L’Italia, durante il 1940, cercò di distruggere i rifornimenti petroliferi dell’Impero britannico tra Palestina e Bahrein. Una vicenda poco nota ma di grande interesse geopolitico.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la guerra non si combatté solo in Europa o in Africa, ma si estese anche a territori allora considerati periferici dello scontro globale. Tra questi, la Palestina sotto mandato britannico e la colonia britannica del Bahrein furono insospettabili teatri di operazioni militari italiane. In un momento in cui l’Italia cercava di colpire l’Impero britannico nel suo punto più vulnerabile – il controllo del petrolio – la Regia Aeronautica lanciò audaci raid aerei che ancora oggi pochi ricordano. Ma quei bombardamenti raccontano molto dell’ambizione italiana e della strategia globale dell’Asse[1].
Le ali mortali dell’Italia su Tel Aviv e Manama, quando la Regia Aeronautica colpì forte e lontano
L’Italia dichiarò guerra alla Gran Bretagna e alla Francia il 10 giugno 1940. Nel Mediterraneo l’Inghilterra era già preparata da tempo a sostenere una guerra contro l’Italia grazie al potenziamento delle basi navali di Gibilterra, Malta e Alessandria d’Egitto[2] mentre l’Italia presentava sotto molti aspetti gravi carenze militari[3].
L’entrata in guerra dell’Italia diede agli arabi, che erano per la maggior parte a favore dell’Asse, la speranza di ottenere la libertà[4].
L’obiettivo principale dell’Italia nel Mediterraneo Orientale, in realtà, era quello di prendere il posto della Gran Bretagna e della Francia, concedendo agli arabi al massimo un parziale autogoverno. Si voleva quindi sostituire un’egemonia con un’altra.
Per raggiungere questo importante e ambizioso programma[5], il Regno d’Italia avrebbe dovuto sfidare il dominio britannico non soltanto nel Mediterraneo, ma anche in aree lontane come il Medio Oriente e il Golfo Persico (considerata un tutt’uno con il Mare Nostrum).
Due episodi in particolare, il bombardamento di Tel Aviv nel 1940 e quello di Manama (capitale Bahrein) nello stesso anno, mostrano come la punta di diamante di questo attacco dovesse essere la Regia Aeronautica italiana che cercò di proiettare il proprio potere ben oltre i confini dell’Europa. Prima di tutto andavano colpite le linee di rifornimento petrolifero britanniche, così da ostacolare sensibilmente i movimenti delle forze britanniche nel Mediterraneo Orientale e in Medio Oriente.
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I bombardamenti italiani sulla Palestina britannica
A partire dal luglio 1940, dopo la sconfitta della Francia, l’aviazione italiana avviò una serie di bombardamenti sulla Palestina (terminal del più importante oleodotto britannico nel Mediterraneo Orientale), concentrandosi in particolare su Haifa e Tel Aviv. I raid aerei colpirono anche altre località costiere, come Giaffa e Acri[6], che furono coinvolte nei raid aerei.
L’ultimo attacco italiano sui territori della Palestina britannica si è verificato quasi un anno dopo, nel giugno 1941: un periodo durante il quale gli italiani riuscirono, come vedremo, a provocare parecchi danni. Inoltre, non si deve dimenticare che la Palestina britannica, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, era una polveriera a causa delle tensioni etniche e religiose tra ebrei e arabi[7] per decidere quale gruppo etno-religioso dovesse prevalere.
Haifa è stata tra gli obiettivi principali dei bombardamenti italiani, in quanto sede di un importante porto e di raffinerie petrolifere. In particolare, il 15 luglio, dieci bombardieri S.M.79 appartenenti al XLI Gruppo, comandato dal maggiore Ettore Muti[8] e parte del Dodicesimo Stormo di stanza all’aeroporto di Gadurrà (isola di Rodi), colpirono i depositi di petrolio della città.
Durante questa operazione furono sganciate 120 bombe da 50 kg ciascuna da un’altitudine di 5.000 metri. L’attacco provocò diversi e vasti incendi e la contemporanea interruzione della fornitura elettrica a Haifa.
Un dramma a Tel Aviv, un attacco violentissimo e inaspettato
Il 9 settembre 1940, in un pomeriggio come tanti, la popolazione di Tel Aviv[9] fu colta di sorpresa da un evento tragico. Dieci bombardieri italiani CANT Z.1007 bis, decollati dalle isole del Dodecaneso[10], avevano come obiettivo le installazioni petrolifere della città di Haifa, vitale per lo sforzo bellico britannico[11].
Tuttavia, intercettati da caccia britannici, i piloti italiani furono costretti a cambiare rotta. Così, in un’azione rapida e drammatica, i bombardieri furono costretti a sganciare i loro ordigni su Tel Aviv, in particolare nella zona del porto.
Il bilancio fu di 137 civili che persero la vita. Un secondo attacco, un anno dopo, il 12 giugno 1941, provocò altre 13 vittime. Questi bombardamenti segnarono profondamente la città, che fino ad allora si era sentita relativamente al sicuro, lontana dai principali fronti di guerra. Un esempio emblematico della guerra aerea moderna: rapida, improvvisa e distruttiva.
L’obiettivo originale, Haifa, era stato colpito più volte nei mesi precedenti con risultati più o meno efficaci, ma l’attacco su Tel Aviv (un ripiego dell’ultimo momento) finì per avere un impatto psicologico e umano molto più rilevante.
In questo periodo, tre spie italiane (di origine armena) furono paracadutate ad Haifa per provocare disordini e raccogliere informazioni ma furono scoperte ed uccise. I tre ottennero la medaglia d’oro al valore militare[12].
Missione impossibile: la lunga rotta verso Manama
Se il bombardamento di Tel Aviv colpì nel cuore una città civile, quello su Manama ebbe un altro carattere: fu un’impresa audace, quasi epica, dal punto di vista militare. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1940, quattro bombardieri italiani Savoia-Marchetti SM.82 decollarono da Rodi, nelle isole del Dodecaneso, con un compito ambizioso: attraversare il deserto e colpire le raffinerie di petrolio del Bahrein, strategiche per la Marina Britannica nel Golfo Persico.
Fu una delle missioni più lunghe mai compiute fino ad allora da bombardieri italiani, che coprirono più di 4.000 chilometri, tra andata e ritorno. Gli aerei volarono sopra il Libano, la Siria, l’Arabia Saudita, fino a raggiungere Manama nelle prime ore del mattino. Alle 2:00 circa, tre degli aerei riuscirono a sganciare un carico di bombe leggere sulle raffinerie di petrolio. Il quarto aereo, separatosi dal gruppo, colpì erroneamente la zona di Dhahran, in Arabia Saudita, causando danni minori a un oleodotto[13].
Le fonti italiane parlarono di un successo, sostenendo che l’attacco aveva danneggiato seriamente le infrastrutture britanniche. Quelle britanniche, al contrario, minimizzarono l’evento, descrivendolo come poco più di un fastidio. Tuttavia, l’effetto più rilevante fu psicologico: un attacco italiano nel cuore del Golfo Persico non era stato previsto, né considerato possibile fino a quel momento.
Il raid costrinse Londra a rivedere le difese della regione e a prendere in considerazione un nemico che si dimostrava più audace di quanto si pensasse[14].
Gli aerei italiani, dopo aver completato l’attacco, proseguirono fino all’Eritrea[15], all’epoca colonia italiana, dove atterrarono sani e salvi.
Due episodi, una strategia
I bombardamenti su Tel Aviv e Manama, pur molto diversi tra loro per natura e obiettivi, raccontano una stessa storia: quella di un’Italia che cercava di dimostrare la propria forza su scala globale[16]. Mentre l’attacco su Tel Aviv fu dettato dalle circostanze e si rivelò tragico per i civili, quello su Manama fu una prova di capacità logistica e strategica, destinata a impressionare più che a distruggere.
Entrambe le azioni, tuttavia, non alterarono significativamente l’andamento del conflitto. Ma oggi restano come testimonianze importanti di un periodo in cui la guerra aerea cominciava a cambiare volto: più veloce, più estesa, più imprevedibile.
Una testimonianza resa viva ancora oggi grazie ad un memoriale molto noto a Tel Aviv realizzato per commemorare le vittime dei bombardamenti italiani durante il Secondo Conflitto Mondiale.
Note
[1] J. BARR, La linea nella sabbia. Gran Bretagna, Francia e il grande gioco nel Medio Oriente, Oscar Mondadori, Milano 2024 (acquista qui)
[2] W. CHURCHILL, La Seconda Guerra Mondiale, 6 volumi, Mondadori, Milano 1948.
[3] Secondo il Patto d’Acciaio, firmato a Berlino il 22 maggio 1939, la Germania e l’Italia sarebbero dovute entrare in guerra non prima del 1942 per completare il riarmo.
[4] R. DE FELICE, Il fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Collana Classici della Storia, Luni Editrice, Milano 2018.
[5] B. LIDDEL HART, Storia militare della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano 2009.
[6] Attualmente, Acri è conosciuta meglio come Akka.
[7] S. FABEI, Mussolini e la resistenza palestinese, Mursia, Torino 2005.
[8] A. PETACCO, Ammazzate quel fascista! Vita intrepida di Ettore Muti, Mondadori, Milano 2002.
[9] Tel Aviv è traducibile in italiano come “Collina della Primavera”.
[10] All’epoca parti integranti dell’Impero italiano.
[11] A. PETACCO, La nostra guerra 1940-1945. L’Italia al fronte tra bugie e verità, UTET, Novara 2016.
[12] S. FABEI, op. cit.
[13] G. SECCIA, La guerra tra i due fiumi, Nordpress, Roma 2007, pp. 189-190.
[14] Come accaduto con il raid statunitense di Doolittle su Tokyo, per vendicare Pearl Harbour, il 18 aprile 1942. In quell’occasione, 16 bombardieri B-25 Mitchel dimostrarono che il Giappone non era intoccabile.
[15] A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa orientale. Vol. 3: La caduta dell’Impero, Laterza, Bari 1982.
[16] R. DE FELICE, Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra 1940-43, Einaudi, Torino 1991.
Foto copertina: I bombardamenti italiani in Palestina e Bahrein durante la II Guerra Mondiale













