Vladislav Surkov, l’uomo dietro il “mago del Cremlino”

Surkov e Putin
Surkov e Putin

Con l’uscita nelle sale italiane de Il mago del Cremlino, diretto da Olivier Assayas e tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, il grande pubblico si è trovato di fronte a una figura tanto affascinante quanto inquietante: Vadim Baranov, lo stratega che accompagna l’ascesa di Vladimir Putin nella Russia post-sovietica. Interpretato da Paul Dano, Baranov è un personaggio di finzione, ma la sua ispirazione è evidente: ed è quella di Vladislav Surkov, l’uomo che per oltre un decennio è stato considerato uno dei principali architetti del sistema politico russo contemporaneo.


L’architetto invisibile del putinismo

Vladislav Surkov emerge sulla scena politica russa alla fine degli anni Novanta, nel momento in cui Vladimir Putin consolida il proprio potere dopo il caos dell’era Eltsin. Proveniente dal mondo degli affari e della comunicazione, Surkov non è un politico tradizionale: è un regista del potere, un costruttore di scenari. Spesso definito “Il cardinale grigio del Cremlino” o “il Rasputin di Putin”, etichette che riflettono il suo ruolo dietro le quinte più che una funzione istituzionale formale.
Tra il 1999 e il 2011, come vice capo dell’Amministrazione presidenziale, Surkov contribuisce a ridisegnare il sistema dei partiti deboli, favorendo la nascita e il consolidamento di Russia Unita come forza dominante. Parallelamente promuove la creazione di movimenti giovanili filo-cremlino come ad esempio Nashi (Наши) fondato nel 2005 dopo le rivoluzioni colorate nell’ex spazio sovietico questo movimento era finalizzato a creare una base di supporto giovanile fedele a Vladimir Putin e prevenire simili sollevamenti in Russia. Si caratterizzava per una forte retorica antifascista e nazionalista e Idushchiye Vmeste (Идущие вместе) creati nel 2000, è stato il precursore di Nashi. Questo gruppo organizzava manifestazioni a sostegno del presidente, promuoveva la cultura russa e attaccava scrittori o artisti critici verso il governo. Non si tratta semplicemente di reprimere l’opposizione, ma di inglobarla, modularla, talvolta persino simularla. È questa dimensione “teatrale” della politica che ha colpito molti osservatori occidentali e che nel film viene incarnata dalla figura di Baranov.

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La “democrazia sovrana”

Il contributo più noto di Surkov al lessico politico russo è il concetto di “democrazia sovrana” (suverennaya demokratiya), formulato pubblicamente nel 2006. In discorsi e interventi pubblicati su riviste russe e ripresi da analisti di tutto il mondo, Surkov sostiene che la Russia sia una democrazia, ma una democrazia che deve essere difesa nella sua specificità storica e culturale. La sovranità, in questa visione, non è soltanto indipendenza territoriale: è il diritto esclusivo della nazione di determinare le proprie istituzioni, i propri valori politici e il proprio equilibrio tra libertà e autorità.
Nelle sue formulazioni, la democrazia sovrana non rifiuta in linea di principio elezioni, pluralismo o rappresentanza. Rifiuta però l’idea che esista un unico modello universale, in particolare quello liberale occidentale, che possa essere imposto come standard normativo. Surkov insiste sul fatto che la Russia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, abbia attraversato una fase di vulnerabilità in cui attori esterni – governi, organizzazioni internazionali, fondazioni straniere – avrebbero tentato di influenzarne lo sviluppo politico. La democrazia sovrana diventa così un argine ideologico contro quella che viene descritta come interferenza.
Il concetto è stato interpretato come un tentativo di legittimare un sistema definito “managed democracy” o “competitive authoritarianism”: un regime in cui esistono elezioni e partiti, ma il campo politico è strutturato in modo da garantire la predominanza del potere centrale. Tuttavia, nelle fonti russe il termine appare carico di una dimensione identitaria più profonda. Non è solo una formula di controllo politico; è una risposta al trauma degli anni Novanta, al disordine economico e istituzionale, e alla percezione di perdita di status internazionale.
Per Surkov, la sovranità precede la forma della democrazia. Senza sovranità – intesa come capacità effettiva dello Stato di decidere senza pressioni esterne – la democrazia sarebbe vuota. In questo senso, il controllo dei media, la regolazione dello spazio politico e la centralizzazione del potere non vengono presentati come negazioni della democrazia, ma come condizioni per la sua sopravvivenza in un contesto geopolitico competitivo. È una concezione che rovescia la gerarchia liberale classica, ponendo stabilità e continuità dello Stato al di sopra dell’alternanza e della frammentazione.

Tra ideologia e geopolitica

Negli anni successivi, Surkov assume un ruolo chiave nella gestione dei dossier relativi all’Ucraina e alle regioni separatiste filo-russe. Anche qui la logica della sovranità rimane centrale: la difesa di una sfera d’influenza ritenuta vitale per la sicurezza e l’identità della Russia. Le sanzioni occidentali che lo colpiscono dal 2014 in poi testimoniano quanto la sua figura sia stata percepita, fuori dalla Russia, come parte integrante della strategia del Cremlino.
Col tempo, la presenza pubblica di Surkov si è ridotta, fino alla sua uscita formale dall’amministrazione presidenziale nel 2020. Eppure la sua impronta resta visibile nell’architettura politica russa: nella verticalità del potere, nel ruolo dominante del partito presidenziale, nella gestione calibrata del pluralismo.

Il mito del “mago” e la realtà del sistema

Il film trasforma tutto questo in racconto: Baranov è il simbolo di un’epoca in cui la politica diventa narrazione, scenografia, controllo delle percezioni.

Il Mago del Cremlino, Adattamento cinematografico dell'omonimo roman à clef di Giuliano da Empoli sull'ascesa politica di Vladimir Putin.
Il Mago del Cremlino, Adattamento cinematografico dell’omonimo roman à clef di Giuliano da Empoli sull’ascesa politica di Vladimir Putin.

Ma la figura reale di Surkov è meno romanzesca e più strutturale. Non è solo un consigliere brillante; è uno degli ideologi che hanno fornito al putinismo una giustificazione teorica coerente. Partire dal cinema per arrivare alla realtà significa riconoscere che il “mago del Cremlino” non è soltanto un personaggio letterario. È l’espressione di una stagione politica in cui la sovranità nazionale è stata elevata a principio supremo e la democrazia ridefinita nei suoi confini. Vladislav Surkov, più che un semplice spin doctor, è stato il teorico di questa ridefinizione: l’uomo che ha contribuito a trasformare la politica russa in un sistema che si presenta come democratico, ma che rivendica il diritto di esserlo alle proprie condizioni.


Foto copertina: Vladislav Surkov e Vladimir Putin. ALEXEI NIKOLSKY / RIA NOVOSTI / AFP