Milano: inchiesta sugli “hunger games” di Sarajevo

Assedio di Sarajevo di Danilo Krstanovic

Secondo la procura di Milano sono almeno tre gli italiani che, a metà degli anni ’90, parteciparono a “gite organizzate” a Sarajevo allo scopo di uccidere per divertimento i civili bosniaci.


Tra il 1992 ed il 1995, durante l’assedio di Sarajevo, le truppe serbe circondarono la città per sparare contro i civili che uscivano di casa, senza distinzione alcuna.
Nel 2007, John Jordan, ex vigile del fuoco e marine degli Stati Uniti d’America, intervenne durante il processo tenutosi nei confronti di Ratko Mladic, comandante dell’esercito serbo bosniaco durante il conflitto nei Balcani. Jordan non si limitò a raccontare l’assedio che Sarajevo subì, affermò invece di aver visto, più volte nel corso di quegli anni, “persone che non sembravano del posto” accompagnate dai serbi come se fossero in gita. Si convinse di ciò quando vide “ragazzi con armi che sembravano più adatte alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera che al combattimento nei Balcani”: i cecchini del weekend.
Nel 1993 fu informato il Sismi (allora agenzia di intelligence militare italiana) che almeno tre italiani erano coinvolti in quello che può definirsi un macabro safari. Il Corriere della Sera già nel 1995 accolse la denuncia di Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli. Si parlava di una vera e propria gita, con partenza già forniti di tuta mimetica e spesso anche armi.
Il presunto tariffario prevedeva una somma di circa 1 milione di lire per i bambini, meno per gli uomini. Donne e anziani potevano essere uccisi gratis. In alcuni casi, se il cecchinaggio non era abbastanza, era possibile intraprendere azioni di attacco via terra con bazooka.
Sembra che pullman, dietro falsa distribuzione di aiuti alimentari, partissero da Magenta una volta al mese, diretti sulle colline circostanti la capitale bosniaca.
Nella documentazione del Sismi dovrebbe risultare che all’ inizio del 1994 i servizi segreti bosniaci scoprirono il punto di partenza del “safari umano” e riuscirono a bloccarlo.
Nel 2014 Miran Zupanic scrisse “I Bastardi di Sarajevo”, libro in cui raccolse, tra le altre, la testimonianza di un prigioniero serbo, il quale affermò di aver incontrato italiani che non venivano pagati per combattere, anzi, pagavano loro stessi.
Quasi dieci anni dopo Miran Zupanić diresse il documentario “Sarajevo Safari” nel quale viene svelato ancora una volta il segreto di ricchi stranieri che pagavano le milizie di Karadić, primo Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, per poter uccidere i musulmani bosniaci.
Oltre ad una parziale presa di consapevolezza collettiva, la diffusione di tale documentario spinse Benjamina Karic , ex sindaca di Sarajevo, a presentare una denuncia contro ignoti alla Procura centrale. L’allora procuratrice, Marijana Čobović, non raccolse prove e non aprì alcuna indagine, sebbene negli archivi militari risultassero testimoni e prove schiaccianti.[1] 

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A seguito di un esposto presentato Ezio Gavazzeni, scrittore milanese, assistito da Nicola Brigida e Guido Salvini, lo scorso luglio, Alessandro Gobbis, pm di Milano, ha aperto un’inchiesta sui safari umani a Sarajevo, indagando per omicidio volontario plurimo aggravato dai motivi abietti e dalla crudeltà. Delle indagini si occuperà il ROS (Raggruppamento operativo speciale).
Con ogni probabilità, e su sua stessa richiesta, verrà chiamata a testimoniare Benjamina Karic, dichiaratasi disponibile a collaborare con la procura di Milano.
Le prime ipotesi avanzate sono state quelle di una centralità del servizio di sicurezza statale serbo coadiuvato da Aviogenex (compagnia turistica serba).
Per quanto riguarda invece gli italiani coinvolti, l’esposto di Gavezzani parla di un uomo di Torino, uno di Trieste e uno di Milano. Nello specifico, lo scrittore riporta quanto affermato da Edin Subašić, ex ufficiale degli 007 bosniaci.
Un cacciatore appassionato che ha già provato tutti i tipi di safari classici legali e poi per il bisogno di adrenalina cerca anche una testa umana come trofeo; una persona che ama le armi ed è allo stesso tempo un tipo psicopatico; un ex soldato che non riesce a fermarsi dopo essere stato su alcuni campi di battaglia. In ogni caso sono tutti appartenenti alla cerchia di persone ricche e probabilmente influenti nelle loro comunità. Hanno le risorse legali per proteggersi da un’eventuale indagine, e anche l’influenza politica per ostacolarla. Il livello di rischio che l’operazione venga scoperta e che gli attori vengano perseguiti è ridotto al minimo da una buona organizzazione”.
Pedine involontarie di un crudele gioco di sangue, obiettivi nel mirino di ricchi e subdoli membri della “società per bene”. Coloro che vissero l’assedio a Sarajevo furono testimoni della banalità del male e di come le trame più distopiche talvolta possano divenire realtà.


Note

[1] https://www.eastjournal.net/archives/143936.


Foto copertina: Assedio di Sarajevo di Danilo Krstanovic