Dall’“America First” alla proiezione globale della potenza statunitense: Iran, Ucraina, Venezuela, Cuba, intelligenza artificiale e Nazioni Unite al centro del discorso del presidente americano.
Un discorso per riaffermare la potenza americana
Nel corso dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha utilizzato ancora una volta il podio di New York come piattaforma per delineare la propria visione dell’ordine internazionale. Il discorso del presidente statunitense, durato circa 37 minuti, ha intrecciato politica estera, sicurezza, tecnologia e rapporti con le istituzioni multilaterali, proponendo una rappresentazione degli Stati Uniti come principale attore capace di intervenire direttamente nei grandi dossier internazionali.
Il messaggio di fondo è rimasto coerente con l’impostazione della politica estera della seconda amministrazione Trump: la forza americana viene presentata come lo strumento attraverso il quale Washington può modificare gli equilibri internazionali, mentre le organizzazioni multilaterali vengono valutate soprattutto sulla base della loro capacità di produrre risultati concreti.
Trump ha rivendicato i risultati della propria amministrazione e ha contrapposto la propria azione a quella di governi e istituzioni che, secondo la sua ricostruzione, avrebbero preferito la diplomazia dichiarativa all’esercizio della potenza. La formula “America First” è così tornata a essere non soltanto un principio di politica interna, ma una chiave di lettura della posizione americana nel sistema internazionale.
Iran, tra guerra e ricerca di un accordo
Il passaggio più duro del discorso ha riguardato l’Iran. Trump ha difeso la campagna militare statunitense-israeliana contro Teheran, sostenendo che l’intervento abbia impedito all’Iran di arrivare a disporre di un’arma nucleare e presentando l’azione militare come una scelta necessaria di fronte alla minaccia iraniana.
Allo stesso tempo, il presidente americano ha lasciato aperta la porta a un accordo. Trump ha descritto la situazione come una scelta tra la possibilità di raggiungere un’intesa che consenta all’Iran di ricostruire il proprio Paese e quella di procedere verso una nuova escalation militare. In questo contesto è arrivata la minaccia di “annientare” la Repubblica islamica qualora non si raggiunga un accordo di pace.
La posizione espressa a New York combina dunque due elementi apparentemente contrapposti: da una parte la disponibilità a negoziare, dall’altra la minaccia dell’utilizzo della forza come strumento di pressione. È una concezione della diplomazia nella quale il negoziato viene sostenuto dalla capacità di imporre costi all’avversario.
Trump ha inoltre chiesto agli altri Paesi di contribuire all’isolamento economico dell’Iran, con l’obiettivo di aumentare la pressione su Teheran e riportarlo al tavolo delle trattative. Nelle ore successive al discorso, il presidente ha anche riferito di un incontro definito “molto positivo” tra rappresentanti statunitensi e interlocutori legati alla delegazione iraniana, precisando poi che i suoi inviati avevano incontrato mediatori.
Ucraina: la promessa di una soluzione rapida
Un altro passaggio significativo ha riguardato la guerra russo-ucraina. Trump ha sostenuto che Washington stia lavorando con i leader di Russia e Ucraina e ha ribadito la convinzione che il conflitto possa essere portato a conclusione.
“Lo faremo”, è stato il senso delle sue parole, accompagnate dalla previsione che una soluzione possa arrivare più rapidamente di quanto molti osservatori immaginino.
Il riferimento all’Ucraina si inserisce nella più ampia narrazione con cui Trump presenta la propria amministrazione come protagonista di un’attività diplomatica finalizzata alla conclusione dei conflitti. Una narrazione che il presidente americano ha esteso anche ad altre crisi internazionali, rivendicando un ruolo diretto degli Stati Uniti nella ricerca di accordi.
Rimane tuttavia da verificare sul terreno diplomatico quanto questa impostazione possa tradursi in un’intesa sostenibile tra Mosca e Kyiv. Nel corso della stessa giornata Trump ha incontrato Volodymyr Zelenskyy a New York, mentre il presidente ucraino ha successivamente ribadito la disponibilità di Kyiv a discutere formule per arrivare alla fine della guerra.
Venezuela, Cuba e il ritorno della centralità americana nell’emisfero occidentale
Il discorso ha dedicato ampio spazio anche all’America Latina. Trump ha rivendicato l’azione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, presentandola come dimostrazione della volontà americana di impedire che minacce alla sicurezza nazionale statunitense possano consolidarsi nell’emisfero occidentale.
La formula utilizzata dal presidente americano è particolarmente significativa perché riafferma una concezione fortemente geopolitica dello spazio latinoamericano: Washington rivendica una responsabilità speciale sulla sicurezza dell’emisfero e non esclude l’impiego della propria superiorità militare quando ritenga in gioco interessi nazionali fondamentali.
Il riferimento a Cuba ha seguito la stessa impostazione. Trump ha definito l’isola uno Stato fallito e ha sostenuto che la libertà arriverà a Cuba, annunciando al contempo la volontà della sua amministrazione di favorire un cambiamento sostanziale della situazione politica cubana. Durante il discorso, alcuni membri della delegazione cubana hanno abbandonato l’aula.
Anche il Messico è stato chiamato direttamente in causa, con Trump che ha indicato il Paese come uno dei principali epicentri della violenza legata ai cartelli della droga. La lotta ai cartelli è stata inserita nel quadro più generale della strategia americana contro le organizzazioni criminali transnazionali.
L’ONU e il confronto con il multilateralismo
Particolarmente significativo è stato il rapporto con la stessa organizzazione che ospitava il discorso. Trump ha riconosciuto alle Nazioni Unite un potenziale importante, ma ha contestato duramente il funzionamento dell’organizzazione e ciò che considera l’influenza di una burocrazia internazionale non sufficientemente legittimata dagli Stati.
Il presidente americano ha rivendicato quelli che ha descritto come interventi di riforma dell’ONU realizzati dalla propria amministrazione, compresi tagli al bilancio e riduzioni del personale. Parallelamente ha criticato le organizzazioni internazionali e le proposte di nuove forme di tassazione globale.
La distanza rispetto alla visione espressa poco prima dal segretario generale António Guterres è evidente. Nel suo ultimo discorso di apertura dell’Assemblea Generale prima della conclusione del mandato, Guterres ha parlato di “linee di frattura” sempre più profonde nel sistema internazionale e ha insistito sulla necessità di una cooperazione multilaterale davanti a crisi che nessuna potenza può affrontare da sola.
Il confronto tra i due interventi fotografa quindi una delle principali tensioni dell’attuale ordine internazionale: da una parte la centralità della cooperazione istituzionale, dall’altra la rivendicazione della sovranità e della capacità degli Stati più potenti di agire autonomamente.
“Super intelligence”: la nuova frontiera della competizione strategica
Tra gli elementi più caratteristici dell’intervento di Trump c’è stato anche il riferimento all’intelligenza artificiale. Il presidente ha proposto di utilizzare negli atti del governo statunitense l’espressione “super intelligence” al posto di “artificial intelligence”, sostenendo che Washington sia in una posizione di forte vantaggio rispetto alla Cina e agli altri concorrenti.
Trump ha respinto le preoccupazioni relative alla necessità di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, descrivendole come parte di una visione che rischierebbe di frenare l’innovazione americana. Secondo la sua impostazione, l’IA rappresenta una trasformazione paragonabile, per portata, alla rivoluzione industriale.
Il tema tecnologico assume così una dimensione esplicitamente geopolitica. La competizione sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la capacità delle imprese di sviluppare nuovi modelli, ma anche la superiorità tecnologica, economica e militare degli Stati. Il messaggio di Trump è che gli Stati Uniti intendano mantenere una posizione dominante nella nuova competizione tecnologica globale.
La critica alla Corte penale internazionale
Un ulteriore elemento riguarda la Corte penale internazionale. Trump ha invitato gli Stati membri a ritirarsi dall’organizzazione, definendola un’istituzione fuori controllo e accusandola di perseguire una linea ostile nei confronti degli Stati Uniti. Ha inoltre sostenuto che Washington non accetterà che propri militari siano sottoposti a procedimenti che considera politicamente motivati.
Anche in questo caso emerge la centralità del principio di sovranità nazionale nella visione trumpiana. La critica alla Corte si inserisce infatti in una più ampia contestazione delle istituzioni sovranazionali quando queste possano esercitare forme di autorità considerate incompatibili con la prerogativa degli Stati.
Un ordine internazionale fondato sulla forza americana
Il discorso di Trump all’ONU restituisce quindi una precisa rappresentazione della politica internazionale. Washington non rinuncia al negoziato, ma lo interpreta all’interno di un rapporto di forza nel quale la capacità militare ed economica degli Stati Uniti costituisce il principale strumento di pressione.
Iran, Ucraina, Venezuela e Cuba rappresentano, da questo punto di vista, scenari differenti ma collegati dalla stessa idea: gli Stati Uniti devono mantenere la capacità di intervenire direttamente quando ritengono minacciati i propri interessi.
La stessa impostazione emerge sul terreno tecnologico. L’intelligenza artificiale viene interpretata come una nuova dimensione della competizione tra grandi potenze, mentre l’ONU e le altre istituzioni multilaterali vengono sottoposte a una valutazione basata sulla loro capacità di adattarsi a un sistema internazionale nel quale la distribuzione della potenza rimane profondamente asimmetrica.
Il discorso pronunciato a New York non ha dunque rappresentato soltanto una rassegna delle principali crisi internazionali. È stato soprattutto un intervento sulla concezione americana dell’ordine mondiale: una politica estera nella quale la diplomazia rimane presente, ma sostenuta dalla proiezione della potenza statunitense e dalla rivendicazione della sovranità nazionale.
Foto copertina: Trump all’ONU












