto il mondo, fino ad arrivare allo storico e indimenticabile concerto alla Carnegie Hall di New York, il 1° luglio del 1998.
Il progetto nacque in un momento particolarmente delicato per Cuba. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’isola entrò nel cosiddetto Periodo Especial, una grave crisi economica che colpì duramente ogni settore, compresa la cultura. Molti musicisti anziani, protagonisti dell’età d’oro del Son tra gli anni ’30 e ’50, vivevano ormai nell’ombra, lontani dalle scene e spesso in condizioni di grande precarietà economica.

In quegli stessi anni, l’industria musicale internazionale tendeva a privilegiare generi più commerciali, mentre la musica tradizionale cubana veniva percepita come un retaggio del passato. Nel 1996, il chitarrista e produttore statunitense Ry Cooder, affascinato dalle musiche afro-caraibiche, si recò a L’Avana con l’idea di realizzare un disco che mettesse in dialogo musicisti cubani e africani. Il progetto iniziale cambiò direzione, ma da quell’incontro nacque qualcosa di ancora più significativo: la decisione di riunire alcuni dei più grandi interpreti viventi del Son cubano tradizionale. Fondamentale fu il ruolo del musicista e ricercatore cubano Juan de Marcos González, già leader del gruppo Sierra Maestra, che conosceva personalmente molti di questi artisti e ne comprese immediatamente l’inestimabile valore storico. Il nome Buena Vista Social Club fu scelto in omaggio ad uno storico club sociale dell’Avana, attivo negli anni ’40, frequentato prevalentemente da afro-cubani.
Questi club erano luoghi centrali della vita musicale e sociale, spazi di danza, incontro e creatività, oggi quasi completamente scomparsi. Il progetto riunì musicisti di età avanzata, veri e propri custodi della tradizione del Son cubano: Compay Segundo (1907–2003), maestro del tres e autore di “Chan Chan”, brano simbolo del progetto; Ibrahim Ferrer (1927–2005), voce intensa e malinconica del Son e del bolero; Rubén González (1919–2003), pianista di straordinaria eleganza, rimasto lontano dalle scene per anni; Omara Portuondo (nata nel 1930), già celebre negli anni ’50, soprannominata “la diva del Buena Vista”; Eliades Ochoa (nato nel 1946), interprete del Son guajiro e ponte tra tradizione e presente. Molti di loro avevano superato i 70 e gli 80 anni al momento delle registrazioni.
Il progetto diede loro una seconda vita artistica, trasformandoli in icone mondiali. L’album Buena Vista Social Club, pubblicato nel 1997, fu registrato in pochi giorni negli studi EGREM dell’Avana, con un approccio volutamente essenziale e fedele allo spirito originale del Son. Il disco ottenne un successo immediato e sorprendente, vincendo il Grammy Award nel 1998 come miglior album tropicale tradizionale. Il pubblico internazionale rimase affascinato da una musica che appariva autentica, senza tempo, lontana dalle logiche commerciali e, al contempo, indistruttibile. Il Son cubano, grazie al Buena Vista Social Club, divenne un linguaggio universale, capace di emozionare ascoltatori di culture e generazioni diverse. Alcuni tra i brani più emblematici presenti nell’album sono: “Chan Chan” eseguito da Compay Segundo;“Dos gardenias” cantato da Ibrahim Ferrer;“El cuarto de Tula”; “Candela”;“Veinte años” eseguito da Omara Portuondo. Il successo del disco fu amplificato dal documentario Buena Vista Social Club, diretto dal regista tedesco Wim Wenders e presentato al Festival di Cannes nel 1999. Il film racconta le prove, le registrazioni e i concerti, alternandoli alle storie personali dei musicisti e a immagini poetiche dell’Avana. Il documentario trasformò il progetto in un fenomeno culturale globale, facendo conoscere non solo la musica, ma anche la dimensione umana e storica del Son cubano: la povertà, la dignità, la memoria, la gioia di suonare insieme. Il Buena Vista Social Club non fu una semplice e banale operazione nostalgica, ma un autentico atto di resistenza culturale. Dimostrò che il Son cubano non apparteneva al passato, ma era una tradizione viva, capace di dialogare con il mondo contemporaneo. Il progetto, pertanto, contribuì in modo decisivo: alla riscoperta globale del Son cubano; alla valorizzazione degli anziani musicisti come portatori di memoria; alla rinascita dell’interesse per la musica tradizionale cubana; alla creazione di un immaginario culturale positivo legato a Cuba. Come dichiarò Ry Cooder: «Questa musica ha attraversato il tempo perché parla di vita reale. Non può invecchiare». Il successo planetario del Buena Vista Social Club non ha soltanto rilanciato il Son sul mercato globale, ma ha contribuito a una riscoperta più ampia della musica tradizionale cubana, stimolando nuove generazioni di musicisti e ascoltatori. In questo senso, il riconoscimento dell’UNESCO appare come il coronamento di un percorso di valorizzazione già avviato, che ha restituito al Son il posto che gli spetta nella storia culturale del mondo. Come avrebbe probabilmente scritto Fernando Ortiz, il Son continua a vivere perché sa trasformarsi senza perdere la propria essenza: una musica nata dall’incontro e destinata, ancora oggi, a creare ponti tra culture diverse.
Cosa ci resta di questa storia?
Il riconoscimento del Son cubano come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, sancito dall’UNESCO, non rappresenta un mero atto celebrativo, ma il riconoscimento di una storia lunga, complessa e profondamente umana. Il Son è nato dall’incontro forzato di popoli e culture, dal trauma della schiavitù e dalla resilienza delle comunità afro-cubane; si è sviluppato attraverso la convivenza, la mescolanza e la creatività quotidiana di un’isola che ha trasformato il dolore in linguaggio artistico. Nel suo ritmo scandito dalle claves, nelle voci che dialogano tra solista e coro, nel movimento del corpo che accompagna la musica, il Son racconta Cuba più di qualsiasi discorso storico. È una memoria sonora collettiva, capace di attraversare generazioni, classi sociali e confini geografici, mantenendo intatto il legame tra passato e presente. La sua forza risiede proprio nella sua natura comunitaria: il Son non nasce per essere ascoltato in silenzio, ma per essere condiviso, ballato, vissuto.
La riscoperta globale operata dal Buena Vista Social Club ha dimostrato che questa tradizione non era relegata al passato, ma possedeva ancora una straordinaria capacità di parlare al mondo contemporaneo. Attraverso le storie di musicisti anziani, riportati alla luce dopo decenni di invisibilità, il Son ha riaffermato il valore della memoria, della dignità e della continuità culturale. In quelle voci segnate dal tempo, il pubblico internazionale ha riconosciuto un’autenticità rara, capace di emozionare al di là delle mode e delle barriere linguistiche. Oggi, il riconoscimento UNESCO si inserisce come naturale prosecuzione di questo percorso: non consacra un genere, ma protegge una pratica viva. In un mondo sempre più globalizzato e uniforme, il Son cubano ci ricorda che la ricchezza culturale nasce dall’incontro, dalla contaminazione e dalla capacità di trasformare la storia in espressione condivisa. È per questo che il Son non appartiene soltanto a Cuba, ma all’umanità intera: perché nella sua musica risuonano la sofferenza, la resistenza e, soprattutto, la gioia universale di esistere insieme.
Note
[1] https://ich.unesco.org/en/RL/the-practice-of-cuban-son-02299.
[2] https://elpais.com/cultura/2025-12-10/el-son-cubano-se-convierte-en-patrimonio-inmaterial-de-la-unesco.html.
[3] Alejo Carpentier, La música en Cuba, Libros del Kultrum, 1946.
[4] Stufato tipico di Cuba, particolarmente complesso nella sua realizzazione. È composto da varie verdure e vari pezzi di carni, il tutto cotto in acqua bollente fino a produrre un brodo denso e succulento, condito con il peperoncino cubano che da il nome alla pietanza.
[5] https://ich.unesco.org/en/RL/the-practice-of-cuban-son-02299.
Foto copertina: Son cubano













