Protezione ambientale nei conflitti armati: il caso dell’Iraq e la prima guerra del Golfo


L’invasione irachena del Kuwait ha provocato ingenti danni collaterali all’ambiente e agli equilibri ecosistemici dell’area del Golfo Persico. Sebbene l’attuale regime di protezione ambientale durante i conflitti armati nel diritto internazionale appaia ancora di difficile applicazione, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha ritenuto responsabile l’Iraq per illeciti ambientali risultanti dalla propria occupazione illegittima del Kuwait durante il conflitto.


A cura di Valentina Chabert e Barbara Minicozzi

La protezione dell’ambiente in un contesto bellico nel diritto internazionale

Nonostante il riconoscimento dei potenziali impatti negativi dei conflitti armati sullo stato di salute degli ecosistemi naturali risalga al XVII secolo, la questione della protezione ambientale in un contesto di guerra ha assunto rilevanza nel dibattito internazionale solo a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale, come conseguenza dei potenziali effetti negativi della sperimentazione di armamenti nucleari.[1] A tal proposito, alla luce della necessità di una più marcata protezione ambientale nei confronti di possibili effetti collaterali generatosi a seguito di un conflitto armato – tra cui fughe di sostanze chimiche, materiali inquinanti e armi dannose -, l’attuale contesto di diritto internazionale si è evoluto verso una tutela diretta ed indiretta dell’ambiente attraverso disposizioni all’interno di trattati e norme di diritto consuetudinario applicabili in uno scenario bellico.[2] In primis, il riconoscimento dell’impatto ambientale dell’impiego di gas nocivi durante il primo conflitto mondiale ha portato all’adozione, nel 1925, del Protocollo di Ginevra per la proibizione dell’uso in guerra di gas asfissianti, velenosi o di altro tipo, e di metodi di guerra batteriologici: di fatto, attraverso l’identificazione dei potenziali rischi derivanti dall’uso delle armi chimiche anche in riferimento alle risorse naturali, il Protocollo fornisce un quadro rilevante per la protezione dell’ambiente in caso di guerra.[3] Tuttavia, solamente pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati codificarono le regole e le consuetudini della guerra in quattro convenzioni, e nello specifico la protezione dell’ambiente durante i conflitti armati fu disciplinata dagli articoli 53 e 147 della Convenzione di Ginevra (IV) relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra.[4] Allo stesso modo, il diritto internazionale si pone a tutela dell’ambiente ai sensi di una serie di norme consuetudinarie che disciplinano la protezione degli ecosistemi naturali in un contesto bellico. In particolare, il principio di discriminazione prevede che la protezione ambientale possa derivare dalla distinzione tra oggetti militari e civili, configurando quindi attacchi mirati nei confronti di aree significative dal punto di vista ecologico – inclusi parchi nazionali e foreste – come contrari a tale principio.[5] Allo stesso modo, il principio di proporzionalità richiede che il danno incidentale nei confronti dell’ambiente non risulti eccessivo in relazione al vantaggio militare previsto da un attacco ad un obiettivo bellico.[6]

La prima guerra del Golfo e gli illeciti ambientali

Un grave vulnus all’ordinamento giuridico internazionale accompagnato dalla violazione dello jus in bello è stato provocato dal drammatico conflitto in Iraq, la prima Guerra del Golfo scoppiata durante il sistema post bipolare. Il conflitto, per dare un incipit storico, scoppia per difendere un principio cardine del sistema internazionale, la sovranità statale con l’occupazione del Kuwait (ex protettorato della Gran Bretagna) da parte dell’Iraq. La guerra è legata a  motivi economici e politici. In quegli anni il Kuwait vendeva più petrolio rispetto alla quota stabilita dall’ OPEC e l’Iraq, da sempre, lo considerava una propria provincia storica. Al di là di tali cause contingenti, sovrastante è la volontà di Saddam Hussein di approfittare del cambiamento del sistema internazionale per avviare un progetto di egemonia regionale nel Golfo Persico, controllando le risorse petrolifere del Kuwait. Gli USA intendono fermare l’azione di Saddam Hussein sia perché rappresenta un attacco agli interessi petroliferi, sia perché minaccerebbe l’Arabia Saudita, alleato chiave degli USA nel Golfo Persico.
Dunque, come per la Guerra di Corea, nella Guerra del Golfo è presente un interesse americano ben preciso, nonostante gli Americani abbiano condotto questa guerra in nome della legalità internazionale, con annessa autorizzazione ONU. Inoltre gli Americani, sotto la presidenza di Bush Senior, riescono ad inserire nella coalizione internazionale di liberazione del Kuwait anche alcuni Paesi Arabi. L’attacco dell’Occidente contro un Paese arabo sarebbe stato visto come il ritorno del colonialismo.
Il peso di tale conflitto si quantifica in particolar modo nel danno ambientale al territorio e alle risorse naturali non solo del Kuwait, ma anche di Iran, Turchia, Arabia Saudita, Siria e Giordania. L’Iraq ha incendiato più di 600 pozzi petroliferi situati nel Kuwait causando inquinamento atmosferico, delle falde acquifere, del deserto e delle Coste del Golfo.[7]
La Guerra “sporca” ha provocato due categorie di conseguenze: quelle dirette come la distruzione da parte degli eserciti degli ecosistemi e, quelle indirette, Queste ultime risultano essere la risultante di fenomeni come lo spostamento di massa dei rifugiati con annessi danni alla biodiversità. [8]
In primis si stima che siano stati rilasciati oltre 60 milioni di barili di petrolio, che a loro volta avrebbero formato 246 laghi petroliferi estesi per una superficie di oltre 49 km2. Questo versamento di petrolio avrebbe contaminato circa 40 milioni di tonnellate di terreno. [9]
“Complice” degli illeciti ambientali è stato il vento che, sui terreni idrofobici e anaerobici,  ha contribuito a trasportare residui di petrolio bruciato causando un aumento della formazione di dune di sabbia.[10]
I danni ambientali della Guerra del Golfo, oltre che risuonare nell’atmosfera di altri stati come nel caso della nube nera sul Pakistan e la Russia, hanno lasciato aperta una nuova trincea a distanza di anni. Secondo Lamya Hayat, dell’Università del Kuwait, gli inquinanti dispersi dagli incendi dei pozzi petroliferi durante la guerra del Golfo, nel 1991, hanno provocato una triplicazione dei casi di tumori in Kuwait e un aumento dell’incidenza di malattie neurologiche, asma e allergie.[11] L’inquinamento ha anche contaminato il cibo, con il 98 per cento del grano e del latte prodotti localmente che ora contiene nichel e vanadio.
Si pensi, addirittura, che un rapporto commissionato dal Congresso, il Research Advisory Committee on Gulf War Veterans, ha ufficializzato a distanza di anni la “sindrome della guerra del Golfo” che ha colpito 175 mila reduci dall’Iraq, manifestandosi in vari modi. Dai problemi neurologici a quelli del sistema digestivo, respiratorio e cognitivo: l’esposizione a pesticidi e ai fumi dei pozzi petroliferi in fiamme è stata inserita in migliaia di cartelle cliniche di soldati. 

La responsabilità dell’Iraq nel diritto internazionale

Nonostante sia le forze della Coalizione sia l’Iraq abbiano causato gravi danni ambientali durante il conflitto, all’indomani della guerra la comunità internazionale e le Nazioni Unite invocarono l’esclusiva responsabilità dell’Iraq per la propria condotta dannosa in materia ambientale, ed in particolare per lo sversamento di petrolio nel Golfo Persico ed il sabotaggio sistematico di pozzi petroliferi kuwaitiani a partire dal mese di febbraio del 1991.[12] Tali azioni furono pertanto considerate in riferimento al regime di diritto internazionale umanitario. In primis, la Guerra del Golfo mise in discussione l’adeguatezza degli strumenti di diritto internazionale esistenti in materia di protezione ambientale nei conflitti armati, come la Convenzione sulla Modifica Ambientale (ENMOD) del 1976 e il Protocollo addizionale I alle Convenzioni di Ginevra adottato l’anno successivo.[13] Di fatto, l’incendio di pozzi petroliferi e le fuoriuscite di petrolio nel Golfo Persico provocate dalle forze irachene risultarono essere al di fuori del campo di applicazione degli articoli I e II della Convenzione ENMOD, la quale obbliga gli Stati membri a “non impegnarsi in un uso militare o di altro genere ostile di tecniche di modificazione ambientale aventi effetti diffusi, duraturi o gravi come mezzi di distruzione, danno o lesione a qualsiasi altro Stato parte”.[14]  Per tale ragione, la Giordania ha espresso preoccupazione per l’ampiezza e la vaghezza della convenzione, sottolineando l’impossibilità di un’efficiente applicazione in seguito alla mancanza di un adeguato meccanismo di indagine e risoluzione delle controversie. Di conseguenza, il conflitto del Golfo ha messo in luce l’inadeguatezza della convenzione ENMOD in caso di gravi danni agli ecosistemi in seguito ad operazioni militari.[15]  Al contrario, lo sversamento di petrolio da parte dell’Iraq è stato considerato sproporzionato e potenzialmente dannoso. A tal proposito, ai sensi del diritto internazionale consuetudinario l’Iraq è stato ritenuto responsabile della violazione dei principi di proporzionalità e necessità; inoltre, lo Stato non ha adottato un approccio precauzionale rispetto all’ambiente, nè alcuna considerazione dell’impatto ambientale dei danni presenti e futuri alla popolazione del Golfo.[16] Di fatto, la distruzione dei pozzi petroliferi non avrebbe fornito alle forze irachene un vantaggio militare definito, così come non avrebbe portato alla resa della coalizione o alla risoluzione generale del conflitto. Pertanto, il flusso incontrollato di petrolio a danno dell’ambiente e delle aree residenziali non poteva essere ritenuto un danno collaterale, in quanto sproporzionato rispetto al vantaggio militare previsto.[17]
In riferimento alla dottrina sulla responsabilità dello Stato, nel caso dell’Iraq è chiaramente stabilito che le azioni del paese che hanno causato danni significativi all’ecosistema del Kuwait hanno comportato la violazione di diverse norme del diritto internazionale umanitario. In particolare, tali violazioni vennero commesse dalle forze militari irachene, con la conseguente implicazione della responsabilità dell’Iraq e l’obbligo di risarcimento, per il fatto che la condotta dell’esercito è imputabile allo Stato.[18] L’invasione irachena del Kuwait ha poi portato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a considerare per la prima volta la responsabilità degli Stati per le conseguenze ambientali avverse di azioni militari illegali. Di fatto, la Risoluzione 687 ha affermato che “l’Iraq è responsabile ai sensi del diritto internazionale per qualsiasi perdita o danno diretto, inclusi danni ambientali e l’esaurimento delle risorse naturali […] come risultato della sua invasione ed occupazione illecita del Kuwait”.[19] Ciononostante, l’Iraq è stato ritenuto responsabile per la propria condotta illecita durante il conflitto sulla base di una violazione dello ius ad bellum e non dello ius in bello, né del diritto internazionale dell’ambiente, il che dimostra la mancanza di un chiarimento dell’applicazione di disposizioni di diritto internazionale umanitario per la protezione dell’ambiente durante la guerra.[20] L’Iraq fu infine tenuto ad un risarcimento per danni all’ambiente pari ad 85 miliardi di dollari.[21]


Note

[1] Kirchner, Environmental protection in time of armed conflict, European Environmental Law Review, ottobre 2020, p. 266. 
[2] V. Chabert, La protezione dell’ambiente durante i conflitti armati nel diritto internazionale, Opinio Juris – Law and Politics Review, Gennaio 2022. Disponibile al link: https://www.opiniojuris.it/environmental-protection-in-armed-conflicts-an-international-law-perspective/ (ultimo accesso 18.01.22).
[3] Protocol for the Prohibition of the Use in War of Asphyxiating, Poisonous or Other Gases, and of Bacteriological Methods of Warfare (Geneva Protocol), 1925. Disponibile al link: https://www.un.org/disarmament/wmd/bio/1925-geneva-protocol/ (ultimo accesso 18.01.22).
[4] Geneva Convention (IV) relative to the protection of civilian persons in time of war, 1949. Disponibile al link: https://www.un.org/en/genocideprevention/documents/atrocity-crimes/Doc.33_GC-IV-EN.pdf (ultimo accesso 18.01.22).
[5] Adriansyah, The adequacy of international legal obligations for environmental protection during armed conflict, Indonesia Law Review, 3(1), January – April 2013, p. 71.
[6] J.M.Henckaerts, L. Doswald-Beck, Customary International Humanitarian Law, Volume I, Rules, Cambridge University Press, Cambridge, 2005, p. 147.
[7] M. Alberton, La quantificazione e la riparazione del danno ambientale nel diritto internazionale e dell’Unione Europea, Giuffrè Editore, 2011, p.64
[8] Disponibile al link: https://www.limesonline.com/la-sporca-guerra-conflitti-e-ambiente/9314 (accessed on 26.01.22).
[9] A. Y. Al-Ghunaim, Devastating Oil Wells as Revealed by Iraqi Documents, Center for Research and Studies of Kuwait, 1997.
[10] F. El-Baz, Kuwait Desert after Liberation, Boston University Center for Remote Sensing, 1994.
[11] Disponibile al link: https://www.lescienze.it/news/2002/03/29/news/l_inquinamento_della_guerra_del_golfo-589778/ (ultimo accesso 26.01.22).
[12] O. Das, Environmental protection, Security and Armed Conflict. A Sustainable Development Perspective. Celtenham, UK; Northampton, MA, USA, Edward Elgar, 2013, p. 147.
[13] United Nations Environment Programme, Protecting the Environment During Armed Conflict: an inventory and analysis of international law, 2009, p. 8. Disponibile al link: https://postconflict.unep.ch/publications/int_law.pdf   (ultimo accesso 25.01.22)
[14] Convention on the prohibition of military or any other hostile use of environmental modification techniques, New York, 10 December 1976. Disponibile al link: https://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=IND&mtdsg_no=XXVI-1&chapter=26&clang=_en (ultimo accesso 25.01.22).
[15] Adriansyah, The adequacy of international legal obligations for environmental protection during armed conflict, Indonesia Law Review, 3(1), January – April 2013, pp. 60-61.
[16] O. Das, op. cit.,p. 149.
[17] Ivi, p. 151.
[18] International Law Commission, Draft Articles on State Responsibility, art. 4 and 7.
[19] UNSC, Resolution 687, 1991. Disponibile al link: https://www.un.org/Depts/unmovic/documents/687.pdf (ultimo accesso 25.01.22).
[20] O. Das, op. cit., p. 181.
[21]   United Nations Environment Programme, Protecting the Environment During Armed Conflict: an inventory and analysis of international law, 2009, p.8.


Foto copertina: Al Ahmadi, Kuwait, 1991, KUWAIT-10001. Sandwiched between blackened sand and sky, camels search for untainted shrubs and water in the burning oil fields of southern Kuwait. Their desperate foraging reflects the environmental plight of a region ravaged by the gulf war. Canby, Thomas Y. (August 1991).Steve McCurry