Unione dei sindacati di Base (USB) e lo spettro della persecuzione


Resoconto e analisi degli atti e fatti in quanto sta accadendo intorno all’Unione dei Sindacati di Base (USB). 


È da oramai un mese a questa parte che l’Unione dei Sindacati di Base è al centro di alcune querelle con le forze dell’ordine che esulano da quanto normalmente avviene introno ad un semplice sindacato di sinistra radicale, riassunti brevemente gli eventi proviamo qui di seguito a fare un po’ d’analisi dei fatti e delle dinamiche, oltre che della legittimità o meno degli atti posti in essere dell’autorità di Polizia Giudiziaria.
È il primo Aprile quando, sui canali dell’USB, appare un comunicato alquanto insolito.
Si tratta della foto (o la scansione a mezzo cellulare, difficile a dirsi) di una presunta “lettera intimidatoria” (cosi viene definita dai sindacalisti) che sarebbe stata inviata dalla Seconda Sezione della Squadra Mobile di Cagliari “contrasto alla criminalità diffusa, straniera e prostituzione” al loro “C.A.F. Servizi di Base” in data 28 marzo.
La lettera, con procedura alquanto anomala, è una richiesta, su carta intestata della squadra mobile di Cagliari, al suddetto C.A.F. di copia di tutte le richieste (e dei relativi mandati) di reddito di cittadinanza a nome di stranieri portate avanti dalla struttura.
E mentre per il sindacato si tratta senza ombra di dubbio di un vero e proprio atto intimidatorio, con il quale il Ministero dell’Interno mira a lanciare una campagna d’odio nei confronti dei percettori di reddito di cittadinanza e degli stranieri, equiparandoli automaticamente a ladri e/o prostitute/i , e vi sarebbero espressi “chiari richiami alle leggi fasciste”, contro i  quali l’USB annuncia una “lotta determinata e partecipata”, noi proviamo (senza nessuna pretesa di esaustività) a guardare le cose con un po’ più di distacco. Innanzitutto è senza dubbio vero che  quella della Polizia sia una richiesta quantomeno insolita a livello procedurale, poiché tutti i dati richiesti dalla polizia al C.A.F. sono anche in possesso dell’INPS, che secondo legge è  obbligato a collaborare con tutte le pubbliche amministrazioni, e ancor di più con l’autorità di Polizia Giudiziaria, il che rende di per se semplicemente inutile e fuori dall’ordinaria prassi investigativa acquisirli durante l’attività di indagine da una fonte fisiologicamente meno affidabile, quale sarebbe il C.A.F. dell’USB.
E tuttavia, se i motivi per i quali l’autorità di P.G. avrebbe dovuto formulare una richiesta simile ci risultano ignoti, a renderla ancora più insolita in realtà è la completa mancanza del numero di protocollo in uscita dell’atto, e, soprattutto, della firma dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria.
Se infatti il numero di protocollo è completamente assente (rendendo l’atto quantomeno difficile da rintracciare in seno alla stessa p.a.), in calce alla lettera leggiamo soltanto “il Vice Ispettore della Polizia di Stato” in caratteri battuti al computer.
Non solo non è riportato nessun nome, ma neanche una firma, una sigla riportata a penna o la tipica bardatura nera degli “omississ”, che pure a rigor di logica dovrebbe esserci, essendo chiaramente visibile come il documento sia stato stampato, vi siano state aggiunte la data, il destinatario e l’indirizzo a mano, e sia stato successivamente scannerizzato o fotografato.
Ovviamente la completa assenza della firma, o anche solo del nome dell’operatore, rende automaticamente l’atto marcatamente viziato, non essendo di fatto e di diritto riconducibile ad alcuna persona fisica che abbia un rapporto di immedesimazione organica con l’autorità di Polizia Giudiziaria, e dunque neanche alla personalità giuridica dell’amministrazione stessa.


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Insomma il documento è mancante di alcuni elementi determinanti, e giuridicamente, dati gli errori macroscopici che sarebbero stati compiuti dall’operatore, pur non essendo assolutamente condivisibile l’ipotesi per cui l’autorità di Polizia Giudiziaria invierebbe “lettere minatorie” ai sindacati, è sicuramente un atto di dubbia legittimità formale.
E se sono di tutta evidenza la parzialità e la faziosità della ricostruzione operata dall’U.S.B., in quanto l’accorpamento dell’attività investigativa riguardante più tipologie di reato è prassi comune per le questure di tutte le città, in particolare modo per quelle di più modeste dimensioni, e se è evidente che quest’ultimo non costituisce equiparazione delle fattispecie soggettive (tanto più che la prostituzione, ricordiamo, non è né un  reato e né un illecito amministrativo secondo il nostro ordinamento, diversamente dallo sfruttamento della stessa), ma mera espressione della necessità organizzativa del personale, altrettanto evidente dovrebbe essere che  l’autorità di Polizia Giudiziaria indaga eventualmente su chi percepisce sussidi in maniera illecita e/o si avvantaggia della popolazione migrante per drenare denaro pubblico, sostanziando altre fattispecie di reati, non essendo la Polizia in uno stato di diritto espressione della volontà politica di qual si voglia governo.
Ebbene, al netto di tutto ciò, è tuttavia pur vero che il sentore qualcosa di quantomeno insolito stia  effettivamente avvenendo intorno all’U.S.B. c’è.

La pistola nella toilette

Dopo una settimana, precisamente il 6 aprile negli uffici dell’USB di Roma, in via dell’aeroporto, si verifica un altro fatto degno di nota. Secondo quanto riportato dai principali quotidiani locali e nazionali, nonché sul sito e nei video pubblicati dall’U.S.B. stessa, sono circa le 23 quando nella sede della confederazione arriva la visita inaspettata di due “Gazzelle” dei Carabinieri.  I militari dell’arma riferiscono di aver ricevuto tre telefonate anonime durante la giornata e, nonostante le animose rimostranze dei sindacalisti tutti, procedono con fare cortese ma deciso a perquisire la sede del sindacato. La perquisizione è effettuata per la ricerca di armi ex art.41 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (benché il carabiniere in questione dichiari nei video di procedere ex.art.4 leg.150 del 1975, probabilmente confondendosi egli stesso, poiché l’articolo in questione riguarda la perquisizione personale) e dunque d’iniziativa degli Agenti/Ufficiali di Polizia Giudiziaria, e porta al rinvenimento di una pistola con matricola abrasa e avvolta nel cellophane all’interno dello scarico di uno dei cubicoli, nel bagno degli uomini.
A poco erano servite, prima della perquisizione, le rimostranze di un avvocato dell’USB riguardo l’incostituzionalità della norma (rimostranze per di più a nostro avviso infondate, datosi che anche la Corte Costituzionale ha chiarito nel 2001 come le questioni di legittimità costituzionale sollevate sulla base degli articoli 14 e 24 cost. fossero inammissibili).
Ora, riteniamo, nell’estrema sinistra si evidenzia un  problema quantomeno di coordinamento in termini di reazione a breve  termine ad eventi avversi, poiché nelle ore successive Giorgio Cremaschi già scriveva con toni enfatici su Micromega contestando l’accaduto, ma lo faceva  sostenendo che la perquisizione aveva avuto esito negativo (cosa non vera), e aggiungendo che “Quella contro la USB è una intimidazione e provocazione reazionaria senza precedenti da denunciare e condannare”, indubbiamente legata al clima d’odio venutosi a creare nel paese contro tutti gli oppositori alle politiche definite “guerrafondaie” del governo Draghi. (n.d.r. l’USB aveva già annunciato lo sciopero proclamato per il 22 aprile “Contro il governo del carovita e della guerra”).
Lo stesso Cremaschi ha poi provveduto ad aggiornare il suo articolo, datosi che invece l’arma era effettivamente stata rinvenuta, facendo intendere che la stessa sarebbe stata inequivocabilmente depositata nell’ambito di una provocazione finemente architettata ai danni dell’U.S.B., avendo i militari proceduto con tutta evidenza sulla base di una segnalazione particolarmente specifica.
Ebbene, al netto delle parzialità e degli errori individuali commessi nella foga, è pur vero che la storia ha di per se elementi che fanno riflettere.
A chi appartenga la pistola, e come sia finita nella sede dell’USB, se sia effettivamente di un iscritto al sindacato, o se sia stata posata lì in bella vista per danneggiarne l’immagine, solo gli accertamenti della magistratura ci aiuteranno a stabilirlo.
Se dunque come analisti non ci sentiamo in grado di appoggiare la tesi estremamente ideologizzata tipica di un movimento antisistema proposta dall’U.S.B., per quanto pochi siano gli elementi in nostro possesso, non ci sentiamo neanche in grado di escludere a priori di essere davanti ad una riproposizione, su piccola scala, di quella che fu soprannominata “strategia della tensione”, volta ad isolare la sinistra più estrema.
L’ U.S.B. è infatti sicuramente di un sindacato di sinistra radicale, ma è ben lungi dal rappresentare una pericolo di natura eversiva per la sicurezza della Repubblica, e risulta quantomeno dubbia la convenienza che ne sarebbe venuta all’organizzazione dal detenere una (per di più singola) arma da fuoco a fini politici.
Rimane la questione della legittimità della perquisizione ai sensi del T.U.L.P.S. e della normativa vigente. Ebbene come precedentemente anticipato la stessa é stata operata ai sensi dell’art.41 del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza che recita: “Gli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunciate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, procedono immediatamente a perquisizione e sequestro”.
In pratica, forse mai come in questo caso, l’art.41 descrive la fattispecie in maniera perfettamente calzante, specificando che l’autorità di Polizia Giudiziaria può procedere indipendentemente dalla natura del luogo perquisito e dall’affidabilità della notizia.
La norma inoltre non rileva differenze al fine dell’esecuzione della perquisizione tra Agenti ed Ufficiali di Polizia Giudiziaria, per cui, quale che fosse il grado dei carabinieri intervenuti la perquisizione risulta perfettamente legittima.
A prescindere dunque dell’utilizzo strumentale e dell’abuso che si possa essere fatto negli anni degli strumenti giuridici costituiti dagli articoli art.4 leg.150 del 1975 e 41 del T.U.L.P.S., la perquisizione operata nella fattispecie dai Carabinieri di Roma risulta ai nostri occhi perfettamente regolare.


Foto copertina: Manifestazione Unione Sindacati di Base