Dialogo con Franco Vaccari sul Progetto Rondine, la forza del dialogo ecumenico e la Giustizia Riparativa che ricostruisce le ferite della Guerra.
Di Giulia Baldissera. Articolo pubblicato nel numero “La diplomazia vaticana nel mondo multipolare“. Volume 12, 2025
Introduzione
In un tempo segnato da crescenti tensioni globali, guerre protratte e polarizzazioni sociali, parlare di pace può sembrare un atto utopico, se non addirittura audace. Eppure, esistono realtà che scelgono consapevolmente di stare nel cuore del conflitto per trasformarlo.
Una di queste è “Rondine Cittadella della Pace”, un piccolo borgo medievale alle porte di Arezzo che, grazie alla visione del suo fondatore Franco Vaccari, è diventato un laboratorio internazionale di dialogo, riconciliazione e trasformazione. Rondine accoglie giovani provenienti da Paesi in conflitto – Israele e Palestina, Russia e Ucraina, Armenia e Azerbaigian, solo per citarne alcuni – per vivere insieme, studiando e affrontando le ferite della propria storia in un percorso unico che li trasforma in costruttori di pace. È un’esperienza profonda e radicale che parte dall’incontro autentico con l’altro e sfocia in un nuovo linguaggio di responsabilità e futuro. Ne parliamo con il Presidente di Rondine, il Dott. Franco Vaccari[1].
Qual è il significato di “Rondine Cittadella della Pace”?
«Rondine è il nome che questo piccolo borgo medievale ha da mille anni. Noi l’abbiamo ricostruito e l’abbiamo rinominato “Cittadella della Pace”, dichiarando che in questo borgo intendevamo costruire la possibilità di un’umanità che convive nelle differenze, perché si rigenera dall’esperienza dolorosa della guerra, andando oltre l’idea del nemico. Quindi, una pace molto concreta, non ideologica, una pace dal basso, dalla società civile. Infatti, questo borgo lo abbiamo pensato, sognato e realizzato come un laboratorio a cielo aperto, dove arrivano giovani coppie di nemici, cioè sono i giovani che tra i 22 e i 28 anni vengono da teatri di guerra o società post-conflitto e vivono il programma della World House,[2] che, come dice il nome, è l’esperienza di cittadinanza globale, oltre che di un lavoro sulle ferite della guerra. Li chiamiamo coppie di nemici, in realtà dovremmo dire che sono coppie appartenenti ai due gruppi che si sono fatti la guerra o che si stanno facendo la guerra. Per derivazione, nel gergo ma anche nell’esperienza, tutte le persone appartenenti a due gruppi che si fanno, che si sono fatti la guerra, sono nemici. Ma chi è il nemico? Chi nasce in una terra martoriata dalla guerra? Chi ha strutturato la propria identità come nemico di qualcun altro? Si può uscire da questa mentalità, da questa percezione, da questa situazione che è storica, sociale ed economica nonché politica, ma che poi è personalissima, perché attiene al sé, alla percezione di sé nel mondo? La risposta è affermativa è l’abbiamo fatto in una maniera audace, non facendo corsi di studio, seminari, ma mettendo insieme i giovani. Infatti, il metodo Rondine prevede che il primo della “coppia di nemici” che arriva alla stazione di Arezzo va a prendere l’Altro da solo in macchina. Quindi, se arriva prima l’Israeliano va a pigliarsi il Palestinese, se arriva prima il Russo va a prendersi il compagno ucraino e così via. Inizi in tal modo una vera e propria “terapia d’urto”, un gesto di coraggio, che verrà ripetuto ogni giorno per due anni, perché in questi due anni questi giovani, che si preparano a essere dei leader, vivono una sorta di mano tesa in avanti e di passo indietro, detta più semplicemente, credo si possano raggruppare in una sorta di domanda interna: ma se io tendo la mano al nemico, i miei a casa e quindi le mie voci interne mi dicono “ma non stai tradendo tutto? Non stai tradendo il sangue dei nostri morti? Non stai tradendo i nostri dolori? Non lo stai calpestando superficialmente, pensando al tuo piccolo privato?” E, invece, se superano questa dinamica che si ripropone, accedono a un nuovo modo di essere, perché è la riconquista della libertà della persona sull’appartenenza. È la libertà che ti proietta nel futuro, invece che tenerti drammaticamente ancorato a un passato che non passa mai. Questo è il cuore da 27 anni».
Hai detto subito che non si tratta di un semplice “corso sulla pace”, né di un’utopia. Hai parlato proprio di “ferite”, della fiducia tradita, di quella domanda interiore che tanti giovani, arrivando a Rondine, si portano dentro. Questi giovani vivono spesso un conflitto interiore, un dissidio profondo con sé stessi. Ecco, partendo da questo, ti chiedo: com’è nato il progetto che oggi, dopo ventisette anni, continua a crescere?
«Allora, chi si occupa di metodo scientifico sa che il metodo scientifico si avvale nella costruzione di un’ipotesi di ricerca di mille esperienze diverse. L’ipotesi non nasce mai in una notte, nasce nella storia delle relazioni, dei pensieri, delle emozioni, tutto il complesso delle esperienze di una persona…
Certamente qui sono confluiti tanti pezzi della mia storia, perché io sono un insegnante, uno psicoterapeuta, poi un formatore e un educatore con “le maniche arricciolate”, come si dice da queste parti. Infatti, questa è la storia di un’intuizione che nasce nelle relazioni; relazioni in cui sicuramente c’era questa sorta di pallino per la pace, era il ’68 e si sognava un mondo di pace. Ecco allora, in questo contesto che, con gli amici di La Pira andiamo a Mosca, incontriamo i fuoriusciti dai gulag, li invitiamo a Rondine, a Camaldoli, la Verna, li invitiamo nei nostri luoghi ispiratori dove tessevano dialoghi e sogni e ci dicevano “impegnatevi per la guerra”. Scoppia la guerra in Cecenia e ci chiedono di metterci in gioco. Lì è la svolta, abbiamo questa sete di concretezza, di fare qualcosa per la pace e quindi facciamo questa mediazione segreta per sei mesi durante la guerra in Cecenia nel 1995. Un’esperienza unica perché, come ti ho detto, io non sono un mediatore, però ho un’esperienza, eravamo quattro sciagurati allo sbaraglio, dove c’era il generale dei Camaldolesi, un monaco, il provinciale dei Francescani, che poi è diventato vescovo, e un tenente della finanza che poi è diventato il comandante della gendarmeria vaticana. Eravamo in quattro e abbiamo fatto per sei mesi questa mediazione.
Gli ultimi quindici giorni una spola continua tra le due parti che non si parlavano, e ottenemmo la tregua, la prima della guerra in Cecenia.
Un’esperienza incredibile che, dopo sei anni, abbiamo accordato che poteva essere resa pubblica perché non avrebbe più danneggiato nessuno e quindi l’abbiamo raccontata e la stiamo raccontando poiché risulta essere un’esperienza interessante di diplomazia popolare. Questo è straordinario, perché lì abbiamo visto come una micro-storia individuale di relazioni può agganciare e mettersi a servizio della macro-storia, perché in tutte le epoche, specialmente quelle di transizione come ora, il tessuto storico si sfrangia e si aprono dei pori dove i piccoli passano.
Poi la tregua fallì e dalla tregua fallita, i ceceni ci chiedono di riprendere i loro studenti, i giovani, che non potevano più studiare a Mosca per la guerra, tanto che arriva concretamente in una telefonata notturna con il rettore dell’Università di Grozny: mi pigli questi ragazzi? Sì, ma io voglio anche i russi. Riesco a dartela l’immagine, non è un qualcosa costruito a tavolino ma una serie di incontri, di relazioni e di fiducia. Ti affido i miei ragazzi, me li prendi? Sì, ma io guarda, te li metto con i nemici, me li dai lo stesso? Ma certo, è fiducia, provaci, ma se tu sei così pazzo da provarci, va bene, proviamoci…
È così che è nato tutto, e da lì arrivano russi e cominciamo con questi cinque e da lì è iniziata la storia in un’ottica rivoluzionaria non tanto a livello ideologico, ma relazionale».
Abbiamo accennato al tema della mediazione, e ci hai raccontato di quel patto di fiducia tra le parti, che è stato fondamentale. E qui emerge un aspetto molto bello: non c’è una visione dicotomica tra buoni e cattivi, ma ci sono persone. Partendo da qui, ti chiedo: durante l’accoglienza dei ragazzi nella vostra World House, com’è stata l’esperienza della convivenza ecumenica e del dialogo interreligioso tra fedi religiose diverse? Immagino che, visto anche il contesto di alcuni conflitti da cui provengono, sia stato un percorso importante e rivoluzionario.
«La premessa che hai fatto meriterebbe di essere svolta per un paio d’ore. Tu dici per esempio “rivoluzionaria”, è vero? Sì, nel senso che indagando con questi giovani questa esperienza incredibile, che è davvero un’esperienza unica, abbiamo visto che si tratta proprio di un cambio di paradigma, un cambio di occhiali, di categorie mentali, di percezione di sé, dell’altro e del mondo. Quindi è proprio radicale. In questo senso è rivoluzionaria. Non è un corsetto di formazione in cui ti do delle soft skills.
È proprio un’esperienza di immersione totale, con quello che tu diresti è il più distante da me. E qui è una terapia d’urto, è qui il punto, la scommessa: sono due anni, ci siamo noi, c’è il gruppo dell’equipe dei formatori, c’è il clima in generale, c’è una comunità ospitante, ci sono tanti elementi. Però poi alla fine è quello il punto del dramma interno di una persona che deve distaccarsi. Siccome siamo in un ambito di giustizia riparativa, mi preme dire quello, che nei dialoghi con gli amici della giustizia riparativa, un dialogo molto fecondo che teniamo sempre aperto, è quello che io dico che questi nemici non sono nemici reciproci, ma sono nemici simmetrici, paralleli.
I due giovani che vengono a Rondine non sono due giovani che si sono fatti del male reciprocamente. Quindi cosa avviene nei due anni? Avviene una torsione drammatica dal dire tu sei la causa di tutti i miei mali, a dire ma guarda noi due siamo vittime entrambe di un male che altri si sono fatti, cioè noi abbiamo l’eredità avvelenata di un male che si sono fatti altri, che è talmente avvelenata per cui noi ci stiamo ingannando e anche noi siamo nemici, io e te, ma io e te non abbiamo nessun motivo per essere nemici, siamo le nostre storie ferite e quando i ragazzi arrivano a questo punto è come se arrivassero a una soglia incredibile da vertigine, perché scoprono di essere liberi di rompere una catena di odio e quando sei libero sei anche responsabile. Infatti, l’importante è che il «sé» individuale prenda il sopravvento sul «sé» sociale.
Quando prende il sopravvento il «sé» sociale sul «sé» individuale, riusciamo lì. Cioè, Noam non vede più Issam, ma vede il palestinese. Issam non vede più Noam, ma vede l’israeliano. Quando vede l’israeliano, si blocca tutto. Quando vede la persona, si riapre il dialogo. Noi li chiamiamo gli shock relazionali.
Sono i momenti in cui c’è questa sorta di figura a sfondo, in cui la persona viene e allora si riapre il dialogo. Arriva la sua storia e il dialogo si blocca, è interessantissimo, sono shock relazionali che ciclicamente nei due anni tornano, e ora conoscendoli diamo strumenti per superarli, ma alcuni ragazzi nella storia di Rondine addirittura hanno mollato, hanno abbandonato, non hanno superato lo shock relazionale.
Ti cito un esempio, un giovane pakistano, un giorno arriva, dopo circa un anno che era nel percorso, fino a metà, con una giovane indiana è tutto entusiasta, la mattina arriva e gli dice una cosa bellissima.
Qual è questa cosa bellissima? Ieri sera, parlando con Rijuta, mi sono accorto per la prima volta che parlavo a lei e non alla bandiera dell’India. È una terapia d’urto, incontrare l’altro, quanto quest’ottica comunque al di là dei conflitti internazionali è proprio un approccio al conflitto che ci permette, se lo vogliamo, di adoperarci anche in quest’ottica relazionale diversa per guardare non solo l’altro ma anche dentro di sé».
Proprio a partire da questo approccio, quanto è difficile per Rondine, e per il progetto World House, scegliere di non entrare nel merito delle politiche attive dei governi coinvolti nei conflitti, e mantenere una posizione neutrale? Posso parlare anche di neutralità emotiva, soprattutto considerando che, come ci raccontavi, i conflitti toccano profondamente la vita dei giovani che accogliete? «Noi diciamo che non siamo neutrali, rifiutiamo la neutralità e abbiamo coniato il fatto che siamo equo-coinvolti. Noi, il ruolo di Rondine nell’insieme, come comunità, come luogo e poi in modo specifico l’equipe dei formatori, si sente eco coinvolta.
Ovviamente questo è un lavoro molto difficile, perché? Perché alla maniera un po’ di altre relazioni di aiuto si deve stare un passo dentro e un passo fuori, e già stando un passo dentro e un passo fuori il rischio della bruciatura, del burnout è sempre lì, perché o ti sentono coinvolto o ti sentono insignificante. Perché?
Perché il dolore cupo è il dolore che recita a sé stessi: nessuno mi può capire. Allora succede una cosa molto interessante nella nostra esperienza. Prima di tutto arrivano alla conclusione di dire: solo il mio nemico può capire il mio dolore. Ed è il paradosso dei paradossi. Perché il dolore è come se, prodotto sul crinale di una montagna, versasse il suo liquido infame sui due versanti; quindi è lo stesso dolore che va sui due versanti, anche se arriva su due valli diverse, ma ha un’origine comune e, in questa origine comune, sentono un eco e una comprensione che nessun altro paradossalmente può sentire. Per questo, qui abbiamo capito che dobbiamo essere vicini, perché chi è vicino a loro in quell’ordine, deve creare le condizioni affinché, se loro lo vogliono, buchino la maledizione del dolore. Infatti, il dolore fa male tre volte: quando si fa, quando si riceve, quando si elabora e quando si comunica. Io dico sempre: come la legna, quando si taglia, quando si accatasta e quando si brucia.
Noi stiamo con te, ti ascoltiamo anche se stai zitto, ti ascoltiamo se hai voglia di parlare dei tuoi guai, ti ascoltiamo se vuoi evitare di parlare dei tuoi. Siamo con te. Questa è l’alleanza e questo è il tema del metodo rondine. L’approccio relazionale al conflitto vuol dire che tu pensi di costruire una relazione e allora affronti con determinazione tutti i livelli stratificati del conflitto, ma se sei fuori da una relazione non è possibile.
Quindi questa è una vicenda umana che chiama un professionismo un po’ strano, un po’ difficile, perché è un professionismo che si eco coinvolge con le persone, pur rimanendo con un passo ancorato fuori. La grande svolta credo sia stata, quando siamo riusciti a uscire dal borgo e disseminare qualcosa di utile in giro per il mondo, il tema forte della diplomazia popolare, quindi, è il tema della diplomazia di base. Noi pensiamo che costruendo relazioni, cambiando la mentalità, si costruiscono dalla base delle relazioni che si aprono e che possono pensare a azioni. Dalle relazioni nascono azioni, forse millimetriche, forse non vanno nelle prime pagine dei giornali, ma costituiscono, rigenerano il tessuto sociale. Perché diplomazia? Perché rompono i pregiudizi, gli schemi che sono anticipatori, precursori del nemico. Quali sono i precursori del nemico? Dove nasce l’incubazione del nemico? Il nemico non nasce mai all’improvviso. Le nostre società sono tutte a rischio. La nostra società italiana ed europea oggi, penso che non ci sia bisogno di specialisti per capire che è a rischio di incubazione del nemico. Questa è la diplomazia popolare, che è in funzione preventiva perché la diplomazia deve prevenire le guerre; quindi, la diplomazia popolare deve fare il suo mestiere a livello di base per prevenire, oppure in luoghi riparativi. Per esempio, noi abbiamo fatto nel Caucaso, un’azione con gli ex studenti per portare un documento a tutti i governi del Caucaso, passando dai confini di guerra.
Anzi, uno l’abbiamo riaperto noi per la prima volta, quindi con un valore reale e simbolico. E questo sul fronte riparativo dove ci sono le ferite profonde della guerra, sono tutte azioni di diplomazia popolare, quindi quando tornano i nostri ragazzi, come mi chiedevi, a livello individuale noi stiamo misurando l’impatto che chiamiamo relazionale, cioè tu puoi cambiare anche la tua famiglia, educare i tuoi figli in un modo nuovo, quindi relazionale; c’è l’impatto invece professionale con impegno in progetti reali.
Abbiamo alcuni di questi ex studenti che hanno ora abbiamo un ministro dell’istruzione per esempio in Georgia, abbiamo una parlamentare in Armenia, abbiamo avuto due vice ministri degli esteri, abbiamo avuto oppure esperienze sempre di base che non sono nella Sierra Leone, le prime elezioni senza gli osservatori ONU quindi a rischio di conflitto sono stati formati 250 leader per una campagna elettorale non violenta, per dire alcuni esempi di quello che hanno portato a superare questa dicotomia attraverso un approccio diverso al conflitto ma che ha della concretezza anche a livello internazionale».
Note
[1] Franco Vaccari nato ad Arezzo nel 1952, è fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace. Laureato in Psicologia alla “Sapienza” di Roma, esercita come psicologo libero professionista ed è docente titolare del corso “Psicologia del conflitto e della pace” presso la Pontificia Università Lateranense. Ha fondato e dirige il “Nuovo Laboratorio di Psicologia”, centro di ricerca e azione in ambito psicopedagogico.
[2] Lo Studentato Internazionale World House è il cuore di Rondine: da esso si sviluppa la Cittadella della Pace e ha origine il Metodo Rondine. Dal 1998 accoglie giovani provenienti da Paesi in cui imperversano guerre, attuali o trascorse, o conflitti degenerati in diverse forme di violenza, che accettano di convivere con il proprio nemico, di sperimentare un dialogo quotidiano divenendo nei fatti, giorno dopo giorno, messaggeri di pace.
Foto copertina: Progetto Rondine di Franco Vaccari













