Mongolia e Russia: le origini di un partenariato strategico (parte 2)

Mappa Mongolia
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Dal crollo dell’Unione Sovietica all’ascesa di Vladimir Putin: come Mosca ha ricostruito la propria influenza in Mongolia e perché Ulaanbaatar è diventata un tassello della strategia russa in Asia.


La riscoperta della Mongolia da parte della Russia

Negli anni Novanta, tra la Russia e la Mongolia le relazioni conobbero un peggioramento, causando un netto allontanamento di Mosca da Ulan Baator[1]. Le forti relazioni che persistevano in epoca sovietica vennero meno, dalla sicurezza al commercio, dall’economia agli scambi culturali. Il primo grande punto fu il ritiro dalla Mongolia nel 1992 delle truppe sovietiche[2] lì stanziate in maniera continuativa dagli anni Sessanta e Settanta, in quanto venivano meno i presupposti per il quale un contingente militare dovesse trovarsi sul territorio mongolo, ossia, nel contesto generale della fine della Guerra Fredda, l’allentamento delle tensioni tra l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese.
La Russia perse un’acquisita posizione dominante nel mercato mongolo, attuando un ritiro complessivo. La presenza commerciale ed economica dell’Unione Sovietica, pari a circa l’85% nel 1990, diminuì drasticamente per la Federazione Russa, arrivando a circa il 25% nel 1999[3]. Nonostante le intenzioni espresse nel 1993, il fallimento della Russia nel continuare a detenere una quota significativa del mercato mongolo e del mantenimento di strette relazioni fu evidente.
La scelta di politica estera di maggiore coinvolgimento con l’Occidente risultò determinante per un simile allontanamento. Eppure, allo stesso tempo, il fade-out della Russia in Mongolia è interpretabile anche con la categoria di “delinking to Russia[4], ossia la volontà dei Paesi dell’Asia Centrale, in cui si può inserire anche la Mongolia, di cercare una propria linea d’indipendenza da Mosca nelle relazioni internazionali. Risulta chiaro e quasi scontato, però, che nel caso mongolo una tale postura evidenzi uno spostamento verso la Cina, l’altro grande situato ai confini della Mongolia.
Se si considerano gli anni a partire dalla transizione democratica, la Mongolia ha da sempre necessitato dei Paesi a lei più prossimi per il proprio sostentamento economico, facendo dei rapporti commerciali una fonte primaria per la sopravvivenza dello Stato. Durante l’epoca sovietica il Paese dipendeva per gran parte dall’apporto dell’URSS, in particolare in attività essenziali della propria economia, come il settore estrattivo. Dagli anni Settanta si fecero importanti le cooperazioni nell’estrazione di rame, molibdeno e, seppur abbandonato per mancanza di tecnologia adeguata, di petrolio[5].
Il vuoto che venne a crearsi fu riempito dalla presenza ingombrante della Cina, la quale, in un arco di più di trent’anni (dal 1990 al 2025), ha raggiunto il ruolo di primo partner economico della Mongolia, con uno scambio commerciale (al 2022) di circa 8,5 miliardi di dollari[6]. Un vero e proprio “ritorno al passato” o “giro di boa”, in quanto la Mongolia si ritrovò nuovamente dipendente dalla Cina dopo essere divenuta uno Stato indipendente all’inizio del XX secolo, la cui indipendenza la portò nelle braccia dell’Unione Sovietica[7]. Nei caotici anni di fine millennio, la Russia ricominciò ad affacciarsi, seppur timidamente, all’Asia e alla Mongolia nel 1999. Un primo passo fu la visita del Presidente della Repubblica di Mongolia Bagabandi nel dicembre del 1999 a Mosca, durante la quale venne stabilito un incontro con il quasi-dimissionario Presidente russo Boris El’cin, con cui vennero discusse questioni concernenti la cooperazione economica. La salita al potere del nuovo Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin costituì un evento d’importanza storica per le relazioni tra i due Paesi, in quanto nel 2000 lo stesso Putin visitò la Mongolia. La Dichiarazione di Ulan Baator[8], a margine di quell’incontro, confermò ciò che il Trattato del 1993 stabiliva e rappresentò l’inizio di un nuovo impegno da parte russa nei confronti della Mongolia, anche nei rapporti bilaterali di sicurezza. Pertanto, il 2000 costituisce l’anno di inizio non solo del nuovo millennio, ma della “rinascita” delle relazioni tra la Russia e la Mongolia. Difatti, la cooperazione tra i due Paesi continuerà in modo continuativo e con un’agenda proattiva da parte di Mosca.
Il Concetto di Politica Estera della Federazione Russa del 2000[9] si basava su dei nuovi assunti rispetto a quello del 1993, adoperando a tratti come corollario al precedente e a tratti come una nuova riconsiderazione di sé stessa. La Russia del 2000 riconosceva nel cosiddetto “spazio post-sovietico” e nell’Occidente le due direttrici principali della propria azione politica, relegando ancora all’Asia un ruolo secondario. Eppure, un’interpretazione più estensiva è necessaria. L’espressa volontà di contribuire alla formazione di un nuovo ordine mondiale risponde alle logiche di cui sopra, ossia un atteggiamento cooperativo e collaborativo con i grandi attori internazionali, ma se si considera l’importanza attribuita alle Repubbliche venute fuori dalla disgregazione dell’URSS come priorità della politica estera russa e di una considerazione ancora in secondo piano rispetto ad esse del contesto asiatico più ampio, il riavvicinamento con la Mongolia può essere interpretato in chiave della prima e non della seconda. La volontà di creare un proprio spazio d’influenza – seppur non dichiaratamente – si dimostra anche nel rinnovato rapporto con la Mongolia ad opera dell’allora neopresidente Putin, il quale raccolse un’eredità imperiale, piuttosto che sovietica, nel solco di un’aquila bicefala[10] che iniziava a guardare con un interesse riscoperto all’Oriente.
Dal canto suo, la Mongolia usciva dal decennio degli anni Novanta con una riscoperta di sé stessa come di uno Stato politicamente vivace e democratico – nell’arco di un decennio vennero affrontate numerose riforme elettorali e le elezioni presidenziali e parlamentari potevano consegnare esiti molto diversi l’una rispetto all’altra, come il caso delle elezioni parlamentari del 1996 (che videro vincitori i liberali e riformisti) e le elezioni presidenziali del 1997 (con uscito vincitore lo stesso Bagabandi del Partito del Popolo Mongolo, ossia il partito al potere durante l’epoca sovietica). Una tale dinamicità la si osservava in politica estera, in quanto il delinking dalla Russia veniva effettuato e allo stesso tempo si cercavano partner non solo nella Repubblica Popolare Cinese, bensì in alti attori esterni quali il Giappone, gli Stati Uniti e la Germania[11].
Il tentativo russo di riavvicinamento si interseca, quindi, in una volontà di ricostruire uno spazio d’influenza che si avvertiva come proprio e minacciato in una regione che, seppur periferica, poteva costituire un punto nevralgico della propria proiezione in Asia. Negli anni tra il 2000 e il 2025 gli sforzi profusi in tal senso sono stati vari, sia in ambito politico-diplomatico sia in merito alle questioni economiche, quanto a quelle securitarie.
In primo luogo, la Federazione Russa e la Mongolia hanno implementato le proprie relazioni attraverso un incremento delle rispettive visite ufficiali, in particolar modo quelle di alto rango tra i Presidenti (circa quindici visite tra Mosca e Ulan Baator nel periodo considerato)[12]. Tra queste, la più nota di queste fu quella svolta da Putin tra il 2 e il 3 settembre 2024[13], la quale costituì il simbolo di un successo per la Russia nella costruzione della relazione con la Mongolia. La visita di Putin avvenne in un momento in cui ancora pendeva il mandato di cattura internazionale emanato dalla Corte Penale Internazionale (CPI), il quale imponeva agli Stati membri di eseguirlo qualora Putin fosse transitato nei rispettivi territori.
Il mancato arresto eseguito dalla Mongolia (membro della CPI) e la buona riuscita della visita testimoniarono una relazione molto stretta tra i due Paesi, tale da soprassedere alle decisioni vincolanti di organizzazioni internazionali. Le relazioni amichevoli si sono dimostrate in occasione anche delle elezioni, quando non sono mancate condanne contro disordini come quelli a seguito delle elezioni per il Parlamento mongolo del 2008[14].
Nei fora internazionali la Russia e la Mongolia riscontrano la partecipazione alla piattaforma intergovernativa della Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia (CICA)[15] in ottica di mantenimento della pace in Asia secondo principi che possono essere riscontrati in altre organizzazioni regionali che vedono la Russia coinvolta. Alla base di tale piattaforma difatti si pongono come pilastri l’eguaglianza sovrana degli Stati e si fa esplicito riferimento al principio di non ingerenza negli affari interni, punto sulla quale entrambi gli Stati da noi considerati in questo lavoro concordano. La firma del nuovo Trattato sulle Relazioni Amichevoli e sulla Partnership Strategica nel settembre del 2019 (ratificato nel 2020)[16] costituì, allo stesso tempo, conferma e superamento delle relazioni come furono concepite sino a quel momento, divenendo un rapporto stretto tra i due Stati. Per quanto riguarda le relazioni economiche la ricostruzione si faceva sicuramente ostica. Gli anni Novanta erano stati caratterizzati da tensioni tra i due Paesi in merito a questioni rilevanti come la gestione dell’impresa joint venture russo-mongola (e sovietico-mongola prima) di estrazione di rame Erdenet[17], il quale persiste tuttora come il più grande investitore straniero nel Paese.
Altro punto di disaccordo sul quale vennero mostrate numerose reticenze riguardava la politica dei visti, che Mosca era restia a voler riformare. Negli anni la cooperazione è aumentata particolarmente. Al 2022, la Russia costituiva uno dei principali operatori economici per la Mongolia, attraverso un rapporto basato sull’import-export di materie prime agricole ed energetiche e sulla compartecipazione nel settore minerario e nell’estrazione di rame[18], come accennato.
In ultima analisi, la dimensione securitaria è una delle questioni che restano maggiormente aperte nelle relazioni tra la Federazione Russa e la Mongolia. Nonostante la ricerca da parte della Mongolia di partner che esulino dai due grandi (Russia e Cina), per la propria sicurezza la Mongolia non ha potuto far altro sino a questo punto che affidarsi alla Russia[19], attraverso un’opera di sviluppo maggiore della propria collaborazione economico-militare. Nel 2016 venne siglato il Programma per lo Sviluppo di una Partnership Strategica per ottemperare ad una tale intenzione.
La Mongolia ha promosso, inoltre, sin dalla sua istituzione, la volontà di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO)[20], della quale è tuttora Paese con status di osservatore.

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“L’Oriente è vicino”

Nell’arco degli ultimi 35 anni, dalla caduta dell’Unione Sovietica all’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel 2022, si sono susseguiti eventi catalizzatori che hanno portato la Russia stessa ad un ripensamento, anche più volte. Dal 2014 si è ravvivato il dibattito della matrice eurasiatica, nonostante si veniva da circa un ventennio di altalenante occidentalismo. La riscoperta dell’Oriente, dell’Asia e del luogo in cui dagli Urali si arriva a Vladivostok ha comportato un atteggiamento diverso in politica estera.
La Mongolia rappresenta adeguatamente un esempio adeguato da porre al di sotto del microscopio storico per comprendere in che direzione la Russia si è mossa, dalla presidenza El’cin alle politiche putiniane, nelle relazioni internazionali.
Se in una prima fase, quella degli anni Novanta, si è osservato un rivolgimento maggiore ad ovest, garantendosi piccoli spazi di sicurezza ad est, ma riducendo progressivamente la presenza ingombrante che l’Unione Sovietica aveva creato, successivamente si è iniziato ad adoperare un graduale “ritorno al mondo”, in cui le questioni internazionali divenivano diretta priorità, una volta riassestato l’equilibrio interno. La Mongolia venne lasciata a sé stessa, lasciando quasi campo libero alla Cina di operare come potenza influente in uno Stato anch’esso in ricostituzione. Ma sarebbe incorretto interpretare la Mongolia come una “partita a due”, in quanto la Mongolia stessa ha cercato di ritrovare una propria proiezione estera attraverso altri modelli ritenuti appetibili, come quello statunitense, quello giapponese o quello tedesco. Si potrebbe affermare, quindi, che la Mongolia ha costituito un laboratorio di contrapposizioni regionali in ambito geopolitico mescolato a numerosi interessi economici di altri Stati.
La curvatura decrescente dell’atteggiamento russo in Mongolia ha sperimentato un cambio direzionale nel 2000, con la prima Presidenza Putin. Nei rapporti bilaterali, per lo meno in quelli politici, la Russia è stata capace di ricreare una posizione dominante, fornendo alla Mongolia non solo un partner commerciale (nonostante il primato cinese), bensì un alleato, un amico e, forse, un modello a cui guardare.


Note

[1] Batbayar, T. (2003). Mongolian-Russian relations in the past decade (p.5). Asian Survey, 43(6), 951–970
[2] Narangoa, L. (2009). Mongolia and Preventive Diplomacy: Haunted by History and Becoming Cosmopolitan (p.6). Asian Survey, 49(2), 358–379.
[3] Batbayar, T. (2003). Mongolian-Russian relations in the past decade (p.15). Asian Survey, 43(6), 951–970
[4] Roy, O. (2000). The New Central Asia: The Cration of a Nation (p.195). New York University Press
[5] Lattimore, O., Sanders, A.J.K. Resources and Power in Mongolia. Britannica. [Ultima visualizzazione: 08/05/2025]
[6] Ministry of Foreign Affairs of Mongolia (2021). Mongolia-China Relations. Ministry of Foreign Affairs of Mongolia. https://mfa.gov.mn/en/diplomatic/56803/
[7] Narangoa, L. (2009). Mongolia and Preventive Diplomacy: Haunted by History and Becoming Cosmopolitan (pp.5- 6). Asian Survey, 49(2), 358–379.
[8] President of Russia (2000, 14 novembre). The Presidents of Russia and Mongolia signed the Ulan Bator Declaration. President of Russia. http://en.kremlin.ru/events/president/news/48692
[9] President of Russia (2000, 28 giugno). The Foreign Policy Concept of the Russian Federation. President of Russia https://www.bits.de/EURA/russia052800.pdf
[10] Bettanin, F. (2018). Putin e il mondo che verrà. (p. 203). Viella, Roma.
[11] National Security Council of Mongolia – Institute for Strategic Studies (2025). Concept of Mongolia’s Foreign Policy (Capitolo II, par. 12, lett. B). National Security Council of Mongolia – Institute for Strategic Studies. https://en.iss.gov.mn/?page_id=70
[12] Ministry of Foreign Affairs of Mongolia (2021). Russian Federation. Ministry of Foreign Affairs of Mongolia https://mfa.gov.mn/en/diplomatic/56801/
[13] President of Russia (2024, 2-3 settembre). Official Visit to Mongolia. President of Russia. http://en.kremlin.ru/events/president/trips/75016
[14] The Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation (2008, 2 luglio). Statement by the Russian Ministry of Foreign Affairs in Connection with State Great Hural Elections in Mongolia. The Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation. https://mid.ru/en/foreign_policy/news/1733141/
[15] CICA: Member States. https://www.s-cica.org/index.php?view=page&t=member_states
[16] President of Russia (2020, 13 luglio). Law to ratify Treaty on Friendly Relations and Comprehensive Strategic Partnership between Russia and Mongolia. President of Russia. http://en.kremlin.ru/acts/news/63642
[17] Ivi, p.7
[18] Ivi, p. 9 
[19] Fish, M. S., Samarin, M., & Way, L. A. (2017). Russia and the CIS in 2016: Pursuing Great Power Status. Asian Survey, 57(1), 93–102. https://www.jstor.org/stable/26367728 [20] Rinna, A. V. (2014). The Shanghai Cooperation Organisation and Mongolia’s Quest for Security. Indian Journal of Asian Affairs, 27/28(1/2), 63–80. http://www.jstor.org/stable/43857992


Foto copertina: Mappa Mongolia