Nel volume “Pietroburgo. Dagli assassini degli Zar al cuoco di Putin”, Anna Zafesova utilizza San Pietroburgo non solo come scenario narrativo, ma come vera e propria lente interpretativa.
Nel dibattito occidentale contemporaneo sulla Russia, dominato dalla guerra in Ucraina e dalla figura di Vladimir Putin, il rischio più grande è quello di ridurre un Paese complesso a una sola dimensione: quella della minaccia geopolitica. In questo senso, Pietroburgo di Anna Zafesova rappresenta un contributo prezioso perché restituisce profondità storica e culturale a ciò che troppo spesso viene analizzato soltanto attraverso categorie strategiche o militari.

Zafesova, giornalista e tra le più attente interpreti della Russia contemporanea, nel volume “Pietroburgo. Dagli assassini degli Zar al cuoco di Putin”, (Paesi Edizioni 2025, acquista qui) utilizza San Pietroburgo non solo come scenario narrativo, ma come vera e propria lente interpretativa. La città fondata da Pietro il Grande emerge come simbolo di una tensione strutturale che attraversa l’intera storia russa: quella tra Europa e Asia, tra modernizzazione e autocrazia, tra aspirazione universale e ripiegamento imperiale.
Fin dalle prime pagine, l’autrice definisce Pietroburgo con una formula folgorante: una città di “troppa arte, troppa letteratura, troppo potere, troppa storia”. È l’ex capitale imperiale ancora avvolta da un’aura monumentale e ambigua, un luogo che dopo il crollo del comunismo sembrava voler “regolare i conti” con Mosca, ma che resta in fondo un corpo estraneo nel contesto russo. Pietroburgo, sostiene Zafesova, è stata il tentativo più ambizioso di guidare l’impero con una razionalità occidentale in un Paese segnato da una diffidenza profonda verso l’Altro, quella che Iosif Brodskij chiamava “xenofobia uterina”.
La Russia moderna prende forma proprio qui: non nel cuore o nella pancia del Paese, ma nel suo cervello.
La storia stessa della città racconta questa tensione identitaria. Ribattezzata Pietrogrado nel 1914 per prendere le distanze dalle origini tedesche, poi Leningrado nel 1924 in omaggio al mito rivoluzionario, e infine tornata Pietroburgo nel 1991 con un referendum simbolico, la città incarna una stratificazione di epoche e poteri.
È la città di Putin, ma anche di Nicola II e Dostoevskij, di poeti e spie, di santi e terroristi, di riformatori e avventurieri. Come scriveva Alexandre Dumas, è difficile trovare al mondo un panorama paragonabile a quello che si apre davanti agli occhi entrando nella sua architettura imperiale.
Pietroburgo nasce come finestra sull’Europa, come ponte cosmopolita tra mondi. Pietro il Grande decide che la Russia è Occidente, e da allora “europeo” diventa sinonimo di superiorità culturale, sia per i liberali sia per i nostalgici dei valori tradizionali. Persino Putin, nel 2000, affermava che la Russia è un Paese europeo “per cultura e mentalità”. Ma, come osserva Zafesova, il potere raramente si trasforma in modo pacifico: la storia della città è segnata da attentati, rivoluzioni e violenza politica, dal celebre zaricidio fino ai fantasmi contemporanei della repressione.
Uno dei temi centrali del libro è proprio questa continuità tragica: Pietroburgo come luogo dove si intrecciano gli assassini degli zar e le figure simboliche del presente, fino a personaggi come Evgenij Prigožin, emblema della Russia post-sovietica militarizzata e opaca. La città è allo stesso tempo museo e campo di battaglia della memoria.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, Pietroburgo diventa anche teatro di un nuovo irrigidimento autoritario: repressione interna, censura, paura. Eppure, come ricorda l’autrice, nella seconda capitale russa resta possibile respirare il peso della storia e insieme l’eleganza dell’arte: i musei, le librerie antiquarie, i caffè storici come il Sever, le tracce di un’evoluzione culturale underground che sopravvive sotto la superficie del controllo statale.
In questo senso, Pietroburgo non è soltanto un libro su una città, ma un libro sulla persistenza dell’idea di impero come categoria centrale della politica russa. La guerra contro l’Ucraina non appare come una semplice deviazione putiniana, ma come l’esito di una lunga genealogia storica: un conflitto che riattiva la logica delle sfere di influenza e mette in crisi il principio, post-1945, del divieto dell’uso della forza.
Pietroburgo è un libro che aiuta a comprendere la Russia non soltanto come attore geopolitico, ma come costruzione storica e culturale. Ed è proprio questa comprensione profonda che manca spesso nel discorso pubblico occidentale: senza di essa, la guerra appare incomprensibile o riducibile a pura follia, mentre è invece radicata in un immaginario imperiale che continua a plasmare la politica del Cremlino.
Intervista con l’autrice.
Perché ha scelto Pietroburgo, e non Mosca, come chiave per raccontare la Russia contemporanea?
«La scelta di Pietroburgo è stata dell’editore, Paesi Edizioni. Quando abbiamo discusso con Luciano Tirinnanzi del primo libro della collana Città geopolitiche — che poi si è ampliata con molte altre pubblicazioni — l’idea era quella di raccontare città in cui storia, antropologia e politica si intrecciassero in modo particolarmente interessante, possibilmente evitando le capitali, perché spesso risultano una scelta scontata.
Subito dopo, però, mi disse: “Per la Russia deve essere per forza Mosca”. Io obiettai che, in realtà, non esisteva città più geopolitica di Pietroburgo. Per quanto il termine “geopolitica” sia stato molto abusato e spesso frainteso, in questo caso è evidente che sia stata la politica a scegliere la geografia, e la geografia, a sua volta, a influenzare la politica. Raccontare Pietroburgo da questo punto di vista era quindi particolarmente interessante. Poche città nella storia dell’umanità sono state costruite come atto deliberatamente politico. Le città, normalmente, nascono in modo più “naturale”: in prossimità di fiumi, ai piedi di montagne che le proteggono, lungo vie commerciali strategiche. Pietroburgo, invece, viene concepita in modo volontaristico. Nasce come statement politico e geopolitico, come vetrina e laboratorio di una nuova Russia che non è più la Moscovia, ma una Russia che si affaccia sull’Europa.
Come scrisse Aleksandr Puškin, Pietro il Grande fonda Pietroburgo — la cui data ufficiale di nascita è il 1703, ed è quindi una città relativamente giovane — aprendo una “finestra sull’Europa”.
Pietroburgo racchiude dunque in sé anche l’eterna tensione della storia russa: quella tra l’apertura verso l’Europa e le sue radici più continentali, più interne, più inclini a una visione isolazionista. Una tensione che attraversa l’epoca zarista, il periodo sovietico e arriva fino alla Russia contemporanea».
Pietroburgo è definita una città “estranea” nel contesto russo: in che senso questa estraneità è ancora visibile oggi?
«L’estraneità di Pietroburgo rispetto al corpo del Paese di cui pure fa parte è visibile in molti aspetti. Innanzitutto nell’architettura: è una delle città più giovani della Russia ed è sicuramente la meno “russa”. Questo era già sottolineato da numerosi viaggiatori europei nei primi decenni della sua esistenza. A seconda delle loro inclinazioni, la celebravano come città europea oppure la criticavano come un tentativo artificiale di imitare l’Europa. In ogni caso, veniva percepita come una città non autoctona.
Del resto, questa era un’intenzione precisa: Pietroburgo non nasce da uno sviluppo naturale, non sorge lungo rotte commerciali spontanee né da un retroterra agricolo consolidato. Non è una città militare in senso tradizionale, anche se è fortemente militarizzata e ospita numerose istituzioni legate alla flotta, alla marina, all’esercito, oltre ad accademie e ospedali militari. Allo stesso tempo, però, è una città internamente vulnerabile, come si è visto durante l’assedio nazista, proprio perché esposta geograficamente.
Come disse Pietro il Grande, fare di Pietroburgo la capitale era come “collocare il cuore sulla punta di un dito” dell’impero: una scelta audace, ma anche rischiosa.
Pietroburgo nasce dunque in chiara contrapposizione a Mosca: ha un’architettura diversa, una cultura diversa, un ritmo diverso. È una città concepita come capitale del potere politico e, per questo, profondamente subordinata alla logica del potere. Per due secoli è stata abitata essenzialmente dall’alta burocrazia, dall’aristocrazia, dai vertici militari e culturali dell’Impero russo. Una città elitaria, che ancora oggi — nonostante gli sconvolgimenti storici e i profondi cambiamenti demografici — continua a percepirsi come diversa e, in qualche modo, superiore alle altre.
È anche l’unica grande città russa costruita fin dall’inizio prevalentemente in pietra. Pietro il Grande impose che la pietra proveniente da altre regioni dell’Impero fosse destinata alla costruzione dei palazzi di Pietroburgo. Per questo motivo, gran parte della Russia rimase edificata in legno o in mattoni fino all’inizio del Novecento. Paradossalmente, Pietroburgo è diventata forse la città più “storica” della Russia, proprio perché si è conservata meglio di molte città più antiche.
Questo impianto architettonico e culturale nasce dall’aspirazione a inserirsi nella cultura europea, o quantomeno a diventare europea. È un tratto che si avverte ancora oggi, in una città che non ha un vero retroterra rurale: la campagna intorno a Pietroburgo era quasi inesistente al momento della fondazione.
Per tutte queste ragioni, Pietroburgo è una città profondamente internazionale, una metropoli unica nel panorama russo».
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Quanto l’eredità imperiale della città sopravvive nella Russia post-sovietica e putiniana?
«Accanto alla dimensione repressiva, Pietroburgo è sempre stata anche una grande capitale scenografica. È stata la seconda città della Russia, ma una città concepita come scenografia del potere, una città “cateriniana”, costruita per suscitare un effetto di meraviglia nei visitatori. Doveva mostrare all’Europa che la nuova Russia nata sulle sue rive non era inferiore a Vienna, a Parigi, a Berlino, alle grandi capitali e ai competitor dell’epoca.
Inevitabilmente, anche se non è più capitale da oltre un secolo — la capitale fu riportata a Mosca da Lenin nel 1918, subito dopo la rivoluzione, per motivi essenzialmente militari — Pietroburgo ha continuato a mantenere un ruolo simbolico fortissimo. Era troppo esposta a possibili invasioni dall’Europa; Mosca, invece, essendo più interna, era più protetta e più difficile da raggiungere.
Ma nella decisione di spostare la capitale c’era probabilmente anche la volontà di cancellare la memoria dell’Impero. Pietroburgo incarnava quella memoria nelle sue prospettive monumentali, nelle università, nelle scuole, nei teatri, nei palazzi e nella stessa composizione della sua popolazione. Per costruire un sistema completamente nuovo, il potere sovietico aveva bisogno di un centro diverso, più controllabile e più funzionale alla nuova ideologia.
Non a caso, Mosca negli ultimi decenni è stata profondamente trasformata, quasi devastata da ricostruzioni e interventi urbanistici che ne hanno modificato il volto. Pietroburgo, invece, è rimasta molto più simile a sé stessa: guardando le immagini storiche, è più facile riconoscere la città di oggi rispetto a quanto accade con Mosca.
Pietroburgo è sempre stata una città di grande impatto visivo, paragonabile per imponenza e per progetto urbanistico alle grandi capitali europee. Il suo impianto richiama Vienna e altre città imperiali: si percepisce chiaramente l’ispirazione a un modello imperiale, a un’idea di potenza e di proiezione verso l’esterno.
È una città che nasce già con questa ambizione: essere non solo una capitale amministrativa, ma il simbolo di un impero, il volto monumentale di una Russia che voleva affermarsi come grande potenza europea».
Nel libro convivono arte, bellezza e repressione: come riesce Pietroburgo a mantenere questa ambivalenza?
«La repressione non è un elemento esclusivo di Pietroburgo: in tutte le grandi capitali europee convivono potere e controllo. A Londra, a Parigi o a Berlino esistono carceri nel centro della città, inserite nel tessuto urbano e spesso vicine ai luoghi del potere politico, quasi a suggerire che il passaggio dal dissenso alla repressione possa essere rapido.
Pietroburgo, tuttavia, ha rappresentato un concentrato particolarmente intenso della dimensione repressiva. È stata la capitale di un impero e di una monarchia assoluta — per certi versi anche una delle più “illuminate” del suo tempo — ed è poi diventata il centro della rivoluzione del 1917. Una rivoluzione che, nella sua fase iniziale e più pubblica, non fu immediatamente sanguinosa, ma che aprì la strada alla guerra civile e alle repressioni successive. In seguito, la città divenne uno dei centri degli sviluppi staliniani e, più tardi, teatro della tragedia della Seconda guerra mondiale.

È quindi una città che ha attraversato numerose tragedie storiche. E tuttavia si può discutere di quanto proprio questa storia tormentata abbia contribuito alla sua straordinaria vitalità culturale e artistica. Pietroburgo è stata a lungo la capitale dell’arte ufficiale dell’Impero: pittura, scultura, architettura. È stata anche un centro fondamentale per l’arte classica, per le arti plastiche e, in diversi momenti, per l’arte moderna e contemporanea.
Mosca, soprattutto negli ultimi decenni, ha conosciuto un grande sviluppo artistico e culturale; ma Pietroburgo ha rappresentato una scuola fondamentale, un laboratorio permanente non solo politico, ma anche civile e culturale. La religiosità vi è sempre stata vivace, così come il dibattito intellettuale.
Il fatto di essere stata la prima vera capitale progettata e sviluppata con un disegno coerente ha permesso alla città di costruire una propria identità molto forte. In alcuni periodi, vi si respirava persino una maggiore libertà culturale rispetto a Mosca, nonostante i controlli e le repressioni non siano mai mancati.
Pietroburgo è stata, e in parte resta, un grande laboratorio: non solo di politica internazionale, ma anche di civiltà, di ricerca artistica, di sperimentazione nella pittura e nella scultura. Una città in cui il potere e la cultura, la repressione e la creatività, hanno convissuto in modo spesso drammatico ma straordinariamente produttivo».
Nel 1944, dopo l’occupazione nazista di Peterhof, una coppia si trasferisce nella devastata Pietroburgo: i Putin. Nel 1952 nasce Vladimir, il futuro presidente. Ne racconta l’adolescenza trascorsa nel microcosmo sociale dei dvor[1]. Quanto questo passato può aiutarci a comprendere la formazione e la storia personale di Putin?
«L’infanzia di Vladimir Putin a Leningrado è spesso considerata una chiave di lettura importante per comprendere alcuni tratti del suo carattere: la freddezza, l’apparente scarsa emotività, una certa durezza che molti osservatori hanno messo in relazione con l’ambiente in cui è cresciuto. Qualcuno ha perfino evocato le figure della burocrazia imperiale descritte da Nikolaj Gogol, personaggi segnati da rigidità e distanza emotiva.
Sicuramente la città ha avuto un’influenza su di lui, ma non basta a spiegare tutto. Leningrado ha inciso profondamente anche su molti altri appartenenti alla sua stessa generazione. Putin nasce nel 1952, in una famiglia molto povera, in un appartamento comunitario, in un quartiere allora piuttosto degradato ma vicino al centro storico — oggi pienamente integrato nel cuore della città.
La Leningrado in cui nasce è una città devastata dalla guerra: durante l’assedio nazista ha perso circa un milione di abitanti, tra morti e dispersi. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite e non tutte sono tornate. È una città ferita, che sta lentamente cercando di ricostruirsi, ancora piena di macerie materiali e soprattutto di memorie traumatiche. L’atmosfera è segnata dal lutto, dalla povertà, dalla fatica della ripresa.
C’è poi un altro elemento decisivo: Putin nasce sei mesi prima della morte di Iosif Stalin. La sua primissima infanzia si colloca dunque negli ultimi mesi dello stalinismo e nei primi anni del post-stalinismo. Viene formato in un contesto di forte indottrinamento ideologico, in cui i miti sovietici, il culto della vittoria nella Grande Guerra Patriottica e l’idea di uno Stato forte e centralizzato costituiscono l’ossatura dell’educazione pubblica.
Putin assorbe pienamente quell’universo simbolico: l’orgoglio sovietico, il senso di accerchiamento, la convinzione della necessità di uno Stato potente per garantire stabilità e sicurezza. Tuttavia, Leningrado non era soltanto repressione e rigidità. Era anche, per tradizione, la città più aperta al mondo, la finestra sull’Europa, un luogo con una forte identità culturale e internazionale.
In questo senso, l’influenza della città su Putin è complessa e ambivalente: da un lato la durezza di un ambiente post-bellico e ideologicamente strutturato; dall’altro l’eredità di una città storicamente proiettata verso l’esterno. Ridurre tutto a un determinismo urbano sarebbe semplicistico, ma è indubbio che la Leningrado degli anni Cinquanta abbia lasciato un’impronta profonda nella formazione del futuro leader russo».
In un passaggio del suo libro scrive: “Piter non si tradisce mai: è l’intreccio di sangue, intrigo, ambizione, potere, violenza e tradimento contenuto nel DNA originario dell’Impero russo”. Quanto questa eredità imperiale, che sembra inscritta nella storia stessa di Pietroburgo, continua oggi a influenzare la politica russa contemporanea e in particolare la guerra contro l’Ucraina? Possiamo leggere l’attuale aggressività del Cremlino come una riproposizione moderna di quel “DNA imperiale”, oppure si tratta di una costruzione specifica del putinismo?
«È affascinante immaginare che il DNA di questa città nasca fin dall’inizio dentro una dimensione di violenza e di potenza politica. San Pietroburgo viene costruita a partire dal 1703 per volontà di Pietro il Grande, che la concepisce come il primo vero progetto politico moderno della Russia. Per realizzarla vengono mobilitati decine di migliaia di contadini — si parla di oltre 150.000 persone — costretti a lavorare in condizioni durissime, in un territorio paludoso e ostile. Migliaia di loro morirono per malattie, fame e stenti: alcune stime parlano di circa 7.000 vittime solo nei primi anni.
La città nasce dunque come atto volontaristico, come affermazione di potenza, come gesto politico prima ancora che urbano. Non è il risultato di uno sviluppo naturale, ma di una decisione imperiale. Sarebbe suggestivo pensare che una città concepita con questa impronta autoritaria fosse in qualche modo “condannata” a riprodurre nel tempo una vocazione centralista o persino illiberale. Tuttavia, la storia è sempre più complessa. Quando studiamo il “DNA” di una città, dobbiamo ricordare che esso non rimane immutabile. San Pietroburgo è stata capitale dell’Impero russo, centro della cultura aristocratica, laboratorio artistico e intellettuale, culla di movimenti rivoluzionari. È stata città imperiale, poi città sovietica, poi città della Federazione Russa. Ogni fase ha stratificato identità diverse.
Il suo impianto originario è imperiale, profondamente legato alla cultura e alle tradizioni dell’Impero russo, ma nel tempo la città è diventata anche teatro di spinte sociali e rivoluzionarie, fino a essere il luogo simbolico delle rivoluzioni del 1917. Questo dimostra che una città non resta prigioniera della propria nascita: può trasformarsi, reinterpretarsi, persino ribaltare il senso del proprio atto fondativo.
In questo senso, più che parlare di un destino “condannato”, forse dovremmo parlare di una tensione permanente: tra autorità e modernizzazione, tra progetto imperiale e fermento sociale. Ed è proprio questa tensione, probabilmente, a costituire il vero DNA di San Pietroburgo».
Quanto il sistema putiniano è legato alla figura personale di Putin e quanto invece a strutture storiche più profonde dello Stato russo?
«Esiste una lunga tradizione che intreccia comunismo e rivoluzione progressista, e spesso si parla in modo generico di “sistema socialista” o di “sistema sovietico” come se si trattasse di categorie univoche. In realtà, la questione è più complessa. Il sistema sovietico era sì un sistema autocratico, fondato su una macchina repressiva potente, ma era anche una struttura estremamente articolata che cercava di tenere insieme popoli, territori e identità molto diversi tra loro.
L’Unione Sovietica non era soltanto repressione: era anche un sistema amministrativo vastissimo, con apparati civili, scientifici, agricoli e industriali. Al suo interno convivevano elementi ideologici, strutture burocratiche, servizi di sicurezza e ambiti di ricerca e produzione che contribuivano alla costruzione di uno Stato fortemente centralizzato. Tuttavia, questa complessità non eliminava la natura autoritaria del sistema.
Nel caso dello stalinismo, il potere assumeva anche una dimensione fortemente personalistica. Pur presentandosi come progetto collettivo e ideologico, il sistema si concentrava attorno alla figura del leader, generando un modello in cui lo Stato e il partito coincidevano quasi totalmente con la volontà del vertice. In questo senso, il socialismo sovietico, soprattutto nelle sue fasi più dure, sviluppò caratteristiche totalizzanti.
Se guardiamo alla storia del comunismo nella sua fase più drammatica, vediamo come la debolezza delle istituzioni autonome e la subordinazione totale della società allo Stato abbiano prodotto forme di repressione molto brutali. Il sistema, fondato su un’ideologia che pretendeva di rappresentare il destino storico dell’umanità, finiva per non ammettere opposizione.
Il crollo dell’Unione Sovietica fu quindi, per molti, inatteso: per alcuni rappresentò la fine di un progetto che si pensava potesse durare ancora a lungo; per altri fu la conclusione di un sistema che mostrava da tempo crepe strutturali profonde. In ogni caso, dimostrò che anche i sistemi che si presentano come storicamente inevitabili possono cadere quando vengono meno le basi politiche, economiche e sociali che li sostengono».
Cito un passaggio del suo libro “Nella città di cortigiani, dei banditi e dei colpisti, il nome più celebre e controverso degli ultimi anni è quello di Evgeny Prigožin, riuscito a interpretare tutti e tre ruoli…”. Da “cuoco di Putin” a golpista mancato…chi è stato Prigožin?
« Di questa Pietroburgo post-comunista e putiniana emerge una figura come quella di Evgenij Prigožin: criminale, nel senso tecnico e comune del termine — un uomo che ha scontato diverse condanne per violenze e rapine, tra l’altro commesse per poche decine di rubli nell’epoca sovietica — poi imprenditore di successo, fondatore di alcuni dei migliori ristoranti di San Pietroburgo e di un piccolo impero gastronomico.
Successivamente diventa l’inventore della cosiddetta “fabbrica dei troll”, tra i primi a comprendere il potenziale della propaganda su internet: inizialmente assolda “mercenari della tastiera” per colpire i propri concorrenti negli affari, poi mette questa macchina al servizio della propaganda russa, in patria e all’estero. Le conseguenze di quel sistema sono ancora oggi oggetto di discussione: disinformazione, infiltrazione dei social network, manipolazione dell’opinione pubblica, diffusione di fake news.
Infine, Prigožin fonda un esercito privato, il Wagner Group, che svolge per il Cremlino compiti che non potevano o non volevano essere affidati all’esercito regolare. La parabola culmina nel tentato golpe del 2023, quando diventa di fatto l’unico attore capace di scuotere seriamente il sistema di potere russo. La “marcia su Mosca” dei suoi uomini si risolve formalmente nel nulla, ma per 24 ore fa vacillare il sistema — e forse, almeno simbolicamente, anche il trono di Vladimir Putin.
Non sappiamo fino a che punto abbia tremato davvero il potere, ma certamente vacillò la fiducia attorno a Putin: per un’intera giornata i propagandisti più fedeli rimasero prudentemente in silenzio, in attesa di capire chi avrebbe prevalso. Due mesi dopo il tentativo di ammutinamento, Prigožin muore in un incidente aereo — ufficialmente tale — aprendo interrogativi su responsabilità, alleanze, rotture e sugli obiettivi reali di un golpe confuso ma potenzialmente molto pericoloso.
Prigožin è in qualche modo il simbolo di quella Russia emersa dalle macerie dell’Unione Sovietica: gli anni Novanta dei criminali diventati imprenditori, di uno spirito d’iniziativa fuori dal comune — che a lui va riconosciuto — unito a un cinismo spregiudicato nel perseguire i propri obiettivi attraverso manipolazione, ricatto, corruzione e violenza.
La violenza è forse il messaggio più potente del culto costruito attorno ai Wagner: i video diffusi con esecuzioni brutali, torture, scene provenienti dalla Siria e dall’Ucraina hanno contribuito a costruire un immaginario di forza spietata elevata a strumento politico.
Prigožin è stato un personaggio che potrebbe appartenere a un romanzo di congiure e avventure, ma è anche un “idealtipo” del putinismo: un uomo che incarna violenza, corruzione, menzogna e cinismo come strumenti funzionali allo Stato. Un altro tratto centrale è la fusione tra pubblico e privato: Prigožin resta formalmente un privato cittadino, senza cariche ufficiali nell’organigramma statale, ma riceve onorificenze altissime — fino al titolo di Eroe della Federazione Russa — ed è di fatto finanziato e incaricato dallo Stato per missioni estremamente delicate.
Questo è il modello putiniano: non più un sistema rigidamente istituzionale, ma una rete di cortigiani fidati ai quali il presidente affida pezzi di sovranità — talvolta cruciali, come la guerra o la diplomazia. In alcuni casi, anche negoziati sensibili non vengono gestiti esclusivamente attraverso i canali diplomatici ufficiali, ma tramite figure informali, imprenditori o intermediari personali.
È un metodo che potremmo definire, con un termine forte ma efficace, quasi “mafioso”: le persone non vengono scelte in base alla competenza o alla posizione formale, bensì alla fedeltà al capo e alla capacità di svolgere compiti anche estremi senza mettere in discussione il vertice del potere. Ed è proprio questa logica personalistica e fiduciaria a rappresentare uno dei tratti distintivi del putinismo contemporaneo».
Dopo il 2022, la repressione interna sembra aumentare: Pietroburgo può ancora essere uno spazio di dissenso culturale?
«Pietroburgo resta sicuramente uno spazio di dissenso culturale, come dimostra il caso di Naoko, al secolo Diana Loginova, una cantante di strada appena diciottenne diventata un caso molto discusso in Russia. Con il suo gruppo Stop Time, Naoko eseguiva canzoni proprie e di vari cantanti e rapper russi emigrati dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, con testi dal forte contenuto politico e pacifista. Suonava per strada, sulla Prospettiva Nevskij e in altri luoghi della città, raccogliendo intorno a sé un notevole seguito.
Video mostrano scene quasi incredibili: decine di persone cantano insieme a Naoko e ai suoi musicisti, con brani come quello sul Lago dei Cigni, un esplicito invito alla morte del leader, o la canzone di Monetochka sul soldato, in cui la cantante afferma: “Io non posso stare dalla tua parte perché tu sei quello che uccide delle persone”.
Naoko è stata denunciata, fermata e arrestata più volte. Per un mese è rimasta in carcere sotto arresto amministrativo, prorogato continuamente, in attesa di decisioni sulle sue sorti. Era evidente che la battaglia si giocava più ai vertici: a Pietroburgo qualcuno decideva, ma a Mosca si stabiliva il suo destino. Rilasciarla senza conseguenze avrebbe significato dare un segnale che era possibile protestare apertamente. Arrestarla era però una scelta delicata anche per il regime di Vladimir Putin, soprattutto a Pietroburgo, dove incarcerare per anni una diciottenne che cantava solo canzoni rappresentava un rischio simbolico.
Il risultato della contesa tra falchi e colombe al Cremlino fu che Naoko, insieme al fidanzato musicista, fu caricata una notte su un aereo e spedita all’estero. Si ritrovò in esilio a soli diciott’anni, diventando un simbolo di quella Pietroburgo che continua a resistere, usando strumenti propri come musica, arte e poesia, strumenti che in passato avevano già animato altre forme di resistenza culturale».
Quale futuro immagina per la Russia dopo Putin: una nuova apertura europea o un ulteriore irrigidimento autoritario e militarizzato?
«Ma ovviamente la risposta a questa domanda dipende in larga misura sia dai tempi sia dalle condizioni in cui avverrà la fine del regime di Vladimir Putin e, parallelamente, la conclusione della guerra in Ucraina. Più il tempo passa e più diventa difficile immaginare svolte positive, perché la pressione interna e internazionale si accumula, e il consolidamento del potere tende a irrigidire ulteriormente le dinamiche autoritarie.
In linea di massima, tuttavia, è probabile che la stessa classe dirigente putiniana riconosca l’inevitabilità di una qualche forma di liberalizzazione, almeno parziale, anche perché il regime ha spinto la repressione interna ai massimi livelli, con un isolamento crescente del paese, la militarizzazione della vita quotidiana e persino della scuola.
Tutti gli attori interni comprendono, almeno intuitivamente, che a un certo punto sarà necessaria una marcia indietro.
Per ripristinare l’economia russa, sarà indispensabile un ritorno sul mercato occidentale, e ciò richiederà inevitabilmente una riduzione delle sanzioni e qualche apertura politica. In questo contesto, Pietroburgo appare come un luogo simbolico di resistenza e di tensione culturale: molti suoi abitanti continuano a sentirsi “russi”, ma al contempo profondamente pietroburghesi ed europei. Non sorprende che negli ultimi anni sia emerso un dibattito sulla cosiddetta “Ingermanlandia”, cioè un’idea – ovviamente più simbolica che pratica – di ritorno alle origini nordico-scandinavo-baltiche della regione, prima della fondazione di Pietroburgo, quando questa area era parte della Svezia e abitata prevalentemente da popolazioni finlandesi, e mai realmente integrata nella Moscovia. In alcuni forum della diaspora russa, e in discussioni di movimenti per una Russia “decolonizzata” o frammentata, c’è chi immagina Pietroburgo come una sorta di città-stato autonoma, gravitante verso i Paesi baltici e il Nord Europa, lasciandosi alle spalle la Russia centrale a cui non si è mai sentita appartenere.
Naturalmente, si tratta di uno scenario teorico e politico: la sua realizzazione dipenderà da una moltitudine di fattori, e il tempo è probabilmente il più determinante.
Nel caso di una transizione relativamente pacifica da Putin a un altro regime, potremmo assistere a un periodo di distensione – una “nuova perestrojka”, se vogliamo chiamarla così. Ma quanto questo allentamento possa tradursi in un ritorno al modello europeo è un altro discorso, complesso e incerto. La Russia ha storicamente rivendicato il suo legame con la cultura europea, e lo stesso Putin, in passato, non esitava a dichiarare che il paese apparteneva all’Europa e alla sua comunità. Oggi invece la retorica ufficiale del putinismo rifiuta l’Europa, considerandola un’entità politicamente ostile e culturalmente un esempio di ciò che la Russia non deve diventare: troppo libertà, troppo liberalismo, troppa tolleranza.
La situazione è destinata a cambiare, ma la profondità e la durata di questo cambiamento rimangono altamente incerte. Tutto dipenderà non solo dall’esito della guerra in Ucraina, ma anche dalla capacità dell’Occidente di mantenere una posizione coerente e decisa, evitando qualsiasi tentativo di “appeasement” che possa riportare la Russia al precedente schema di compromessi superficiali. Per una Russia più libera sarebbe fondamentale un impegno occidentale forte e costante a sostegno della democrazia, ma al momento ci troviamo di fronte a un futuro incerto, del quale non sappiamo né il quando né il come.
In questo contesto, Pietroburgo rimane simbolicamente “off limits”. Non perché sia proibito visitarvi – chiunque può ottenere un visto –, ma perché sarebbe problematico ammirare le sue bellezze senza riconoscere il ruolo centrale della città nella formazione del regime attuale, nella vita di Vladimir Putin e nella costruzione di una macchina politica e militare che oggi sta conducendo la guerra in Ucraina e minacciando l’Europa. Ogni prospettiva storica e architettonica racconta la storia di una città che ha contribuito a formare un modello autoritario, che continua a riflettere tensioni tra cultura europea, resistenza interna e autoritarismo consolidato. Pietroburgo, in sintesi, rimane un simbolo della tensione tra repressione e speranza, tra passato e futuro, tra il potere centralizzato e i semi di dissenso culturale che, nonostante tutto, continuano a sopravvivere».
Note
[1] È una parola comune nel contesto urbano russo per indicare lo spazio comune tra i palazzi.
Foto: copertina













