Dalla “dottrina Donroe” alle tensioni con l’Europa, l’intervista analizza la seconda presidenza Trump tra imperialismo, nostalgia politica e nuovi equilibri globali.
A cura di Andrea Minervini e Francesco Iovine
In un contesto internazionale sempre più instabile e segnato da profonde trasformazioni, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca riapre interrogativi cruciali sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Tra spinte imperiali, tensioni con gli alleati europei e una politica interna attraversata da nuove forme di radicalizzazione, la seconda amministrazione Trump sembra ridefinire linguaggi e priorità della potenza americana. Ne abbiamo discusso con il professor Mario Del Pero, tra i più autorevoli studiosi di storia degli Stati Uniti, per comprendere le radici e le implicazioni di questa fase politica.
Mario Del Pero Dottore di ricerca in Storia Internazionale presso l’Università degli Studi di Milano (1999) e già Professore Associato all’Università di Bologna, ha insegnato anche alla Columbia University, alla New York University, al Dickinson College e alla School of Advanced International Studies (SAIS) della Johns Hopkins University. Ad oggi insegna presso il Centre for History dell’Università Sciences Po di Parigi su diverse discipline legate alla storia internazionale e degli Stati Uniti ed è uno dei principali americanisti nel dibattito pubblico, sia nazionale sia internazionale. Il suo ultimo libro, Buio Americano (2025, ed. Il Mulino), ha costituito uno dei successi editoriali dello scorso anno. Un’opera di “storia del presente” come l’autore ha più volte definito e che traccia una linea chiara e definita degli Stati Uniti nella seconda Presidenza Trump.

“Imperiale” è un aggettivo spesso associato all’odierna Russia di Putin, ritiene che ad oggi sia possibile utilizzarlo per descrivere le scelte e le azioni dell’amministrazione Trump?
«La risposta secca è sì. La categoria dell’imperialismo è stata spesso abusata e ha indotto molti, soprattutto studiosi, ad avere una certa cautela nell’utilizzarla. Però tale cautela con Trump non vale più. Innanzitutto, perché Trump e i suoi utilizzano schemi ostentatamente imperiali, anche in chiave analitica per definire che cosa sono le relazioni internazionali e come “opera” il sistema internazionale – che, però, non è nemmeno un sistema. Se si ascoltano le interviste di Stephen Miller (Consigliere per la sicurezza interna degli Stati Uniti, ndr.), viene ribadito come il contesto internazionale sia anarchico, competitivo, dove poche grandi potenze – potenti e superiori – prevalgono. È una competizione per la superiorità nella quale sostanzialmente si fa leva sulla potenza superiore.
Badate bene, se si prende il discorso inaugurale di Trump, è un discorso che soprattutto Miller ha scritto, da quel che sappiamo. È un discorso pregno di riferimenti imperiali e imperialistici. Viene celebrato McKinley come modello di presidente. Si sentono toni tipici dell’ascesa imperiale della fine dell’Ottocento.
C’è un riferimento molto esplicito a Panama e all’errore di aver consegnato il canale a Panama. La gestione del canale a Panama è il simbolo più inequivocabile dell’imperialismo statunitense: un canale che viene prima negoziato con la Colombia, poi, nel momento esatto in cui la stessa Colombia fa marcia indietro, gli Stati Uniti finanziano e sostengono la secessione di una provincia colombiana; questo nuovo Stato (Panama, ndr.) fa un accordo con gli Stati Uniti in cui viene consegnato un lembo di terra, su un diametro di 20 km, dove gli States costruiscono – e poi gestiscono – il canale.
Un altro punto sono le rivendicazioni sulla Groenlandia. Come vogliamo definirle? Se voi trovate una categoria migliore di “imperiale”, io sono disposto ad ascoltare.
Di nuovo, nel discorso inaugurale Trump indica l’espansione territoriale come obiettivo ed è il primo presidente a farlo da quasi due secoli a questa parte. L’ultimo fu James Polk nel 1845. Questo non vuol dire che l’imperialismo non è stato praticato, però bisogna andare indietro di 180 anni per trovare un presidente che in un discorso pubblico – addirittura nel discorso inaugurale, nel caso di Trump – indica nell’espansione territoriale un obiettivo.
Se il mondo è competizione tra pochi grandi imperi, la retorica degli Stati Uniti è quella di sfruttare questa loro superiorità. Per fare cosa? Per prendere e gestire il petrolio del Venezuela; per muovere le pretese sulla Groenlandia e, adesso, Cuba è la prossima.
Quindi sì, è imperialismo.
Inoltre, la “dottrina Donroe” rievoca la dottrina Monroe e il corollario Roosevelt. Entrambi costituiscono una dichiarazione di responsabilità imperiale in collaborazione con gli altri imperi – una collaborazione inter-imperiale, intra-civiltà e probabilmente anche di civilization, una categoria che torna molto frequentemente.
Nel 1904 Theodore Roosevelt affermò che gli Stati Uniti si sarebbero assunti la guida della civiltà imperiale, bianca e cristiana nell’emisfero occidentale. Praticamente creano e controllano quella infrastruttura globale fondamentale che è il Canale di Panama che permette di unire i due oceani. Ciò consente di evocare più di 120 anni dopo proprio il corollario e, allo stesso tempo, rilanciare le logiche e le categorie imperiali che sottostanno al corollario».
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Questo rappresenta un concetto simile a quello del Congresso di Vienna?
«Sì, però con all’interno una rivendicazione di categoria di civiltà bianca cristiana, di tipo suprematista che a Vienna non esisteva. Questo perché? Perché non ci si poneva ancora il problema, che si sarebbe presentato poi a Berlino sessant’anni dopo quando ci si spartisce l’Africa. Oppure si sarebbero presentati nel 1900, quando si va a sedare la ribellione dei Boxer in Cina, dove si fa un imperialismo cooperativo e collaborativo.
L’imperialismo è stato storicamente uno strumento di governance nel mondo. Un modo altamente gerarchizzato e definito da criteri quasi sempre razziali. La dimensione collaborativa dell’imperialismo ha spesso prevalso su quella antagonistica e conflittuale. Gli imperi si spartivano le reciproche zone di influenza, collaboravano in Cina, costruivano le ferrovie assieme, usavano capitali globali. Pertanto, più che Vienna direi che è Berlino 1884».
Quanto saranno decisive le midterm nel definire la traiettoria della seconda amministrazione Trump? Trump ha ripreso molte delle linee d’azione lasciate in sospeso nel 2021. Sarà in grado di consolidarle tracciando così un percorso di lungo periodo più difficile da invertire per le prossime amministrazioni?
«Per le elezioni di midterm, se si vota regolarmente, è quasi certa la vittoria democratica della Camera. Intanto perché è statistico che dagli anni Trenta a oggi, soltanto F.D. Roosevelt e Bush jr. hanno visto il loro partito guadagnare seggi dopo un midterm.
In particolare, Bush jr. beneficiava dell’effetto 9/11 e dell’iniziale compattamento del Paese.
Il Senato, rispetto alla Camera, è molto più complicato, perché c’è una mappa elettorale particolare. Per farla breve, i democratici, per conquistare la maggioranza, devono “sfilare” quattro seggi agli altri. Dovrebbero vincere in Maine, in Ohio, in North Carolina e in Texas. Poi si vota per 36 governatori su 50, si vota per 88 camere su 99. Sono in un ciclo elettorale importante.
Cosa succede se i democratici confermano i successi di tutta la seconda era trumpiana? Da gennaio 2025 a oggi, i democratici hanno sempre sovraperformato nelle elezioni suppletive. Recentemente hanno vinto due seggi, uno al Senato e uno alla Camera statale della Florida. Tra l’altro, hanno vinto a Mar-a-Lago, la contea di Trump, dove peraltro i democratici non sono così deboli. Trump quella contea l’ha vinta di nove punti nel 2024, quindi senza stravincere.
Se dovesse confermarsi questa tendenza, i democratici consoliderebbero la loro posizione e, quindi, potrebbero fare opposizione soprattutto alla Camera.
La Camera vuol dire due cose – e la seconda è più importante della prima. La prima è che la legge di bilancio bisogna farla coi democratici ed è una leva importante. La seconda è che chi controlla la Camera, controlla le commissioni della Camera. Alcune commissioni hanno potere di investigazione, di indagine e possono fare emettere, promulgare dei subpoenas, cioè chiamare a deporre sotto giuramento. Mentire sotto giuramento è un crimine federale, con tutto quel che ne consegue. Tutto ciò dà un potere grosso ai democratici.
L’altro giorno, nei quindici minuti precedenti l’annuncio di Trump che erano aperti i negoziati con l’Iran e che sospendeva per 5 giorni i bombardamenti, il volume di scambio sui futures sul petrolio è esploso (da uno è passato a 100). Quello che pare essere insider trading, i figli di Trump che trafficano in criptovalute, ciò che hanno fatto persone come Noem o Bovino, la corruzione stratosferica che stiamo vedendo: ognuno dovrà rendere conto di quello che ha fatto. Anche perché, mi spiace dirlo, ma non credo che da tutta questa situazione si possa uscire indolore. Quindi è una cosa darebbe un potere rilevante.
Il secondo aspetto
Da un lato, le due presidenze Trump non hanno prodotto legislazione, non hanno prodotto riforme codificate per legge. Non c’è, ad esempio, un Obamacare (per il quale hanno fatto l’impossibile per smantellarlo), ma oramai è una legge, che ha, tra l’altro, tassi alti di approvazione bipartisan.
Trump governa con decreti presidenziali, con ordini esecutivi spesso impugnati dalle corti. Sono provvedimenti e misure tracciate nella sabbia e, quando arriva una mareggiata elettorale, vengono travolte. Difatti, sia Biden che Trump, vicendevolmente, hanno cancellato tutti gli ordini esecutivi l’uno dell’altro (Biden nel 2021 e Trump nel 2025). Dall’altro, diverso è il discorso riguardo la cultura, il lessico e il discorso della politica. Rispetto ai decreti, lì il lascito sarà duraturo. Innanzitutto, circa un terzo del Paese è trumpiano e trumpizzato. Pertanto, ritiene normale quel che Trump dice e fa, quando normale non dovrebbe essere. Ecco, lì bisogna capire come uscire dal modo in cui ha trasformato il Paese in senso trumpiano. Non tanto da dalle politiche, che si fermano o si arenano.
Credo che durerà tanto. Consideriamo un punto: l’America ha condonato a Trump il fatto che ha cercato di promuovere un colpo di Stato; ha promosso un disegno di eversione dell’ordine democratico; ha cercato di impedire la pacifica transizione dei poteri; ha chiesto al Vicepresidente di riconoscere e validare delegazioni di grandi elettori alternative a quelle certificate dalle autorità elettorali degli Stati; telefonò al Segretario di Stato della Georgia chiedendo di trovargli 12.000 voti; si è portato a casa centinaia di documenti secretati, che dovevano essere depositati agli archivi nazionali. Bisogna vedere una volta che, senza Trump, si presenteranno le contraddizioni interne alla destra. Ad esempio, la diffidenza (quando non odio) tra Steve Bannon e Peter Thiel o Alex Karp».
L’approccio affaristico-transattivo di Trump alle relazioni internazionali potrebbe definirsi come una nuova chiave interpretativa della politica estera americana inserita nel “classico” isolazionismo dalle connotazioni universaliste?
«Io non credo all’isolazionismo, neanche nell’Ottocento, credo sia una categoria sbagliata. Lo credono la quasi totalità degli storici che conosco io. Io sono tra quelli che crede che c’è stato un momento breve e intenso di isolazionismo nella seconda metà degli anni Trenta, precisamente tra il 1934 e il 1939.
Sono usciti una serie di libri. Gli Stati Uniti sono da subito dentro un contesto globale, operano a lungo come una sorta di sottosistema dell’impero britannico. Fino alla prima guerra mondiale dipendono da Londra e da gruppi assicurativi londinesi, sia per i loro traffici commerciali, sia per la capacità di ricevere investimenti, sia per le assicurazioni delle loro imbarcazioni. Pertanto, operano dentro un sistema di integrazione internazionale protetti dall’impero britannico. Credo che l’isolazionismo non sia una categoria utile, men che meno rispetto ad oggi.
Gli Stati Uniti hanno tra le 700 e le 800 basi militari in giro per il mondo. Il 60% delle riserve in valuta sono in dollari. I dollari denominano i prezzi delle materie prime e dominano le transazioni commerciali. La NATO, gli investimenti, il commercio, il debito, la percentuale del debito americano collocato all’estero è passato dall’1% a quasi il 30% in mezzo secolo. Quindi dipendono, cioè sono totalmente dentro questa rete di interdipendenze – come le chiamiamo noi – quindi non possono isolarsi. Possono fare quello che sta facendo Trump, cercare di usare l’interdipendenza per piegare gli altri.
C’è un’interdipendenza securitaria con l’Europa, ad esempio. L’Europa dipende dalla NATO e gli Stati Uniti pongono un aut-aut: o l’Europa spende di più e fa di più in Ucraina o gli Stati Uniti si sfilano. Quindi l’interdipendenza, che è la dipendenza europea, viene usata come “clava”. Il mercato americano è fondamentale per tante imprese tedesche e italiane. In virtù di ciò, con i dazi il mercato viene usato come asset. Vuoi vendere nel nostro mercato? Ci paghi un dazio superiore e non ti metti in testa di regolamentare i nostri giganti digitali in Europa. Ecco, questo non è isolazionismo, ma imperialismo e unilateralismo.
Chiaro che questo è un giochino che funziona con quasi tutti, funziona molto meno con la Cina. Quando gli Stati Uniti hanno imposto i dazi, la Cina ha risposto con contro-dazi.
Tu mi vuoi scardinare e tirare via dalle supply chain globali? Io, Cina? Beh, io non ti non ti do più accesso alle vie terre rare e ai minerali critici, no? Quindi la Cina ha una leva, no? L’interdipendenza è dipendenza reciproca. Ecco, gli Stati Uniti con la Cina sono in una interdipendenza più simmetrica, meno asimmetrica di quanto non sia con l’Europa».
Come anche spiegato nell’ultimo capitolo del suo libro, quanto peso ha il concetto di “nostalgia” nell’elettorato americano? Quella di Trump è solo una reazione o sta costruendo anche qualcosa di nuovo?
«Ha provato a costruire qualcosa di nuovo, che è anche qualcosa di antico. Nuovo è ricreare una situazione in cui quelli che vengono definiti come dei corpi estranei alla comunità politica e alla comunità nazionale vengono sostanzialmente espulsi da questo corpo politico.
Chi sono questi? Innanzitutto, sono gli immigrati che non hanno uno status pienamente regolare. Gli Stati Uniti sono un paese strano, ci sono dentro tra i 10 e i 12 milioni di immigrati che non hanno uno status regolare, entrati quando le frontiere erano più porose, che hanno fatto figli, hanno figli che vanno all’università, che vanno nell’esercito, nelle forze armate, che hanno fatto carriera. Parliamo di persone che lavorano lì da trenta o quaranta anni. Sono un pezzo fondamentale della società, dell’economia del paese, però questi vanno espulsi. Poi credo che dal corpo della nazione debbano essere sostanzialmente marginalizzati gli altri, razzialmente definiti. Questa è l’amministrazione che nei ruoli apicali delle burocrazie federali ha nominato meno afroamericani dai tempi di Richard Nixon, da mezzo secolo, ed erano altri tempi per tutta una serie di ragioni.
Quindi il progetto c’è ed è un progetto che guarda avanti, guardando indietro.
Nel 1919 il 15% dei cittadini americani era nato all’estero. Si chiudono le frontiere per quarant’anni. Nel 1970 la percentuale è scesa al 5%. Si riaprono le frontiere con l’Immigration Act del 1965. Prima erano asiatici, poi centroamericani, latinos e oggi siamo di nuovo al picco raggiunto prima della Prima Guerra Mondiale.
E Trump vuol fare quel che fu fatto nel 1924, sostanzialmente. Vuole chiudere le porte degli Stati Uniti e ripristinare una omogeneità razziale. C’è un essenzialismo definito molto razzialmente che qualifica, definisce l’idea di nazione. Le performance del segretario della guerra Pete Hegseth sono segnate da cose che da due secoli non si sentono più. Quindi si guarda indietro, si fa leva su nostalgie potenti, però si guarda indietro per guardare avanti. Il progetto politico – radicale, estremo, violento, può essere definito in tanti modi – c’è ed è un pezzo di paese che lo segue. Non è che siamo tutti razzisti, però un pezzo di paese catturato da questa idea è un pezzo di paese nostalgico. Indubbiamente sono nostalgie plurime.
Perché la categoria più massicciamente sovrarappresentata tra gli elettori di Trump sono maschi bianchi con bassi livelli di istruzione? Perché loro sono le figure che hanno visto scivolare dalle loro mani un’America che era soprattutto un’America loro; perché il sistema di welfare era centrato su un singolo breadwinner maschile; perché trovavano posti di lavoro faticosi e industriali, ma ben retribuiti; perché le gerarchie razziali non erano contestate; perché molte donne cercavano quella solidità familiare che loro offrivano. Questa è un’America spaventata che è catturata dal messaggio di Trump.
Le nostalgie sono potenti, ma sono nostalgie messe al servizio del disegno politico. Un disegno politico che io trovo orribile, spaventevole. Però il progetto politico c’è, questo è il primo punto.
Il secondo punto, che però è importante, è un pezzo significativo d’America catturato da questo progetto politico, dal suo lessico, dalla sua grammatica, con cui esso viene declinato e presentato. Ma è una minoranza quella MAGA. Quel che colpisce è quanto solida sia questa minoranza, quanto compatta, quanto falangista è questa minoranza. Ma minoranza rimane. Infatti, viene detto che MAGA si sta dividendo su Iran, ma non è tanto vero. Se si guardano i sondaggi sull’Iran si sovrappongono plasticamente ai sondaggi su Trump: un 40% favorevole e un 60% contrario. Fine.
Quindi MAGA è un movimento massiccio, pienamente devoto al capo. Trump è MAGA. E non viceversa. Non è che MAGA ha prodotto Trump, ma è Trump alla fine ha prodotto MAGA. Però resta una minoranza e, quindi, se la controparte si organizza, è la controparte a vincere. Trump ha perso nel 2018, ha perso nel 2020, ha perso nel 2022. Trump e MAGA hanno vinto nel 2016 e nel 2024 da un lato, contro una candidata sbagliata, Hillary Clinton nel 2016, nel mezzo di un clima politico anti-élite e “antipolitico” e, dall’altro, contro una candidata debole, Kamala Harris, nel mezzo di un contesto di alta inflazione, dove i democratici non fai le primarie».
I numeri e i costi dell’attuale guerra in Iran sono di dominio pubblico e stanno ricoprendo un ruolo importante nel dibattito. Crede si trasformerà in una sconfitta casalinga per l’amministrazione Trump?
«No, non intacca la base MAGA, questo ci dimostra per il momento. Ci dimostra che quella base è un tempo fidelizzata e ha un atteggiamento fideistico verso il capo. Però la guerra alimenta malumore, malessere, preoccupazione nel Paese, contribuisce a ridurre i tassi di fiducia dei consumatori che sono al loro minimo storico dell’ultimo mezzo secolo, addirittura sotto la crisi del 2008.
La guerra in Iran contribuisce in una certa misura a mobilitare e a galvanizzare l’opposizione a Trump, così che questo elettorato vada alle urne. Poi il conflitto, soprattutto, allontana elettori volatili, che non sono MAGA, che magari hanno votato per Trump nel 2024.
Trump con la sola base MAGA non vince. Nel 2016 Trump non ha mobilitato la working class bianca, ha preso sette milioni di voti in meno di Obama nel 2008. Trump vince se la controparte è debole. Se la controparte non riesce a mobilitare il suo di elettorato, Trump vince aggiungendo pezzi di elettorato alla sua base MAGA.
Per quanto riguarda gli elettori “indipendenti” è difficile che vi sia grande movimento, c’è una grande staticità di diversi segmenti elettorali, una grande polarizzazione. C’è pochissima mobilità, però un gruppo si è mosso tanto a favore di Trump, ossia i giovani, soprattutto giovani maschi. L’oscillazione più marcata tra il 2020 e il 2024 è stato negli under-30 ispanici maschi. Questi non sono MAGA. Sono di destra, ma non sono MAGA.
Se andiamo a vedere i sondaggi sull’Iran, sono gli elettori mobili che hanno fatto vincere Trump nel 2024 e sono quelli che sono oggi più critici assieme ai democratici».
Considera il Board of Peace un’alternativa a guida statunitense alle Nazioni Unite o una materializzazione del concetto di peace through strenght?
«Credo sia due cose: quella principale è che è un “comitato d’affari”, per fare i soldi a partire da Gaza e poi su altri. La seconda riguarda le ambizioni di Trump, per il quale il Board dovrebbe essere il futuro strumento della governance globale. L’ONU è del tutto inefficace, c’è bisogno di uno strumento più agile, con grande capacità esecutiva decisionale. Questo deve essere il Board of Peace ed è la sublimazione dell’imperialismo a cui facevamo riferimento prima, una logica totalmente imperiale, una serie di potenze che governano il mondo.
Dopodiché se si vede lo statuto del Board of Peace, c’è un presidente a vita che è lì in quanto Donald Trump e in quanto presidente degli Stati Uniti. Quindi il “capo del mondo” è Donald Trump. Questo capo del mondo nomina il suo successore, ha diritto di veto sul comitato esecutivo, sceglie i membri del comitato esecutivo. A Gaza il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha dato il via libera al Board of Peace. Qualche cosa la Russia avrà ottenuto in cambio, secondo me, ma per questo bisogna vedere. Verrà messo alla prova su Gaza, il cui piano prevede una Dubai a Gaza. Ciò vuol dire prendere alcune centinaia di migliaia di gazawi e spostarli. Un tempo la si chiamava pulizia etnica».
I legami tra USA ed Europa sono ad oggi ancora molto forti. La direttrice europea si spiega attraverso un completo assoggettamento dei partner europei alla volontà di Washington o vi sono altre chiavi interpretative in tal senso?
«È l’approccio di tipo autoritario, nel senso è improntato all’assoggettamento dell’alleato europeo. Allora, partiamo dal presupposto che l’Unione Europea è un nemico ideologico. L’Europa è un modello di integrazione sovranazionale giustificato con una retorica, che è anche un’ideologia, cosmopolita e internazionalista. Trump è il campione di un ruvido nazionalismo razziale, essenzialista, suprematista. Trump e l’UE sono ideologicamente agli antipodi.
Quando Rubio è venuto a Monaco alla Conferenza sulla Sicurezza ha ripetuto che quella tra Europa e Stati Uniti è un’alleanza naturale. È un destino comune fondato su cinque secoli di comuni valori occidentali ed è un destino comune fondato sulle radici cristiane. È un destino comune, a cui la decolonizzazione si è frapposta. La decolonizzazione è stata una tragedia, perché ha impedito il proseguimento di questo avanzamento, per Rubio. L’espansione occidentale è un destino comune imperiale. Il discorso di Rubio era un discorso suprematista, era la traslazione del nazionalismo razziale. Ha traslato questo essenzialismo razziale da suprematismo bianco statunitense a suprematismo bianco cristiano occidentale. Tutto ciò è agli antipodi dell’Unione Europea.
Nella National Security Strategy, c’è una parte sull’Europa, in cui si dice che alcuni paesi europei stanno diventando meno europei e che, diventando meno europei, mutano il loro modo di guardare le cose del mondo.
L’Europea è quindi nemica ideologica, che poi diventa nemica politica se si mette in testa di fare il Digital Service Act; se si mette in testa di sanzionare Elon Musk; se si mette in testa di dare una multa ad Alphabet; se si mette in testa di provare a mettere ordine e regole in quel mondo lì. Diventa nemica politica, perché toccare quel settore significa toccare precisi interessi economici americani che sono molto legati a questa amministrazione, a cui Trump ha promesso protezione. Inoltre, lo perché l’Europa, se diventa modello normativo, anche altri vorrebbero iniziare a fare cose simili.
Infine, è un’Europa che, unita sul dossier commerciale, può negoziare con certi strumenti, perché il mercato unico europeo è importante per le aziende americane. L’UE ha una determinata forza in fase negoziale e Trump non può discriminare merceologicamente, perché l’Europa negozia come soggetto unitario. Se si sgretola l’Unione Europea e si costruiscono rapporti bilaterali con i Paesi europei e si massimizza la propria potenza relativa rispetto a questi Paesi, questi possono essere piegati o premiati con più facilità.
Però quindi l’Europa è nemica e l’obiettivo, credo abbastanza esplicito, è di sgretolare l’Unione Europea. Credo che non ci non ci siano dubbi al riguardo».
Foto: Donald Trump













