Transizioni politiche e continuità del modello economico ungherese

Transizioni politiche e continuità del modello economico ungherese
Transizioni politiche e continuità del modello economico ungherese

Le elezioni parlamentari del 12 aprile hanno segnato un punto di svolta per l’Ungheria, con la vittoria di Péter Magyar e la fine del lungo ciclo politico guidato da Viktor Orbán, al potere dal 2010. Il cambio di leadership si inserisce in un contesto in cui l’economia ungherese è stata modellata da un modello ibrido, caratterizzato da forte intervento statale e apertura selettiva ai capitali esteri. In questo quadro, l’elezione di Magyar introduce l’ipotesi di una possibile discontinuità sia nelle politiche economiche interne sia nei rapporti con l’Unione Europea.


Di Alessio Pecorari

Il modello Orbán: struttura e funzionamento dell’economia ungherese

Per poter avere un quadro complessivo delle recenti elezioni ungheresi dello scorso 12 aprile, è necessario analizzare la situazione economica del paese e soprattutto quella strategia macroeconomica che è diventata nota come Orbánomics.
Viktor Orbán è arrivato al potere nel 2010 prendendo le redini di un’Ungheria profondamente prostrata dalla crisi economica del 2008, che aveva costretto Budapest a fare affidamento su un prestito di oltre 15 miliardi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea. Convinto che all’indomani del collasso del sistema comunista l’Ungheria fosse stata eccessivamente esposta ai capitali stranieri, il Primo Ministro ha perseguito l’obiettivo di riequilibrare il peso dei capitali esteri in favore di quelli nazionali. Tale strategia non ha comportato l’esclusione delle imprese straniere, ma piuttosto una loro selezione settoriale. Ne è scaturita una politica economica caratterizzata dalla nazionalizzazione del sistema previdenziale, dall’introduzione di imposte su banche e su multinazionali, in particolare quelle in settori strategici, e, al contempo, una forte attrazione dei capitali per i settori produttivi e industriali, accompagnata da un aumento dell’IVA al 27%.
La ricetta Orbániana ha quindi permesso di diminuire il debito pubblico e stabilizzare in un primo momento l’economia, che ha visto una crescita già a partire dal 2012. In particolare, la crescita e la stabilizzazione comprese nel decennio 2010-2020 erano frutto di fattori esterni: da un lato, il massiccio afflusso dei fondi UE, dall’altro, l’espansione di alcuni settori specifici, con una grande partecipazione dell’automotive profondamente integrata al settore tedesco.
Tra il 2005 e il 2023 il comparto automotive ha rappresentato circa il 25% degli investimenti manifatturieri, mentre dal 2017 il settore batterie ha registrato una crescita del +693%, con la presenza di grandi gruppi come Audi, BMW, CATL e BYD. Nel complesso, automotive ed elettronica rappresentano circa il 50% degli investimenti manifatturieri, ovvero il 12% del totale degli investimenti fissi lordi, con forte prevalenza di capitali esteri. Infatti, gli investimenti diretti esteri nei settori automotive ed elettronico hanno raggiunto in media circa il 9% del PIL tra il 2017 e il 2023[1].
La strategia di Orbán si è caratterizzata, quindi, per la ricerca e l’incentivo degli investimenti diretti esteri (Foreign Direct Investments – FDI), favoriti da una bassa tassazione pari al 9%[2], incentivi pubblici[3] e costo del lavoro contenuto[4]. Proprio grazie a queste caratteristiche l’Ungheria è riuscita a consolidarsi come hub manifatturiero europeo, soprattutto nei settori prima citati, che pur collocandosi nelle fasi a minor valore aggiunto della filiera produttiva del settore, hanno contribuito in modo significativo alla crescita economica.
Questo modello di sviluppo ha tuttavia generato effetti rilevanti sul mercato del lavoro. La forte espansione della produzione industriale, unita a consistenti flussi di emigrazione di lavoratori qualificati verso paesi come Austria, Germania e Regno Unito, ha contribuito a creare una carenza di manodopera. Per sanare il deficit, il governo si è visto costretto ad aumentare l’immigrazione di lavoratori, in particolare asiatici; una situazione che chiaramente stride con la retorica antimmigrazione di Fidesz.
In generale, il modello economico di Orbán è quindi caratterizzato da un forte ruolo dello Stato nella regolazione dell’economia. Ciò può emergere in modo evidente durante la crisi energetica successiva al conflitto Russia-Ucraina, che ha determinato un forte aumento dei prezzi del gas. In un paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, ciò ha comportato un incremento dei costi di produzione e dei prezzi per le imprese.
Questo scenario ha portato a una forma di inflazione importata, ovvero un aumento generale dei prezzi interni causato dall’incremento dei costi di materie prime acquistate dall’estero, contribuendo al contempo al deprezzamento del fiorino ungherese. Si è così innescato un effetto amplificatore, accentuato anche da politiche interne espansive, che ha ulteriormente aumentato il costo delle importazioni, alimentando una spirale inflazionistica[5].
In questo contesto, già inserito in una situazione complessa, il governo di Orbán ha cercato di porre rimedio tramite una serie di strumenti, tra cui i “tetti ai prezzi”, in inglese i price caps su energia e beni essenziali. Tali misure, pur contenendo l’impatto sul tessuto sociale nel breve periodo[6], hanno comportato un costo fiscale significativo, circa il 2,5% del PIL nel 2023[7], riducendo l’efficienza allocativa delle risorse economiche. I price caps hanno inoltre generato distorsioni nei segnali di prezzo: da un lato, la domanda è rimasta elevata a causa dei prezzi artificialmente bassi; dall’altro, l’offerta si è contratta per effetto dell’aumento dei costi. È stata quindi necessaria un’ulteriore risposta dalla banca centrale tramite un rialzo dei tassi di interesse, contribuendo a contenere l’inflazione, pur senza eliminare completamente i rischi[8].
Il blocco dei prezzi, inoltre, è intervenuto nel momento in cui le istituzioni Comunitarie hanno deciso di bloccare i finanziamenti UE sui quali, si ricorda, si è basata gran parte della strategia economica (e politica) del governo Orbán. Non è scorretto affermare che il modello ungherese si è sviluppato in un contesto di crescente tensione tra Budapest e l’Unione Europea, legata principalmente a questioni di rispetto dello stato di diritto, indipendenza giudiziaria e corruzione[9] e tali tensioni non hanno certamente aiutato la situazione di fondo.
Nel 2022 sono stati sospesi circa 6,3 miliardi di euro[10] di fondi di coesione attraverso il meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto. Inoltre, nell’ambito del programma Next Generation EU, su 10,4 miliardi di euro complessivi, solo 0,92 miliardi sono stati erogati, mentre circa 9,5 miliardi restano sospesi fino al rispetto delle “super milestones” (riferite alla lotta alla corruzione e all’indipendenza del potere giudiziario). Nel complesso, le risorse non erogate equivalgono a circa il 7% del PIL, rendendo il rapporto con l’UE un vincolo macroeconomico strutturale[11].

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Verso un riequilibrio: il modello Magyar tra mercato e integrazione europea

L’elezione di Péter Magyar rappresenta, quindi, non solo un cambio politico, ma l’apertura a una possibile ridefinizione e ripresa del modello economico ungherese, nonostante sia basato sulla stessa linea d’azione precedente. Le prime analisi del programma politico suggeriscono una possibile riduzione dell’interventismo statale, con una transizione verso un assetto più market-oriented, in cui il ruolo dei meccanismi di mercato risulterebbe rafforzato rispetto all’approccio precedente.
Per tentare di individuare una linea di condotta del futuro Primo Ministro in materia economica, possiamo fare affidamento in questa fase sul programma elettorale.
È plausibile supporre che il futuro Primo Ministro procederà verso una ricalibrazione della politica industriale, con una maggiore attenzione al sostegno alle piccole e medie imprese rispetto ai grandi progetti di investimento estero, in particolare nei settori ad alta intensità di capitale come automotive e batterie. Tale orientamento implica una revisione parziale del modello di crescita basato su grandi investimenti diretti dall’estero (FDI), con l’obiettivo di rafforzare la resilienza del tessuto produttivo domestico e ridurre la dipendenza da pochi grandi attori multinazionali. Processo che però non escluderà la presenza di queste dal territorio, data la forte inerzia strutturale dagli investimenti esteri che non permettono tempi di disinvestimento brevi, rendendo quindi probabile una continuità dei grandi flussi FDI nei settori già consolidati[12].
Questa previsione risulta ancora più attendibile guardando ai dati degli indici di mercato, infatti, nonostante l’incertezza della transizione politica, nei giorni successivi alle elezioni, il principale indice azionario della borsa di Budapest (BUX), il quale misura l’andamento delle principali società quotate ungheresi, ha registrato un aumento di circa il 4,5%[13], riflettendo una riduzione del rischio percepito e un miglioramento delle aspettative. Parallelamente, il programma evidenzia un rafforzamento della dimensione del mercato del lavoro, con misure orientate al miglioramento delle condizioni occupazionali e alla crescita dei salari reali, suggerendo uno spostamento graduale verso un modello di crescita meno esclusivamente trainato dagli investimenti esteri e più sostenuto dalla domanda interna.
Magyar ha indicato inoltre come obiettivo il rafforzamento della cooperazione con l’Unione Europea e lo sblocco delle risorse sospese. Un eventuale riallineamento istituzionale potrebbe ridurre le tensioni sullo stato di diritto e riattivare progressivamente i fondi di coesione e Next Generation EU, nonostante queste ultime abbiano una scadenza di utilizzo fissata per il 2026, con un impatto diretto sulla capacità di investimento pubblico e sulla stabilità delle entrate esterne. In aggiunta, il programma sottolinea il ruolo centrale dei fondi europei come leva strutturale di sviluppo, rafforzando l’idea di una maggiore integrazione tra politica economica nazionale e risorse comunitarie, con effetti potenzialmente rilevanti sulla sostenibilità fiscale e sulla capacità di investimento di medio periodo[14]

Continuità e cambiamento: confronto tra i due modelli e scenari futuri

Nel complesso, il confronto tra il modello Orbán e quello teorizzato nel programma elettorale di Tisza e non ancora eseguito, evidenzia un’impostazione economica significativamente diversa, ma condizionata da vincoli strutturali che ne limitano una discontinuità immediata.
Il modello Orbán ha costruito una traiettoria di crescita basata su tre elementi fortemente interdipendenti: un elevato grado di intervento statale nell’economia, una strategia di sviluppo guidata dall’attrazione di investimenti diretti esteri nei settori manifatturieri ad alta intensità di capitale e un rapporto conflittuale con le istituzioni europee, che ha progressivamente trasformato i fondi UE da leva di sviluppo a variabile condizionata. Tale configurazione ha garantito stabilità macroeconomica e crescita industriale, anche se limitata solo a determinati settori, ma al prezzo di una crescente dipendenza da capitali esteri e risorse comunitarie, oltre che di una minore flessibilità nei meccanismi di mercato. Il modello Magyar, pur non configurandosi come una rottura sistemica, introduce una possibile riconfigurazione di questi equilibri tramite una riduzione del ricorso a interventi statali, il potenziale riequilibrio tra grandi investimenti esteri e tessuto produttivo domestico e il tentativo di riallineamento con l’Unione Europea suggeriscono uno spostamento verso una struttura più bilanciata, in cui la crescita non è esclusivamente trainata dall’esterno ma integra in misura crescente componenti interne di domanda e produttività.
Tuttavia, i vincoli strutturali ereditati dal modello precedente limitano significativamente la velocità e l’intensità di tale transizione. L’elevato grado di integrazione dell’Ungheria nelle catene del valore europee e asiatiche, la concentrazione degli investimenti in pochi settori strategici e la rilevanza macroeconomica dei fondi europei rendendo il processo di cambiamento necessariamente graduale.
In questo contesto, la traiettoria futura dell’economia ungherese appare meno come una discontinuità e più come un processo di aggiustamento graduale. L’esito di tale processo dipenderà dalla capacità del nuovo assetto politico di riequilibrare le fonti di crescita tra capitale estero, risorse europee e sviluppo interno, senza compromettere la posizione del Paese nelle catene globali del valore che ne hanno sostenuto la crescita negli ultimi due decenni.


Note

[1] European Commission, In-depth review 2025 Hungary. Disponibile al link: 2025 In-Depth Review Hungary.
[2] Tax Foundation, Taxes In Hungary. Disponibile al link: Hungary Tax Rates and Rankings | Tax Foundation.
[3] OECD, Economic Surveys Hungary March 2024. Disponibile al link: OECD Economic Surveys: Hungary 2024 (EN).
[4] Eurostat, labour cost structural statistics – levels, Novembre 2023. Disponibile al link: Labour cost structural statistics – levels – Statistics Explained – Eurostat.
[5] International Monetary Fund, Drivers of Inflation Hungary, Selected Issues Paper No. 4,  17 gennaio 2023. Disponibile al link:  https://www.imf.org/-/media/files/publications/selected-issues-papers/2023/english/sipea2023004.pdf.
[6] OECD, News 6 March 2024. Disponibile al link: Boosting competition, strengthening public finances and reforms to education will help to put Hungary on a stronger growth path | OECD.

[7] OECD, Economic Surveys Hungary March 2024. Disponibile al link: OECD Economic Surveys: Hungary 2024 (EN).
[8] International Monetary Fund, Monetary Policy Analysis  with a Quarterly Projection Model: Hungary, Selected Issues Paper No. 36, 18 luglio 2024. Disponibile al link: https://www.imf.org/-/media/files/publications/selected-issues-papers/2024/english/sipea2024036.pdf.
[9] European Parliament, MEPs: Hungary can no longer be considered a full democracy, 19 settembre 2022. Disponibile al link: https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20220909IPR40137/meps-hungary-can-no-longer-be-considered-a-full-democracy. [10] Europea Council, Rule of law conditionality mechanism: Council decides to suspend 6.3 billio euros given only partial remedial action by Hungary,  12 dicembre 2022. Disponibile al link: https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2022/12/12/rule-of-law-conditionality-mechanism/.
[11] European Parliament, Hungary’s National Recovery and Resilience Plan, Aprile 2025. Disponibile al link: https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2023/747098/EPRS_BRI%282023%29747098_EN.pdf.
[12] Programma elettorale TISZA, “A MŰKÖDŐ ÉS EMBERSÉGES MAGYARORSZÁG ALAPJAI”. Disponibile al link: https://cdn.tisza.work/A%20m%C5%B1k%C3%B6d%C5%91%20%C3%A9s%20embers%C3%A9ges%20Magyarorsz%C3%A1g%20alapjai.pdf.
[13] Budapest Stocks Exchange, Data. Disponibile al link: Data download – Bet site.

[14] Programma elettorale TISZA, cit. supra nota 12.


Foto copertina: Transizioni politiche e continuità del modello economico ungherese