Usa: nuove sanzioni all’Iran, nuove tensioni con la Cina

Donald Trump
Donald Trump

Le nuove disposizioni commerciali colpiscono indirettamente gli alleati di Teheran.


Di Davide Simeoli

Le nuove sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro l’Iran il 24 agosto riflettono la strategia di massima pressione adottata da Washington e mirano a colpire l’interscambio commerciale di Teheran con i suoi partner, in modo da “strangolare” economicamente il Paese.
Le restrizioni economiche rispondono, inoltre, a una duplice volontà dell’amministrazione Trump. Da un lato, costituiscono l’ennesima prova di forza nei confronti di Teheran, accompagnata da un incremento della pressione economica. D’altra parte, il provvedimento si inserisce in una dinamica più ampia, nella quale la Cina, in quanto principale partner commerciale iraniano, assume un ruolo centrale.
Attraverso il tentativo di colpire le reti con cui l’Iran continua a generare proventi derivanti dall’esportazione di petrolio, Washington sembra intervenire direttamente nelle relazioni sino-iraniane, alimentando ulteriormente le tensioni con il principale concorrente strategico nel sistema internazionale.
Il rapporto tra Pechino e Teheran diventa, quindi, un elemento indicativo della centralità cinese nella strategia statunitense.

La Cina è, ad oggi, il principale partner commerciale dell’Iran e rappresenta il più importante acquirente del suo petrolio. Solo nel 2024, Pechino ha assorbito, anche attraverso l’utilizzo della shadow fleet impiegata per eludere le sanzioni già esistenti, più dell’80% delle esportazioni di greggio via mare.[1]
La “Operation Economic Outcast”[2], presentata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e dal suo segretario Scott Bessent, riunisce le iniziative adottate dall’amministrazione Trump per dar attuazione alla propria strategia di pressione.
Il provvedimento estende il ricorso alle sanzioni secondarie nei confronti di soggetti stranieri, introducendo oltretutto restrizioni in cinque nuovi settori: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e navigazione marittima.[3]
In particolare, tra le numerose aziende e operatori coinvolte nel commercio e nella cooperazione con Teheran, ne risultano diversi collegati alla Cina e a Hong Kong, accusati sia di aver facilitato il trasporto di petrolio verso il mercato cinese che di aver cooperato nel settore dell’approvvigionamento tecnologico.[4]
Non si è fatta attendere la reazione di Pechino.  Il Ministero degli Esteri cinese, alla vigilia dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni, ha manifestato la propria contrarietà alle misure statunitensi. Nello specifico, durante la conferenza stampa del 24 agosto, il portavoce del ministero, Lin Jian, ha contestato il ricorso alle sanzioni unilaterali, sostenendo che tali iniziative corrono il rischio di alimentare ulteriormente le tensioni tra le parti e di compromettere la stabilità dell’economia e della finanza internazionale.[5]
Il giorno seguente, Pechino ha ulteriormente inasprito i toni, definendo illecito il nuovo provvedimento statunitense, in quanto atto di guerra commerciale illegittimo secondo il diritto internazionale e non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Inoltre, il governo cinese ha respinto ogni possibilità di interferenza da parte di Washington nelle proprie relazioni commerciali con l’Iran, ribadendo che la cooperazione tra i due Paesi, in quanto condotta nel rispetto del diritto internazionale, non dovrebbe essere oggetto di ingerenze esterne.[6]
Un elemento di particolare rilievo è rappresentato dalla prosecuzione dei canali di confronto tra Cina e Stati Uniti, testimoniata da due eventi.
Il primo è stato l’incontro di Wang Huning, principale consigliere politico cinese, con una delegazione statunitense, da cui è emersa la volontà di rafforzare le relazioni tra i due Paesi a conferma di quanto ottenuto dall’incontro tra i Presidenti nel maggio 2026[7].
Come affermato da Wang “La Cina è pronta a lavorare con gli Stati Uniti per attuare pienamente e fedelmente l’importante consenso raggiunto dai due capi di stato, promuovere una corretta comprensione reciproca, rispettare i reciproci interessi fondamentali, rafforzare la cooperazione pratica in vari campi, gestire correttamente le differenze e costruire attivamente un rapporto costruttivo Cina-Stati Uniti di stabilità strategica”.[8]
Il giorno seguente, il 25 agosto, si è inoltre svolto a Pechino il terzo incontro del China-U.S. Track 1.5 Dialogue, forum che ha ospitato diversi esponenti governativi e del mondo accademico di entrambi i Paesi. Il confronto ha confermato la volontà delle parti di rafforzare la comunicazione e la comprensione reciproca nonostante le persistenti divergenze tra i due Paesi[9].
La questione centrale passa, dunque, dal consenso che Washington riuscirà a ottenere attorno alle nuove restrizioni.
Qualora l’amministrazione Trump dovesse andare sino in fondo, colpendo gli operatori cinesi, Pechino si troverebbe dinanzi alla necessità di decidere se adeguarsi alle disposizioni di Washington, limitando i propri rapporti con Teheran, oppure rifiutarle e dunque sfidare la linea statunitense.
Il primo scenario, caratterizzato dalla scelta cinese di fare un passo indietro, potrebbe rafforzare la strategia statunitense e la sua pretesa di leadership nel sistema internazionale. Difatti, il deterioramento delle relazioni economiche tra Pechino e Teheran consoliderebbe la condizione di strangolamento del regime iraniano voluta dall’amministrazione Trump.
Al contrario la credibilità cinese ne uscirebbe indebolita. La scelta di cedere alle richieste di un diretto concorrente potrebbe rappresentare non solo una compromissione della propria autonomia, ma anche un precedente estremamente importante nelle relazioni con gli USA, in grado di condizionarne indirettamente i rapporti con Paesi terzi.
Infine, la perdita di uno dei principali esportatori di petrolio potrebbe danneggiare Pechino anche dal punto di vista energetico.
Un secondo scenario, invece, potrebbe essere rappresentato dal rifiuto da parte di Pechino delle sanzioni. Si tratterebbe, peraltro, di uno scenario già coerente con la postura espressa sinora dal governo cinese.[10]
In questo caso, la cooperazione con l’Iran proseguirebbe senza limitazioni, considerando oltretutto che l’efficacia delle sanzioni secondarie nei confronti della Cina potrebbe rivelarsi particolarmente modesta.
Questo perché la dipendenza dal sistema finanziario statunitense degli operatori cinesi attivi in alcuni dei settori interessati, come ad esempio quello delle raffinerie di petrolio, è pressoché minima.[11] Tale condizione permetterebbe a Pechino di resistere alla pressione statunitense.
A risentirne maggiormente sarebbero, invece gli Stati Uniti che non riuscirebbero, dunque, né a influenzare indirettamente le relazioni sino-iraniane, né a comprometterne l’interscambio commerciale.
Una simile dinamica potrebbe portare Washington a rivedere l’approccio adottato, inasprendo le misure nei confronti degli operatori cinesi, con il rischio, tuttavia, di trasformare la questione iraniana in un ulteriore terreno di scontro con la Repubblica Popolare Cinese.


Note 

[1] U.S. Energy Information Administration. (n.d.). Iran. U.S. Department of Energy. https://www.eia.gov/international/analysis/country/IRN?utm_medium=email  
[2] The White House. (2026, August 24). Operation Economic Outcast: Total Isolation of the Iranian Regime https://www.whitehouse.gov/releases/2026/08/operation-economic-outcast-total-isolation-of-the-iranian-regime/
[3] U.S. Department of the Treasury. (2026, August 24). Treasury launches unprecedented campaign against Iranian regime on economic D-Day. https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0613/
[4] Ibidem
[5] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China. (2026, August 24). Foreign Ministry spokesperson Lin Jian’s regular press conference on August 24, 2026. https://www.mfa.gov.cn/eng/xw/fyrbt/202608/t20260824_12009284.html
[6] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China. (2026, August 25). Foreign Ministry spokesperson Lin Jian’s regular press conference on August 25, 2026. https://www.mfa.gov.cn/eng/xw/fyrbt/202608/t20260825_12010141.html
[7] Xinhua. (2026, May 14). Xi holds talks with Trump in Beijing. https://english.news.cn/20260514/e5c24271180e4860982e017b427d41d4/c.html [8] CCTV. (2026, August 25). China’s top political advisor meets U.S. delegates attending third China-U.S. Track 1.5 Dialogue https://english.cctv.com/2026/08/25/ARTIo4dd1ahNYT3jB4spKhLu260825.shtml?spm=C69523.PwOasl7Qr6J6.MHZUB6bez4SG.35
[9] CCTV. (2026, August 26). China, US hold third Track 1.5 Dialogue in Beijing. https://english.cctv.com/2026/08/26/ARTI0r131WJCEn18VUlkWhKi260826.shtml?spm=C69523.PwOasl7Qr6J6.MHZUB6bez4SG.5
[10] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China. (2026, August 25), Op. cit.
[11] Al Jazeera Staff. (2026, August 26). Trump threatens Iran’s partners: How do secondary sanctions work? Al Jazeera. https://www.aljazeera.com/economy/2026/8/26/trump-threatens-irans-partners-how-do-secondary-sanctions-work


Foto copertina: Donald Trump