1994 – 2024: a trent’anni dall’insurgencia zapatista in Chiapas


Cos’è l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale? Qual era, e cosa resta del sogno zapatista?


A cura di Valentina Franzese

Il 1° gennaio 1994, ovvero quando il mondo scoprì lo zapatismo

Il mondo scoprì l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) il 1° gennaio del 1994 quando i guerriglieri zapatisti insorsero in Chiapas e la questione indigena divenne, per la prima volta, attuale. In concomitanza non casuale con l’entrata in vigore del North American Free Trade Agreement (NAFTA) – un accordo di libero scambio stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico da considerarsi come la rappresentazione plastica della svolta neoliberista che in quegli anni caratterizzò l’America Latina – uomini e donne indigene con il volto coperto da passamontagna, occuparono militarmente 7 città dello stato del Chiapas, uno tra i più poveri in Messico, situato al confine con il Guatemala. Con la commercializzazione delle terre e l’apertura al mercato statunitense, i cittadini del Chiapas si sarebbero visti piombare addosso una concorrenza spietata, contro la quale non sarebbero stati assolutamente in grado di competere.
Oltretutto, lo sfruttamento massiccio della terra volto all’ottenimento del maggior profitto possibile, era e resta, un tema assai indigesto agli indigeni: l’utilizzo intensivo della terra è una richiesta che si scontra fortemente con la cultura e la tradizione dei nativi. Tutti i popoli indigeni dell’America Latina sono, infatti, tradizionalmente legati alla “Madre Terra”, che vedono come un elemento invendibile e non sfruttabile secondo le proprie esigenze economiche. Secondo il culto della Pacha Mama[2] la terra dovrà essere utilizzata per il fabbisogno di chi ci vive, e non massacrato e depredato in maniera spietata per poterne generare del profitto. In questo senso, armati come potevano di fucili di legno, machete e fionde, con indosso divise e scarponi, oltre 7.000 guerriglieri occuparono le cittadine di San Cristóbal de Las Casas, Ocosingo, Las Margaritas, Comitán e Altamirano, strappando via dalle mani dei latifondisti oltre 200.000 ettari di terre da ridistribuire tra i contadini. Inoltre, i guerriglieri, riuniti sotto la bandiera dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, presero il controllo degli uffici dei sindaci, delle stazioni di polizia e delle stazioni radio locali[3]. Guidati dal comandante Felipe, l’unico senza passamontagna, e dal “mitico” Subcomandate Marcos, gli zapatisti dichiararono guerra allo Stato e al suo “capo massimo e illegittimo”, Carlos Salinas de Gortari. Sfidando l’esercito federale messicano, i ribelli manifestarono l’intenzione di marciare verso la capitale per liberare la popolazione civile dal “dittatore” Salinas e permettere alla comunità messicana la libera scelta delle proprie autorità amministrative. Gli “zapatisti”, come sarebbero conosciuti pubblicamente, provenivano dai popoli Tzeltal, Tzotzil, Chol, Tojolabal, Mames e Zoque tutti appartenenti alla grande famiglia Maya. Sebbene il loro obiettivo finale fosse la trasformazione rivoluzionaria del Messico in una repubblica socialista, i ribelli chiesero a gran voce “lavoro, terra, alloggio, cibo, salute, istruzione, indipendenza, libertà, democrazia, giustizia e pace”.

L’obiettivo principale era, in particolare, garantire il diritto all’autogoverno dei popoli e al possesso comune della terra. In risposta, il governo federale inviò l’esercito regolare per sedare la ribellione. Questo, molto più attrezzato e addestrato, circondò i guerriglieri, che si rifugiarono tra le alture del Chiapas. Fuori regione, invece, l’EZLN portò avanti una lunga battaglia con l’opinione pubblica e intellettuale, in nome della lotta campesina. Gli scontri tra i combattenti e i militari durarono 11 giorni; il 12 dello stesso mese, il governo e l’EZLN iniziarono i colloqui per cercare di risolvere il conflitto attraverso il dialogo. Furono istituiti i tavoli di colloquio a San Andrés Larráinzar, che continuarono durante l’amministrazione Salinas e poi proseguirono sotto Ernesto Zedillo. Tuttavia, gli zapatisti interruppero il dialogo a causa delle riforme costituzionali proposte dal governo federale, che non rispettavano quanto concordato durante i colloqui. Anche in questo caso la reazione del governo messicano fu militare. Zedillo reagì, infatti, emettendo una serie di mandati di arresto contro i leader dell’EZLN e con ripetute vessazioni contro le comunità zapatiste. La società messicana, muovendosi a sostegno degli zapatisti, respinse le azioni violente manifestando in tutto il Paese con marce e dimostrazioni per chiedere a gran voce pace e dialogo. Anche a livello internazionale si generò un’intensa pressione che si consolidò portando alla formazione di movimenti di solidarietà con i guerriglieri zapatisti, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, inducendo il governo messicano a una parziale retromarcia sulle aggressioni. In realtà però, la storia dell’EZLN però ebbe inizio ben prima del 1° gennaio 1994. Era il 17 novembre del 1983, quando sei persone, cinque uomini e una donna (tre indigeni e tre “meticci”), inaugurarono il primo accampamento nella Selva Lacandona. Lo zapatismo non era altro che l’evoluzione di quanto iniziato a Monterrey negli anni ’60 dalle Fuerzas de Liberación Nacional, organizzazione clandestina ispirata alla rivoluzione cubana composta da nuclei guerriglieri di matrice marxista-leninista. All’inizio degli anni settanta le FLN furono distrutte da una violenta rappresaglia dello Stato che uccise, arrestò e fece sparire molti rivoluzionari. Chi sopravvisse si mosse in silenzio assoluto e clandestinità, allontanandosi dalle città e privilegiando le aree rurali e selvatiche fatte di alture e giungla amazzonica.  Alla denominazione iniziale fu poi aggiunto il riferimento a Emiliano Zapata – guerrigliero e combattente durante la Rivoluzione Messicana – e allo zapatismo, un movimento armato incarnato dall’Ejército Libertador del Sur che, al grido di «¡Tierra y Libertad!» e «La tierra es de quien la trabaja» portò il socialismo agrario in America Latina. Nel 1992 le sei persone divennero migliaia, con decine di comunità indigene del Chiapas che si riunirono pronte a intervenire quando fosse arrivato il momento giusto per sollevarsi contro lo Stato e il capitalismo, in modo da costruire «un mondo capace di contenere molti altri mondi»[4]. Diseredati, senza terra, senza lavoro, senza diritti, pace o giustizia, i “nuovi” guerriglieri zapatisti erano tutti coloro i quali vivevano ai margini della società oligarchica messicana.
I contadini – nella maggior parte dei casi indigeni – e combattenti scelsero dunque, di insorgere rivendicando, innanzitutto, il proprio diritto ad esistere in un mondo e in una società che invece rifiutava di ascoltarli[5]. Ben prima della battaglia di Seattle contro il World Trade Organization (Wto) o delle moltitudini di Genova contro il G8, la guerriglia zapatista in Chiapas aprì la strada a tutti quei movimenti sociali anti capitalisti, apertamente critici nei confronti del neoliberismo statunitense, che per tutto il corso degli anni Novanta e i primi anni Duemila, caratterizzarono la politica latinoamericana e non solo.

Tra mito e leggenda: il Subcomandante Marcos, il leader incappucciato

Combattente e rivoluzionario, il Subcomandante Marcos – al secolo Rafael Sebastián Guillén Vicente – è stata, ed è tutt’oggi, una figura a metà strada tra il mito e la leggenda, soprattutto dal punto di vista occidentale ed europeo, tal volta “un po’ facile” agli innamoramenti per i rivoluzionari latinoamericani. È stato il suo volto incappucciato il più noto e ricordato della rivolta in Chiapas del 1994. Sebbene non ci fosse in alcun modo l’intenzione – sia da parte dello stesso Marcos, che da parte dell’EZLN – di sviluppare quell’aura di “mitologia” attorno alla figura del leader zapatista, sarà questo la lente – sicuramente riduttiva e superficiale – attraverso cui saranno interpretate molte delle sue proposte. Quasi si trattasse del “Che Guevara del nuovo millennio” che stava facendo la sua comparsa sulla scena internazionale, pronto ad irrompere e ribaltare tutti gli schemi predefiniti. Schivo e da sempre avverso a copertine e prime pagine, il Subcomandante Marcos prima di prendere parte all’insurgencia del gennaio ’94, era un docente universitario presso l’Universidad Autónoma Metropolitana in Messico, dove teneva un corso di Graphic Design e, al contempo, chiedeva ai suoi studenti di analizzare i testi di Michael Foucault, Karl Marx e Louis Althuser[6]. La sua vicinanza al movimento zapatista risale sin dalla sua fondazione, nel novembre 1983, quando si stabilì nella Selva Lacandona. Nel 1986 divenne capitano, poi uno dei tre subcomandanti in carica durante gli anni d’addestramento e preparazione dell’EZLN. Il 4 gennaio 1994 L’Unità, storico quotidiano comunista italiano, intervistò quello che allora era solo un anonimo guerrigliero «l’unico non indio, un tipo con il passamontagna, la pipa sempre appesa al bordo della bocca e l’aria da intellettuale abituato a comunicare con la gente semplice»[7].

Interrogato su una possibile reazione internazionale e statunitense al sollevamento in atto, Marcos rispose: «Gli Stati Uniti in precedenza avevano l’alibi dell’Unione Sovietica, temevano le infiltrazioni sovietiche nel nostro Paese. Ma cosa possono pensare ora di un movimento che chiede solo giustizia sociale? Non possono più pensare che siamo manipolati dall’estero o che siamo finanziati dall’oro di Mosca, perché Mosca non esiste più. Basta chiedere a Eltsin. Gli statunitensi devono rendersi conto che stiamo lottando per quello che vogliamo tutti, quello che volevano i Paesi europei. I popoli tedeschi e italiani non si sono forse ribellati alla dittatura? Non è forse altrettanto valido che anche il popolo messicano si stia ribellando? Gli statunitensi hanno molto a che fare con la realtà che si può osservare, le condizioni miserevoli degli indios e la grande fame di giustizia. In Messico, l’intero sistema sociale si basa sull’ingiustizia nei rapporti con gli indios. La cosa peggiore che possa capitare a un essere umano è essere un indio, con tutto il suo carico di umiliazioni, fame e miseria»[8]. Il comandante senza volto, è morto e “rinato” due volte da quando è all’interno dell’Esercito Zapatista; morte e rinascita a cui corrispondono altre due relative fasi organizzative dell’EZLN. Il Subcomandante Marcos morì, una prima volta, il 25 maggio 2014 prendendo il nome di “Subcomandante Galeano” in memoria del maestro zapatista José Luis Solís López “Galeano”, ucciso dai paramilitari. Nella sua ultima lettera prima di ritirarsi in silenzio, intitolata Entre la luz y la sombra scriverà: «Quello che per noi è iniziato nel 1994 è uno dei tanti momenti della guerra di chi viene dal basso contro chi viene dall’alto. Questa guerra di resistenza si combatte ogni giorno nelle strade di ogni angolo dei cinque continenti, nei loro campi e nelle loro montagne.

Era, ed è la nostra, come quella di molti dal basso, una guerra per l’umanità e contro il neoliberismo. Contro la morte, chiediamo la vita. Contro il silenzio, chiediamo parole e rispetto. Contro l’oblio, chiediamo memoria. Contro l’umiliazione e il disprezzo, la dignità. Contro l’oppressione, la ribellione. Contro la schiavitù, la libertà. Contro l’imposizione, la democrazia. Contro il crimine, la giustizia». In merito alla creazione e costruzione del personaggio “Marcos” – secondo lo stesso «una complessa manovra di distrazione, un terribile e meraviglioso trucco di magia» costruito dai media al fine di neutralizzare l’EZLN – scriverà: «il SupMarcos è passato da portavoce a distrattore.[…]Un giorno aveva gli occhi azzurri, un altro giorno verdi, o marroni, o color miele, o neri, a seconda di chi lo intervistava e scattava la foto. Così era una riserva nelle squadre di calcio professionistiche, un impiegato dei grandi magazzini, un autista, un filosofo, un regista e tutte le altre cose che si possono trovare nei media a pagamento. C’era un Marcos per ogni occasione, cioè per ogni intervista. E non era facile, credetemi, allora non c’era Wikipedia». La sua “morte” e il suo ritiro in una capanna tra le montagne del Chiapas, apriranno la via a una nuova fase dell’EZLN, come annuncerà lo stesso Marcos. «Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta. Quindi il cambio di comando non avviene per malattia o morte, né per spostamento interno, epurazione o purificazione. Avviene logicamente in funzione dei cambiamenti interni che ha avuto e ha l’EZLN. […]Non sono e non sono stato malato, e non sono e non sono stato morto. O sì, anche se sono stato ucciso tante volte, sono morto tante volte, e sono di nuovo qui. Se abbiamo incoraggiato queste voci, è stato perché era conveniente. […]È nostra convinzione e pratica che per ribellarsi e combattere non servano leader, signori della guerra, messia o salvatori.

Leggi tutti gli articoli sul Messico

Tutto ciò che serve per combattere è un po’ di vergogna, un po’ di dignità e molta organizzazione. Chi ha amato e odiato SupMarcos ora sa di aver odiato e amato un ologramma. I loro amori e i loro odi sono stati quindi inutili, sterili, vuoti, vacui. Non ci saranno case-museo o targhe metalliche dove sono nato e cresciuto. Né ci sarà qualcuno che vivrà per essere stato il Subcomandante Marcos. Né il suo nome o la sua carica saranno ereditati. Non ci saranno viaggi pagati per tenere conferenze all’estero. Non ci saranno trasferimenti o cure ospedaliere di lusso. Non ci saranno vedove o eredi. Non ci saranno funerali, onorificenze, statue, musei, premi, niente di tutto ciò che il sistema fa per promuovere il culto dell’individuo e sminuire la collettività. Il personaggio è stato creato e ora i suoi creatori, gli zapatisti, lo distruggeranno»[9]. La “seconda” morte del Subcomandante è arrivata il 29 ottobre 2023, quando il Subcomandante Galeano uscì di scena per favorire il rientro di Marcos, con il grado di semplice Capitano. Ad annunciarlo, proprio l’ex Subcomandante: «SupGaleano è morto. È morto come è vissuto: infelice. Ma si preoccupò, prima di morire, di restituire il nome a colui che è carne e sangue ereditato dal maestro Galeano. Ha raccomandato di tenerlo in vita, cioè di combattere. Così Galeano continuerà a camminare su queste montagne»[10]. Anche in questo caso la scomparsa del carismatico leader Galeano, e la ricomparsa del Capitán Marcos, rispondono ad una nuova fase evolutiva dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, che vedrà Marcos sempre presente seppur “retrocesso”, per altro in concomitanza con il trentesimo anniversario della rivolta del 1994. A raccontarlo sarà il Subcomandante Insurgente Moisés in un altro scritto-documento intitolato La Nueva Estructura de la Autonomía Zapatista[11].

I principi dietro la rivoluzione in Chiapas: il parallelismo con José Carlos Mariategui e la marginalizzazione delle comunità native

Indigenismo, diritto all’autogoverno, lotta al neoliberismo statunitense, avversione al capitalismo ed equa divisione della terra tra i contadini erano, e sono ancora oggi, alcuni dei pilastri politici della rivolta in Chiapas e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.  Il 1° gennaio 1994 fu il momento in cui questo, auspicato e desiderato, processo di autorganizzazione politica e sociale dei popoli indigeni chiapanechi ottenne finalmente visibilità. Non si trattò di un processo improvvisato ma, al contrario, il frutto di un lungo studio e di una lunga preparazione. Le comunità indigene della regione di Cañadas, degli altipiani e del nord del Chiapas vivevano, infatti, una secolare storia di esclusione dalla vita politica ed economia del Messico, sfruttamento e totale abbandono da parte delle istituzioni. 

Ciò le portò, pertanto, a organizzarsi e raggrupparsi in movimenti sociali – più o meno grandi – con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni di vita, preservare le proprie tradizioni e i propri costumi. La fusione fra queste comunità indigene, già politicizzate con alle spalle un’esperienza di mobilitazione permanente, e il gruppo guerrigliero, fece sì che le istanze di entrambe le parti s’intrecciassero. Le comunità indigene e l’EZLN pertanto collaborarono per salvaguardare la clandestinità degli insorti; reclutare nuovi combattenti; garantire rifornimenti per sostenere la guerriglia; partecipare a movimenti di protesta; collaborare nella costruzione di infrastrutture collettive e servizi alla comunità. Queste funzioni hanno rafforzato i legami comunitari di solidarietà, aumentando l’integrazione sociale e rafforzando l’idea di una “identità zapatista”[12]

L’obiettivo però non era soltanto opporsi, “dire di no alla globalizzazione”, ma creare delle alternative politiche e delle forme diverse di confrontarsi in modo da alimentare e incrementare lo scambio di idee, dando spazio e voce a chi non l’aveva mai avuta. Ne sono un esempio in questo senso i Municipios Autónomos Rebeldes Zapatistas (MAREZ), non si trattava soltanto di forme di resistenza, ma anche di un mezzo per sviluppare le proprie modalità di organizzazione sociale. La difesa dei diritti collettivi e individuali, negati sin dalla Conquista, alle popolazioni indigene messicane faceva il paio con il secondo macro obiettivo politico dell’EZLN: costruire un nuovo modello di nazione che includesse democrazia, partecipazione politica, libertà e giustizia, per tutti, come principi cardine. Terzo obiettivo degli zapatisti – vigente e ancora operativo a distanza di trent’anni – riguardava l’idea di comunità. Era necessario, secondo i guerriglieri, costruire una comunità umana che cooperasse e si supportasse a vicenda, dando vita ad una vera e propria rete di resistenza sociale che, in chiave antiglobalista, si ribellasse al neoliberismo per riappropriarsi degli usi e costumi delle comunità Maya, per secoli denigrate e occultate. Quest’ultimo punto, così come l’intero approccio all’indigenismo, fu il medesimo portato avanti decenni prima da José Carlos Mariategui. Intellettuale peruviano, di fede marxista, Mariategui si dedicò a lungo allo studio delle problematiche relative alla composizione etnico – sociale della nazione; nel caso specifico il Perù, ma le sue riflessioni sono estendibili a tutti gli stati latinoamericani in cui le popolazioni native vivevano una condizione di marginalizzazione.

Sin dall’epoca dei conquistadores – racconta Mariategui – era stato inculcato dalle élite locali europee agli indios, un senso di inferiorità che li portava a identificarsi come una razza degenerata, “colpevole” di rendere altrettanto degenerato il paese. Per tale motivo, secondo le élite latifondiste al potere, era necessario occultare tali popolazioni, considerate inferiori. Tuttavia, ci dice Mariategui, i problemi di uno stato non legati alla presunta degenerazione degli indigeni, ma alla loro esclusione dalla società. L’elemento indio è, in questa prospettiva, la vera chiave di volta, indispensabile e imprescindibile ad uno stato solido e moderno. A partire da questo presupposto – ed è qui che è possibile rintracciare il collegamento più evidente con quanto promosso dai guerriglieri dell’EZLN – è più che mai necessario riappropriasi della tradizione indigena; quest’ultima dovrà diventare la tradizione di riferimento, la “stella polare”. La seconda grande connessione tra l’autore peruviano e i principi portati avanti dai guerriglieri, riguarda la gestione della terra. Secondo Mariategui, la questione indigena ha origine nell’economia, e in particolare, nel regime di proprietà della terra. Qualsiasi tentativo per risolvere i problemi legati alla sua iniqua divisione terriera si sono sempre rivelati, e si riveleranno, secondari finché sussisterà il gamonalismo[13] in America Latina.

Questo termine trovò rapida diffusione nell’area andina dell’America Latina, in riferimento a tutti quei proprietari terrieri che avevano ampliato i propri possedimenti e il proprio potere politico e sociale a costo di espropriare – attraverso mezzi illeciti e violenti – i membri delle comunità indie delle proprie terre. Per annientare alla radice il problema del gamonalismo è necessario, secondo Mariategui, azzerare l’egemonia assoluta di cui godevano i proprietari terrieri nei confronti dello Stato, recuperando un elemento proprio della tradizione incaica: l’ayllu. Si trattava di un’unità politica, sociale, economica e religiosa, totalmente autonoma e autosufficiente che raggruppava al suo interno più nuclei familiari imparentati fra loro, che esercitavano il concetto di proprietà in chiave collettivista, gestendo in maniera comunitaria e cooperativa tutte le risorse esistenti.

L’economia incaica e maya si basava, infatti, sull’idea di “proprietà collettiva” di tutte le terre coltivabili, le acque e le terre da pascolo e le aree boschive. Tutti questi spazi, pertanto, dovevano essere gestiti da una federazione di ayllu, tutti sviluppati attorno ad uno stesso villaggio. Al contempo, anche nella Selva Lacandona, l’idea principale è lo sviluppo di un microcosmo in cui la proprietà, e i suoi frutti, siano divisi fra la collettività. Senza alcun tipo di aiuto o sovvenzione statale, gli zapatisti istituirono un governo indigeno e a rotazione – per evitare che il potere politico fosse accumulato nelle mani di poche persone – crearono un sistema in grado di garantire giustizia, salute ed educazione in maniera totalmente autonoma, portando maestri e dottori in regioni totalmente isolate dove queste figure non c’erano mai state. A poco a poco, la parte civile dell’organizzazione è diventata più importante di quella militare. Nel 2003, l’EZLN ha deciso di dividere il proprio territorio in cinque zone all’interno delle quali ha sviluppato 5 centri amministrativi chiamati Caracoles – che nel 2019 sono diventati 12 – dove operavano le “Giunte di buon governo”, che erano gli organi di governo zapatista. Negli ultimi mesi gli zapatisti hanno annunciato la soppressione delle “Giunte di buon governo” e dei “Municipi autonomi zapatisti” e la creazione di una nuova struttura che mette al centro il popolo e le comunità. L’autonomia zapatista sarà ora gestita nei “Governi autonomi locali” (Gal), che sono delle assemblee presenti in ogni villaggio.

Questi, a loro volta, potranno convocare i “Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti” e le “Assemblee dei Collettivi dei Governi autonomi locali zapatisti”, istituzioni più grandi «governate dal popolo, responsabili nei confronti del popolo, che dovranno trovare un modo per soddisfare i suoi bisogni in materia di sanità, istruzione, giustizia, cibo e quelli che sorgono a causa delle emergenze causate dai disastri naturali, pandemie, crimini, invasioni, guerre e le altre disgrazie che il sistema capitalista porta con sé»[14]. E se ad oggi, a distanza di trent’anni da quel 1° gennaio i metodi e la struttura organizzativa sono cambiati, le istanze sono invece rimaste sempre le stesse: il riconoscimento dei diritti inalienabili degli indigeni – soprattutto diritto al lavoro e al possesso delle terre lavorate -, messa in comune dei mezzi di produzione, gestione autonoma delle aree in cui la proprietà delle terre e della vita nelle comunità è condivisa.


Note

[2] «La terra è la madre comune; dalle sue viscere nasce non solo il cibo, ma l’uomo stesso. La terra elargisce ogni bene. Il culto di “Mama Pacha” è pari al culto del sole», J. C. Mariategui, Sette Saggi sulla Realtà Peruviana, Einaudi Editore, Torino, 1972, p. 80.
[3] “2.000 campesinos ocupan militarmente cuatro localidades del sur de México”, El País, 02/01/94, https://elpais.com/diario/1994/01/02/internacional/757465203_850215.html.
[4] A. Cegna, “Rivoluzione zapatista e molto altro ancora”, Il Manifesto, 17/11/23, https://ilmanifesto.it/rivoluzione-zapatista-e-molto-altro-ancora.
[5] PRIMERA DECLARACIÓN DE LA SELVA LACANDONA, “HOY DECIMOS ¡BASTA!”, 1/01/94, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/1994/01/01/primera-declaracion-de-la-selva-lacandona/.
[6]A. Najar, “Las 3 vidas del subcomandante Marcos, el personaje más emblemático del movimiento zapatista, que cumple en México 25 años”, BBC News Mundo, 31/12/2018,  https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-46657842.
[7]A. Santos Cid, “Y los muertos de siempre gritaron basta: 30 años del alzamiento indígena que reescribió México”, El País, 01/01/24, https://elpais.com/mexico/2024-01-01/y-los-muertos-de-siempre-gritaron-basta-30-anos-del-alzamiento-indigena-que-reescribio-mexico.html.
[8]“Subcomandante Marcos: Nos hemos estado preparando en la montaña desde hace diez años”, Entrevista al Subcomandante Marcos, 4/01/94, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/1994/01/04/subcomandante-marcos-nos-hemos-estado-preparando-en-la-montana-desde-hace-diez-anos/.
[9] Subcomandante Insurgente Marcos, “Entre la luz y la sombra”, 24/05/2014, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/05/25/entre-la-luz-y-la-sombra/.
[10] Capitán Insurgente Marcos, “Segunda parte: ¿Los muertos estornudan?”, 29/10/23, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/10/29/segunda-parte-los-muertos-estornudan/.
[11] Subcomandante Insurgente Moisés, “La Nueva Estructura de la Autonomía Zapatista”, 12/11/23, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/12/novena-parte-la-nueva-estructura-de-la-autonomia-zapatista/.
[12] https://www.cndh.org.mx/noticia/levantamiento-armado-del-ejercito-zapatista-de-liberacion-nacional-ezln.
[13] Espressione che deriva da “gamonal”, parola che significa “grande proprietario terriero”, e si riferisce allo sfruttamento delle popolazioni native, principalmente da parte di proprietari terrieri di origine europea.
[14] Subcomandante Insurgente Moisés, “La Nueva Estructura de la Autonomía Zapatista”, 12/11/23, https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/11/12/novena-parte-la-nueva-estructura-de-la-autonomia-zapatista/.


Foto copertina: Membri dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) a La Garrucha, Chiapas, davanti un murale che raffigura il leader rivoluzionario Emiliano Zapata. Fotografia: Eduardo Verdugo/AP, https://ilmanifesto.it/aprile-2021-gli-zapatisti-vengono-in-europa-per-portare-il-virus-della-resistenza.