Il fallimento degli Accordi di Oslo: lezioni per il futuro


A distanza di 30 anni dagli Accordi di Oslo, l’attacco terroristico perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 e la violenta risposta militare scatenata dallo Stato Ebraico nella Striscia di Gaza costituiscono l’ennesimo drammatico e cruento capitolo del famigerato conflitto israelo-palestinese.


A cura di Augusto Tamponi

Panoramica e contesto storico

La fase embrionale degli Accordi trovò la sua genesi nella città di Londra nel 1992. Nonostante l’intenzione fosse quella di portare le trattative ad un livello più avanzato a Zagabria, all’inizio del 1993 fu avviato un canale negoziale segreto ad Oslo, grazie all’iniziativa del Ministro degli Affari Esteri norvegese Johan Jørgen Holst e degli intermediari Terje Rød-Larsen e Mona Juul. Questi negoziati segreti videro il coinvolgimento di figure chiave: da parte dell’OLP, Ahmed Qurei, che aveva un collegamento diretto con Yasser Arafat, mentre per Israele, Uri Savir, Direttore Generale del Ministero degli Esteri, che riportava i progressi al Ministro degli Esteri Shimon Peres.
Dopo mesi di intense consultazioni tenutesi in rigorosa segretezza, i negoziati si conclusero con successo (almeno in teoria) il 20 agosto. Successivamente, il 9 settembre, furono scambiate le lettere ufficiali di riconoscimento tra Rabin e Arafat, segnando un momento cruciale nel processo di pace.
La formalizzazione pubblica di questo traguardo diplomatico ebbe luogo a Washington D.C., il 13 settembre 1993. La cerimonia vide protagonisti Yasser Arafat, firmatario per l’OLP, e Shimon Peres per lo Stato di Israele, in un primo e storico faccia a faccia tra i due leader che fino a quel momento erano stati belligeranti. L’evento beneficiò della presenza e del patrocinio di figure internazionali di rilievo come Warren Christopher, in veste di Segretario di Stato degli Stati Uniti, e Andrei Kozyrev per la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti all’epoca, Bill Clinton, insieme al Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin e a Yasser Arafat, Presidente dell’OLP, testimoniò e garantì la storica firma che rappresentò, all’epoca, un’apertura verso la possibilità di costruire una pace duratura nella regione.[1]

Contenuto degli Accordi in breve

L’obiettivo principale degli accordi era quello di delineare un piano per il progressivo smantellamento della presenza militare israeliana nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, stabilendo dunque una base per l’effettiva applicazione del diritto della popolazione palestinese all’autodeterminazione, tramite l’istituzione dell’ancora esistente Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Questa autorità ad interim avrebbe governato per un periodo transitorio di cinque anni, con il compito di negoziare un accordo definitivo per la pace, il cui processo avrebbe dovuto iniziare non oltre Maggio 1996.
Nell’ambito della negoziazione, si decise di non affrontare i nodi più sensibili del conflitto, in particolare lo status di Gerusalemme (che, ad onore del Diritto Internazionale, dovrebbe ospitare, nella sua parte orientale, la capitale dello Stato Palestinese), il ritorno dei profughi palestinesi nelle terre designate dalla Risoluzione ONU del 1948 e la questione degli insediamenti che Israele ha costruito arbitrariamente nei territori occupati di Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. L’obiettivo era quello di rimandare queste questioni cruciali a una seconda fase di trattative, soffermandosi inizialmente solo su un accordo più generico che riguardasse esclusivamente la definizione del territorio palestinese in tre Aree, denominate A, B e C, che avrebbero dovuto presentare tre rispettivi livelli di controllo amministrativo, civile e militare.

L’Area A sarebbe stata sotto esclusivo controllo dell’ANP sia dal punto di vista civile che militare. Specificamente, comprendeva una porzione corrispondente a circa il 3% della Cisgiordania, l’accesso alla quale sarebbe stato vietato a tutti i cittadini di nazionalità israeliana.

LArea B prevedeva il controllo civile da parte palestinese e quello congiunto israelo-palestinese per la sicurezza, corrispondente a circa il 23-25% del territorio della Cisgiordania.

LArea C, infine, avrebbe incluso poco oltre il 60% della Cisgiordania e la sua amministrazione, civile e militare, sarebbe stata esclusivo appannaggio israeliano.[2]

In attesa di un accordo definitivo, che purtroppo non è mai arrivato, sarebbe stato effettuato un trasferimento graduale di poteri e responsabilità alle autorità palestinesi in vari settori come l’istruzione, la sanità, la previdenza sociale, la fiscalità diretta e il turismo. L’ANP avrebbe creato una propria forza di polizia per il mantenimento dell’ordine interno, mentre Israele avrebbe continuato a essere responsabile per la sicurezza esterna e la tutela dei confini. Era inoltre prevista l’istituzione di un Comitato di Cooperazione Economica israelo-palestinese per promuovere e attuare progetti di sviluppo congiunti. La Dichiarazione di Principi sarebbe entrata ufficialmente in vigore un mese dopo la sua firma e tutti gli allegati e verbali ad essa collegati sarebbero stati considerati parte integrante dell’accordo.
Gli Allegati degli accordi erano incaricati di regolare diversi e ulteriori aspetti del processo di pace. In particolare, il Primo Allegato riguardava le condizioni per lo svolgimento delle elezioni palestinesi; il Secondo conteneva una roadmap relativa alle modalità e tempistiche del ritiro militare israeliano dai territori palestinesi; il Terzo stabiliva le basi per la cooperazione economica tra le parti mentre il Quarto si focalizzava sullo sviluppo regionale sia sul piano delle condizioni di vita della popolazione che sul potenziamento delle infrastrutture nei Territori palestinesi.[3]

Le ragioni del naufragio del processo di pace

Gli Accordi di Oslo segnarono per i contemporanei un momento profondamente importante dal punto di vista emotivo; il processo instillò in qualche modo nella classe politica medio-orientale e non solo l’idea di una qualche forma di “irreversibilità” della pace tra Israele e Palestina. Sappiamo tutti che purtroppo non è stato così, ma sarebbe profondamente superficiale stupirsi del naufragio di quel processo di pace che oggi più che mai somiglia a una chimera.
Già allora Efraim Halevy, che sarebbe diventato il capo del Mossad in pochi anni, scrisse dubitando di questa irreversibilità e prevedendo ulteriori confronti futuri.
Gli anni successivi hanno confermato in maniera abbastanza eloquente la delusione delle aspettative di entrambe le parti. Se da un lato la Palestina sperava di riuscire ad accreditarsi come attore internazionale e depositario di effettiva sovranità, padrone del proprio destino e dello sviluppo della propria società all’interno (almeno) dei confini antecedenti al 1967, con il conseguente stop alla costruzione di nuovi insediamenti israeliani, lo Stato Ebraico sperava in una maggiore sicurezza e in un ruolo più attivo da parte dell’ANP nella lotta al terrorismo.[4]
Shlomo Ben Ami, che è stato ministro degli esteri israeliano tra il 2000 e il 2001, ha dichiarato che il trattato era carente sia nella concezione che nell’attuazione.
Egli ha sottolineato che l’insistenza di Israele sull’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania – territori che erano stati designati per un futuro stato palestinese – anche durante la continuazione dei negoziati e la mancanza di meccanismi per rendere Israele responsabile, rappresentavano altre gravi lacune. Nessun impegno israeliano a fermare l’espansione degli insediamenti, per non parlare della loro eliminazione, era incluso negli Accordi di Oslo” ha affermato Ben Ami durante un evento organizzato dalla Middle East Initiative a Washington.[5]
Un elemento fondamentale risiede nella circostanza innegabile per cui gli accordi avvennero non tra “pari”, ma tra occupante (Israele, in relazione a Cisgiordania e Gaza) e occupato, ossia l’ANP.
Era chiara inoltre la disparità di obiettivi: se la parte palestinese aveva un obiettivo ben chiaro che era la realizzazione dello Stato di Palestina, gli israeliani fallirono nell’accettare quest’ultima come meta da dover perseguire, limitandosi ad una vaghezza che risultava evidente anche dalle stesse modalità e tempistiche della trattativa: basti notare come nei documenti e nei dialoghi ufficiali qualsiasi riferimento ad uno “Stato Palestinese” era attentamente omesso dalla compagine israeliana, e stesso gli Stati Uniti sposarono ufficialmente la Soluzione dei Due Stati soltanto nel 2001, al termine della Presidenza Clinton.
Nel corso degli anni iniziali degli Accordi di Oslo, i negoziatori israeliani e palestinesi si dedicarono con impegno alla risoluzione delle problematiche, nonostante il clima altalenante di tensioni e sospetti. Purtroppo non si può registrare lo stesso atteggiamento nei vertici politici israeliani e palestinesi di quel tempo, viste le sfide politiche interne che entrambi i fronti si ritrovavano ad affrontare e che limitarono in maniera sostanziale il loro impegno nel processo di pace. Rabin, in particolare, percepiva come più urgenze la ricomposizione del conflitto con la Siria rispetto alla risoluzione della questione palestinese. Nonostante riconoscesse l’importanza di un accordo con i palestinesi, si trovò a doversi barcamenare tra le complessità dell’occupazione israeliana e le pressioni politiche, soprattutto in relazione alla gestione degli insediamenti. La sua esitazione o incapacità di frenare l’espansione degli insediamenti erose la fiducia dei palestinesi, minando il loro impegno verso gli Accordi di Oslo.
È importante sottolineare anche le negligenze ascrivibili a Yasser Arafat. Molti osservatori infatti sono abbastanza dubbiosi nel riconoscergli una genuina “passione” per gli Accordi di Oslo. Quello che è certo è che questi furono un’occasione unica e irripetibile per abilitare sé stesso e l’OLP come unici depositari dei canali negoziali, escludendo una dialettica più ampia che avrebbe potuto e dovuto coinvolgere maggiormente la stessa ANP e la società civile palestinese.
Non dimentichiamo inoltre che, prima degli accordi di Oslo, Arafat era visto con estrema diffidenza dall’Occidente non solo per il ricorso al terrorismo, ma anche per il supporto incondizionato che il leader palestinese diede a Saddam Houssein in occasione dell’annessione del Kuwait da parte di quest’ultimo: oggettivamente una macchia nel curriculum di un leader passato alla Storia come campione della lotta per la liberazione e l’indipendenza. Oslo dunque rappresentava per Arafat l’opportunità per ripulire in qualche modo la propria immagine davanti al mondo, e sicuramente seppe sfruttarla. Fu sicuramente meno abile nel contesto negoziale, vista l’incapacità di sostenere anche soltanto una delle questioni vitali per il futuro Stato Palestinese (ad esempio lo status di Gerusalemme Est). Intendiamoci, Arafat fece molta strada e l’abbandono della lotta armata lo dimostra. Tuttavia, non è mai riuscito a completare la transizione da leader rivoluzionario a uomo di stato avvezzo al compromesso e alla diplomazia, doti che sarebbero state necessarie (assieme ad una minore intransigenza israeliana) per il prosieguo del processo di pace.[6]

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Considerazioni conclusive 

Al termine del processo di Oslo e di fronte all’evidenza del mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati negli Accordi, entrambe le parti non poterono che raccogliere reciproca delusione: i palestinesi continuavano a non avere uno stato e gli insediamenti israeliani continuavano ad aumentare, mentre Tel Aviv continuava a subire attacchi terroristici che minarono la credibilità dell’OLP come argine al terrorismo palestinese. Sarebbe tuttavia sbagliato demolire tout court l’importanza degli Accordi di Oslo: parliamo infatti della prima storica occasione di confronto tra Israele e ANP e del primo momento in cui i due attori sono passati dalle armi alla diplomazia. Quella di Oslo deve essere dunque una lezione per il futuro. Chi scrive crede nell’irreversibilità del processo di pace; ma è necessario un cambio di rotta in primis da parte di Israele, la svolta della cui politica su posizioni estremiste e anti-arabe (basti pensare alla presenza nel governo Netanyhau di esponenti che invocano un bombardamento nucleare su Gaza) non ha fatto altro che aumentare il sentimento di odio anti-sionista e anti-semita di cui Hamas si nutre e grazie al quale governa la Striscia di Gaza dal 2007 nella morsa di una distopica dittatura ultra-islamista in cui le risorse sono utilizzate esclusivamente per sostenere il conflitto con Israele, mentre i civili sono utilizzati come scudi umani. Perché, stando alle parole di uno dei leader di Hamas, Abou Marzouk, le migliaia di chilometri di tunnel sotterranei che l’organizzazione ha costruito servono ai miliziani per combattere, mentre “ai civili ci deve pensare lONU”.[7]


Note

[1] history.com Editors, Oslo Accords, A&E Television Networks, November 22, 2023
[2] The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, Planning Policy in the West Bank, November 11, 2017
[3] Israeli-Palestinian Interim Agreement on the West Bank and the Gaza Strip, Washington, D.C., September 28,1995, https://web.archive.org/web/20021115180646/http://knesset.gov.il/process/docs/ heskemb_eng.htm
[4] Hellman Ziv, Why the Oslo Accords Failed; What wen long between the Israelis and Palestinians?, My Jewish Learning.
[5] Abdalla Jihan, Oslo Accords failed in design and implementation, experts say, The National News, Washington, October 2, 2023.
[6] Miller Aaron David, Why the Oslo Peace Process Failed; And what it means for future negotiators, Foreign Policy, September 13, 2023.
[7] CorriereTV, Un funzionario di Hamas: «I tunnel di Gaza? Per i militari, ai civili deve pensarci l’Onu», Video.Corriere.it, 30 Ottobre 2023


Foto copertina: Israeli Prime Minister Yitzhak Rabin, left, and PLO chairman Yasser Arafat, right, shake hands as President Bill Clinton presides over the ceremony marking the signing of the 1993 peace accord between Israel and the Palestinians on the White House lawn, Sept. 13, 1993. (AP Photo/Ron Edmonds)