
La nuova apertura di Washington verso Pyongyang riapre il canale diplomatico, ma rischia di indebolire la deterrenza americana e alimentare le preoccupazioni degli alleati asiatici.
Le nuove aperture di Donald Trump a Kim Jong Un hanno riacceso la possibilità di un ritorno al dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord, ma in un contesto profondamente diverso da quello del 2018. Pyongyang dispone oggi di maggiori capacità nucleari e missilistiche, ha rafforzato i rapporti con Russia e Cina e non sembra intenzionata a discutere la propria denuclearizzazione.
La strategia di Trump punta sulla relazione personale con Kim e sulla riduzione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, nella speranza di creare le condizioni per un nuovo vertice. Tuttavia, secondo diversi ex funzionari statunitensi intervistati da NK News, Pyongyang non avrebbe al momento particolari incentivi a tornare al tavolo negoziale. La Corea del Nord può infatti contare su rapporti più stretti con Mosca e su una posizione internazionale più solida rispetto al passato.
A rendere più controversa la nuova iniziativa americana è soprattutto il tema delle alleanze. La riduzione dell’esercitazione Ulchi Freedom Shield è stata interpretata da alcuni analisti come un segnale di crescente unilateralismo nella gestione del rapporto con Seul. Secondo Frank Aum, questo approccio rischia di danneggiare la fiducia nell’impegno statunitense alla deterrenza estesa, mentre altri esperti sottolineano che l’alleanza tra Washington e Seul rimane comunque solida e che non è realistico ipotizzarne un rapido collasso.
Il problema è quindi il possibile squilibrio tra diplomazia e deterrenza. Una riduzione delle attività militari potrebbe contribuire a diminuire le tensioni e facilitare il dialogo, ma potrebbe anche essere interpretata da Pyongyang come una concessione ottenuta senza contropartite. Evans Revere ritiene che il forte desiderio di Trump di incontrare Kim abbia già spinto Washington verso una concessione unilaterale, offrendo alla Corea del Nord maggiore leva negoziale.
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Anche un eventuale nuovo vertice partirebbe dunque da condizioni molto diverse rispetto al passato. Pyongyang potrebbe chiedere la riduzione delle forze statunitensi nella penisola, ulteriori modifiche alle esercitazioni militari e il riconoscimento, almeno implicito, del proprio status di potenza nucleare. Washington, invece, dovrebbe cercare di ottenere almeno una moratoria sui test e misure concrete di riduzione delle tensioni.
Il nodo centrale resta però la questione nucleare. Secondo gli esperti intervistati, è altamente improbabile che Kim accetti oggi un processo di denuclearizzazione paragonabile a quello auspicato dagli Stati Uniti. Il risultato più realistico di un eventuale incontro potrebbe quindi essere molto più limitato: riaprire i canali diplomatici, stabilire meccanismi di comunicazione e ridurre il rischio di escalation.
La questione nordcoreana assume così una dimensione più ampia. La politica di Trump viene osservata con attenzione non solo a Seul, ma anche a Tokyo e dagli altri partner degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico. Il timore è che concessioni unilaterali a Pyongyang possano alimentare dubbi sulla prevedibilità e sulla continuità dell’impegno americano nella regione.
Per Washington la sfida è quindi duplice: riaprire un canale con Kim senza compromettere la deterrenza e, soprattutto, senza trasmettere agli alleati l’impressione che gli impegni di sicurezza statunitensi possano essere modificati unilateralmente in funzione delle esigenze politiche del momento. In Asia, il successo o il fallimento della diplomazia con Pyongyang potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre la penisola coreana.
Foto copertina: President Trump Meets with Chairman Kim Jong Un
President Donald J. Trump and Chairman of the Workers’ Party of Korea Kim Jong Un speak to reporters Sunday, June 30, 2019, as the two leaders meet in Freedom House at the Korean Demilitarized Zone. (Official White House Photo by Shealah Craighead)











