Terzo round di colloqui tra Usa e Iran. Sul tavolo negoziale nucleare e sanzioni

Usa - Iran
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Si è concluso a Ginevra il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, in un clima segnato da persistenti divergenze strategiche. Washington continua a chiedere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e una significativa riduzione dell’arsenale balistico, mentre Teheran subordina ogni concessione alla revoca delle sanzioni economiche. Le valutazioni sull’esito dei colloqui restano contrastanti: l’Oman parla di progressi, gli Stati Uniti filtrano delusione. Sullo sfondo, il rafforzamento del dispositivo militare americano in Medio Oriente – ai livelli più alti dall’invasione dell’Iraq nel 2003 – segnala che l’opzione militare rimane parte integrante del calcolo strategico di Washington.


Si è concluso a Ginevra il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, ospitato e mediato dall’Oman. La delegazione iraniana era guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre quella statunitense dall’inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff. A facilitare il dialogo è stato il capo della diplomazia omanita Badr al-Busaidi. Presente in qualità di osservatore tecnico anche il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, la cui partecipazione conferma la centralità della dimensione nucleare nel confronto tra le parti.
Al centro delle trattative vi è infatti il programma nucleare iraniano. Teheran si è detta disponibile a discutere limiti e meccanismi di controllo, subordinando tuttavia ogni concessione alla revoca delle sanzioni economiche contro la Repubblica islamica – nodo che resta il principale punto di frizione.
Le valutazioni sull’esito dell’incontro divergono. Il capo della diplomazia omanita ha parlato di “buoni progressi”[1], annunciando una ripresa dei colloqui dopo consultazioni con le rispettive capitali e nuovi incontri tecnici previsti a Vienna la prossima settimana. Toni più cauti filtrano invece da Washington. Secondo indiscrezioni, la delegazione statunitense avrebbe giudicato insufficienti le proposte iraniane. Gli Stati Uniti avrebbero ribadito la richiesta di “zero enrichment”, lasciando aperta soltanto l’ipotesi di un arricchimento minimo a fini medici sotto stretto monitoraggio internazionale. Sul tavolo resterebbe inoltre la richiesta di smantellamento dei siti di Fordow, Natanz e Isfahan, infrastrutture considerate strategiche per la capacità di arricchimento iraniana.

Le richieste degli Stati Uniti

Dopo un primo incontro bilaterale il 6 febbraio e un secondo round tenutosi a Ginevra il 18 febbraio, la posizione americana appare sostanzialmente invariata. Washington continua a perseguire un’impostazione negoziale massimalista, volta a ridurre strutturalmente le capacità strategiche iraniane su più livelli. Tre sono le direttrici principali:

  1. Smantellamento del programma nucleare e trasferimento o distruzione delle scorte di uranio arricchito (stimate in circa 10 tonnellate).
  2. Ridimensionamento dell’arsenale balistico, sia in termini quantitativi sia di gittata, considerato da Washington un vettore complementare alla potenziale capacità nucleare e uno strumento di proiezione regionale.
  3. Interruzione del sostegno finanziario e militare alle reti di alleanze regionali, incluse le milizie attive in Palestina, Libano e Yemen, ritenute dagli Stati Uniti parte integrante dell’architettura di deterrenza asimmetrica costruita da Teheran.

Nel loro complesso, tali richieste mirano non soltanto a contenere il dossier nucleare, ma a incidere sull’intero dispositivo strategico iraniano, alterando l’equilibrio di potenza regionale. Teheran ha manifestato disponibilità a rivedere parzialmente il proprio programma nucleare, ribadendone tuttavia la natura esclusivamente civile e il diritto sovrano allo sviluppo tecnologico ai sensi del Trattato di non proliferazione (TNP).
In cambio, la leadership iraniana pone due condizioni essenziali: in primo luogo la revoca effettiva e verificabile delle sanzioni economiche, che continuano a comprimere la crescita e a incidere sulla stabilità interna. In secondo luogo la non negoziabilità del programma missilistico, definito dalla Guida Suprema Ali Khamenei elemento imprescindibile della sicurezza nazionale.

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Le due posture strategiche

Due posture divergenti stanno emergendo con crescente chiarezza. Da un lato, l’amministrazione Trump continua a ribadire pubblicamente l’apertura a una soluzione diplomatica, mentre sul piano operativo rafforza in modo significativo il dispositivo militare nella regione. Washington ha dispiegato gruppi d’attacco portaerei, caccia di ultima generazione e sistemi di difesa aerea in Medio Oriente, delineando una strategia di coercive diplomacy volta a massimizzare la pressione negoziale. In questo quadro si inserisce la presenza della USS Abraham Lincoln, che con circa 90 velivoli imbarcati e oltre 6.000 uomini costituisce uno dei principali strumenti di proiezione di potenza americana,[2] e della USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei al mondo, salpata nei giorni scorsi dal Mediterraneo orientale in direzione delle coste israeliane. Parallelamente, il dispiegamento di caccia stealth F-22 e il rafforzamento delle difese aeree nelle basi statunitensi in Giordania, Kuwait e Qatar consolidano una postura regionale ad alta prontezza operativa.[3]
Nel complesso, si tratterebbe della più significativa concentrazione di forze aeree statunitensi in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003 — un segnale che, pur inscrivendosi nella logica della deterrenza, lascia aperta la possibilità di un’escalation qualora il negoziato dovesse arenarsi.
Dall’altro lato, Teheran sembra adottare una strategia dilatoria, utilizzando il negoziato come strumento per guadagnare tempo e testare la soglia di tolleranza americana.
Parte dell’establishment iraniano ritiene che l’interdipendenza energetica globale e i costi sistemici di un conflitto aperto costituiscano un freno strutturale a un’azione militare diretta. Tuttavia, un simile calcolo potrebbe rivelarsi azzardato qualora Washington decidesse di trasformare la pressione militare da leva negoziale a opzione operativa.[4] 

Obiettivo e possibili conseguenze

Al di là della dimensione negoziale, l’obiettivo implicito di parte dell’establishment statunitense sembrerebbe andare oltre il mero contenimento del programma nucleare iraniano. Ridurre in modo strutturale le capacità militari e di proiezione regionale di Teheran significherebbe intervenire direttamente sull’equilibrio di potenza in Medio Oriente. L’Iran rappresenta infatti uno snodo strategico dell’asse eurasiatico, intrattenendo relazioni consolidate con Mosca e Pechino sul piano energetico, militare e infrastrutturale. Un suo ridimensionamento inciderebbe inevitabilmente anche sulla postura regionale di Russia e Cina. In questa prospettiva, la partita iraniana si inserisce in un più ampio confronto per la ridefinizione dell’influenza nel Golfo Persico e nel Levante. Dopo anni di relativo disimpegno, Washington sembrerebbe voler riaffermare una presenza diretta e visibile nella regione, anche a costo di frizioni con partner tradizionali.
Un attacco diretto statunitense resta un’opzione concreta, ma comporterebbe con elevata probabilità una risposta regionale su ampia scala. Teheran dispone di strumenti di ritorsione asimmetrica – missili balistici, droni e una rete di attori non statuali attivi in Libano, Yemen e Iraq – in grado di estendere rapidamente il conflitto oltre i propri confini. A ciò si aggiunge la variabile energetica: la possibilità di un’interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz produrrebbe tensioni immediate sui mercati globali, amplificando gli effetti della crisi ben oltre il teatro operativo. La dinamica assumerebbe così una valenza sistemica. Mosca e Pechino difficilmente resterebbero neutrali sul piano politico-diplomatico: per la Russia si tratterebbe di preservare il proprio spazio di manovra mediorientale, mentre la Cina — fortemente dipendente dalle rotte energetiche del Golfo — avrebbe interesse a sostenere la resilienza iraniana almeno sul piano economico e informativo.
Secondo alcune fonti open-source, assetti satellitari commerciali cinesi riconducibili a Mizar Vision avrebbero già fornito dati di monitoraggio nell’area, segnale di una crescente competizione indiretta anche nello spazio informativo.[5]
In tale contesto, il costo di un’operazione militare non sarebbe soltanto militare, ma politico ed economico: destabilizzazione regionale, shock energetico e ulteriore polarizzazione tra blocchi di potenza.


Note

[1] Reuters, US-Iran talks end with no deal but potential signs of progress, 26 February 2026
[2] Commander, Naval Air Force, US Pacific Fleet, https://www.airpac.navy.mil/Organization/USS-Abraham-Lincoln-CVN-72/About-Us/
[3] Financial Times, Satellite images reveal surge in US fighter jets in Middle East, 26 February, 2026
[4] Foreign Policy, Iran Dangerously Misunderstands Its Situation, 18 February 2026, https://foreignpolicy.com/2026/02/18/iran-war-trump-united-states-negotiations-deal-nuclear/
[5] South China Morning Post, PLA, Chinese firm release satellite images showing US military build-up around Iran, 20 February 2026, https://www.scmp.com/news/china/military/article/3344129/pla-chinese-firm-release-satellite-images-showing-us-military-build-around-iran


Foto copertina: Usa – Iran