
Intervista con Jonathan Ferguson, Curatore del Dipartimento Armi da Fuoco e Artiglieria presso il Royal Armouries Museum nel Regno Unito e autore di numerose pubblicazioni sul tema.
A cura di Andrea Minervini e Paolo Mauri
L’estetica delle armi può essere un tema controverso, principalmente perché tali oggetti sono pensati e progettati per la distruzione e per togliere la vita. Ciononostante, una dimensione estetica rimane innegabilmente presente, sia in passato che in epoca moderna, poiché l’essere umano ha costantemente sviluppato preferenze riguardo al design di armi e armature. Quanta importanza riveste questa componente estetica nelle varie fasi del “mercato” delle armi? È influente quanto la funzionalità? Per esplorare queste domande e fornire un’analisi più approfondita di questo tema complesso, abbiamo parlato con un esperto, Jonathan Ferguson, Curatore del Dipartimento Armi da Fuoco e Artiglieria presso il Royal Armouries Museum nel Regno Unito e autore di diverse pubblicazioni in materia.
Perché alcune persone sono affascinate dalle armi? Esiste – o è esistita – una componente puramente estetica negli strumenti di guerra? Se sì, cosa può dirci al riguardo?
«Mai puramente estetica: qualsiasi arte applicata, per definizione, conserva la propria funzione pratica, se non altro in teoria. Un’arma placcata d’oro spara ancora, e un fucile da caccia splendidamente intagliato e intarsiato è pur sempre concepito per essere utile nella caccia. Una componente estetica è presente quasi fin dall’inizio – si veda la nostra cosiddetta “pistola di Danzica” (circa 1400 d.C.), che presenta diversi volti umani fusi all’interno della struttura per scopi decorativi e, forse, simbolici. Il nostro stesso ambito di studi, quello delle “armi e armature”, nasce essenzialmente come disciplina storico-artistica derivata dalle comunità di collezionisti del XIX secolo (il Metropolitan Museum of Art di New York ne è un ottimo esempio: non espongono nulla di successivo agli anni ’70 dell’Ottocento, poiché il loro focus è proprio sulla maestria artigianale e sull’arte).
I collezionisti dell’epoca studiavano la tipologia di armi e armature in base al loro ruolo offensivo o difensivo, ma hanno sempre privilegiato oggetti splendidamente progettati, realizzati e decorati. E naturalmente, anche le armi e le armature non decorate vengono comunque apprezzate per il loro design e la loro fattura, specialmente quelle realizzate o almeno rifinite a mano. Le armi funzionali prodotte in serie, invece, sono apprezzate più per il design e l’ingegneria. Direi quindi che l’arte, il design e la tecnologia – e tutte le persone coinvolte in queste attività – costituiscono la base della nostra materia, con gli oggetti a fare da cuore pulsante di questa cultura materiale tangibile.
Per quanto riguarda il motivo del fascino, al di là dell’estetica credo che qualsiasi cosa sia in grado di togliere la vita sia intrinsecamente interessante e/o spaventosa per le persone.
Le armature sono interessanti per le loro proprietà protettive, ma anche come costume e moda. Alcuni, poi, sono affascinati dal design e dalla tecnologia (che siano aggraziati o brutti e funzionali), che si tratti di aerei, treni, automobili… o armi».
Alcuni tipi di armi – come la serie sovietica/russa “AK” – sono diventati iconici e riconoscibili in tutto il mondo. Qual è il motivo? Il tentativo di preservare la sua silhouette simbolica potrebbe essere un fattore importante nella fase di sviluppo rispetto ad altri tipi di “vantaggi”?
«La ragione principale è che sono stati prodotti più esemplari di questo tipo di fucile che di qualsiasi altro nella storia, e molti sono stati venduti a basso costo, regalati o concessi in licenza di produzione dall’Unione Sovietica e dalla Repubblica Popolare Cinese.
Dieci volte più del suo rivale più prossimo, il modello AR-15. È diventato culturalmente significativo perché “era lì”. Se l’FN FAL o l’AR-15 fossero stati altrettanto comuni, avrebbero ottenuto lo stesso status. C’è forse anche una tesi a favore del suo aspetto robusto e funzionale rispetto ad altri tipi.
È facile da riprodurre su una bandiera (come quella del Mozambico) o, ad esempio, su un “tappeto di guerra” afghano, mentre altri tipi sono meno identificabili. Il principale elemento di riconoscimento che permette questo è il lungo caricatore curvo.
Infatti, mi hanno fatto notare che l’arma appare molto diversa senza di esso, e molti faticano a identificare le armi della famiglia AK che hanno caricatori più dritti a causa di calibri differenti. Le persone (siano essi utilizzatori o osservatori/consumatori di cultura pop) sembrano anche essere attratte dalle armi a canna corta in generale, e l’AK aveva una canna da 16 pollici (circa 40 cm) fin dall’inizio. Una volta stabilitosi in grandi quantità nelle mani di forze diverse dalle organizzazioni militari/di polizia occidentali, il suo prestigio era consolidato. Era l'”arma preferita dal nemico” (‘Heartbreak Ridge’, 1986) o l’arma dell’oppresso, a prescindere che si trovasse dalla parte giusta o sbagliata della legge o della morale prevalente. Infine, è generalmente estremamente affidabile e robusto, e resiste alla scarsa manutenzione meglio della maggior parte degli altri design».
Quali tipi di approccio ergonomico esistono negli armamenti moderni? C’è una differenza tra i sistemi occidentali e quelli orientali?
«Non sono a conoscenza di un approccio o di un’etica formalizzati. Al contrario, questo aspetto è cresciuto organicamente sulla base di fattori locali, tra cui le competenze prevalenti, la propensione all’innovazione e fattori politici ed economici. Ci si potrebbe scrivere almeno una tesi di dottorato per rispondere a questa domanda!
In linea di massima, i progettisti statunitensi hanno privilegiato sempre di più la facilità d’uso intuitivo da parte di reclute che probabilmente avevano già familiarità con i fucili, e l’impiego di “abilitatori” come i sistemi di puntamento ottici.
Al contrario, l’Unione Sovietica era più incline ad “addestrare l’utente in funzione del mezzo”, adattandosi a progetti più semplici; ciò rifletteva probabilmente l’affidamento a soldati di leva e, forse, una maggiore tolleranza per le perdite. La dottrina fuciliera sovietica finì per concentrarsi sulle raffiche sparate imbracciando l’arma durante l’avanzata utilizzando l’AK (originariamente introdotto come pistola mitragliatrice), delegando i colpi mirati di precisione a un tiratore scelto di squadra (un concetto che l’URSS ha introdotto per prima con l’SVD). In alternativa, si può vedere questo approccio come un pragmatico riconoscimento del fatto che i fucili di fanteria possono essere efficaci solo fino a 300 metri. Le tattiche occidentali, invece, sono rimaste focalizzate sulla precisione del singolo tiratore fino a 500 o 600 metri.
Oggi vi è un consenso generale sul fatto che gli standard ergonomici statunitensi, rappresentati dal modello AR-15, siano quasi ideali per la maggior parte degli utilizzatori e che, idealmente, l’operatore non debba staccare la mano che spara dall’impugnatura.
Di conseguenza, i progetti moderni delle nazioni dell’ex blocco sovietico si sono orientati maggiormente verso quella scuola di pensiero, cercando di incorporare la modularità e la possibilità di installare accessori introdotte principalmente dalla piattaforma AR-15.
E questo avviene nonostante la diffusione dell’AK sia nettamente superiore. Credo che la maggior parte di ciò sia dovuto a ragioni genuinamente pratiche, tuttavia l’influenza della moda e, in particolare, le imprese delle forze per operazioni speciali occidentali non vanno sottovalutate. A loro volta, queste unità sono sempre più influenzate dal tiro competitivo civile».
Pensa che il mondo dei videogiochi e del cinema abbia contribuito a diffondere il concetto di “estetica delle armi” (realistica e non) tra le diverse generazioni?
«Penso che abbiano certamente contribuito, anche se sarebbe difficile quantificarlo senza condurre sondaggi tra progettisti e utilizzatori (specialmente coloro che sono coinvolti nello sviluppo e nei test). È celebre il caso in cui i vertici militari statunitensi chiesero alla Heckler & Koch di rendere il loro fucile G36 visivamente più futuristico.
Per raggiungere questo obiettivo, l’azienda non si rivolse al concept artist di un film o di un videogioco, bensì allo studio di design automobilistico Udelhoven.
Poiché i sistemi di funzionamento si sono ormai standardizzati su derivati dell’AR-15/AR-10, dell’AR-18 e dell’AK, è più facile che mai progettarne le parti interne per poi disegnare intorno a esse forme interessanti, così da ottenere un prodotto distintivo e accattivante (temperato, ovviamente, da considerazioni ergonomiche, requisiti specifici dell’utente e pacchetti di funzionalità attesi dai consumatori). Tuttavia, credo che le armi da fuoco si sarebbero sviluppate come qualsiasi altro prodotto di consumo anche senza l’influenza della cultura di massa; l’aspetto estetico e la moda sono sempre stati importanti per quella che nei circoli degli approvvigionamenti militari viene definita “accettazione da parte dell’utente”.
Con la maturazione della tecnologia delle armi da fuoco, il mercato è stato inondato da una gamma di prodotti con capacità e fasce di prezzo quasi identiche. L’unico modo per distinguersi davvero è l’aspetto visivo; ma più i progettisti puntano su un’estetica marcata, meno saranno i potenziali utenti che necessariamente la apprezzeranno. L’aspetto generico dell’AK e dell’AR-15 è accettato e ampiamente apprezzato, mentre i derivati dell’AR-18, dall’aspetto più esotico, sono una questione di gusti. Naturalmente, i test delle forze militari e di sicurezza hanno lo scopo di identificare l’arma più efficiente e/o economicamente vantaggiosa e non tengono attivamente conto dell’estetica, ma quest’ultima (il cosiddetto “fattore Gucci”) rimane un elemento forte, come ha documentato nelle sue ricerche il professor Matthew Ford.
Non ho individuato progetti di armi di successo che derivino in modo definitivo da uno specifico precursore della cultura pop (l’FN F2000 era già stato progettato prima che il videogioco Halo mostrasse un design simile). Finora, la cultura pop ha principalmente risposto a progetti del mondo reale, anche se, man mano che generazioni di progettisti e utilizzatori crescono con i mass media, quei progetti devono essere stati influenzati a un certo livello dalle armi della cultura pop. Sospetto però che qualunque cosa risulti troppo “esplicita” o palese verrebbe istintivamente rifiutata perché considerata troppo bizzarra o assurda».
In passato, le armi e le armature di re e condottieri sfoggiavano molti ornamenti puramente estetici o cerimoniali, anche a scapito della funzionalità. A cosa servivano? Questo concetto è andato perduto oggi o si è evoluto?
«Non sono del tutto sicuro che quegli utilizzatori abbiano mai preferito davvero armi puramente estetiche o cerimoniali. Ciò che veniva usato dai soldati – ma in una variante d’alto livello e decorata – è sempre stato molto popolare. Nella nostra collezione abbiamo un fucile a miccia del XVII secolo di foggia militare, completo del suo “forcello” d’appoggio per il tiro, che è però riccamente decorato con avorio e madreperla. Le armi diventano attraenti per gli individui di alto rango, i quali preferiscono armi dall’aspetto palesemente bellico e funzionale, ma con un tocco unico, come la placcatura d’oro o l’incisione (si pensi ai numerosi AK placcati d’oro di Saddam Hussein o al modello Browning Hi-Power Renaissance di Gheddafi).
Allo stesso modo, le unità di guardia del corpo venivano dotate di armi e armature costose, che rimanevano tuttavia perfettamente funzionali.
È solo in tempi relativamente recenti che si è visto l’uso di armi e armature puramente ornamentali (come la Guardia Svizzera, che utilizza armature sempre più simili a repliche, o i Fedayin con i loro caschi ispirati a Guerre Stellari, con i quali dovettero comunque combattere nel 1991). Le armi e le armature da parata per le unità di prestigio, o per gli imperatori stessi, sono sempre esistite a partire dal periodo classico in poi; tuttavia, i leader hanno sempre preteso per sé stessi armi e armature che fossero sì bellissime, ma anche funzionali, qualora il combattimento reale fosse stato un’opzione concreta (cosa che, per la maggior parte della storia, lo è stata). Al contempo, esistono anche armi realizzate senza alcuna intenzione di essere usate, come le “spade da portantina” (bearing swords) e le spade di Stato per sfilate e cerimonie. Ma persino queste sarebbero comunque in grado di uccidere se usate (o abusate) e venivano realizzate dagli stessi artigiani che producevano le versioni da guerra.
Molte delle armi da fuoco decorate in modo elaborato erano destinate a un uso occasionale sul campo di caccia. Quasi nessuno costruiva oggetti a forma di arma da fuoco solo per l’aspetto estetico, a eccezione dei giocattoli per bambini, che però tendevano a non essere decorati o realizzati con grande maestria (a meno che non fossero destinati ai figli della nobiltà, nel qual caso tipicamente venivano fatti per funzionare davvero).
La cosa più vicina a fucili puramente estetici che possediamo è una coppia di armi decorate per il lancio di fuochi d’artificio di origine danese, con canne rivettate che non avrebbero potuto sparare proiettili o granate. Il fenomeno delle armi da fuoco non funzionali apprezzate per la loro estetica è moderno: si pensi al softair o ai design più fantasiosi della cultura pop che sparano solo a salve (anche se la maggior parte delle armi cinematografiche può sparare proiettili veri). Anche in quel caso, l’attrattiva risiede nel possedere e/o giocare a simulazioni di tiro con oggetti a forma di arma che non possono ferire inavvertitamente nessuno, il che è un presupposto diverso rispetto ad armi prodotte per scopi puramente artistici o estetici. Questo non significa che alcune armi da fuoco decorate non siano state realizzate principalmente per tali scopi – lo sono state – ma rimanevano comunque funzionali.
Quel paradosso – un oggetto (soggettivamente) bellissimo in grado di togliere la vita – credo che affascini chi desidera possederlo, che lo ammetta o meno. Io stesso lo trovo affascinante. Per i super-ricchi, riflette il loro potere non solo di acquisire beni costosi, ma di usarli potenzialmente contro i propri nemici o persino contro i propri sudditi, a seconda dell’epoca e del luogo di cui parliamo, e di quanto le armi da fuoco siano legalmente limitate per la popolazione generale di un paese o di uno Stato. Questo ci porta, naturalmente, verso il Secondo Emendamento statunitense: l’idea che l’autorità non debba avere il monopolio della violenza».
L’aspetto ornamentale ed estetico può ancora svolgere un ruolo psicologico importante oggi, sia sui moderni campi di battaglia sia al di fuori (nel mondo della polizia e della criminalità, per esempio)?
«Certamente. Ho sentito la frase “la guerra è una sfilata di moda” più di una volta da soldati in servizio (sebbene in modo ironico). Le forze armate britanniche usano termini propri come “ally” e “Gucci” per indicare l’equipaggiamento che ha un bell’aspetto e funziona bene. I soldati statunitensi e russi acquistano accessori propri e persino parti di armi per personalizzarle sul campo. Le forze dell’ordine vogliono le armi e i giubbotti antiproiettile più recenti entro determinati requisiti e parametri estetici (non dichiarati), e i criminali vogliono armi che “facciano la loro figura”. In questo senso, sono senza dubbio influenzati dai media. Di nuovo, è difficile da quantificare e dimostrare, ma questa rimane la mia forte impressione.
Nella nostra collezione abbiamo un fucile automatico compatto derivato dall’AR-15 in calibro da pistola, sequestrato alla criminalità organizzata, che farebbe invidia a qualsiasi “appassionato di armi” statunitense. I criminali seguono le tendenze della “cultura delle armi” come chiunque altro, anche se il loro accesso ai modelli e agli accessori preferiti può essere più o meno limitato dalla disponibilità e dal rischio di essere scoperti. Naturalmente, non essendo vincolati dalle leggi come i cittadini onesti, possono aspirare (e lo fanno) ad armi automatiche, a canne corte, ecc., che potrebbero essere soggette a restrizioni a seconda della giurisdizione legale.
È importante notare ancora una volta che l’accento è posto sulla funzionalità e sull’ergonomia, non sull’ornamento in sé. Il mondo civile delle armi (sportivo o puramente ricreativo) presenta finiture dai colori vivaci, adesivi e persino prodotti stravaganti come mirini metallici a forma di mani, realizzati e acquistati per divertimento e per esprimere la propria individualità. Il mondo militare e quello delle forze dell’ordine non tollerano questo tipo di ornamenti frivoli e si concentrano su finiture pratiche che rendano le armi più difficili da individuare e/o più durevoli sul campo. Tuttavia, vi sono tendenze di moda “intrinseche” a questo ambito che diventano difficili da districare. Le pistole con finitura desert tan (color sabbia), per esempio. Si tratta di armi da combattimento ravvicinato e, francamente, non hanno bisogno di essere in colori a bassa visibilità mentre rimangono in fondina per il 90% del tempo; eppure la tendenza è a loro favore perché gli utilizzatori vogliono armi che abbiano un aspetto accattivante e moderno. La conversazione verte quasi sempre sulla praticità, ma la preferenza personale e la moda prevalente fanno ancora parte del processo».
Foto copertina: Jonathan Ferguson, Curatore del Dipartimento Armi da Fuoco e Artiglieria presso il Royal Armouries Museum nel Regno Unito












