Dalla rivolta del ’36 a Gaza 2025: la storia che ritorna


Presentato alla Festa del Cinema di Roma, “Palestine 36” di Annemarie Jacir ricostruisce la rivolta del 1936 e ne fa un potente specchio del presente mediorientale.


A cura di Daniel Pommier Vincelli

Palestine 36: la Storia prima del cinema

Con il passo cadenzato di un documentario storico, diviso per capitoli aperti da un footage d’epoca riccamente colorizzato, Palestine 36 di Annemarie Jacir (Palestina-UK, 2025, 158 min.) colpisce duro; presentato per la prima volta in Italia il 18 ottobre alla festa del cinema di Roma,  lascia certamente spiazzati e sgomenti. È un film dove la Storia “grande” precede e supera ogni altra considerazione cinematografica: attori, regia, fotografia, persino la stessa sceneggiatura e i personaggi della vicenda corale sono solo una cornice all’evento storico: La grande rivolta araba del 1936-1937 contro il mandato britannico in Palestina. Un fatto dimenticato dai più che è stata la prova generale del conflitto arabo-israeliano che sarebbe partito ufficialmente un decennio dopo e che ora, quasi 90 anni dopo, vive la fragile tregua di Gaza. Palestine 36 racconta le ambiguità’ del mandato britannico diviso tra colonialismo e riformismo paternalista, lo scontro di classe tra proletariato arabo, padroni inglesi e concorrenza ebraica, l’arrivo dei coloni sionisti e la loro fame di terra, la debolezza del Comitato nazionale arabo disposto al compromesso e alla corruzione, infine la necessità della rivolta armata fatta di assalti ai treni ma anche di autobombe. Il tutto con il sogno tradito di un’unità araba antibritannica e antisionista. La seconda parte è una insostenibile spirale di violenze delle quali sono principalmente vittime i Fellagha i contadini palestinesi. È evidente che nelle scene di perquisizioni violente, di incarcerazioni di massa, di esecuzioni brutali compiute dell’esercito di sua maestà, la regista allegorizzi le immagini contemporanee e stia parlando di come i palestinesi vivano l’azione dell’IDF e di Israele.

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Un racconto potente ma sbilanciato

La tesi del film è semplice. Il governo coloniale inglese si è alleato col sionismo per spossessare i palestinesi delle proprie terre. La partizione in due Stati, vissuta dagli arabi come una tragedia, non è un prodotto della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, ma una scelta precisa dell’Inghilterra imperiale compiuta nel 1937. Una scelta che ha reso impossibile una convivenza pacifica tra arabi ed ebrei. Il film è fatto bene, la storia è fluida, gli ultimi 20 minuti mozzano il fiato. Il suo limite? Non spiegare il perché di tutto questo oltre il didascalico. Certo ci sono i deliri di un capitano britannico ultrasionista e con i capelli incongruamente lunghi per gli anni Trenta che afferma “i sionisti saranno la salvezza dell’impero” senza spiegarne il motivo.  Ma manca del tutto la prospettiva ebraica. I coloni si vedono nelle immagini consuete dei gruppi di ragazze e ragazzi in shorts che edificano pozzi e recinti (evidente citazione di Exodus di Preminger del 1960). Non si vede un personaggio ebreo per tutto il film eccetto queste presenze distanti, quasi aliene. Sono gli inglesi i boia al servizio del sionismo. Questa visione unilaterale è forse la debolezza principale del film. Poco più di un cameo il ruolo di Jeremy Irons, che comunque rende bene il vuoto paternalismo coloniale della classe dirigente britannica. Comunque la si pensi un film potente, da vedere e di cui discutere.


Foto: copertina del film “Palestine 36” di Annemarie Jacir