Arctic Endurance in Groenlandia: la missione che mette alla prova l’Alleanza Atlantica

Arctic Endurance
Arctic Endurance

Le pressioni di Trump sull’isola artica, oggi presidiata dal  contingente dell’operazione Arctic Endurance, mettono sotto stress la Nato e l’architettura della sicurezza europea costruita dal dopoguerra.


Questa mattina sono arrivati in Groenlandia i primi militari europei nell’ambito dell’operazione Arctic Endurance, ufficialmente destinata a rafforzare la presenza Nato nell’Artico. L’obiettivo dichiarato è contrastare le “minacce nella regione” e addestrare le truppe alle “condizioni estreme” del territorio. Ma dietro la formula diplomatica si cela una realtà che tutti conoscono: la decisione è legata alle pressioni del presidente Donald Trump, che da mesi insiste sulla necessità per gli Stati Uniti di assumere il controllo dell’isola.
Oltre alla Francia, partecipano all’operazione Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania (con 13 soldati), Regno Unito (con un ufficiale) e, più recentemente, anche Paesi Bassi ed Estonia; la Spagna valuta un possibile coinvolgimento. Mosca ha definito l’invio delle truppe europee motivo di “massima preoccupazione”. Da Washington, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha ribadito che la presenza militare europea “non influenzerà la decisione del presidente”.
Per i governi europei si tratta di una sfida senza precedenti: un’azione diretta degli Stati Uniti contro la Groenlandia — territorio che appartiene a un paese membro dell’Ue e della Nato — segnerebbe di fatto la crisi dell’Alleanza Atlantica e dell’intero sistema di sicurezza europeo.

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Un equilibrio sempre più fragile

Da settimane le capitali europee cercano di muoversi su un crinale sottilissimo: difendere la stabilità dell’alleanza atlantica senza legittimare una pressione che rischia di minarne i principi fondativi. L’obiettivo è individuare una formula che permetta a Trump di rivendicare una “vittoria politica” senza intaccare la sovranità danese e la credibilità della Nato. Un compito sempre più complesso.
Il presidente americano continua a sostenere che gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia per ragioni strategiche e non esclude l’uso della forza. Lo ha ribadito anche dopo l’incontro a Washington tra il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e i ministri degli Esteri danese e groenlandese, Lars Løkke Rasmussen e Vivian Motzfeld. Un vertice che non ha prodotto progressi concreti: “Siamo d’accordo nel non essere d’accordo”, ha commentato Rasmussen. La premier danese Mette Frederiksen è stata ancora più esplicita: un’azione unilaterale americana segnerebbe la fine dell’alleanza Nato, un timore ormai condiviso in molte capitali europee.

Quali margini di manovra per l’Europa?

Fino a pochi mesi fa, l’idea di dover “difendere” la Groenlandia dagli Stati Uniti era considerata pura fantapolitica. Proprio per questo l’Unione non ha elaborato piani di emergenza, nel timore di trasformare una minaccia soprattutto retorica in uno scenario concreto. Il risultato è che oggi l’Europa si trova impreparata di fronte a un rischio reale.
Eppure le leve non mancherebbero. Secondo Gideon Rachman sul Financial Times, l’Europa potrebbe spiegare con chiarezza — in pubblico e in privato — cosa comporterebbe per Washington la fine della Nato: la presenza delle basi militari americane nel continente verrebbe subito messa in discussione, così come la disponibilità europea a tollerare i dazi del 15% imposti dagli Stati Uniti. A ciò si aggiungerebbe il crollo delle vendite di armi americane in Europa, la prospettiva di una tassazione più severa per i colossi della Silicon Valley e persino il rischio di un boicottaggio dei prodotti statunitensi in un mercato da 450 milioni di consumatori. “Stiamo discutendo su come esercitare pressione e dire: avete bisogno anche voi di noi”, ammette un diplomatico citato da Politico, “ma nessuno vuole farlo apertamente”. Il problema è anche politico: il sostegno di Trump resta decisivo per la sicurezza dell’Ucraina in un eventuale accordo di pace con la Russia, e nessun governo europeo vuole assumersi la responsabilità di una rottura frontale.

L’ultima carta

Anche se si arrivasse a un’intesa dell’ultimo minuto, capace di consentire a Trump di proclamare una vittoria e agli europei di salvare l’integrità territoriale danese, per molti osservatori l’Alleanza è già entrata in una fase di crisi. La minaccia di un’aggressione americana contro un alleato mina alla radice i principi su cui si fonda la Nato.
In questo contesto, l’invio di una forza di deterrenza serve soprattutto a guadagnare tempo e a lanciare un messaggio alla Casa Bianca: qualsiasi tentativo di appropriarsi dell’isola artica avrebbe un costo politico enorme per gli Stati Uniti. Nessuno pensa che un contingente simbolico possa fermare l’esercito americano, ma l’immagine di marines che arrestano soldati dei loro più stretti alleati avrebbe un impatto devastante sulla reputazione internazionale di Washington e sull’opinione pubblica interna.
“Nessuno crede che una guerra tra Stati Uniti e Unione Europea sia auspicabile o vincibile”, avverte l’eurodeputato tedesco dei Verdi Sergey Lagodinsky. “Ma un’azione militare americana contro l’Ue avrebbe conseguenze catastrofiche per la cooperazione in materia di difesa, per i mercati e per la fiducia globale negli Stati Uniti”.
È forse questo l’argomento più forte per convincere Trump a fare marcia indietro. Ma il solo fatto che i paesi europei stiano inviando truppe in un territorio amico per dissuadere il loro principale alleato da un’azione militare è il segnale più chiaro che qualcosa si è incrinato. La Nato non è ancora finita, ma si muove ormai in acque mai esplorate prima.


Foto copertina: Uomini della missione Arctic Endurance