Un popolo, due anime: la frattura tra potere secolare e autorità spirituale in Armenia tra Pashinyan e Karenkin II
Adagiata ai piedi del Caucaso, l’Armenia sta vivendo gli anni più difficili della sua storia, fin dai tempi del Genocidio. Dopo le tragedie dell’Artsakh, la sua perdita e la pulizia etnica, in queste ultime settimane si è visto ribollire il vapore della discordia civile.
Il primo ministro, la cui popolarità è ai minimi storici, Nikol Pashinyan e il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II si trovano su fronti contrapposti, protagonisti di un conflitto che non è soltanto istituzionale, ma simbolico.
Gli attriti tra il potere esecutivo e il vertice della Chiesa apostolica armena si sono intensificati in un contesto di crescente polarizzazione interna e pressioni geopolitiche esterne, soprattutto dopo la perdita del Nagorno-Karabakh e le tensioni con l’alleato storico russo. Ciò che emerge è una contesa che riflette due visioni inconciliabili dell’Armenia contemporanea: da un lato, il tentativo di modernizzare e, forse, de-sacralizzare la sfera pubblica secondo i canoni del riformismo democratico; dall’altro, la difesa di un’eredità spirituale percepita come fondamento identitario e baluardo di resistenza storica.
Proviamo a comprendere i recenti sviluppi, le origini, le dinamiche e le implicazioni del conflitto in atto tra Pashinyan e il Catholicos, inquadrandolo nella cornice più ampia della trasformazione dello Stato armeno nel XXI secolo. Un conflitto che non è soltanto politico o religioso, ma eminentemente culturale.
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Il primo popolo di Cristo
Questo è il titolo che ogni armeno sente di aver ereditato dai propri antenati e forse non a torto. L’identità armena, come la conosciamo oggi inizia a Khor Virap[1]. Oggi un monastero. Ma molto di più, è una ferita sacra aperta sulla storia dell’Armenia, un altare scavato nella carne viva della memoria nazionale. Sorge solitario su una collinetta polverosa, a sud di Yerevan, incorniciato da campi arsi dal sole e, sullo sfondo, dal profilo imponente del monte Ararat — lontano, irraggiungibile, ma eternamente presente come un Dio in esilio.
All’interno del monastero vi è un pozzo, in cui per tredici anni vi rimase imprigionato San Gregorio l’Illuminatore, predicatore cristiano del III-IV secolo, discendente dalla nobile famiglia degli Arsacidi[2]. Il sovrano d’Armenia, Tiridate III[3], irritato dall’iconoclasmo del santo lo segregò in un buco del terreno. Poi, come spesso accade in queste agiografie, il re, ammalatosi, probabilmente per punizione divina e guarito dalla carità del sant’uomo divenne il primo sovrano a convertirsi al cristianesimo.
Questo è sicuramente il punto di partenza della storia armena, dell’identità armena. Pensare il cristianesimo come qualcosa di altro dall’essere armeni è un qualcosa di inconcepibile per i discredenti di Urartu[4].
L’identità armena alla prova: crisi tra Stato e fede
Al centro della contesa vi è il progetto “Real Armenia”, un piano ambizioso con cui Pashinyan invita il Paese a lasciarsi alle spalle il passato[5] — in particolare la dolorosa sconfitta militare e politica nel Nagorno-Karabakh, una ferita ancora non rimarginata nel popolo armeno — per concentrarsi su una trasformazione economica e culturale capace di proiettare l’Armenia nel XXI secolo. Questo programma implica, di fatto, un ridimensionamento del ruolo pubblico e simbolico della Chiesa, percepita dal premier come un ostacolo strutturale all’evoluzione della società.
Lasciarsi il passato alle spalle, per Pashinyan è anche cercare di regolarizzare i rapporti con i propri vicini turchi, ad est e ovest. Intenzione questa che è costata al primo ministro armeno l’accusa di turcofilia[6].
Ma la chiesa armena non ci sta a che il popolo armeno subisca un ulteriore umiliazione: fino ad arrivare a ricercare un dialogo, in una posizione subalterna, proprio con quei popoli che, nel secolo scorso, avevano contribuito alla marginalizzazione, all’espulsione e all’assimilazione forzata della popolazione armena.
Il conflitto è esploso apertamente il 1° giugno, quando Pashinyan ha sollevato pubblicamente il sospetto che il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, avrebbe infranto il proprio voto di celibato generando un figlio[7].
Una dichiarazione destinata non solo a sollevare clamore, ma a minare direttamente l’autorità morale e spirituale del patriarca. «Se dovesse risultare che Karekin II ha violato il suo voto di celibato ed è padre di un figlio, allora non può più ricoprire il ruolo di Catholicos di tutti gli armeni», ha affermato Pashinyan tramite i suoi canali social. «Sollevo questa questione come fedele della Chiesa Apostolica Armena, perché vi vedo una minaccia alla sicurezza spirituale, e anche come primo ministro, poiché vi riconosco una minaccia alla sicurezza dello Stato»[8].
La reazione dell’episcopato non si è fatta attendere. In un comunicato ufficiale diffuso il giorno seguente, la Chiesa ha accusato il capo del governo di condotta irresponsabile e distruttiva. «Il comportamento ostile del primo ministro nei confronti della Chiesa, e le iniziative da lui promosse contro i valori nazionali e religiosi, rischiano di avere conseguenze gravi e di compromettere la stessa statualità armena», si legge nella nota. «Tali atti generano fratture nella società, minano l’unità spirituale del popolo e indeboliscono la fedeltà alla nazione, soprattutto in un momento storico segnato da prove difficili».
Nonostante le dure repliche, Pashinyan ha insistito nei giorni successivi, rinnovando la richiesta che venga fatta chiarezza pubblica sulla presunta violazione del voto ecclesiastico. Nel frattempo, tensioni latenti si sono intensificate. Già alla fine di maggio, il primo ministro aveva ipotizzato un maggior intervento dello Stato nei processi di selezione delle future autorità ecclesiastiche. La moglie di Pashinyan, Anna Hakobyan, ha inoltre aggravato lo scontro definendo la Chiesa una “fucina di pedofili”, alimentando una spirale di accuse che ha scosso l’opinione pubblica[9].
A monte dello scontro attuale vi è un precedente politico significativo. Nel pieno della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, nel 2020, il Catholicos Karekin II aveva chiesto pubblicamente le dimissioni di Pashinyan, ritenuto responsabile della disfatta militare. Da allora, i rapporti tra governo e Chiesa sono rimasti tesi, ma solo recentemente il conflitto ha assunto una forma così esplicita e conflittuale. L’accusa, ad una sguardo freddo e imparziale, è oltremodo ingiusta, dal momento che l’Armenia ha pagato anni di incuria e corruzione e soprattutto alleati infidi e infedeli.
Il tentato colpo di stato
E negli ultimi giorni forse si è giunti al punto di rottura. Il primo ministro Nikol Pashinyan ha minacciato apertamente la rimozione forzata del Catholicos Karekin II dalla sede patriarcale di Echmiadzin, qualora quest’ultimo continui a rifiutare le sue richieste di dimissioni[10].
Il patriarca ha anche accusato Pashinyan di essere un criptogiudeo e Pashinyan di tutta risposta ha dichiarato pubblicamente di essere disposto a mostrare il “proprio pene per fugare ogni dubbio”[11].
L’inasprimento dello scontro è avvenuto all’indomani dell’arresto dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, figura centrale dell’opposizione clericale e già leader delle imponenti proteste antigovernative del 2023. Galstanyan e quattordici suoi sostenitori sono stati accusati dalle autorità di complottare per sovvertire l’ordine costituzionale attraverso “atti terroristici”. Accuse che l’arcivescovo ha respinto come infondate, definendole una manovra politica orchestrata per silenziare il dissenso[12].
Anche la Chiesa ha preso posizione, esprimendo “profonda preoccupazione” e denunciando l’intervento politico nei procedimenti giudiziari. In una dichiarazione diffusa dal Consiglio Spirituale Supremo e firmata da Karekin II, si afferma che «la fiducia pubblica nel processo legale è minata dal fatto che il primo ministro e diversi rappresentanti della maggioranza parlamentare abbiano cercato, sin dall’inizio, di indirizzare l’azione delle autorità giudiziarie attraverso dichiarazioni pubbliche chiaramente politiche». La Chiesa ha inoltre condannato «il tentativo deliberato di associare artificialmente il procedimento giudiziario alla Chiesa stessa, sfruttando il nome della Sede Madre di Echmiadzin», definendo tale condotta parte di una «più ampia campagna anti-ecclesiastica avviata dall’attuale leadership»[13]. Pashinyan, tuttavia, non ha arretrato. Il giorno successivo ha ribadito la richiesta di dimissioni del Catholicos, lanciando un avvertimento implicito: «Se non lascerà volontariamente, sarà il popolo fedele della Santa Chiesa Apostolica Armena a rimuoverlo, in modo cristiano», ha scritto sui social. Un alto esponente del partito di governo Contratto Civile[14], Vahagn Aleskanyan, ha rincarato la dose, accusando il clero di «sostenere i terroristi» e affermando che Karekin II «deve essere cacciato» da Echmiadzin.
Le tensioni si erano già intensificate il 10 giugno, quando Pashinyan aveva annunciato l’intenzione di istituire un organo speciale incaricato di organizzare la successione di Karekin II. Le opposizioni hanno bollato la proposta come incostituzionale, richiamando il principio della separazione tra Stato e Chiesa, sancito dalla legge armena. In risposta, sono state organizzate manifestazioni in difesa del Catholicos, culminate l’11 giugno in un’accoglienza trionfale all’aeroporto di Zvartnots, dove centinaia di sostenitori si sono radunati per salutarne il ritorno da un breve viaggio all’estero. Il 22 giugno, durante una cerimonia religiosa a Etchmiadzin, Karekin II ha condannato con fermezza i tentativi del governo di deporlo[15].
L’attacco di Pashinyan all’alto clero armeno e le sue accuse di rottura dei voti del celibato ha coinciso con la partecipazione del Catholicos a un’importante conferenza in Svizzera sul patrimonio culturale armeno in Karabakh, organizzata dal Consiglio Ecumenico delle Chiese. L’iniziativa è stata duramente criticata da Baku, e il tempismo delle accuse ha alimentato il sospetto che il premier armeno stia cercando di compiacere l’Azerbaigian, oppure di neutralizzare un centro di potere che continua a rappresentare una voce critica nei confronti della sua leadership[16].
Oltre la semplificazione geopolitica
l conflitto tra il primo ministro Nikol Pashinyan e il Catholicos Karekin II non può essere liquidato come una semplice manifestazione del consueto dualismo tra Stato e Chiesa. Né è sufficiente ricondurlo, come spesso accade in alcune letture occidentali, a un capitolo minore dell’eterna guerra di influenza tra Russia e Occidente nel Caucaso. Secondo questa narrazione riduttiva, la Chiesa Apostolica Armena agirebbe da longa manus del Cremlino, ostacolando le riforme “occidentalizzanti” di Pashinyan e difendendo un’idea di nazione arcaica e illiberale. Ma questa chiave di lettura, tanto comoda quanto imprecisa, non coglie la complessità del legame tra religione, identità e sovranità nello spazio armeno.
È vero che la Chiesa armena ha storicamente intrattenuto rapporti stretti con Mosca — in parte per necessità geopolitiche, in parte per affinità culturali sorte in epoca imperiale e sovietica. Tuttavia, ridurre il suo ruolo a quello di strumento dell’ingerenza russa equivale a ignorare secoli di storia, durante i quali la Chiesa ha agito come pilastro della sopravvivenza nazionale, spesso in assenza di uno Stato. In Armenia, la religione non è solo fede: è struttura identitaria, memoria collettiva, continuità storica. Attaccare la sua legittimità — soprattutto con modalità percepite come umilianti e inquisitorie — rischia di creare una frattura culturale ben più profonda di quella politica.
Il vero conflitto, dunque, non è tra Pashinyan e Karekin II in quanto persone, né tra Armenia e Russia in quanto potenze: è tra due visioni del futuro.
Pashinyan ha l’ingrato compito di far superare agli armeni una tragedia nazionale come la perdita dell’Artsakh e la pulizia etnica degli armeni in quell’area per opera dell’Azerbaijan. Dall’altro abbiamo la chiesa armena e la sua difesa di un sistema valoriale che, per molti armeni, continua a rappresentare un rifugio spirituale e culturale in un contesto geopolitico incerto, segnato da guerre perse e alleanze traballanti.
In questo scontro — brutale, simbolico, e per certi versi esistenziale — si riflette il destino di una nazione in bilico tra due epoche, e due anime. Il rischio, per Pashinyan, non è solo quello di inimicarsi l’istituzione religiosa più antica del Paese, ma di spezzare un tessuto identitario fragile e ancora lacerato dalle ferite del Karabakh. Il rischio, per l’Armenia intera, è che una crisi politica si trasformi in una crisi di civiltà.
Note
[1] In armeno, “Prigione Profonda”
[2] Goekijan Zahirsky Valerie, The conversion of Armenia to Christianity: a retelling of Agathangelos History, Diocese of the Armenian Church of America, 2001.
[3]Il nome Tiridates è la forma grecizzata del parthico Trdat, che significa letteralmente “creato da Tir”. Tir è una divinità minore ma significativa nel pantheon zoroastriano, assimilabile a un yazata, ovvero un’entità celeste benefica. Sebbene il suo nome non compaia direttamente nell’Avestā, la raccolta sacra dello zoroastrismo, Tir è ben attestato nella tradizione religiosa persiana, dove viene associato alla conoscenza, alla scrittura e al destino — attributi che lo rendono in qualche misura affine a divinità come Hermes o Mercurio nel mondo greco-romano. Vedi: Russell, James R. (1987). Zoroastrianism in Armenia. Harvard University Press.
[4] Urartu è il nome che diedero gli assiri all’Ararat dove si stanziarono le prime popolazioni indoeuropee, antenate degli armeni. [5]https://eurasianet.org/armenian-prime-minister-picks-fight-with-church
[6] https://armenianweekly.com/2025/03/18/pashinyan-shouldnt-have-invited-turkish-journalists-to-yerevan-for-an-interview/
[7] Vedi nota 5.
[8] ibidem.
[9] ibidem.
[10]https://asbarez.com/pashinyan-threatens-to-forcibly-remove-catholicos-karekin-ii/ [11]https://oc-media.org/pashinyan-offers-to-show-his-penis-to-head-of-armenian-church/. [12]https://www.aljazeera.com/news/2025/6/25/armenia-arrests-prominent-archbishop-over-alleged-coup-plot.
[13] Vedi nota 10.
[14] Il partito di Pashinyan.
[15] Vedi nota 10.
[16]https://angop.ao/noticias/mundo/armenia-acusa-clerigo-bagrat-galstanyan-de-tentativa-de-golpe-de-estado.
Foto copertina:Pashinyan e Karenkin II













