Dopo settimane di negoziati falliti, Israele e Stati Uniti hanno avviato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo obiettivi strategici e infrastrutture nucleari. Tel Aviv presenta l’azione come preventiva, mentre Washington la giustifica come risposta difensiva alla minaccia iraniana. Teheran ha reagito con attacchi missilistici contro basi statunitensi nel Golfo, aprendo una fase di escalation regionale. Sul piano politico, Netanyahu ha evocato la possibilità di un cambiamento di regime, mentre Mosca ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche Pechino ha espresso “profonda preoccupazione”, sollecitando il rispetto della sovranità iraniana e l’immediata cessazione delle operazioni militari. La crisi assume così una dimensione non solo regionale, ma sistemica. Uccisa la Guida suprema dell’Iran Khamenei.
Dopo settimane di negoziati inconcludenti tra Stati Uniti e Iran, è Israele che questa mattina, alle 7.00 ora locale, ha dato avvio a quella che ha definito un’operazione di “attacco preventivo” contro obiettivi iraniani. A diffondere per primi la notizia sono stati i media israeliani; successivamente, funzionari statunitensi hanno parlato di un “attacco congiunto”, confermando un coordinamento tra Washington e Tel Aviv. “Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce – che ha definito – alla propria sicurezza”. Lo ha annunciato il ministro della Difesa Israel Katz, dichiarando lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese, mentre le sirene d’allarme risuonavano in diverse aree del territorio israeliano. L’operazione segna un passaggio qualitativo nella crisi regionale, trasformando una fase di pressione diplomatica e militare in un confronto diretto, con implicazioni potenzialmente estese sul piano regionale e sistemico.
Il messaggio di Netanyahu dopo l’offensiva
Nel suo videomessaggio alla nazione, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’operazione “Lion’s Roar” una campagna congiunta tra Israele e Stati Uniti finalizzata a “porre fine alla minaccia del regime degli Ayatollah in Iran”. L’azione, ha affermato, proseguirà “per tutto il tempo necessario” e colpirà obiettivi del regime, infrastrutture dei Guardiani della Rivoluzione e siti missilistici. Netanyahu ha sostenuto che Teheran stesse tentando di ricostruire e occultare le proprie capacità nucleari e balistiche, accusando i rappresentanti iraniani ai tavoli negoziali di “cercare di guadagnare tempo” attraverso “negoziati inutili e ingannevoli”. Un passaggio che rafforza la narrativa israeliana secondo cui il canale diplomatico sarebbe stato utilizzato dall’Iran come strumento dilatorio. Il premier ha inoltre ribadito il pieno coordinamento con Washington, dichiarando: “Stiamo agendo in piena cooperazione con i nostri amici negli Stati Uniti, sotto la coraggiosa leadership del presidente Trump”.
La dimensione bilaterale dell’operazione viene così esplicitamente rivendicata. Particolarmente significativo è il riferimento al possibile esito politico dell’azione militare. Netanyahu ha ricordato che il rovesciamento del regime “potrebbe certamente essere l’esito” dell’operazione. Rivolgendosi poi direttamente alla popolazione iraniana, il premier ha marcato una netta distinzione tra regime e società civile: “Voi non siete i nostri nemici e noi non siamo i vostri nemici.
Abbiamo un nemico comune, il regime assassino degli Ayatollah”.[1]
L’appello si inserisce in una strategia comunicativa volta a delegittimare la leadership iraniana e a incoraggiare dinamiche interne di destabilizzazione politica. Il discorso si conclude con un richiamo alla coesione nazionale e alla resilienza della società israeliana, presentando l’operazione come una scelta necessaria di fronte al rischio di un Iran dotato di armi nucleari.
Il discorso di Trump alla nazione
Poco dopo è arrivato l’intervento del Presidente Donald Trump alla nazione, in cui ha annunciato l’avvio di una vasta operazione militare statunitense in Iran, presentandola come un’azione difensiva volta a neutralizzare minacce imminenti. Secondo il Presidente, le attività della Repubblica islamica metterebbero direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le truppe dispiegate nella regione, le basi militari e gli alleati di Washington. Il discorso ha costruito una narrazione di continuità ostile, sostenendo che il regime iraniano per “47 anni abbia scandito Morte all’America” e “condotto una campagna interminabile di spargimento di sangue”. Trump ha richiamato episodi simbolici, tra cui la “violenta occupazione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, con decine di ostaggi americani trattenuti per 444 giorni”, attribuendo inoltre ai proxy iraniani una serie di attacchi contro forze statunitensi e traffici marittimi. L’Iran è stato definito il “principale sponsor del terrorismo al mondo”. Il fulcro dell’intervento resta la “linea rossa” sul nucleare. Il Presidente ha ricordato come, nell’Operazione Midnight Hammer dello scorso giugno, il programma nucleare nei siti di Fordow, Natanz e Isfahan fosse stato smantellato, accusando Teheran di aver successivamente tentato di ricostituirlo. In chiusura, Trump ha riconosciuto la possibilità di perdite americane, definendole parte di una “missione nobile”, e ha rivolto un ultimatum alle forze iraniane: “deporre le armi e ottenere piena immunità, oppure, in alternativa, affrontare morte certa”.[2]
Gli obiettivi iraniani colpiti
Nel quartiere Pasteur di Teheran, il complesso residenziale dell’Ayatollah Ali Khamenei sarebbe stato colpito nel corso dei raid condotti da Stati Uniti e Israele. Secondo fonti iraniane, la Guida Suprema sarebbe morte. Le immagini satellitari diffuse nelle ore successive mostrano una densa colonna di fumo nero e danni significativi all’interno del complesso, noto per il suo elevato livello di sicurezza. Alcuni edifici risultano parzialmente crollati. Fonti non ufficiali parlano inoltre della morte di diversi alti comandanti dei Guardiani della Rivoluzione e di funzionari politici, notizie che al momento non hanno ricevuto conferma.
Le prime ricostruzioni indicano che i raid abbiano colpito inizialmente la capitale, per poi estendersi ai siti nucleari, suggerendo una sequenza operativa mirata tanto al centro politico-religioso quanto alle infrastrutture strategiche del programma atomico. L’operazione, avvenuta di sabato – giorno di inizio della settimana lavorativa in Iran – sembra aver voluto imprimere un forte impatto simbolico e operativo. Considerata l’entità del dispiegamento militare registrato nei giorni precedenti, l’offensiva sembrerebbe articolarsi su più domini, con componenti navali e aeree integrate. Per ampiezza e intensità, l’azione apparirebbe superiore all’operazione condotta lo scorso giugno contro i soli siti nucleari. Resta tuttavia incerta la durata dell’offensiva e il perimetro degli obiettivi. L’attacco interviene in una fase di vulnerabilità economica e di pressione regionale per Teheran, elemento che potrebbe incidere tanto sulla capacità di risposta quanto sulla stabilità interna del sistema politico iraniano.
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La risposta iraniana
L’Iran ha avviato un ciclo di ritorsioni missilistiche contro obiettivi statunitensi nella regione del Golfo, presentando l’azione come risposta ai raid congiunti di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano. Secondo le prime ricostruzioni, almeno quattro installazioni militari americane sarebbero state colpite da missili balistici. Tra gli obiettivi figurano strutture in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, inclusa la base di Al Dhafra, nonché installazioni in Bahrain, dove ha sede la United States Fifth Fleet. Attacchi sarebbero stati segnalati anche in Giordania e in Kuwait, dove sarebbe stata presa di mira la base di Al-Salem. Il Bahrain National Communication Centre ha confermato che il territorio del Regno “è sottoposto ad attacchi esterni che prendono di mira siti e installazioni all’interno dei suoi confini”, senza tuttavia fornire dettagli sull’entità dei danni o sulle eventuali vittime.[4] Il Bahrain ospita il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense, responsabile delle operazioni navali nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mar Arabico – un’area strategica per la sicurezza energetica e marittima globale.
Le reazioni di Mosca e Pechino
Le prime reazioni internazionali sono giunte da Mosca. Leonid Slutsky, presidente della Commissione Affari Internazionali della Duma di Stato russa, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alla situazione generata dall’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran. “La comunità internazionale dovrebbe prevenire uno scenario che potrebbe comportare il rischio dello scoppio di una terza guerra mondiale”, ha dichiarato il parlamentare russo, sottolineando il pericolo di una pericolosa escalation.
Slutsky ha inoltre respinto la narrativa occidentale dell’azione preventiva, affermando che la teoria degli “attacchi preventivi” o l’obiettivo di “difendere il popolo americano” costituirebbero una “cortina fumogena”. La posizione russa segnala un duplice intento: da un lato, riaffermare il ruolo di Mosca come attore diplomatico in grado di mobilitare il Consiglio di Sicurezza; dall’altro, delegittimare sul piano giuridico e politico la giustificazione avanzata da Washington, inserendo la crisi nel più ampio quadro della competizione tra grandi potenze.
La Cina ha chiesto “l’immediata cessazione” delle operazioni militari dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato raid aerei contro l’Iran. Esprimendo “profonda preoccupazione” per gli attacchi, il Ministero degli Esteri cinese ha sottolineato la necessità di “rispettare la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran”.[5] “In Cina chiediamo l’immediata interruzione delle azioni militari, l’assenza di ulteriori escalation della situazione, la ripresa del dialogo e del negoziato, nonché sforzi volti a preservare la pace e la stabilità in Medio Oriente”, ha dichiarato il Ministero in una nota diffusa sulla piattaforma X.
Note
[1] CNN, Netanyahu says Israel has begun strikes against Iran, with US help, https://toronto.citynews.ca/2026/02/28/read-benjamin-netanyahus-full-statement-on-iran/
[2] Aljazeera, Trump says ‘major combat operations’ in Iran have begun, https://www.aljazeera.com/video/newsfeed/2026/2/28/trump-says-major-combat-operations-in-iran-have-begun
[3] Iran International, Khamenei hiding in underground shelter in Tehran, sources say, https://www.iranintl.com/en/202601242695
[4] Statement by the National Communication Centre, https://www.bna.bh/en/StatementbytheNationalCommunicationCentre.aspx?cms=q8FmFJgiscL2fwIzON1%2BDtLxIHY5pbwnYwjJ1RJmX5Q%3D
[5] Xinhua News Agency, China calls for immediate stop of military actions against Iran launched by U.S., Israel, https://english.news.cn/20260228/355b7e6d44714e6681c8faa6990084d6/c.html
Foto copertina: Usa e Israele attaccano l’Iran













