La Cina tra percezione e realtà.

Xi Jinping
Xi Jinping

Per capire come poter decifrare questo paese e come inquadrare i suoi punti forti e deboli nello scenario internazionale, abbiamo discusso con Dottor Dario Di Conzo, docente a contratto di “China’s Growth Strategies” e “Riforme Economiche nella Cina Contemporanea” presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.


Di Nicole di Maria

Leggere la Cina in modo corretto per intraprendere analisi politiche è più complesso di quanto sembri. Ci sono diverse narrazioni che coesistono, spesso in contraddizione tra loro. A volte leggiamo di una Cina inarrestabile, altre di un paese con fin troppi problemi. Recentemente sono stati discussi i suoi ultimi appuntamenti diplomatici, da Trump a Putin. Ma come si può analizzare la posizione attuale della Cina nello scacchiere globale? Per capire come poter decifrare questo paese e come inquadrare i suoi punti forti e deboli nello scenario internazionale, abbiamo discusso con Dottor Dario Di Conzo, docente a contratto di “China’s Growth Strategies” e “Riforme Economiche nella Cina Contemporanea” presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

Come possiamo cominciare a contestualizzare la Cina di oggi? È davvero il grande nemico indistruttibile, oppure la retorica occidentale è cieca rispetto alla vera Cina?
“La narrazione di una Cina ormai quasi “inarrestabile”, capace di affrontare meglio dell’Occidente le grandi sfide e crisi globali, si è certamente rafforzata negli ultimi anni. Tuttavia, credo che sia importante evitare sia le letture catastrofiste sul presunto imminente collasso cinese, come era in voga sino a qualche tempo fa, sia l’idea opposta di una Cina onnipotente e impermeabile alle crisi del capitalismo globale. La Repubblica Popolare Cinese non vive infatti in una bolla scollegata dal resto del mondo. La sua crescita economica degli ultimi quarant’anni si è sviluppata dentro processi di globalizzazione, interdipendenza commerciale e produttiva che oggi attraversano una fase di forte instabilità. Le guerre commerciali, crisi energetiche, conflitti geopolitici, rallentamento della domanda internazionale hanno quindi inevitabilmente effetti pesanti anche sulla Cina.
Detto questo, è vero che Pechino dispone di alcuni strumenti che le permettono di gestire le crisi in modo differente rispetto a molte economie occidentali. Mi riferisco soprattutto alla preminenza della Politica e il conseguente ruolo forte dello Stato nell’economia: controllo del sistema bancario, pianificazione industriale, coordinamento degli investimenti strategici, capacità di indirizzare credito e risorse verso determinati settori. Negli ultimi quindici anni la Cina ha inoltre cercato di ridurre gradualmente alcune vulnerabilità strutturali, ad esempio diversificando i propri mercati di esportazione, rafforzando le relazioni economiche con il Sud Globale e investendo massicciamente in settori come auto elettriche, batterie, semiconduttori e tecnologie verdi.
Tuttavia, sarebbe sbagliato interpretare questa resilienza come assenza di problemi. La Cina sta attraversando una fase molto delicata della propria traiettoria economica: rallentamento della crescita, crisi del settore immobiliare, domanda interna ancora relativamente debole, invecchiamento della popolazione e crescente competizione strategica con gli Stati Uniti.
In sintesi, credo che la Cina contemporanea vada letta non come una potenza “invincibile”, ma come uno Stato che possiede ancora importanti capacità di coordinamento economico e strategico, pur rimanendo profondamente esposto alle contraddizioni e alle instabilità dell’economia globale contemporanea.”

L’alternativa diplomatica — Ci troviamo all’interno di uno scenario globale in costante mutamento, senza notizie chiare e concentrate intorno ai principali attori impegnati in Asia occidentale. Eppure, nonostante l’importante presenza nella regione, la strategia della Cina è stata silenziosa ma non meno d’impatto. Sembriamo trovarci davanti la classica “diplomazia dell’alternativa” cinese. Ma la diplomazia politica ed economica cinese differisce davvero da quella occidentale, oppure si tratta solo di una narrazione diversa e, per certi versi, più accattivante? Per inquadrare meglio la posizione di Pechino all’interno della regione mediorientale, potremmo dire, a suo avviso, che la Cina si trovi di fronte ad una scelta contraddittoria? Da una parte sembrerebbe importante che l’Iran rimanga un alleato economicamente conveniente, ma dall’altro Hormuz non può rimanere bloccato per sempre. È davvero così?
“Le notizie dall’Asia occidentale mi sembrano abbastanza chiare, gli scenari futuri anche a breve termine lo sono meno. La definizione di “diplomazia alternativa cinese” è interessante, ma credo che la prima domanda da porsi sia: alternativa a cosa?
Certamente agli Stati Uniti, che negli ultimi anni sembrano aver progressivamente ridotto lo spazio della diplomazia tradizionale e della ricerca del consenso internazionale in favore di una politica estera molto più fondata sulla coercizione, sulla pressione economica e sull’uso della forza. Si è passati dall’egemonia al puro dominio per dirla alla Giovanni Arrighi.
In questo senso, la postura cinese appare inevitabilmente diversa, anche solo nel tono e nella forma. Lei definisce la diplomazia cinese “silenziosa” e capisco il senso di questa espressione. Rispetto al rumore politico e mediatico prodotto da figure come Trump o Netanyahu, l’equilibrio e l’austerità delle dichiarazioni cinesi sembrano quasi a basso volume. Tuttavia, questa prudenza non deriva semplicemente da una differenza comunicativa ma riflette soprattutto gli interessi strategici della Repubblica Popolare Cinese.
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione difficilmente risolvibile. Da un lato, l’impegno statunitense in altri fronti geopolitici può indirettamente favorire la Cina, perché riduce la concentrazione strategica americana sull’Asia-Pacifico, che rimane il principale teatro della competizione sino-americana. In parte, questo si era già visto durante la prima “war on terror” dell’amministrazione Bush: mentre Washington era assorbita dai conflitti in Medio Oriente, Pechino poteva continuare la propria ascesa economica e tecnologica con minori pressioni strategiche dirette.
Dall’altro lato, però, la Cina teme fortemente l’instabilità energetica e commerciale globale. Pechino dipende ancora in misura significativa dalle importazioni energetiche e intrattiene rapporti economici molto profondi non solo con l’Iran, ma anche con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e l’intero Golfo Persico. Per questo motivo, la posizione cinese tende a essere molto prudente: condanna tutte le escalation militari, comprese quelle iraniana, e insiste sulla stabilità delle rotte commerciali, cercando almeno pubblicamente di evitare una polarizzazione totale del conflitto.
In questo senso, sì: la Cina si trova davanti a una scelta profondamente contraddittoria. L’Iran rappresenta per Pechino un partner energetico e geopolitico importante, ma allo stesso tempo un’eventuale destabilizzazione prolungata di Hormuz danneggerebbe direttamente gli interessi economici cinesi e l’intera economia globale.
Per questo motivo, credo sia difficile stabilire, tanto per noi quanto probabilmente per una parte dello stesso establishment cinese, se il caos internazionale contemporaneo possa realmente trasformarsi in un vantaggio strategico di lungo periodo per Pechino.
Nel breve periodo, infatti, instabilità energetica, frammentazione commerciale e conflitti regionali producono costi molto concreti anche per la Cina. Allo stesso tempo, però, la crescente difficoltà degli Stati Uniti nel gestire simultaneamente più fronti geopolitici potrebbe aprire nel tempo nuovi spazi strategici per la Repubblica Popolare.” 

Gli incontri diplomatici — La Cina rimane spesso fuori dalle informazioni che raggiungono le masse occidentali, tranne quando torna in auge nelle vesti di superpotenza durante degli incontri diplomatici specifici. Chiaramente parliamo dei due importanti incontri, rispettivamente prima con Trump e Putin.
Rispetto agli Stati Uniti, sembrerebbe che la Cina sia uscita dall’incontro con il Presidente Trump con una posizione rafforzata, mentre gli U.S.A. hanno riportato risultati modesti. Come si integra in questo contesto il recente switch di retorica Trumpiana su Taiwan? Ci può spiegare quanto è stata importante la presenza degli alti rappresentanti big-tech statunitensi? E soprattutto, secondo lei è corretto notare uno spostamento da una posizione più accondiscendente da parte di Pechino ad una nuova posizione più assertiva nei confronti degli Stati Uniti?
“Per quanto riguarda il rapporto tra Cina e informazione italiana, credo esista effettivamente un problema più ampio legato al “provincialismo” del nostro giornalismo e alla crisi finanziaria del settore. Tuttavia, non è un tema su cui mi sento particolarmente competente per dare giudizi definitivi. Rimanderei piuttosto a riflessioni sviluppate da studiosi e giornalisti che lavorano quotidianamente sulla Cina contemporanea, come nel volume Leggere la Cina, capire il mondo, o all’esperienza di realtà come China Files, che negli anni hanno provato a costruire un’informazione più approfondita e meno schematicamente polarizzata.
Sicuramente, però, come osserva lei, oggi l’attenzione mediatica occidentale verso la Cina tende a concentrarsi soprattutto attorno ai grandi vertici diplomatici o ai momenti di tensione geopolitica. L’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump è stato importante soprattutto perché ha mostrato come, nonostante anni di guerra commerciale e crescente competizione strategica, Stati Uniti e Cina rimangano ancora troppo interdipendenti per arrivare a una rottura totale nel breve periodo. Credo quindi che il summit vada letto più come un tentativo di stabilizzare il conflitto che come una vera riconciliazione.
Da questo punto di vista, è vero che Pechino sembra aver affrontato il vertice da una posizione relativamente più solida rispetto a qualche anno fa. Rispetto alla prima amministrazione Trump, la Cina è riuscita a diversificare ulteriormente i mercati di destinazione del proprio export, rafforzando in particolare i legami economici con ASEAN, Sud Globale e mercati emergenti. Allo stesso tempo, la sua macchina manifatturiera ha continuato a progredire tecnologicamente in diversi settori strategici. Il caso più emblematico è probabilmente quello delle auto elettriche, dove la Cina è riuscita a costruire un vantaggio competitivo molto significativo.
Tuttavia, non parlerei di una “vittoria” cinese. In questi incontri non è realmente in gioco una logica di vittoria o sconfitta. Entrambe le parti stanno cercando soprattutto di gestire una competizione ormai strutturale evitando però un’escalation incontrollata. In questo senso, gli accordi raggiunti sulla riduzione parziale di alcuni dazi su beni non strategici (circa 30 miliardi di dollari), sblocco limitato della vendita di microchip Nvidia non di ultimissima generazione o la ripresa di alcune forniture Boeing, mostrano più la volontà di mantenere aperti alcuni canali economici che un reale superamento delle tensioni.
La presenza dei principali rappresentanti delle big-tech statunitensi è stata estremamente significativa proprio perché mostra una contraddizione centrale del rapporto sino-americano contemporaneo: la competizione geopolitica tra i due Stati continua ad intensificarsi, ma allo stesso tempo una parte importante del capitalismo statunitense rimane profondamente intrecciata al mercato cinese. Aziende come Apple, Tesla, Nvidia o Qualcomm non vedono infatti la Cina soltanto come un rivale strategico degli Stati Uniti, ma anche come un mercato fondamentale dal quale è difficile sganciarsi rapidamente.
Per quanto riguarda Taiwan, non mi sembra che le dichiarazioni di Trump siano discontinue con il recente passato. La posizione statunitense rimane volutamente ambigua: Washington continua a sostenere Taiwan con la vendita di armi, ma allo stesso tempo cerca di evitare mosse che possano produrre un’escalation diretta con Pechino. Certo, a Taipei non saranno stati contenti di sentire che la vendita di armi a Taiwan rappresenta una “negotiating chip” con Pechino.
Infine, penso che negli ultimi anni la Cina abbia effettivamente assunto una postura più assertiva sul piano internazionale. Tuttavia, non credo si tratti semplicemente di un cambio “caratteriale” della leadership cinese. È piuttosto il risultato dell’aumento del peso economico, tecnologico e diplomatico della Cina stessa. Allo stesso tempo, però, Pechino continua a muoversi con una certa prudenza: la leadership cinese sa che il proprio sviluppo economico dipende ancora in misura significativa dalla stabilità dei mercati globali e dall’assenza di una frammentazione totale dell’economia mondiale.”

Gli incontri diplomatici — Per quanto riguarda invece l’incontro tra Xi e Putin, i due hanno firmato una dichiarazione sul “nuovo ordine multi-polare” oltre a più di una ventina di accordi commerciali. Mentre Mosca parla di relazioni sino-russe strettissime, Pechino sembra più cauta con le parole. Come la Cina sta bilanciando il rapporto con la Federazione Russa rispetto ai due fronti importanti della guerra in Ucraina e la situazione in Medio Oriente? Nonostante la Cina si professi difensore del diritto internazionale, la Russia ha importantissimi legami con la filiera manufatturiera cinese per ottenere parti per costruire droni da utilizzare al fronte, tanto quanto ha altrettanti legami con il mercato cinese per vendere petrolio. È corretto inquadrare la relazione tra i due paesi all’interno di una forte dipendenza russa dalla Cina, oppure Pechino ha altrettanto bisogno di Mosca?
“Il rapporto tra Cina e Russia è uno dei temi più importanti e complessi dell’attuale scenario internazionale. Dalla firma del trattato di partenariato strategico del 2001 fino alla recente visita di Putin a Pechino, i due paesi hanno certamente rafforzato la loro cooperazione politica, energetica ed economica, soprattutto in risposta alla crescente pressione occidentale. Tuttavia, credo sia importante evitare una lettura troppo semplicistica di questa relazione.
Mosca e Pechino condividono oggi alcuni interessi strategici comuni: la critica dell’unilateralismo statunitense, il rifiuto di un ordine internazionale percepito come eccessivamente occidentale e la volontà di aumentare il proprio spazio di manovra internazionale. In questo senso, il riferimento ad un “ordine multipolare” rappresenta soprattutto una critica all’assetto internazionale emerso dopo la Guerra Fredda e alla centralità statunitense costruita negli anni Novanta.
Detto questo, la relazione sino-russa non è un’alleanza nel senso occidentale del termine. Non esiste un equivalente della NATO tra Cina e Russia, né un obbligo reciproco di difesa militare. Pechino continua, infatti, a mantenere una certa cautela diplomatica, soprattutto perché non vuole compromettere completamente i propri rapporti economici con Europa, Stati Uniti e mercati globali.
È vero che oggi la Russia dipende molto dalla Cina, soprattutto dopo le sanzioni occidentali seguite alla guerra in Ucraina. Pechino è diventata uno dei principali acquirenti dell’energia russa e una piattaforma economica fondamentale per Mosca, sia sul piano commerciale sia su quello tecnologico-industriale. Tuttavia, sarebbe sbagliato interpretare questa relazione come totalmente sbilanciata in un’unica direzione. Anche la Cina trae vantaggi importanti dal rapporto con la Russia: accesso a risorse energetiche a prezzi favorevoli, profondità strategica nello spazio eurasiatico e una partnership utile nel contenimento della pressione americana.
Sulla guerra in Ucraina, la posizione cinese rimane volutamente ambigua. Pechino non vuole il collasso della Russia, perché ciò rafforzerebbe enormemente la posizione strategica degli Stati Uniti e dell’Occidente nel sistema internazionale. Allo stesso tempo, però, la leadership cinese non ha alcun interesse in una guerra lunga e caotica che destabilizzi ulteriormente l’Europa e l’economia globale. Per questo motivo la Cina continua a presentarsi come un attore favorevole alla stabilità e ai negoziati, pur mantenendo rapporti molto stretti con Mosca.”

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I “vantaggi” dell’autoritarismo — Nell’ambiente accademico capita spesso di sentir parlare di come le alleanze occidentali, ovvero l’Alleanza Atlantica con tutte le strutture politico-militari annesse e connesse, siano forti e solide, mentre di converso le alleanze non occidentali risultano fumose e non abbastanza interconnesse.
Ci può spiegare come si pone la politica del PCC rispetto all’idea di “non-allineamento”?
Secondo lei, è possibile dire che le alleanze occidentali fungano da contrappeso ai sistemi democratici che, al contrario degli autoritarismi più presenti nei blocchi orientali, non possono permettersi visioni basate su un lungo periodo, necessitando quindi di solide basi politico-militari a cui aggrapparsi?
“Credo che il tema vada affrontato con molta cautela, perché il rischio è quello di ridurre sistemi politici molto complessi a una semplice contrapposizione tra “democrazie inefficienti” e “autoritarismi efficienti”. Anche categorie come “Occidente” e “Oriente”, da questo punto di vista, rischiano spesso di essere fuorvianti e troppo semplificatorie. È vero che sistemi politici come quello cinese possono prendere decisioni strategiche di lungo periodo con maggiore continuità rispetto a molte democrazie occidentali. La Repubblica Popolare Cinese ha potuto sviluppare politiche industriali molto lunghe e coordinate in settori come infrastrutture, tecnologie verdi, auto elettriche o intelligenza artificiale. Questo è certamente facilitato da una forte capacità di coordinamento statale e dall’assenza di alternanze politiche radicali.
Tuttavia, credo sia importante evitare automatismi. Politiche economiche lungimiranti potrebbero essere adottate anche da sistemi democratici. A mio avviso, almeno nel caso italiano ed europeo, esiste soprattutto un problema di qualità della classe dirigente, di indebolimento della capacità strategica dello Stato e, più in generale, di difficoltà nel pensare politiche industriali di lungo periodo.
Le stesse regole che ci siamo dati a livello europeo ce lo impediscono e questa è a mio avviso una follia.
Tuttavia, ritengo profondamente sbagliato osservare l’ascesa cinese e trasformarla automaticamente in una prova della “superiorità” del modello autoritario.
Per quanto riguarda invece il “non-allineamento”, la Cina oggi utilizza questo concetto in modo molto diverso rispetto alla Guerra Fredda. Pechino non si presenta formalmente come guida di un blocco militare alternativo all’Occidente, ma cerca piuttosto di costruire reti flessibili di cooperazione economica, energetica e diplomatica. Organizzazioni come i BRICS o la Shanghai Cooperation Organization riflettono proprio questa logica: non alleanze militari rigide, ma piattaforme di cooperazione tra paesi con interessi spesso molto diversi tra loro.”

Il secolo cinese — Per anni abbiamo osservato, prima criticando e poi rimanendo inermi, l’ascesa di Pechino che sembrava inarrestabile ed oggi vediamo una Cina che si interfaccia con dei problemi strutturali importantissimi. Tra diverse sfide è certamente importante sottolineare il mercato immobiliare in lenta ripresa, un debito enorme, una crisi demografica preoccupante, la difficoltà nell’aumento della domanda interna, l’AI che si fa avanti e mette in difficoltà alcuni settori di lavoratori.
Dopo tre anni, che hanno visto le proiezioni di crescita al 5%, nel 2026, Pechino ha abbassato le sue aspettative a circa il 4,5%. Cosa rappresenta questo cambiamento? Su cosa dovrebbe concentrarsi la Cina per superare queste difficoltà? Sono difficoltà strutturali? Sarebbero politiche fattibili oppure le aspettative reali si allontanano da quelle formali?
“La formula del “secolo cinese” mi sembra spesso utilizzata in Occidente come strumento politico e narrativo: serve a trasmettere l’idea che, se la Cina non verrà contenuta economicamente, tecnologicamente o geopoliticamente, il XXI secolo sarà inevitabilmente dominato da Pechino. Personalmente, però, non mi riconosco in questa impostazione del dibattito, che tende a trasformare la competizione internazionale in una lettura quasi esclusivamente securitaria.
La Cina, in realtà, è sempre stata uno degli spazi economici e politici centrali della storia mondiale. Più che assistere alla nascita improvvisa di una nuova potenza, stiamo osservando il ritorno della Repubblica Popolare ad una posizione di centralità che la Cina aveva già avuto per lunghi periodi della storia globale. In questo senso, credo che ci troviamo di fronte a un movimento storico molto profondo e difficilmente reversibile.
Detto questo, le difficoltà economiche che lei elenca sono assolutamente reali. La Cina sta affrontando una fase di transizione complessa: crisi del settore immobiliare, rallentamento della crescita, indebitamento delle province, crisi demografica, domanda interna ancora relativamente debole e crescente impatto delle trasformazioni tecnologiche sul lavoro.
A mio avviso, il punto centrale è che il modello di sviluppo cinese, costruito per decenni attorno a investimenti, export e manifattura, sta mostrando alcuni limiti strutturali. Per questo motivo, credo che la Cina dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla redistribuzione interna della ricchezza e sul rafforzamento della domanda domestica. Le disuguaglianze sociali restano infatti enormi e molto lontane dall’immagine tradizionale di una società socialista.
Questo significa, concretamente, rafforzare welfare, pensioni, sanità pubblica, sostegni al reddito e accesso all’istruzione di qualità. Significa anche tornare a porre maggiore attenzione alle condizioni di lavoro e alla tutela dei lavoratori. Negli ultimi anni la leadership cinese ha spesso insistito sulla necessità di perseguire la “prosperità comune”, ma trasformare questo obiettivo in politiche concrete richiederà cambiamenti molto profondi. Episodi tragici, come la strage di 93 lavoratori in una miniera carbonifera dello Shanxi di venerdì 22 maggio, o le condizioni di forte pressione lavorativa presenti in alcuni settori industriali e tecnologici, mostrano come il tema sociale rimanga ancora molto aperto nella Cina contemporanea.
Naturalmente, non è semplice capire quanto queste trasformazioni siano realmente praticabili nel breve periodo. La leadership cinese continua, infatti, a muoversi dentro una tensione molto forte: da un lato la necessità di mantenere crescita, competitività tecnologica e stabilità politica; dall’altro la necessità di riequilibrare un modello economico che ha prodotto enormi successi ma anche profonde contraddizioni sociali ed economiche.”


Foto copertina: Xi Jinping