Kyiv-Varsavia: uno scontro diplomatico complesso che fa felice solo Mosca

I resti di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), e di sua moglie Sofiia Fedak-Melnyk sono stati nuovamente sepolti lunedì nel cimitero nazionale militare commemorativo vicino a Kiev, alla presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e di altri funzionari dello Stato.
I resti di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), e di sua moglie Sofiia Fedak-Melnyk sono stati nuovamente sepolti lunedì nel cimitero nazionale militare commemorativo vicino a Kiev, alla presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e di altri funzionari dello Stato.

La crisi tra Polonia e Ucraina rivela quanto la memoria storica resti un’arma politica attiva – e quanto tutti rischino di dimenticarlo nel momento più critico.


 
Di Maria Nicola Buonocore[1]

Introduzione.

Ci sono crisi diplomatiche che nascono da un calcolo sbagliato, e ce ne sono altre che nascono da una ferita che non si è mai davvero rimarginata. Quella apertasi tra Kyiv e Varsavia in queste settimane appartiene a entrambe le categorie, e proprio per questo non si chiuderà in fretta. Non è la prima volta che Polonia e Ucraina si scontrano sulla memoria della Seconda guerra mondiale; lo storico più recente, però, arriva nel momento più scomodo possibile  –  con un esercito russo ancora in casa, due milioni di rifugiati ucraini ospitati su suolo polacco, e un’Europa che proprio in questi giorni discute il futuro dell’allargamento. Il 25 giugno, la conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina si è aperta a Gdańsk senza che né il presidente ucraino né quello polacco vi partecipassero: un’assenza speculare che dice più di molti comunicati.

Tre mosse, una sola direzione.

Prima di un’attenta analisi, è importante ricostruire la dinamica degli eventi. Il 19 maggio le spoglie di Andrii Melnyk – colonnello e storico leader dell’ala “moderata” (OUN-M) dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, morto in esilio in Lussemburgo nel 1964 – vengono esumate per essere rimpatriate; il 25 maggio Zelensky presiede personalmente la cerimonia di nuova sepoltura al Cimitero militare nazionale vicino a Kyiv, parlando di “memoria storica” da restituire alla nazione.[2] È un gesto che la Polonia (ma anche Israele[3]) definisce immediatamente inopportuno, ricordando che l’OUN-M collaborò con la Germania nazista e che alcuni suoi membri furono coinvolti nelle persecuzioni antiebraiche – va detto per onestà storica, che Melnyk[4] stesso, come tanti altri esponenti del movimento indipendentista ucraino, finì internato dai nazisti a Sachsenhausen quando questi si rivoltarono contro le aspirazioni indipendentiste ucraine.
Appena un giorno dopo, il 26 maggio, Zelensky firma il decreto che dà a un’unità delle forze speciali ucraine il nome di “Eroi dell’UPA”, l’Armata insurrezionale ucraina che combatté contro i sovietici e, successivamente, i nazisti, ma che in Polonia resta associata in primo luogo al massacro di decine di migliaia di civili polacchi, ebrei ed anche ucraini in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Questa decisione arriva dopo che, solo una settimana prima, Kyiv aveva già riacceso il dibattito sulla “pantheon degli eroi” con la sepoltura di Melnyk. Per l’opinione pubblica polacca, i due gesti si sommano in un’unica narrazione percepita come provocazione.
Dopo vari tentativi diplomatici falliti, la risposta polacca arriva il 19 giugno: il presidente Karol Nawrocki – non un politico qualsiasi su questi temi, ma l’ex presidente dell’Istituto per la Memoria Nazionale (IPN) tra il 2021 e il 2025, l’organo che in Polonia custodisce la memoria dei crimini nazisti e comunisti – revoca a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, conferitagli nel 2023 dal predecessore Andrzej Duda. Nawrocki precisa che la decisione non riguarda il sostegno militare a Kyiv, che resta inalterato, ma riguarda la dignità delle vittime polacche[5]. Il giorno dopo, il 20 giugno, Zelensky rispedisce per posta l’onorificenza a Varsavia. Lo seguono, restituendo le rispettive decorazioni polacche, il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il ministro degli Esteri Andrii Sybiha, l’ambasciatore a Varsavia Vasyl Bodnar e tre ex presidenti – Leonid Kuchma (il quale, tuttavia, ad oggi non sembra che abbia pubblicamente rinunciato ai suoi riconoscimenti russi), Viktor Yushchenko e Petro Poroshenko[6].

La formula tradita: “Chiediamo perdono e perdoniamo”.

Per capire perché la mossa di Zelensky abbia colpito così nel profondo, occorre guardare un po’ più indietro di quanto la cronaca recente permetta. Timidi tentativi di riavvicinamento fra i due paesi erano stati anticipati in una dichiarazione congiunta dei vescovi cattolici polacchi e ucraini, per il sessantesimo anniversario della Volinia[7]. La formula storica di quella dichiarazione era “ci perdoniamo e chiediamo perdono”. Tutti i passi successivi compiuti con sforzi diplomatici notevoli culminarono nell’evento simbolo della riapertura del Cimitero degli Aquilotti di Leopoli, dopo decenni di abbandono sovietico, dedicato ai caduti polacchi della guerra polacco-ucraina del 1918-1919, accompagnata dall’inaugurazione di un memoriale gemello per i soldati dell’Armata Galiziana Ucraina. Gli allora presidenti Aleksander Kwaśniewski e Viktor Yushchenko depositarono corone su entrambi i lati del cimitero, in un gesto di “unità delle due memorie” che la Polonia aveva concesso anche come riconoscimento del sostegno polacco alla Rivoluzione arancione.
La formula sulla Volinia sarebbe stata rievocata con la massima solennità soltanto vent’anni dopo, nel luglio 2023, a Lutsk, quando Duda e Zelensky pregarono insieme nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo per l’ottantesimo anniversario del massacro, e Zelensky promise personalmente di autorizzare le esumazioni delle vittime polacche ancora sepolte in fosse comuni senza nome[8]. È proprio quella promessa che oggi appare politicamente sospesa, mentre il gruppo di lavoro polacco-ucraino sulle esumazioni, pure avviato concretamente nel 2025, rischia di restare lettera morta.
È questo il filo che lega Volinia 1943, Leopoli 2005 e Lutsk 2023: ogni volta che la riconciliazione sembrava acquisita, un nuovo gesto di politica della memoria, che precede lo stesso Zelenskyi,  ha rimesso tutto in discussione.

L’azzardo di Zelensky.

Perché proprio ora? Una lettura plausibile, ed è quella più generosa verso Kyiv, è che Zelensky stia attraversando un momento di euforia tattica sul campo: le incursioni in profondità contro la logistica petrolifera russa, i nuovi successi attorno alla Crimea, la crescente capacità di colpire in profondità il territorio russo grazie a sistemi come i missili e drone “Flamingo” prodotti dalla Fire Point – un’azienda anch’essa al centro dello scandalo di corruzione di cui parleremo più sotto. In questo clima, la tentazione di affermare un orgoglio nazionale assertivo, anche a costo di irritare un alleato, può apparire a Kyiv un rischio sopportabile.
Ma c’è una lettura più scomoda, ed è quella che un’analisi onesta non può evitare: il tempismo di Zelensky coincide con un trimestre particolarmente difficile sul fronte interno. Da maggio l’Ucraina è scossa dal cosiddetto “Mindichgate” (Operazione Midas), l’inchiesta anticorruzione[9] che ha portato all’incriminazione per riciclaggio, l’11 maggio, dell’ex capo dell’ufficio presidenziale Andrii Yermak, in relazione alla costruzione del complesso residenziale di lusso “Dynastia” a Kozyn, vicino a Kyiv. Nelle registrazioni diffuse dagli investigatori compare anche Rustem Umerov, già ministro della Difesa e oggi segretario del Consiglio di sicurezza nazionale – formalmente solo testimone nel procedimento, non indagato, ma comunque coinvolto in conversazioni che lo riguardano in relazione agli appalti della stessa Fire Point.
A questo si aggiunge un dossier diplomatico che Kyiv non può vendere come una vittoria netta: il 15 giugno la Corte permanente di arbitrato dell’Aia ha pubblicato il verdetto, datato 22 aprile, sulla causa intentata dall’Ucraina contro la Russia nel 2016 per il ponte di Kerch. Nel merito, è un esito a luci e ombre: il tribunale ha respinto la richiesta ucraina di smantellamento del ponte e la pretesa che Mosca esercitasse un controllo esclusivo sullo stretto, ma ha anche riconosciuto che la Russia ha violato il diritto del mare non effettuando le valutazioni d’impatto ambientale dovute, confermando inoltre lo status dell’Ucraina come Stato costiero sul Mar Nero, sul Mar d’Azov e sullo stretto stesso[10].
Il punto realmente debole, però, non è nel merito giuridico ma nella composizione del collegio e nell’esito del voto. Il tribunale, che si componeva di cinque membri, due dei quali nominati rispettivamente da Mosca e Kyiv[11], ha espresso una decisione unanime. Anche l’arbitro scelto dall’Ucraina ha votato per respingere il nucleo centrale delle sue stesse pretese. Un risultato che rende impossibile, per la diplomazia ucraina, liquidare l’esito come il prodotto di un collegio ostile o politicizzato. Sul piano della comunicazione strategica pesa il fatto che persino il proprio arbitro non abbia trovato margini per sostenere le richieste più ambiziose, il che resta, per il ministero degli Esteri ucraino, un problema difficile da nascondere.
Infine, il processo di integrazione europea. Il 15 giugno l’Ucraina ha finalmente aperto, dopo due anni di veto ungherese, il primo cluster negoziale con l’UE[12]. Sebbene il blocco politico da parte di Budapest abbia certamente giocato a svantaggio di Kyiv, è altrettanto evidente un rallentamento dei processi di integrazione europea: il rapporto annuale sull’allargamento della Commissione, pubblicato il 4 novembre 2025[13], riconosce i progressi ucraini ma elenca anche, con un linguaggio burocratico che non lascia spazio a equivoci, una serie di inadempienze tutte interne[14], che riguardano particolarmente le materie del Capitolo 23 e 24 – giustizia e diritti fondamentali – su cui si misura, storicamente, la credibilità di ogni allargamento.

Crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina
Crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina

In questo quadro – corruzione ai vertici, un dossier giudiziario internazionale che non è la vittoria sperata, un’integrazione europea che avanza ma più lentamente del previsto, un nuovo potenziale fronte al nord, dopo i battibecchi fra Zelensky e Lukashenko – la riaffermazione di un orgoglio nazionale “puro” attraverso la memoria storica può aver offerto a Zelensky un terreno più semplice su cui ricompattare il fronte interno.
A conferma di ciò e del fatto che la frattura è lungi dal ricomporsi, è arrivata, proprio in questi giorni, un’ulteriore escalation. Il 28 giugno, nel discorso per la Giornata della Costituzione, Zelensky ha dichiarato che “nessuno, mai, detterà agli ucraini come vivere, come parlare, chi amare o quali eroi onorare”, annunciando di aver presentato alla Verkhovna Rada un disegno di legge per l’istituzione di un “Pantheon Nazionale Ucraino” – un’iniziativa i cui contorni restano ancora vaghi, ma che arriva nel momento meno opportuno per dissipare i malcontenti polacchi. Il giorno successivo, Budanov ha rilanciato la stessa linea, definendo la legge “un atto di maturità statale” – un endorsement tutt’altro che scontato, se si considera che è lo stesso Budanov ad aver guidato, il 6 giugno, la missione diplomatica a Varsavia, con il vicepremier e ministro della Difesa polacco Kosiniak-Kamysz, conclusasi con un nulla di fatto. Il fatto che proprio chi ha toccato con mano l’irrigidimento polacco scelga ora di portare avanti con veemenza la linea più intransigente di Kyiv è il segnale più chiaro che la diplomazia ha lasciato il passo alla politica interna.

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Sarebbe un errore, però, leggere la reazione polacca come pura difesa della memoria storica, sgombra da calcoli di potere. Nawrocki governa una Polonia spaccata: il premier Donald Tusk, suo rivale politico di lungo corso, ha definito la decisione di Zelensky un errore ma ha chiesto a entrambe le parti di “non sprecare” la solidarietà costruita in quattro anni di guerra, ricordando – ed è una delle frasi più citate di questi giorni – che il fronte vero corre altrove, e che la frattura tra Varsavia e Kyiv è un regalo a Putin. Significativamente, Tusk non ha invitato Nawrocki alla conferenza di Gdańsk[15]: un’assenza forzata, non scelta, che racconta quanto la crisi con l’Ucraina sia diventata anche un terreno di scontro nella politica interna polacca, alla vigilia di elezioni che potrebbero ridisegnare il governo di Varsavia.
A questo si somma un fattore sociale spesso sottovalutato dagli osservatori esterni: la fatica dell’accoglienza e la percezione linguistica, che gioca un ruolo sottile e raramente discusso. La vicinanza tra ucraino e polacco rende immediatamente riconoscibile, e quindi rassicurante, chi parla ucraino; chi invece – per provenienza regionale o abitudine – si esprime in russo viene talvolta percepito, ingiustamente ma comprensibilmente in un paese che vede nella Russia un potenziale nemico, come più distante, persino sospetto. È un dettaglio minore nella grande politica, ma pesa nell’opinione pubblica di provincia, dove il sostegno all’Ucraina si misura ogni giorno nei rapporti di vicinato, non nei comunicati di Strasburgo.

Il pivot nordico e il rischio di un’Ucraina isolata a est.

C’è infine una dimensione che la crisi con la Polonia rende più urgente: la ricerca ucraina di ancoraggi alternativi. L’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha scritto di recente, commentando l’arrivo dei caccia Gripen svedesi, che “i vichinghi stanno tornando in Ucraina”, chiedendosi se Kyiv stia diventando, non geograficamente ma strategicamente, un paese nordico[16]. È un’affermazione che ha un fondamento storico reale – la stessa Rus’ di Kyiv nacque nel IX secolo dall’incontro tra popolazioni slave e mercanti-guerrieri scandinavi, i Variaghi, da cui il nome stesso “Rus’” – ma che, come spiegazione geopolitica, semplifica più di quanto chiarisca. La vocazione storica e geografica dell’Ucraina resta innegabilmente centroeuropea: il suo destino economico, infrastrutturale e culturale è cucito alla Polonia, all’Ungheria, alla Romania, alla Slovacchia, non solo a Stoccolma o Helsinki. Il “pivot nordico” – per quanto reale come tendenza nei rapporti militari – rischia di essere meno una scelta strategica lucida che un sintomo della frustrazione ucraina verso un vicino, la Polonia, che resta insostituibile – soprattutto mentre la guerra è ancora in corso.
Ed è qui che la metafora dei due inni nazionali, che condividono lo stesso incipit – “La Polonia non morirà”, “Ancora non è morta l’Ucraina” – smette di essere un vezzo retorico e diventa un punto politico serio. Due popoli slavi che si sono inferti reciproche ferite profonde, ma che condividono una storia di sopravvivenza nazionale contro ripetuti tentativi di cancellazione – imperiale, sovietica, oggi russa – hanno bisogno l’uno dell’altro più di quanto la cronaca di queste settimane lasci intendere. Lo ha ricordato a sua volta anche Giovanni Paolo II, che fece della riconciliazione polacco-ucraina uno dei temi del suo pontificato, proprio richiamando quella comune vocazione alla resistenza nazionale.

Una diplomazia da ricostruire.

Il vero rischio, in questa vicenda, non è tanto che Varsavia o Kyiv abbiano torto o ragione sulla memoria – su questo, onestamente, ci sono argomenti legittimi sui due fronti, e la storiografia su OUN e UPA, così come su molte armate polacche dell’epoca, resta giustamente materia di ricerca aperta più che di verdetti politici sommari. Il rischio reale è che il Ministero degli Esteri ucraino stia accumulando, in pochi mesi, una serie di passi falsi diplomatici – la gestione comunicativa del verdetto sul ponte di Kerch, la rottura con la Polonia, le tensioni latenti sull’apertura dei cluster UE – che, presi insieme, raccontano una diplomazia in affanno, più reattiva che strategica. E che il prezzo di questo affanno, alla fine, lo paghi l’unità del fronte occidentale, l’unico vero argine rimasto contro Mosca e le autocrazie.
Tornare alla diplomazia, come ha chiesto a sua volta Poroshenko, non significa rinunciare alla memoria nazionale ucraina, né chiedere a Kyiv di rinnegare chi ha combattuto per l’indipendenza. È fisiologico che un Paese in guerra accentri la narrazione pubblica e faccia leva sull’interesse nazionale per tenere unita una società sotto pressione costante; ma questa particolare ondata, tendente ad un nazionalismo nostalgico, comporta un rischio concreto per chi aspira a entrare nell’Unione Europea – un progetto nato proprio come antidoto ai nazionalismi che devastarono il continente nella Seconda guerra mondiale. Tornare alla diplomazia significherebbe, più semplicemente, lasciare che le questioni storiche trovino risposta in un momento meno critico di questo. E riconoscere che l’integrazione europea è, in fondo, la sublimazione dell’orgoglio nazionale in valori condivisi – l’unica strada che renda credibile, a Bruxelles come a Varsavia, la promessa di un’Ucraina europea.


Note

[1] Dottoranda di ricerca in Governance e Politiche Europee all’Università Comenio di Bratislava.
[2]K. TSURKAN, «Remains of 20th century Ukrainian military leader Andrii Melnyk brought to Kyiv for reburial», Kyiv Independent, 22 maggio 2026, https://kyivindependent.com/remains-of-20th-century-ukrainian-military-leader-andrii-melnyk-brought-to-kyiv-for-reburial/
[3] G. GILSON, «Ukraine reburies Nazi collaborator with state honors, drawing Israeli condemnation», The Jerusalem Post, 27 maggio 2026, https://www.jpost.com/diaspora/antisemitism/article-897400
[4] S. VAKULINA, «Ukraine reburies remains of divisive nationalist World War II leader», Euronews, 25 maggio 2026, https://www.euronews.com/my-europe/2026/05/25/ukraine-reburies-remains-of-divisive-nationalist-world-war-ii-leader
[5] PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA DI POLONIA, comunicato ufficiale; https://www.president.pl/news/president-karol-nawrocki-i-have-decided-to-revoke-the-order-of-the-white-eagle-from-the-president-of-ukraine,122167
[6] REDAZIONE, «Zelenskyy returns Poland’s highest honor after Polish president revokes it in history dispute», CBS News, 20 giugno 2026, https://www.cbsnews.com/news/ukrainian-officials-criticize-polish-presidents-decision-to-strip-zelenskyy-of-honor/
[7] G. KASIANOV, “Ukraine — Poland: Quest for the Past”, Ideology and Politics Journal, 2020
[8] R. J. DE SOUZA «Ukraine and Poland’s Message of Reconciliation: ‘We Forgive and Ask Forgiveness’», National Catholic Register, , 21 luglio 2023, https://www.ncregister.com/commentaries/ukraine-and-poland-s-message-of-reconciliation-we-forgive-and-ask-forgiveness
[9] M. JĘDRYSIAK, «Ukraine: corruption scandal involving senior government officials continues», OSW – Centre for Eastern Studies, 13 maggio 2026, https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/analyses/2026-05-13/ukraine-corruption-scandal-involving-senior-government-officials
[10] CORTE PERMANENTE DI ARBITRATO (PCA), comunicato del 15 giugno 2026, https://pca-cpa.org/en/news/pca-press-release-publication-of-the-award-in-the-dispute-concerning-coastal-state-rights-in-the-black-sea-sea-of-azov-and-kerch-strait-ukraine-v-the-russian-federation/
[11] CORTE PERMANENTE DI ARBITRATO PCA, comunicato ufficiale sulla composizione del collegio, 460fa267-2017-06-20260615-press-release.pdf
[12] EUROPEAN COUNCIL, 15 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/06/15/eu-and-ukraine-open-first-accession-negotiations-cluster/
[13] COMMISSIONE EUROPEA, Ukraine Report 2025, SWD(2025) 759 final https://enlargement.ec.europa.eu/document/download/17115494-8122-4d10-8a06-2cf275eecde7_en?filename=ukraine-report-2025.pdf
[14] Il Parlamento ucraino non è riuscito a nominare i candidati vagliati a livello internazionale per la Corte costituzionale, lasciandola da tempo senza il quorum necessario; la posizione di Procuratore generale resta, nelle parole della Commissione, “politicizzata”; una legge del luglio 2025 continua a permettere il trasferimento di magistrati senza concorso; le norme sulla chiusura automatica dei procedimenti per scadenza dei termini d’indagine hanno già fatto cadere diversi fascicoli di alto profilo; la legge sugli appalti pubblici, attesa da anni, non è stata approvata.
[15] N. SAVIĆ, «Poland’s President Excluded From Ukraine Recovery Conference in Gdańsk», Kyiv Post, 22 giugno 2026, https://www.kyivpost.com/post/78734
[16] D. KIRICHENKO, «Russia’s brutal invasion pulls Ukraine closer to Nordic allies as Europe’s security map shifts», Milwaukee Independent, 24 giugno 2026, https://www.milwaukeeindependent.com/curated/russias-brutal-invasion-pulls-ukraine-closer-nordic-allies-europes-security-map-shifts/


Foto copertina: I resti di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), e di sua moglie Sofiia Fedak-Melnyk sono stati nuovamente sepolti lunedì nel cimitero nazionale militare commemorativo vicino a Kiev, alla presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e di altri funzionari dello Stato.