Il 2025 è stato per la Chiesa un anno intenso nel quale al Giubileo della speranza si è associata anche la scomparsa di Francesco e l’elezione di Leone XIV.
È inevitabile, a quasi otto mesi dall’Habemus Papam, interrogarsi su come Prevost stia guidando la Chiesa e quanta continuità vi sia con Francesco.
Su un tema particolare come quello della successione tra pontefici, è inevitabile che i primi mesi di pontificato si caratterizzino per un costante e sotterraneo confronto tra papi. È vero anche nel caso di Leone XIV (al secolo Robert Francis Prevost) e Francesco che ha concluso il suo viaggio terreno lo scorso aprile. Negli ultimi mesi si è assistito alla rincorsa da parte di analisti e opinionisti progressisti e tradizionalisti ad “accaparrarsi” la figura del nuovo Papa, con i primi che evidenziano le continuità con Francesco (considerato il «Papa progressista per eccellenza») e i secondi rallegrandosi del rinnovato tradizionalismo che trasuderebbe dalla Mura leonine dallo scorso 8 maggio. Al netto dell’opportunità di un confronto siffatto, è necessario ricordare nuovamente quanto la divisione tra progressista e tradizionalista, sia una semplificazione utile nel campo giornalistico e poco adatta a descrivere il ruolo e la figura del Papa della Chiesa di Roma.
Allo stesso tempo, pare inappropriato (soprattutto per quanti si definiscono cattolici), la divisione in tifoserie quasi che i pontificati fossero delle monadi indipendenti e non, come in realtà sono, una collana che idealmente dovrebbe collegare il Papa regnante al messaggio evangelico, passando attraverso i suoi predecessori. In questo, risulta illuminante un discorso tenuto dallo stesso cardinale Prevost nell’agosto 2024 presso la St. Jude Church a New Lenox, Illinois. In quell’occasione egli ha espresso in modo cristallino quello che dovrebbe essere l’approccio dei cattolici nel momento in cui analizzano (e legittimamente criticano) l’operato di un pontefice: «lo Spirito Santo ha avuto un ruolo, in qualche modo, nell’elezione di Francesco. […] credo fermamente che Papa Francesco sia stato eletto da quel Collegio Cardinalizio nel 2013 perché la Chiesa, in questo momento, ha bisogno di Francesco. In un momento diverso, avevamo bisogno di Papa Benedetto, e prima, avevamo bisogno di San Giovanni Paolo II»[1].
Attraverso le stesse parole di Leone XIV, quindi, si chiarifica in modo cristallino l’approccio del Papa alla figura del pontefice, escludendo totalmente un qualsivoglia contrasto con Francesco: al contrario, si delinea una costante evoluzione nel segno della continuità della Chiesa.
Francesco e Leone XIV: missione e povertà
È chiaro che Jorge Mario Bergoglio ha rappresentato un unicum nella storia della Chiesa avendo egli interpretato il suo ruolo in maniera apparentemente inedita rispetto ai suoi predecessori. Nell’immaginario collettivo si è trasmessa l’impressione che Francesco rappresentasse una vera e propria cesura non solamente a livello stilistico ma in materia dottrinale. In realtà, se guardiamo al Magistero bergogliano, agli approcci rispetto le tematiche di più stretta attualità, ci si rende conto che egli si è in realtà inserito nella storia della Chiesa, non aggiornandone il messaggio, bensì adattandolo al mutato contesto. Nel quadro dell’apparente crisi che investe tutte le Chiese cristiane, in particolare in Occidente, Francesco ha ritenuto fosse fondamentale e indispensabile proporre una visione di una Chiesa universale che si ponesse all’ascolto e “in uscita verso il mondo”.
In questo senso, è scaturita una visione che è sembrata andare verso la rottura del messaggio cristiano tradizionale, anche perché così è stata presentata dagli avversari di Bergoglio. In verità i capisaldi fondamentali della Chiesa non sono stati toccati: se da un lato, infatti, Francesco ha tentato di ampliare la partecipazione di laici e delle donne nella vita istituzionale della Chiesa, egli non ha mai mostrato ad esempio l’intenzione di aprire al diaconato femminile. Ancora, su temi come l’aborto, l’eutanasia e la morale sessuale il timone è rimasto saldamente nella scia della tradizione cattolica.
Quello che è mutato è sicuramente l’approccio inclusivo che ben può essere sintetizzato nella frase “chi sono io per giudicare”, la quale però andrebbe analizzata nel contesto più ampio nel quale è stata pronunciata. Quelle che secondo la vulgata comune sono state considerate aperture (nei confronti dei divorziati o della comunità LGBTQIA+), in verità rispondevano alla Chiesa che Bergoglio tentava di costruire: non una struttura chiusa, escludente e apparentemente impermeabile alla contemporaneità, ma una Chiesa accogliente seppur salda nel messaggio evangelico. Messaggio evangelico che è stato centrale nel magistero di Francesco, il quale ha posto l’attenzione in particolare sugli ultimi, sugli esclusi dalla società, gli indesiderabili. Una visione che accomuna Francesco e Leone XIV molto più di quanto appaia ad uno sguardo superficiale e che si ritrova costantemente nei discorsi tenuti dal nuovo Papa negli ultimi otto mesi. Tracciando un collegamento ideale con Francesco, che nel suo primo viaggio apostolico a Lampedusa nel 2013 parlò di «globalizzazione dell’indifferenza»[2] a fronte della crisi migratoria, Leone XIV ha denunciato la «globalizzazione dell’impotenza»[3]. È evidente che non siamo di fronte, quindi, a una rottura tra i due pontefici ma a una naturale evoluzione del messaggio, pur con modalità proprie del carattere e del retroterra dei due uomini. In questo senso è inopportuno parlare di una cesura; al contrario Leone XIV raccoglie il messaggio del predecessore e lo fa progredire, nella coerenza non soltanto della mera successione apostolica, ma nel più complessivo magistero della Chiesa cattolica.
Si registra però da lungo tempo, un costante tentativo di delegittimazione della figura di Francesco nel ricco mosaico della storia della Chiesa. Vi è, cioè, una deliberata intenzione, in particolare da parte di analisti e di politici di area conservatrice, di guardare al pontificato bergogliano come un inciampo nella storia millenaria del cattolicesimo.
Si tratta di un approccio che è iniziato sin dai primi momenti successivi all’elezione avvenuta, vale la pena ricordarlo, a seguito della rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI. Attorno a quell’evento, che ha rappresentato una cesura epocale per la storia della Chiesa istituzionale, sono fiorite una serie di teorie del complotto che hanno tentato di minare in primis la figura di Francesco in quanto Papa della Chiesa cattolica, e in secundis il suo magistero, percepito come estraneo all’insegnamento millenario della Chiesa. Inoltre, sotto molti aspetti dottrinali Francesco è stato presentato dai suoi critici come confuso nel suo insegnamento, privo di una coerenza di fondo, nonché fautore e propugnatore di una sua personale catechesi slegata da quella ufficiale. Si è persino diffusa l’idea che il Papa rappresentasse un vero e proprio pericolo per la vita stessa della Chiesa.
Forse nessun tema è stato utilizzato in maniera più feroce come arma nei confronti di Francesco come quello delle migrazioni. L’elezione del 2013 è avvenuta quasi in contemporanea con la fase più acuta della crisi dei migranti seguita alle primavere arabe e alla destabilizzazione di Medio Oriente e Nord Africa.
L’utilizzo di una retorica fortemente xenofoba (a tratti apertamente razzista) da parte di alcuni esponenti politici, la riscoperta strumentale dei simboli religiosi utilizzati come arma volta a dividere le società tra “noi” e “loro” hanno fatto la loro comparsa nel dibattito pubblico. Con l’obiettivo di legittimare la propria proposta politica, si è accusato lo stesso Papa di voler in qualche modo diluire le stesse radici cristiane d’Europa. Se si osserva la realtà, ci si rende conto che essa è ben diversa dalla propaganda.
Francesco per tutto il suo pontificato ha posto al centro del suo magistero la denuncia delle ingiustizie del mondo e, per questo, sul tema dei rifugiati è stato associato da parte dell’opinione pubblica a sponsor della migrazione incontrollata. A chiarire questa complessità vengono in aiuto le parole del suo successore, spesso presentato dagli opinionisti contemporanei come il paladino di un Occidente cristiano che avrebbe smarrito la propria guida negli ultimi tredici anni. A fine ottobre, in occasione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari, Leone XIV ha affermato che «gli Stati hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini […]»[4]. Si tratta di una frase che, così estrapolata dal contesto e tagliata dal passaggio successivo («ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio»[5]), permetterebbe di rappresentare un Papa che avvalla, ad esempio l’idea del riarmo o della chiusura delle frontiere nei confronti dei migranti. Al netto dell’inopportunità di utilizzare strumentalmente le parole del Papa per i propri interessi di parte, merita sottolineare come anche questo aspetto, in realtà si inserisca nel fil rouge dell’insegnamento della Chiesa.
Francesco, lungi dall’essere il paladino dei porti aperti e dell’accoglienza indiscriminata come è stato spesso rappresentato, si è sempre posto in generale continuità con gli insegnamenti dei predecessori. Ad esempio, nel volo di ritorno dall’Irlanda nel 2018 affermò «un popolo che può accogliere ma non ha possibilità di integrare, meglio non accolga»[6]; e ancora, sempre su un volo di ritorno dalla Svizzera è tornato sullo stesso concetto dicendo «ogni Paese deve [accogliere, proteggere, promuovere, integrare ndr] con la virtù del governo che è la prudenza, perché un Paese deve accogliere tanti rifugiati quanti può e quanti può integrare». Ecco, quindi, che analizzando due piccole citazioni, si ottiene un quadro ben più completo rispetto a quanto siamo abituati a recepire sulla base delle semplificazioni giornalistiche. Proprio su questo tema, vi è stato il chiaro tentativo di rappresentare Francesco come unità slegata dai suoi predecessori. In verità, già Benedetto XVI aveva riconosciuto che «ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana»[7].
Paradossalmente, quindi, Bergoglio sembra essere andato anche oltre rispetto a Ratzinger, tanto da affermare che al “diritto a migrare” deve corrispondere anche il diritto a non farlo. Non siamo di fronte, quindi, a delle sfumature, ma ad un pensiero ben più complesso ed articolato di come è stato presentato negli ultimi anni. La stella polare rimane sempre e comunque la dignità della persona, concetto centrale del Concilio Vaticano II che rappresenta ancor oggi il motore ideale e la lente attraverso cui leggere i pontificati contemporanei.
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La Curia e il governo della Chiesa
Per quanto riguarda la gestione e il governo della Chiesa istituzionale, si notano sicuramente le differenze più profonde tra i due pontificati, sebbene in realtà l’approccio di Leone XIV sia in parte sovrapponibile a quello del predecessore.
Una delle critiche più aspre che è stata mossa a Francesco è l’approccio non particolarmente collaborativo nei confronti delle strutture curiali, nonché la tendenza accentratrice del Papa. Si tratta di un aspetto molto dibattuto durante le congregazioni generali che hanno preceduto l’extra omnes. Prima dell’inizio del conclave una delle esigenze che si è evidenziata dagli incontri tra i cardinali era proprio quella di rinsaldare il rapporto tra Papa e il Sacro Collegio, una ricerca di rinnovato confronto che per tutto il pontificato bergogliano era mancata.
Il decisionismo di Francesco, unito alla scelta di circondarsi di collaboratori fidati, gli ha permesso di procedere con autonomia nella riforma della Curia; allo stesso tempo, però, ha contribuito a irrigidire i rapporti interni alla Santa Sede e ad alimentare tensioni anche all’esterno. La riforma delle strutture curiali, concretizzatasi con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), rappresenta forse uno dei lasciti più importanti del suo pontificato. Tuttavia, è opportuno evidenziare come essa debba ancora essere perfezionata e in qualche senso limata: una sfida che avrà di fronte a sé Leone XIV nel più prossimo futuro.
Nel suo rapporto con la Curia, Prevost sembra incarnare il giusto compromesso tra il dialogo, l’ascolto e il decisionismo. Sebbene all’indomani della propria elezione Leone abbia deciso di prorogare i vertici dei dicasteri «donec aliter provideatur», è altrettanto verosimile che i prossimi mesi possano portare ad alcuni avvicendamenti. In generale, il Papa sembra avere il polso della Curia e forse per questo, durante il discorso ai Cardinali prima di Natale, ha messo in guardia dalla «smania del primeggiare, alla cura dei propri interessi»[8].
Conclusioni
Al fine di approcciarsi all’analisi della figura del pontefice, soprattutto nella delicatezza della successione, è necessario avere cura nel liberarsi di alcuni preconcetti che sono ben più adatti ad analizzare la politica nazionale che la vita della Chiesa. Non va dimenticato che essa procede con ritmi diversi da quelli ai quali siamo abituati, segue logiche che trascendono alcune semplificazioni e, soprattutto, il Papa rappresenta l’ultimo tassello di una storia lunga duemila anni. In esso, necessariamente, è impossibile non trovare elementi di continuità non soltanto con i predecessori più immediati, ma con l’intera storia. Allo stesso tempo, non va dimenticato che la storia della Chiesa è millenaria proprio per la sua capacità di rinnovarsi leggendo una realtà sempre nuova attraverso una lente che in parte è sempre uguale. Non si intende, con ciò, sollevare la Chiesa e le sue istituzioni dalle responsabilità rispetto agli errori e ai crimini compiuti nel corso dei secoli e sui quali gli storici sono i più titolati a interrogarsi. Moltissime sono le debolezze, gli angoli oscuri ancora da mettere in luce e l’obiettivo deve essere sempre quello di ricercare la verità senza pregiudizi. Si tratta di un obiettivo fondamentale e che richiede anche l’onestà intellettuale di voler analizzare con uno sguardo ampio, profondo e capace di cogliere la complessità del tempo presente attraverso la critica al tempo passato.
Note
[1] Brown, L., What then-Cardinal Prevost told an Illinois parish about his life, Pope Francis, synodality and more, OVS News, May 2025, https://www.osvnews.com
[2] Francesco, Omelia della Santa Messa, 8 luglio 2013, Lampedusa.
[3] Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 23 ottobre 2025, Città del Vaticano.
[4] Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 23 ottobre 2025, Città del Vaticano (SCV).
[5] Ibidem.
[6] Francesco, Conferenza stampa durante il volo di ritorno dall’Irlanda, 26 agosto 2018.
[7] Benedetto XVI, Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, 2013.
[8] Leone XIV, Discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2025.
Foto copertina: Leone XIV













