Quando la garanzia all’accesso energetico influenza i conflitti.
Di Nicole Di Maria
Pace, progresso, bombe
“[…] Stabilito così l’impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso. […]”
Così venne comunicato un invito di pace ai Capi dei popoli belligeranti, ma non di questo secolo. Un frammento della lettera del 1917 di Papa Benedetto XV si presta ad interpretazioni di sconcertante attualità, sottolineando soprattutto la necessità di raggiungere la prosperità attraverso la vera libertà dei popoli. Sono i popoli, infatti, anche secondo questa lettera, a vivere l’effetto del rinculo delle armi.
Con l’inizio del 2026, dopo l’arrivo delle truppe statunitensi sul suolo di Caracas, il vecchio sipario che nascondeva il fattore “petrolio” è stato aperto senza alcuna presentazione.
Nel corrente contesto geopolitico, come in quelli passati, le fonti energetiche non sono soltanto un mezzo per garantire progresso economico, ma risultano perlopiù zone nevralgiche di competizione.Naturalmente, dunque, si prestano anche a diventare zone chiave di conflitto.
Le politiche energetiche basate sulla militarizzazione delle aree più sensibili per l’approvvigionamento delle risorse non garantiscono sicurezza energetica, ma solo una conferma di possesso che trasforma la ricerca di accessibilità in una competizione di facile intensificazione. Questo articolo si propone quindi di osservare alcune delle principali zone ricche di risorse e vittime di competizione militare, vagliando diversi esempi recenti per analizzare alcuni dei casi in cui la corsa all’accesso energetico si è trasformata in un fattore di instabilità.
Dici “petrolio” dici “Hormuz”, ma non solo
Tra il Golfo di Oman e l’Iran passano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, più o meno il 20% dell’intero consumo globale.[1] Lo stretto di Hormuz però non è solo una zona fondamentale per il passaggio di petrolio e di GNL (Gas Naturale Liquefatto), ma è anche una zona di fragile equilibrio. Con una forte presenza statunitense nell’area, costruita mattone per mattone a partire dalla Dottrina Carter fino agli attacchi avvenuti nell’estate del 2025 tra USA e Iran, è la Fifth Fleet a controllare e proteggere il passaggio di risorse, con la sua base in Bahrain.
Sono proprio le tensioni a cui abbiamo assistito a partire dalla scorsa estate, culminate nel febbraio del 2026 con la stessa Fifth Fleet ad essere stata tra i primi bersagli della risposta iraniana[2] all’attacco congiunto israelo-americano.
A dimostrazione di come la garanzia dell’approvvigionamento energetico continui a passare per l’utilizzo delle armi tanto quanto accadeva alla fine degli anni Settanta. Anche l’Iran e altri paesi del Golfo possiedono le loro flotte e i loro strumenti per garantire i propri interessi.[3] Proprio in questi giorni vengono sollevate immense discussioni sull’effettività delle minacce iraniane rispetto all’utilizzo di sea mines come deterrente per eventuali attacchi alle sue coste[4]. Immediatamente, il “dilemma della sicurezza” si rende pertinente, con l’Iran che da tempo utilizza la chiusura e la securitizzazione dello Stretto come assicurazione sulla vita[5], possibilità di cui oggi[6] vediamo e paghiamo le conseguenze un barile alla volta.
La geografia è per l’Iran croce e delizia, con la sua estensione e composizione che insieme allo Stretto fungono da leve per assicurarsi uno spazio sempre aperto al tavolo negoziale. Da un lato, lo Stretto di Hormuz rappresenta per l’Iran una leva strategica essenziale per la propria sicurezza e sopravvivenza; dall’altro, la sua elevata militarizzazione contribuisce a mantenerlo intrappolato in una dinamica di costante tensione, alimentando un contesto strutturale di instabilità e insicurezza.
Infatti, se fino al 28 febbraio lo Stretto era stato il miglior modo per garantire i Net Export di risorse, soprattutto nel caso della Cina e dell’Asia, adesso diventa il miglior mezzo per riconoscere la necessità di diversificare il proprio paniere e rendersi il più indipendenti possibile. Il tentativo di esercitare un controllo, o quantomeno un’influenza dominante, su questo snodo strategico non garantisce affatto la sicurezza del transito delle risorse; al contrario, ne accresce la vulnerabilità. Lo Stretto di Hormuz si configura come un caso emblematico di strozzatura geografica che, pur nella sua complessità, assume i tratti di una profonda frattura geopolitica, all’interno della quale si manifesta il paradosso tra sicurezza e militarizzazione delle rotte energetiche.
Nel frattempo, la situazione ha già subìto un’escalation particolarmente importante sul fronte delle alternative allo Stretto. Infatti, se dalla Petroline saudita possono passare fino a sette milioni di barili di petrolio al giorno[7], questa non è comunque un’opzione troppo affidabile. Infatti, il 19 Marzo la raffineria del gigante petrolifero saudita SAMREF situata nel porto di Yanbu, affacciata sul Mar Rosso, è stata colpita dall’Iran in risposta all’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars[8].
Questo attacco segue quello alla raffineria di Ras Tanura[9], altro centro essenziale per il funzionamento della Petroline saudita. Di conseguenza, mentre la comunità internazionale è impegnata nella ricerca di soluzioni per garantire l’approvvigionamento energetico, le stesse infrastrutture e aree di produzione diventano bersaglio di attacchi e distruzioni. In questo contesto si inserisce coerentemente la posizione del principe saudita Mohammed bin Salman, il quale avrebbe sollecitato il presidente Donald Trump a intensificare le operazioni militari contro l’Iran, rafforzando ulteriormente una dinamica di escalation già in atto[10].
Rimanendo nell’ambito della recente aggressione all’Iran e del conflitto che ne è conseguito, è possibile avanzare un’analisi anche in relazione al mancato intervento della cosiddetta “fionda sciita”, in particolare del movimento Houthi. Infatti, è plausibile che il gruppo non sia entrato all’interno del conflitto prima di ora proprio per attendere il momento più adatto e mettere ancora più in crisi le conseguenze della Epic Fury e Roaring Lion, rispettivamente i nomi dell’operazione USA e Israeliana per attaccare l’Iran.
Ad oggi, dopo l’attacco subito dal Qatar al sensibilissimo complesso energetico di Ras Laffan, che ha messo a dura prova il sistema difensivo Patriot statunitense già criticato in altri contesti bellici, tra cui l’Ucraina[11], si aggiungerà la difficoltà creata proprio dagli Houthi che renderanno più complesso un nuovo build-up militare[12] all’interno del Mar Rosso e del porto di Bab al-Mandab[13].
Il blocco, o quantomeno la difficoltà per aumentare la presenza statunitense nel Mar Rosso, è d’aiuto proprio per l’Iran che diventa in grado di controllare meglio i danni collaterali, i rischi e le ingerenze militari di altre parti della catena di rifornimento energetico, rafforzando la sua posizione al tavolo negoziale. Ancora una volta è evidente che l’alta militarizzazione di punti strategici di approvvigionamento energetico, rappresentata dalla presenza di proxies come gli Houthi o da sistemi difensivi teoricamente deterrenti seppur poco efficienti, non rappresenta di certo un modo per assicurare tale rifornimento.
Rispetto alla situazione sui mari tra l’Europa dell’est e del nord, e più in generale rispetto alla situazione sul continente europeo, sono necessarie analisi diverse al fine di osservare come l’approvvigionamento energetico influenzi le dinamiche di conflitti o strategie di difesa.
Nel contesto dell’invasione russa in Ucraina, i problemi di approvvigionamento di gas e petrolio non sono strettamente correlati alla militarizzazione dei siti sensibili, si presenta però come un caso chiave per osservare come questi punti nevralgici di approvvigionamento non sono una leva politica solo nel breve termine ma possono cambiare anche gli equilibri geopolitici sul lungo termine.
Possiamo prendere come esempio gli attacchi di droni ucraini alla Caspian Pipeline Consortium (CPC) avvenuti a fine 2025, seguiti poi da altri attacchi nel primo mese del 2026[14].
Da questa pipeline passa circa l’1% dell’offerta di petrolio globale, nonché l’80% del petrolio del Kazakistan, collegando i giacimenti di quest’ultimo nell’ovest del paese ai giacimenti russi nel Mar Caspio[15].
La crisi della CPC aumenterebbe invece l’importanza della pipeline statale Kazakha, la KazTransOil, che trasporta più di centoquaranta milioni di barili all’anno verso il porto di Alashankou dello Xinjiang in Cina. La cooperazione tra Kazakistan e Unione Europea diminuirebbe, rendendo la Cina molto più importante a livello strategico ed economico per il paese[16].
Ma la securitizzazione delle risorse sul fronte europeo non termina solo all’interno della grande sfera economica che la riguarda, ma passa anche per questioni ancora più concrete. Infatti, già nel settembre 2022, la Norvegia aveva inviato delle milizie per proteggere le proprie istallazioni di gas e petrolio, soprattutto considerando l’innalzato livello di attenzione dovuto agli attacchi al Nord Stream[17]. Più recentemente, nel gennaio del 2026, la NATO ha avviato l’operazione Baltic Sentry che avrebbe permesso migliore cooperazione tra le capacità di sorveglianza nazionale dei vari paesi, annunciando anche l’utilizzo di una piccola flotta comprendente droni navali[18]. A metà febbraio 2026, tuttavia, la sicurezza della regione baltica è stata significativamente compromessa, in particolare a causa dell’attività della cosiddetta “flotta ombra” russa, la quale avrebbe trasportato ingenti volumi di petrolio – per un valore di diversi miliardi di dollari – eludendo il regime sanzionatorio occidentale e contribuendo al finanziamento delle operazioni militari in Ucraina[19].
Nel marzo dello stesso anno, l’Ucraina ha condotto attacchi di precisione nelle aree russe affacciate sul Baltico, colpendo anche il terminale attraverso cui il petrolio viene convogliato verso il porto di Ust-Luga. Quest’ultimo rappresenta uno snodo strategico di primaria importanza per la Russia nella regione, nonché uno dei principali punti di partenza delle navi riconducibili alla cosiddetta “flotta ombra”.
Con l’obiettivo di ridurre la disponibilità di carburante e le entrate economiche, ma anche di incidere sul morale e sulla percezione dell’efficacia del sistema difensivo russo, sono stati presi di mira ulteriori asset strategici, tra cui il terminale petrolifero di Primorsk e il cantiere navale di Vyborg.[20]
Le infrastrutture critiche di petrolio e gas si dimostrano dunque essenziali non solo per capire come l’alta militarizzazione, quando collegata all’approvvigionamento di queste risorse, non implica sempre un alto livello di sicurezza energetica. Ma serve anche per comprendere in che modo degli attacchi ad infrastrutture essenziali per i civili [21] sono anche fondamentali per le strategie militari a lungo raggio, come l’abbattimento dell’umore o la messa in crisi delle risorse essenziali di un paese belligerante. Inoltre, in questa ricostruzione, seppur ridotta in spazio e avvenimenti rispetto alla realtà, è evidente come la sicurezza delle infrastrutture vada oltre le alleanze e i blocchi strategici, in un’economia sempre più globalizzata, la mancanza di cooperazione e la mancanza di volontà diplomatica da parte degli Stati rende la militarizzazione quasi inutile se utilizzata come strumento a sé stante, creando più insicurezza nel lungo termine.
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Drill baby, drill!
L’approvvigionamento energetico, o meglio, la garanzia di accesso alle risorse energetiche come gas e petrolio, influenza i conflitti anche tramite meccaniche politiche di controllo che non ricorrono alla “proprietà” in senso stretto. Se prima è stato mostrato come la politica sia il contorno di strategie militari più ampie, ci sono altrettanti scenari all’interno dei quali la politica non è mera retorica di alleanze ma vera e propria leva per creare una prevedibile instabilità dedita al controllo a lungo termine.
L’applicazione della dottrina della Responsibility to Protect (R2P) in Libia nel 2011 [22], caratterizzata da significative carenze di coordinamento, in particolare nella fase di post-conflict rebuilding, ha evidenziato le criticità insite negli interventi orientati al regime change come strumento di gestione degli equilibri politici ed economici, inclusi quelli legati alle risorse energetiche. È noto, infatti, che diversi paesi occidentali, tra cui Italia, Francia e Regno Unito, presentavano una rilevante dipendenza dal petrolio libico. Nel corso della campagna del 2011, non furono celate le preoccupazioni circa una possibile contrazione della produzione petrolifera dovuta alla crisi interna al paese.
In tale contesto, l’evoluzione successiva della Libia verso una marcata frammentazione politico-territoriale è stata oggetto di ampio dibattito. Alcune interpretazioni attribuiscono anche agli interessi divergenti degli attori esterni – in particolare europei – un ruolo nel contribuire indirettamente all’acuirsi delle dinamiche conflittuali, configurando il teatro libico come uno spazio di competizione per procura[23][24][25].
La Libia non rappresenta un caso isolato; anche il Venezuela, alla luce dell’escalation recente, offre una prospettiva contemporanea per osservare la persistenza di analoghe dinamiche politico-strategiche legate a instabilità interna, pressioni esterne e competizione per le risorse.
Per comprendere le modalità attraverso cui l’influenza statunitense si è intrecciata con l’economia venezuelana – in forme non riconducibili direttamente alla proprietà delle risorse – è necessario risalire almeno al 1976, anno in cui il presidente Carlos Andrés Pérez nazionalizzò l’industria petrolifera istituendo la compagnia statale Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA).
A partire dagli anni Novanta e, soprattutto, con l’ascesa di Hugo Chávez nel 1998, il settore energetico fu progressivamente ricondotto sotto un più stretto controllo statale, con un ridimensionamento del ruolo degli attori stranieri e una crescente politicizzazione della gestione di PDVSA.
Le difficoltà strutturali del sistema – aggravate da inefficienze gestionali, crisi economiche e calo della produzione – si sono ulteriormente intensificate nel tempo anche a causa dell’imposizione di sanzioni statunitensi, che hanno limitato l’accesso del paese ai mercati finanziari e alle tecnologie necessarie per il settore petrolifero[26].
Il controllo esercitato dagli Stati Uniti sul settore petrolifero venezuelano non si esaurisce nel regime sanzionatorio, ma trova in esso uno dei suoi principali strumenti operativi. Le sanzioni finanziarie introdotte nel 2017 dall’amministrazione Trump hanno inciso profondamente sulla capacità di finanziamento di Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), limitando l’accesso ai mercati del credito e proibendo alle istituzioni finanziarie statunitensi di concedere nuovi prestiti sia alla compagnia statale sia al governo venezuelano .
A tali misure si sono affiancate le sanzioni del 2019, che hanno colpito direttamente il settore energetico, includendo il congelamento degli asset e il blocco delle transazioni con PDVSA, nonché l’interruzione dei flussi finanziari tra la controllata statunitense Citgo e Caracas . Contestualmente, il divieto di esportazione verso il mercato statunitense ha contribuito a ridisegnare i flussi commerciali del petrolio venezuelano, favorendo una maggiore dipendenza da altri partner, in particolare asiatici, ma accentuando al contempo l’isolamento del settore.
In risposta, il Venezuela ha tentato di aggirare tali restrizioni attraverso strumenti alternativi di pagamento, tra cui il ricorso alle criptovalute, nel tentativo di eludere i meccanismi di controllo finanziario internazionale [27] [28] [29] [30] [31].
Alla fine del 2025, l’embargo statunitense sul Venezuela ha peggiorato la situazione per il governo di Maduro, che basava la maggior parte del commercio di petrolio sulla sua shadow fleet[32]. Ad oggi gli Stati Uniti controllano ancora le vendite venezuelane, come annunciato apertamente dopo l’apice delle operazioni americane avvenuto con la cattura dell’ex presidente Maduro, senza specificare subito quale percentuale di guadagno sarebbe stato tornato al Venezuela.[33] Soltanto alla fine del gennaio 2026 è stato comunicato dal Segretario di Stato Marco Rubio che i fondi sarebbero stati depositati “su un conto controllato da noi [governo statunitense]” sotto richiesta di un budget da parte del governo ad interim venezuelano, che avrebbe specificato cosa necessitavano finanziare[34]. Sembra dunque essere questa la strategia statunitense per mettere in pratica la propria indipendenza come scritto sulla National Security Strategy del 2025[35].
Il controllo statunitense sull’industria petrolifera venezuelana passa anche dal legame dei due paesi lungo la catena produzione-raffinazione del greggio. Infatti, moltissime raffinerie posizionate sulle coste statunitensi sono state create, prima del boom economico dello stesso petrolio statunitense, appositamente per processare il petrolio grezzo e denso dell’America latina. [36] Le infrastrutture venezuelane non sono adeguate al processo di raffinazione del suo petrolio difficile da processare, con infrastrutture vecchie e decadenti[37]. Infatti, ancora oggi, nonostante l’aumento di produzione dopo l’accordo trovato con gli Stati Uniti, la rete di raffinerie venezuelane riporta che le sue infrastrutture permettono di raggiungere solo il 31% della loro effettiva capacità di barili processabili [38].
Nei casi considerati, la leva politica non si limita alla dimensione retorica, ma si configura come espressione di precise dinamiche di potere che trascendono la mera dimensione economica. In Libia, l’intervento del 2011 si inserisce in un diverso contesto di cooperazione internazionale, ma ha contribuito a un quadro di frammentazione e instabilità in un paese fortemente dipendente dalle risorse energetiche . Nel caso del Venezuela, invece, il controllo si articola prevalentemente attraverso strumenti economico-finanziari che hanno generato forme di dipendenza strutturale. In entrambi i contesti, la competizione per l’accesso alle risorse energetiche e l’impiego di strumenti coercitivi hanno prodotto effetti negativi sulla sicurezza di lungo periodo, pur preservando, almeno in parte, gli interessi strategici delle grandi potenze.
La diversificazione come risposta incompleta
Il tema della sicurezza energetica e dell’approvvigionamento può essere analizzato anche alla luce del principio della diversificazione, inteso come strumento volto a garantire la resilienza dei sistemi energetici, in particolare per i paesi non autosufficienti in termini di risorse. In questa prospettiva, la disponibilità di fonti alternative dovrebbe consentire di compensare eventuali interruzioni dell’offerta. Tuttavia, tale approccio incontra limiti evidenti quando le stesse aree di approvvigionamento risultano esposte a dinamiche di instabilità e conflitto, divenendo esse stesse epicentri di insicurezza energetica.
Alla luce di ciò, il presente paragrafo conclusivo intende analizzare come la dipendenza europea, e in particolare italiana, si intrecci con le conseguenze dell’intervento in Libia e con la persistente instabilità del paese.
In uno studio del 2024[39], nonostante l’allontanamento dalle risorse russe, l’Unione Europea è rimasta fortemente dipendente da risorse energetiche di paesi terzi. L’analisi citata utilizza tre pilastri di valutazione: il consumo interno e l’export, la capacità di autosufficienza rispetto al gas naturale, e la capacità di autosufficienza rispetto a combustibili fossili. Gli Stati sul podio della dipendenza energetica sono risultati essere, in ordine: Germania, Italia, Francia. Sempre nel 2024, dati Eurostat riportano una percentuale di dipendenza italiana dagli import energetici del 73.884[40]. Passando invece ad un dato del 2025, sul podio dei partner fornitori di greggio dell’UE troviamo Stati Uniti (14.6%), Kazakhistan (12.8%) e Norvegia (12.8%). Ma è subito dopo questi tre che troviamo la Libia, con il 9.1%.[41]
L’Italia, in particolare, nel 2024, ha importato il 78.9% della sua energia. All’interno dell’interezza dell’energia prodotta o importata in Italia, figura ben il 40% di gas naturale e il 36% di petrolio e prodotti derivati.[42] Nel 2024, l’Italia ha importato dalla Libia un valore di greggio pari a 6.83 miliardi di USD[43]. Eppure, nonostante gli import dall’Iraq e dall’Arabia Saudita ammontino rispettivamente a “solo” 2.42 miliardi e 2.09 miliardi di USD[44], l’attualissima crisi del petrolio in Medioriente ha fatto alzare i prezzi notevolmente. Chiaramente, va sottolineato che il conflitto in Medioriente ha messo in enorme difficoltà il settore energetico dell’Italia perché, fino al 2024, il 45.21% di GLN italiano è stato importato dal Qatar[45]. Questo conflitto è un punto di rottura importante sia per la nostra sicurezza energetica che per l’alleanza con gli Stati Uniti, un punto di rottura che la politica italiana non ha voluto discutere in profondità. Ciononostante, la premier Meloni ha apertamente detto che Roma avrebbe supportato la difesa aerea degli stati del Golfo attaccati dall’Iran[46], ma sarebbe anche stato necessario sottolineare come l’Italia si ritrovi a dover gestire le conseguenze di una guerra iniziata da uno dei suoi alleati più cari.
Nonostante le differenze tra i due contesti, risulta naturale chiedersi cosa succederebbe se oggi una crisi del genere provenisse dalla Libia.
Il processo di frammentazione in Libia va avanti da ormai più di un decennio. Il governo di Haftar controlla la parte orientale del paese, accompagnato dal Libyan National Army (LNA), mentre il governo riconosciuto dalla comunità internazionale è il Government of National Unity (GNU) e risiede nella parte occidentale del paese.
È nella sezione della Libia controllata da Haftar, però, che si trovano i principali snodi per esportare il greggio dal paese verso le raffinerie in Europa. Recentemente, le tensioni tra i due gruppi sembrano aver trovato un punto d’incontro approvando un budget di comune accordo che è stato definito un passaggio verso una cooperazione formale[47].
Tuttavia, tale accordo deve essere inserito in un quadro più ampio di intese informali tra le autorità libiche contrapposte, che hanno consentito la continuità delle esportazioni petrolifere verso le raffinerie europee nonostante le difficoltà emerse all’inizio del conflitto russo-ucraino. Nel 2022, Khalifa Haftar e rappresentanti del Governo di Unità Nazionale (GNU) avrebbero raggiunto un’intesa volta a garantire i flussi di esportazione attraverso una nuova entità operante nei territori sotto il controllo di Haftar, in grado di eludere, almeno parzialmente, i meccanismi fiscali e istituzionali di Tripoli.
Tale configurazione può essere interpretata come un compromesso funzionale al mantenimento dei rapporti energetici con l’Europa, riducendo al contempo il livello di esposizione politica rispetto alle pratiche controverse attribuite alle autorità della Cirenaica [48].
Necessità di accordi come questo provengono dall’esistenza di pericoli come i blocchi causati dalle forze della Libia orientale[49] chiamate Petroleum Facilities Guards (PFG).
Nel recente 2025, le PFG hanno avuto scontri con altre brigate che volevano controllare dei giacimenti petroliferi[50]. Ad aggravare questi rapporti di forza, è l’esistenza di gruppi di milizie private (PMSCs) che vengono utilizzate proprio per proteggere infrastrutture energetiche a rischio[51]. La Libia si configura oggi anche come uno spazio di proiezione indiretta del conflitto russo-ucraino. In tale contesto, la presenza di personale ucraino nella Libia occidentale – autorizzata dal governo di Tripoli – si inserirebbe in un quadro di cooperazione più ampio, comprendente attività di addestramento delle forze locali e lo sviluppo di capacità operative, inclusi sistemi aerei a pilotaggio remoto, in prossimità di infrastrutture energetiche strategiche [52].
All’interno dello scenario della frammentazione libica, vanno aggiunte le ingerenze della comunità internazionale. Paesi come la Turchia, gli Emirati Arabi, la Russia, l’Egitto sono certamente inclusi parlando di supporto dato alle fazioni contenute e contenenti i due governi libici[53].
La sicurezza dell’approvvigionamento energetico non può essere garantita esclusivamente attraverso il ricorso a strumenti coercitivi, quali milizie o rapporti di forza, oggi ulteriormente destabilizzati dal crescente ruolo di attori proxy sostenuti da terzi. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia, presentano un’elevata dipendenza dalle importazioni energetiche che, tuttavia, non appare sempre accompagnata da una strategia pienamente coerente e di lungo periodo.
In tale contesto, cooperazione, diplomazia e transizione verso fonti rinnovabili rappresentano strumenti più sostenibili per il raggiungimento di una sicurezza energetica duratura. Finché la competizione per l’accesso alle risorse continuerà a essere regolata da logiche di potenza, le catene di approvvigionamento resteranno esposte a fragilità strutturali.
Le conseguenze di tali dinamiche ricadono in ultima istanza sulle fasce più vulnerabili della popolazione, sia in termini economici, attraverso l’aumento dei costi energetici, sia in termini umani, nei contesti direttamente colpiti dai conflitti armati.
Note
[1] https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65504#:~:text=The%20Strait%20of%20Hormuz%2C%20located,of%20global%20petroleum%20liquids%20consumption.
[2] https://www.military.com/feature/2026/02/28/attack-us-navy-fifth-fleet-headquarters-bahrain.html
[3] https://atlasinstitute.org/the-strait-of-hormuz-a-key-point-for-global-energy-and-security/
[4] https://www.reuters.com/world/middle-east/iran-says-coastal-attack-will-lead-full-gulf-closure-mine-laying-2026-03-23/
[5] https://www.forbes.com/sites/rrapier/2025/06/22/the-strait-of-consequences-world-braces-for-potential-energy-shock/
[6] https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/25/irans-closure-of-the-strait-of-hormuz-is-an-international-crisis
[7] https://www.aa.com.tr/en/economy/hormuz-crisis-why-gulf-s-energy-export-alternatives-remain-limited/3877060#
[8] https://www.reuters.com/business/energy/saudi-red-sea-port-yanbu-targeted-aerial-attack-minimal-impact-source-says-2026-03-19/
[9] https://www.euronews.com/2026/03/02/drones-hit-saudi-ras-tanura-refinery-as-iran-strikes-targets-across-region
[10] https://www.theguardian.com/world/2026/mar/27/saudi-arabia-us-iran-attacks-mohammed-bin-salman
[11] https://english.nv.ua/business/iran-used-missiles-that-evaded-patriots-in-strike-on-qatarenergy-ft-reports-50594020.html
[12] C’è inoltre da sottolineare che l’imbarcazione statunitense USS Gerald R. Ford è stata forzatamente spostata verso Creta per un incidente a bordo. Come riportato da France 24 https://www.france24.com/en/live-news/20260323-uss-gerald-ford-back-at-crete-naval-base-afp. Questo vuoto lasciato dagli Stati Uniti giova a favore degli Houti che hanno delle leve molto più importanti. Tuttavia, l’escalation continua e non è chiaro come si procederà, visto che la USS Gerald R. Ford verrà sostituita dalla USS George H.W. Bush, come ripostato da The Hill https://thehill.com/policy/defense/5810825-us-sends-troops-middle-east/.
[13] https://www.bbc.com/news/articles/cd6l5n8jv4yo
[14] https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/analyses/2026-02-04/ukrainian-attacks-cpc-oil-pipeline-outlook-kazakhstans-oil-sector
[15] https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/285144#:~:text=In%20this%20regard%2C%20the%20Kazakh,ICE%20ALMATY [16] Ibidem; https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/analyses/2026-02-04/ukrainian-attacks-cpc-oil-pipeline-outlook-kazakhstans-oil-sector
[17] https://www.reuters.com/business/energy/norway-beefs-up-security-across-oil-gas-sector-2022-09-28/
[18] https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/01/14/nato-launches-baltic-sentry-to-increase-critical-infrastructure-security
[19] https://odessa-journal.com/oil-transport-under-false-flags-threatens-baltic-security [20] https://odessa-journal.com/public/index.php/ukraine-targets-russian-oil-and-ports-in-precision-strikes
[21] La Chamber della Corte Penale Internazionale, nel suo mandato d’arresto a Benjamin Netanuahy, e nel contesto del conflitto tra Israele e Hamas, ha sottolineato che tra gli oggetti indispensabili per la sopravvivenza dei Gazawi si colloca anche il carburante. https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestine-icc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges?gsid=28c71327-1169-45e4-994c-3fefa9f4dee6
[22] https://documents.un.org/doc/undoc/gen/n05/487/60/pdf/n0548760.pdf?OpenElement&_gl=1*1syhwtt*_ga*NjkwNDI2MTc4LjE3NTc2MDE1NDg.*_ga_TK9BQL5X7Z*czE3NzU1ODQwODkkbzI2JGcwJHQxNzc1NTg0MDg5JGo2MCRsMCRoMA.
[23] Kushi, Sidita. “Intervention in Libya: National Interests and Regional Demands.” In From Kosovo to Darfur: The Regional Biases within Humanitarian Military Interventionism. University of Michigan Press, 2025. Pp.: 139, 144-145. http://www.jstor.org/stable/10.3998/mpub.12903518.13.
[24] https://www.jointproject.org/wp-content/uploads/2023/04/joint_rp_15.pdf P. 13.
[25] Ibidem, Pp.: 15-19.
[26] https://www.cfr.org/backgrounders/venezuela-crisis.
[27] https://www.aljazeera.com/news/2017/8/25/us-imposes-sweeping-financial-sanctions-on-venezuela
[28] Ibidem.
[29] https://www.wola.org/wp-content/uploads/2020/10/Oliveros-report-summary-ENG.pdf Pp. 3-4.
[30] https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/how-venezuela-uses-crypto-to-sell-oil-and-what-the-us-should-do-about-it/
[31] https://news.bitcoin.com/report-iran-charges-crypto-and-yuan-tolls-for-strait-of-hormuz-oil-tanker-passage/
[32] https://www.atlanticcouncil.org/dispatches/what-trumps-venezuela-oil-blockade-means-for-maduro-and-the-world/
[33] https://www.bbc.com/news/articles/ckgn7p7g79wo
[34] https://apnews.com/article/venezuela-trump-oil-sales-rubio-maduro-rodriguez-61ad64e8a983db7faaa80beb71ba1aa4
[35] La NSS del 2025 scrive chiaramente “We must re-secure our own independent and reliable access to the goods we need to defend ourselves and preserve our way of life. This will require expanding American access to critical minerals and materials while countering predatory economic practices.” https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf P.13
[36] https://www.theguardian.com/business/2026/jan/05/venezuelan-crude-oil-appeals-to-us-refineries
[37] https://www.nrdc.org/stories/venezuelas-oil-resources-are-vast-and-should-stay-underground#infrastructure.
[38] https://www.reuters.com/business/energy/venezuelas-refineries-down-31-crude-processing-capacity-workers-say-2026-04-08/.
[39] Postolachi, Andrei-Teofil & Stefan-Catalin, Topliceanu. (2025). Assessing the EU Energy (In)Dependency on Conventional Resources in Times of War. Ovidius University Annals. Economic Sciences Series. 24. 69-75. DOI:10.61801/OUAESS.2024.2.11.
[40] https://doi.org/10.2908/NRG_IND_ID.
[41] https://www.consilium.europa.eu/en/infographics/where-does-the-eu-get-its-oil-from/.
[42] https://www.iea.org/countries/italy/energy-mix.
[43] https://oec.world/en/profile/bilateral-product/crude-petroleum/reporter/ita.
[44] Ibidem.
[45] https://www.trade.gov/market-intelligence/italy-energy-liquefied-natural-gas-lng.
[46] https://www.euronews.com/2026/04/04/meloni-in-the-gulf-harmony-on-gas-and-defence-with-qatar-the-emirates-and-saudi-arabia.
[47] https://www.aljazeera.com/news/2026/4/11/libya-approves-first-unified-budget-in-more-than-a-decade
[48] https://www.aljazeera.com/news/2026/4/6/libyas-oil-disputes-mirror-hormuz-crisis-fuel-european-energy-fears.
[49] https://www.dcaf.ch/sites/default/files/publications/documents/ConferenceReportLibyaOilGasInfrastructureEN_26.4.21.pdf Pp. 5-7.
[50] https://libyaobserver.ly/news/petroleum-facilities-guard-raises-level-preparedness-secure-al-wafa-oilfield#:~:text=Home-,Petroleum%20Facilities%20Guard%20raises%20level%20of%20preparedness%20to%20secure%20Al,any%20developments%20at%20the%20field.
[51] Ibidem.
[52] https://www.kyivpost.com/post/73189.
[53] https://www.ispionline.it/en/publication/libya-faces-another-wave-of-violence-209557.
Foto copertina: Instabilità politica e militarizzazione energetica













