Accoglienza MSNA in Italia: cosa funziona (e cosa non va)

La normativa italiana sui/le minori stranieri/e non accompagnati/e (MSNA) è un labirinto: a volte stabilisce procedure, a volte le corregge, a volte le smonta pezzo per pezzo. Questa analisi racconta, anche ai/alle non addetti/e ai lavori, cosa accade davvero ai/alle MSNA in Italia quando arrivano per la prima volta. Spoiler: è un'accoglienza ad ostacoli che finisce per danneggiare, più che tutelare.

Foto evocativa di persona non riconoscibile che chiede aiuto in un sistema che non protegge
“Senza volto, ma non senza voce” © Aldarwish su Pexels

Accoglienza MSNA in Italia: istruzioni per l’uso

Sulla carta, il sistema italiano di accoglienza dei/delle MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati) si presenta come una rete a più mani, dove Ministero dell’Interno, Comuni e gestori privati collaborano con un unico obiettivo: il superiore interesse del/la minore. Una rete che prende vita ogni volta che un/a «minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea […] si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato […], privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili»1, e che si muove seguendo regole precise: quelle fissate dall’articolo 19 del d.lgs. 142/2015 (che recepisce la Direttiva Accoglienza), poi integrate dalle due leggi Zampa2 e dal d.lgs. 220/2017, successivamente intaccate dalla legge n. 176/2023.

Dal primo contatto all’accoglienza

Secondo quanto previsto dalla normativa dedicata ai/alle MSNA, se il/la minore viene rintracciato/a sul territorio dalle forze dell’ordine, scatta subito la segnalazione – oltre che alla Procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni e al Tribunale per i minorenni stesso, in vista dell’apertura della tutela e della nomina del tutore – alla Prefettura e ai servizi sociali del Comune di riferimento, che si attivano per individuare una prima sistemazione sicura.

Se invece arriva via mare, il percorso inizia in un hotspot vicino al porto: qui si raccolgono i dati essenziali e un colloquio rapido serve a capire età, bisogni immediati e fragilità. In questa fase, la presenza di mediatori e mediatrici culturali delle ONG e delle organizzazioni internazionali – UNHCR, OIM, Save the Children – è fondamentale per trasformare domande e moduli in parole comprensibili, creando un ponte umano in un contesto sconosciuto.

Dalla prima accoglienza al SAI

Teoricamente, quando tutto è pronto, il/la minore viene accompagnato/a in una struttura di prima accoglienza. Qui trova ciò che più serve: un letto, un pasto caldo, qualcuno/a disposto/a ad ascoltarlo/a.

Si procede poi – in un mondo ideale in cui i protocolli coincidono sempre con la realtà – all’identificazione ufficiale, all’accertamento dell’età (se necessario con il supporto della Procura in collaborazione con le autorità diplomatico-consolari3), alla ricostruzione della sua storia per «far emergere ogni altro elemento utile alla sua protezione»4, e all’illustrazione dei propri diritti, compresi quelli legati alla protezione internazionale5 o al ricongiungimento familiare secondo il Regolamento Dublino III.

Questa fase dovrebbe durare circa 30-45 giorni: il tempo necessario per conoscere il ragazzo o la ragazza e decidere come accompagnarlo/la verso il passo successivo. Idealmente, quel passo condurrebbe al SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), offrendo al/la minore la possibilità di entrare in piccole comunità o appartamenti diffusi sul territorio. Luoghi dove può imparare l’italiano, frequentare la scuola e costruirsi una quotidianità stabile.

Queste strutture sono gestite dal Ministero dell’Interno o dai Comuni, ma la vita quotidiana è affidata a cooperative sociali, ONG e enti accreditati, scelti tramite gare o avvisi pubblici. Sono loro a garantire i pasti, l’assistenza educativa, la mediazione culturale, il supporto psicologico e legale-amministrativo. Ministero e Comuni restano sullo sfondo, vigilando sul rispetto degli standard. È un lavoro di squadra, istituzionale e continuo.

Il ruolo del Servizio Centrale e dei progetti FAMI

Attorno al SAI orbitano altri strumenti: i gruppi appartamento di sgancio, pensati per chi si avvicina alla maggiore età e deve allenarsi all’autonomia, e altri tipi di progetti finanziati dall’Unione europea attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI), che supportano la mediazione linguistica e l’inclusione scolastica. Non sostituiscono il SAI, ma lo arricchiscono, permettendo percorsi personalizzati che tengono conto delle esigenze di ciascun minore.

Dietro le quinte, il Servizio Centrale sembra orchestrare il tutto: guida i Comuni, forma operatori e operatrici, risponde ai dubbi delle autorità e mantiene i fili collegati tra i diversi attori6. È la regia silenziosa pensata per permettere all’ingranaggio di reggere anche nei momenti di pressione, quando gli arrivi si moltiplicano.

Ne risulta un sistema complesso, fatto di incastri e connessioni. Non sempre lineare, a volte un mosaico, ma costruito – almeno sulla carta – con un obiettivo preciso: tutelare i diritti dei/delle MSNA.

Vista del mare di Lampedusa, simbolo dei luoghi di arrivo degli/delle MSNA in Italia.
Il Mediterraneo di Lampedusa © Enrica Tancioni su Unslpash.

Oltre i dati, le storie dei/delle MSNA in Italia

Per capire meglio come funziona il percorso di accoglienza previsto per i/le MSNA in Italia – quando tutto va secondo copione – basta guardare alla storia di Zaki, arrivato in Italia dall’Egitto nel 2022, a 17 anni.7 Dopo una traversata di 24 ore, approda a Lampedusa: qui trascorre una settimana in un hotspot, ricevendo le prime cure mediche e il supporto necessario per riprendersi dal viaggio. In seguito viene trasferito in una struttura di prima accoglienza, sempre in Sicilia, dove si completano le procedure di identificazione e si valuta la sua situazione. Infine, Zaki raggiunge un centro di seconda accoglienza a Torino: una comunità più piccola e stabile, dove può imparare l’italiano, conseguire la terza media e sperimentare le prime esperienze lavorative.

Numeri e distribuzione dei/delle MSNA in Italia

Zaki non è un caso isolato: al 30 settembre 2025, in Italia ci sono altri 17.874 MSNA. Secondo i dati, ad oggi, poco più di 2.500 trovano rifugio nelle 234 strutture di prima accoglienza, concentrate soprattutto in Sicilia,8 l’isola dove approda la maggior parte delle imbarcazioni cariche delle storie di chi ha attraversato il Mediterraneo e ce l’ha fatta (oltre l’82% di MSNA nel primo semestre dell’anno9). Altri 10.700, invece, vivono nelle 1.714 strutture di seconda accoglienza, distribuite in tutto il Paese, con concentrazioni a Milano, Roma, Napoli e Bologna: città che potrebbero diventare palcoscenico delle loro prime opportunità, luoghi dove costruire, passo dopo passo, il futuro che avevano immaginato.

Gran parte di questa rete di accoglienza MSNA è stata resa possibile dal FAMI, lo strumento pensato dall’Unione Europea per aiutare gli Stati membri a gestire i flussi migratori in modo coordinato: promuovendo, appunto, l’integrazione di cittadini e cittadine di Paesi terzi, rafforzando la solidarietà tra Paesi membri e, sì – per chi non rientra nella categoria vulnerabile dei/delle MSNA – anche finanziando rimpatri. A quanto pare, la sicurezza può essere tutelata anche con un biglietto di ritorno.

Tra il 2023 e il 2024, due avvisi pubblici nati grazie al FAMI hanno portato alla creazione di 1.000 nuovi posti di prima accoglienza: 750 attivati subito a maggio 2023 e altri 250 aggiunti a novembre, per un totale di oltre 75 milioni di euro10. C’è, però, un “ma”: si tratta di posti “a progetto”, legati ai finanziamenti europei. Se le risorse venissero meno, quei letti rischierebbero di scomparire?

Paesi di origine 

L’origine dei/delle MSNA racconta, poi, ancora un’altra dimensione della sfida: la maggior parte arriva da Egitto, Ucraina, Bangladesh e Gambia con percentuali rispettivamente del 27,9%, 17,3%, 7,7% e 7,6%. Colpisce notare che proprio Egitto e Gambia figurano tra i “Paesi sicuri” individuati dall’Italia con il Decreto del 7 maggio 2024; un paradosso che evidenzia come la sicurezza riconosciuta sulla carta non coincida con quella vissuta da chi fugge. Va detto, però, che i/le minori stranieri/e non accompagnati/e godono del divieto assoluto di respingimento alla frontiera11 e del divieto di espulsione, salvo casi eccezionali12. Per questo, la riflessione sui Paesi sicuri resta ai margini della presente trattazione. Piuttosto, soffermarsi sulla loro età aiuta a comprendere ancora meglio la complessità del fenomeno.

Pillole antropologiche: la sfida adolescenziale dei/delle MSNA

Così come Zaki, che aveva 17 anni quando è arrivato in Italia, anche la maggior parte dei/delle MSNA sta attraversando in pieno la fase adolescenziale: il 54,5% ha 17 anni, il 23% ne ha 16, solo il 15% è più giovane dei 14 anni. È una fase che funge da ponte fragile e decisivo tra infanzia ed età adulta, caratterizzata da trasformazioni profonde sul piano neurobiologico e psicosociale.

Il cervello si ritrova ad essere un cantiere in piena attività: la corteccia prefrontale, che controlla impulsi e decisioni, matura più lentamente dei circuiti della gratificazione.13 Non sorprende quindi che gli/le adolescenti siano talvolta impulsivi/e, soprattutto quando è in gioco l’approvazione dei/delle coetanei/e. Questo bisogno di riconoscimento sociale li/le spinge a costruire relazioni significative tra pari14, attraverso le quali esplorano la propria identità sessuale e di genere, mentre affrontano cambiamenti corporei15, crescenti responsabilità esterne e interrogativi interiori: «Chi sono? Chi sto diventando?»

Grafico a barre che mostra le percentuali di MSNA in Italia per età: la maggioranza ha 17 anni, segue la fascia 16 anni, poi 7–14 anni.
Distribuzione percentuale dell’età dei/le MSNA in Italia (dati al 30 settembre 2025, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Il peso aggiuntivo della migrazione

Per i/le MSNA, a tutto questo si somma il peso della migrazione: la separazione dai genitori, dagli affetti e dal proprio gruppo di pari del loro Paese d’origine li costringe ad attraversare questa fase cruciale della vita senza punti di riferimento stabili, elaborando al tempo stesso non solo il senso di solitudine e smarrimento, ma anche traumi maturati prima, durante e dopo il viaggio.

Prima 

I contesti segnati da guerre, persecuzioni politiche, povertà estrema, violenza quotidiana li/le obbligano a vivere, durante gli anni formativi, esperienze così intense e prolungate da lasciare cicatrici profonde, favorendo lo sviluppo di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), ansia cronica o depressione16.

Durante

Il viaggio aggiunge nuove ferite a quelle già aperte: la morte di compagni e compagne, la detenzione, lo sfruttamento, la tortura, la fame, le violenze fisiche, sessuali e psicologiche nei Paesi di transito17.

Dopo

Anche una volta arrivati/e, il peso non si alleggerisce: varcare la soglia del sistema di accoglienza significa affrontare un carico doppio. Oltre alle sfide universali dell’adolescenza, bisogna imparare una nuova lingua, riorganizzare spazi e tempi di vita, negoziare valori differenti, fronteggiare esclusione, discriminazione o razzismo, e decifrare regole sociali mai incontrate prima. Bisogna persino riconsiderare cosa significhi diventare adulti: nelle società occidentali, il passaggio è spesso legato all’autonomia economica o abitativa; altrove, invece, può coincidere con prendersi cura della famiglia o assumere responsabilità comunitarie18.

È chiaro quindi che l’incontro-scontro con la cultura del Paese ospitante può trasformarsi in un vero e proprio shock culturale.

I progetti educativi nella tripla transizione dei/delle MSNA

Per rispondere a questo senso di disorientamento, i progetti educativi dei centri SAI e dei gruppi appartamento (per chi riesce ad arrivarvi) provano a costruire un argine. Cercano di dare forma a un’accoglienza che non sia solo assistenza, ma accompagnamento reale: attraverso laboratori e momenti di confronto — forme di educazione non formale — si sostiene il processo di acculturazione19dei/delle MSNA, aiutandoli/e a integrare la loro cultura d’origine con quella del Paese ospitante, senza perdere il senso di sé e prevenendo conflitti interiori legati al nuovo contesto, quello d’accoglienza.

È dentro questa cornice — fatta di trasformazioni evolutive e sfide migratorie — che si colloca lo sviluppo adolescenziale dei/delle giovani migranti. Il loro percorso, più impervio rispetto ai coetanei e alle coetanee italiani/e, intreccia una “tripla transizione”20: verso l’età adulta, all’interno della società ospitante e attraverso l’elaborazione dei traumi pre-, peri- e post-migratori. Grazie all’accompagnamento educativo, quindi, i/le MSNA possono essere guidati/e oltre gli ostacoli del viaggio e dell’inserimento. Ma nel sistema di accoglienza italiano sopradescritto, tra risorse limitate e pregiudizi culturali, teoria e pratica si incontrano davvero — o restano su binari paralleli? Quanti/e riescono davvero ad attraversarlo senza perdersi per strada?

La realtà dei/delle MSNA: le crepe del sistema italiano

A questo punto appare evidente che il percorso dei/delle MSNA in Italia raramente segue il copione previsto: dalla prima accoglienza (CPA) alla seconda accoglienza (SAI), in mezzo si è infilata una tappa che, da eccezione, è diventata quasi la regola – i centri di accoglienza straordinaria (CAS minori). Strutture nate per rispondere a emergenze e pensate come soluzioni brevi, potenzialmente attivabili dalle prefetture solo quando i posti nel SAI scarseggiano.

Il decreto-legge 133/2023, poi convertito nella legge n. 176/2023 e accompagnato dalla circolare del Ministero dell’interno n. 94 del gennaio 2024, ha però trasformato questa “soluzione temporanea” in una vera e propria inversione di rotta del criterio di sussidiarietà. Prima, se i posti nel SAI mancavano, venivano chiamati in causa i Comuni per trovare una collocazione temporanea; i CAS entravano in gioco solo come ultima spiaggia. Oggi la sequenza è capovolta: prima si verificano i posti nei CAS minori gestiti dalle prefetture, e solo se questi non bastano si coinvolge il Comune.

Non è tutto. La stessa legge ha consentito di ampliare la capienza dei CAS fino al 50% e, in mancanza di alternative, ha autorizzato a collocare i ragazzi e le ragazze sopra i sedici anni nei centri per adulti fino a 90 giorni, prorogabili di altri 60. Quello che sulla carta doveva essere un ponte d’emergenza si è trasformato in un passaggio obbligato in cui il principio guida – il superiore interesse del/la minore – scivola dietro la retorica dell’urgenza (nonostante le cifre dimostrino tutt’altro).

Edificio modesto e usurato, simbolo delle strutture di accoglienza per minori stranieri/e non accompagnati/e in Italia.
Edificio © Steve Johnson su Unsplash.

Numeri e denunce che raccontano la deriva dell’accoglienza MSNA

I dati ufficiali illustrano con chiarezza la portata della crisi del sistema di accoglienza MSNA.

  • Primo dato: l’esplosione dei CAS per minori — dai 48 ospiti nel 2020 agli oltre 700 nel 2023, un balzo del 177% in soli tre anni.21
  • Secondo dato, ancora più allarmante: la promiscuità con adulti/e. A fine 2023, 532 minori risultavano collocati in strutture non pensate per loro. Ad agosto 2024, erano 28422; al 28 gennaio 2025 se ne contavano ancora 85.23

E questi numeri, già drammatici, poggiano su basi fragili: lo stesso Ministero dell’Interno ha ammesso di non disporre di dati completi sull’accoglienza dei/delle minori, né su quelli/e inseriti/e nei centri per maggiorenni.24 In altre parole, non si sa con certezza se i numeri ufficiali raccontino davvero tutta la realtà.

In ogni caso, che siano 532, 284 o 85, resta il fatto che sono ragazzi/e “di troppo”, collocati/e dove non dovrebbero essere poiché, come  osserva Antonella Inverno, responsabile Ricerca, Dati e Politiche di Save the Children Italia:

a meno che non si chiudano le persone a chiave non è possibile garantire una separazione reale, perché tutti dovranno uscire, andare nei luoghi comuni. La promiscuità è sostanzialmente inevitabile.

La domanda sorge spontanea:

Quindi, per il governo Meloni, a sedici anni, sei un/a minore “a metà”, con diritti dimezzati?

Sebbene la risposta sembri scontata — soprattutto dopo aver visto cosa significhi essere un/a MSNA che, oltre a vivere l’adolescenza, affronta un percorso migratorio — vale la pena ricordare che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e la direttiva europea 2013/33 si pongono in netto contrasto con quanto stabilisce la legge n. 176/2023.

Un/una minore può essere collocato/a in una struttura per adulti solo se ciò risponde realmente al suo superiore interesse: un’ipotesi eccezionale, da valutare caso per caso (ad esempio, se ha un fratello maggiorenne già ospitato nello stesso centro). Ma mai — in nessun modo — per la sola indisponibilità di posti.

Perché danni, purtroppo, ne sono già stati fatti.

Nel caso Darboe e Camara c. Italia (2022), la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convenzione (trattamenti inumani e degradanti) e dell’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). I due ricorrenti, originari di Gambia e Guinea, erano stati collocati minorenni in centri per adulti/e, senza alcuna valutazione individuale né tutela legale. Lì vissero in condizioni di promiscuità, privi di protezioni adeguate alla loro età.

In quella circostanza, la Corte lo ha ricordato chiaramente: un/a minore non può mai essere trattato come un/a adulto/a, né per ragioni di efficienza né per logiche emergenziali.

Conclusioni: la retorica della paura

L’Italia ricorda con orgoglio di essere stata il primo Paese dell’Unione Europea a dotarsi di una normativa specifica per la protezione dei/delle MSNA25. In effetti, la Legge Zampa del 2017 ha rappresentato un modello pionieristico sul piano giuridico: ha sancito che i/le minorenni migranti devono essere considerati/e prima di tutto per ciò che sono — bambine e bambini, ragazze e ragazzi — garantendo loro accesso all’istruzione, alla salute, all’assistenza legale, al diritto all’ascolto e a una protezione speciale per le vittime di tratta.

Ma tra principi e pratica si è aperto un divario profondo, che ogni giorno inghiotte volti e storie. Dopo aver compreso come dovrebbe funzionare il sistema di accoglienza dedicato ai/alle MSNA — e visto come invece, talvolta, fallisca — la domanda diventa inevitabile: perché ciò accade? E no, non basta invocare la burocrazia lenta o i fondi insufficienti: il problema è più radicato, più strutturale. Affonda in una cultura politica che tratta l’accoglienza e/o il respingimento come terreno di consenso, alternando apertura e chiusura a seconda dell’umore del governo di turno, rimodellando le tutele in base alle stagioni politiche.

Il governo Meloni ci mette lo zampino

Il partito Fratelli d’Italia, lo stesso che oggi guida il Paese, si astenne criticamente durante la votazione alla Camera per l’approvazione definitiva della Legge Zampa del 2017. Cinque anni dopo, nel 2023, è stato proprio il governo Meloni a promuovere il decreto legge che ha svuotato dall’interno quel modello di tutela tanto faticosamente costruito, privandolo del suo principio fondante: il superiore interesse del minore.

Le procedure di accertamento dell’età sono tornate sommarie: ragazze e ragazzi di 16 o 17 anni possono essere considerati/e adulte/i sulla base di valutazioni arbitrarie. Ciò significa che un/una minore, la cui età è stata mal accertata, rischia di finire in strutture inadatte o, peggio, il rimpatrio. Allo stesso tempo, si allungano i tempi di permanenza nei centri di prima accoglienza, si riducono gli spazi e si moltiplicano le deroghe. In pratica, adolescenti soli e sole — spesso già traumatizzati/e — restano intrappolati/e per mesi in ambienti sovraffollati e promiscui, dove istruzione, lavoro e serenità diventano speranze sfocate.

Le voci che avrebbero potuto fermare questa deriva restano inascoltate: il Tavolo Asilo e Immigrazione ha segnalato tutte le criticità e le contraddizioni del decreto26, e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già condannato l’Italia per detenzione illegale di minori a Taranto. Eppure, nessuno/a ha mosso un dito — e adesso a denunciare il fallimento di questo sistema non sono più solo le organizzazioni o i tribunali: lo fanno i numeri stessi, impietosi.

Dati di una politica cieca

Nel primo semestre del 2025, 9.289 MSNA hanno lasciato il sistema di accoglienza.27 Per molte/i di loro (circa il 28%), l’uscita volontaria è stata l’unica via di fuga possibile: evadere dalle strutture, affrontare la strada e l’incertezza pur di ritrovare un briciolo di libertà. Ogni mese, il saldo tra ingressi e uscite resta negativo. Se ne vanno più giovani di quante/i ne arrivino, un segnale inequivocabile che il sistema, così com’è, non riesce a trattenere chi dovrebbe proteggere.

L’accoglienza in famiglia? Solo un miraggio per la maggioranza. Dei/delle circa 17.000 MSNA presenti in Italia, solo il 20% trova ospitalità presso un soggetto privato: circa 3.400 ragazzi e ragazze.28 Di questi/e, la gran parte — più di 2.200 — proviene dall’Ucraina ed è accolta da propri familiari (altri/e 1.150 sono affidati/e a famiglie senza legami di parentela). Tradotto in soldoni: meno del 7% dei MSNA non ucraini/e — senza quindi i privilegi della pelle bianca o della narrazione politica europea sulla guerra — trova una famiglia pronta ad accoglierli/e.

Effetti di quella stessa politica

Un decreto legge repressivo non è un incidente isolato, ma si inserisce in una retorica che rende difficile immaginare qualcuno/a disposto/a ad aprire la propria casa a un/a minore migrante. È una figura che continua a essere temuta, se non addirittura demonizzata.

La lezione è terribilmente chiara: l’esodo dalle strutture e la mancanza di accoglienza familiare sono due facce della stessa medaglia. Raccontano un modello che costruisce paura verso l’altro e cancella ogni briciolo di empatia. Qualsiasi sistema fondato su queste premesse è destinato al fallimento.

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini parlano tanto di difendere i confini, ma i/le minori, soli/e, scappati/e da guerre, violenze, fame e/o precarietà economica — chi li/le difende, davvero?


Note

  1. Legge 7 aprile 2017, n. 47, art. 2
  2. Legge 7 aprile 2017, n. 47 (Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati) e Legge 28 maggio 2021, n. 71 (Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di protezione dei minori vulnerabili)
  3. Legge 7 aprile 2017, n. 47, art. 5
  4. Ibidem
  5. D.lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato, con le specificità previste per i minori dalla legge 7 aprile 2017, n. 47, e dal decreto legislativo 22 dicembre 2017, n. 220
  6. Ministero dell’Interno (Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione), Vademecum operativo per la presa in carico e l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, con il supporto dell’Ufficio Europeo di Sostegno per l’Asilo (EASO) e la collaborazione del Servizio Centrale del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, UNHCR e OIM, marzo 2021
  7. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Rapporto di approfondimento semestrale sui MSNA in Italia (Dati al 31 agosto 2024), Roma, 2024, p. 7
  8. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Rapporto di approfondimento semestrale sui MSNA in Italia (dati al 30 giugno 2025), pp. 32-33
  9. Ibidem, p. 23
  10. Ibidem, pp. 33-34
  11. D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19, co. 1-bis
  12. D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, co. 2
  13. K. KONRAD, C. FIRK, P.J. UHLHAAS, «Brain development during adolescence: neuroscientific insights into this developmental period», Dtsch Arztebl Int., vol. 110, n. 25, 2013, pp. 425-431
  14. L. STEINBERG, A. S. MORRIS, Adolescent Development, Annual Review of Psychology, 2001, vol. 52, pp. 83–110
  15. E. H. ERIKSON, Childhood and Society, W. W. Norton & Company, New York, 1950, pp. 227-228
  16. Save the Children, «Gli effetti psicologici della migrazione sui minori migranti: quale impatto?», 10 giugno 2025
  17. M. G. FOSCHINO BARBARO, Salute mentale di MSNA: tra vulnerabilità e resilienza, 2019, p. 22
  18. K. WINKENS, E. ZIJLSTRA, W. POST, C. VAN OS, M. SMIT, Unaccompanied, but not Alone: A Systematic Review of the Influence of Social Relationships on the Transition of Unaccompanied Refugee Adolescents to Adulthood, Children and Youth Services Review, vol. 155, 2023
  19. B. OPPEDAL, T. IDSOE, Conduct Problems and Depression among Unaccompanied Refugees: The Association with Pre-Migration Trauma and Acculturation, Anales de Psicología, 2012, vol. 28, n. 3, p. 685
  20. UNICEF, Nuovi percorsi. Buone pratiche di supporto psicosociale e salute mentale per adolescenti e giovani migranti e rifugiati in Italia, 2022, pp. 23-24
  21. ActionAid in collaborazione con Openpolis, Accoglienza al collasso. Centri d’Italia 2024, p. 25
  22. Ibidem,p. 24
  23. V. ROSSI, «Quei 85 minori stranieri “accolti” nei centri per adulti», VITA, 11 febbraio 2025
  24. ActionAid in collaborazione con Openpolis, Accoglienza al collasso. Centri d’Italia 2024, p. 24
  25. F. BRAUZZI, V. SODANO, Indagine sui bisogni evolutivi dei MSNA, Approfondimento n. 19, febbraio 2024, Osservatorio Nazionale sui diritti dei minori stranieri non accompagnati, p. 3
  26. Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), Audizione informale del 17 ottobre 2023 nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 1458 di conversione del decreto-legge n. 133 del 2023 recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché per il supporto alle politiche di sicurezza e la funzionalità del Ministero dell’interno, Camera dei Deputati, Roma, 17 ottobre 2023
  27. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Rapporto di approfondimento semestrale sui MSNA in Italia (dati al 30 giugno 2025), p. 24
  28. Ibidem, p. 31