
I delicati equilibri delle reti ucraine e la minaccia della mobilitazione russa sono alla base del recente cambio di governo e dei vertici militari. La resistenza di Kyiv non può che partire dall’interno.
Di Maria Nicola Buonocore[1]
Le fitte ed intrecciate reti di potere
Nella prima parte del presente articolo, abbiamo fotografato i recenti cambiamenti a Kyiv. Ma per poter comprendere meglio la fotografia occorre adesso avvicinare lo sguardo alle varie reti che la compongono, come una tela di Seurat: solo osservando i singoli punti di colore diventa possibile comprendere la struttura dell’insieme.
Il sistema di potere ucraino nel luglio 2026 non è monolitico né caotico: è strutturato in reti relativamente stabili, che si sovrappongono, si contendono risorse e accesso presidenziale e si sono trasformate sotto la pressione della guerra.
La prima e più antica è il cerchio presidenziale originario. Nasce nel 2019 attorno alla campagna di Zelens’kyj: lui al centro, Yermak come coordinatore delle relazioni esterne e gestore degli accessi, Fedorov come responsabile della comunicazione digitale. La logica di coesione è la lealtà personale a Zelensky, non un’ideologia. Questa rete ha governato l’Ucraina fino al Mindichgate – il caso “Dynastia”, l’incriminazione di Yermak per riciclaggio, le registrazioni dei nastri che coinvolgono Rustem Umerov e Oleksyi Chernyshov[2]. L’incriminazione non ha smantellato la rete: l’ha costretta a ridistribuirsi. La visita di Yermak al fronte il 16 luglio – privo di qualsiasi carica formale – è la prova più nitida che opera ancora come broker di potere reale.
La seconda rete è quella securitaria, principale beneficiaria del rimpasto. Comprende Budanov (GUR, intelligence militare), Khmara (SBU Alpha, ministro ad interim della Difesa) e, fino al 21 luglio, Syrsky. Con Khmara contemporaneamente capo ad interim dell’SBU e ministro ad interim della Difesa – e con il suo vice Poklad che eredita la guida dell’SBU – questa rete controlla per la prima volta nella storia recente dell’Ucraina sia l’intelligence civile che la difesa in modo unitario. La nomina di Khmara è tecnicamente illecita: la legge ucraina richiede un civile al Ministero della Difesa[3]. Zelens’kyj lo sapeva e ha proceduto lo stesso. La destituzione di Syrsky non cambia questa equazione: la rete securitaria perde il suo perno militare ma mantiene il controllo del ministero.
Budanov merita un discorso a parte. Formalmente è un capo dell’intelligence militare. Eppure, ha costruito un profilo mediatico consistente su temi di identità nazionale e sovranità culturale che esulano dalle sue competenze istituzionali. Ha 40 anni e un curriculum bellico che lo rende intoccabile nel dibattito pubblico. Nella storia dei paesi in guerra prolungata, i capi dell’intelligence militare con profilo pubblico in espansione tendono a diventare attori politici di peso nella transizione post-bellica: è un pattern che va da Israele all’Algeria.
La terza rete è quella energetico-industriale. Koretskyi, il nuovo primo ministro, è un manager statale con radici in Naftogaz, Ukrnafta e Ukrtatnafta. La sua nomina, nel momento in cui si approssimano i fondi di ricostruzione internazionali e mentre la filiera energetica è quella in cui si è sviluppato lo scandalo Mindichgate, è un chiaro segnale su chi gestirà le risorse della ricostruzione.
La quarta rete è quella del nazionalismo istituzionalizzato: una corrente politico-culturale, col cuore a Leopoli, che attraversa forze armate, corpi di sicurezza e parte del sistema mediatico. La sepoltura di Melnyk, il decreto sull’unità UPA, la legge sul Pantheon sono il prodotto della pressione organizzata di questa rete sulla presidenza, amplificata dall’assenza di Yermak come filtro pragmatico. Budanov vi si sovrappone senza appartenervi organicamente, usandola come base di consenso.
La quinta rete, sebbene più marginale, è quella oligarchica in riposizionamento. Leonid Kuchma, a 87 anni, è un segnale più che un attore operativo. Il 28 giugno lo speaker del Parlamento gli ha consegnato la medaglia intitolata a Levko Lukianenko “per il servizio al popolo ucraino”: un atto di laundering simbolico di rara trasparenza. Lukianenko ha trascorso 26 anni nei gulag sovietici, mentre Kuchma, nello stesso periodo storico, era non solo esponente del Partito Comunista Ucraino, ma membro e poi direttore generale della Pivdenmash di Dnipropetrovsk, il principale produttore di missili balistici intercontinentali dell’Unione Sovietica. Dopo la sua dissoluzione, Lukianenko ha continuato a combattere esattamente il sistema oligarchico che Kuchma ha incarnato durante la sua presidenza – la stessa presidenza che ha costruito le reti oligarchiche del settore energetico che ritroviamo oggi nella persona di Koretsky. Assegnare il nome di Lukianenko a Kuchma non è un gesto di memoria storica: è il prezzo simbolico che le reti oligarchiche pagano per essere dentro la coalizione della ricostruzione, non fuori. Il fatto che Kuchma abbia restituito l’onorificenza polacca e mantenuto l’Ordine russo “Al Merito per la Patria” di I classe, consegnatogli da Medvedev nel 2011, racconta il doppio binario su cui queste reti continuano a muoversi.
Drapatyi è la figura che più di ogni altra attraversa queste reti senza appartenere organicamente a nessuna. Per la rete riformista è l’alleato di Fedorov. Per la rete securitaria è un generale, non un politico, che non minaccia il controllo di Khmara sul MoD. Per la rete nazionalista è un ucraino dell’Ucraina centrale, formatosi in un esercito post-sovietico, che ha combattuto dal 2014 per la liberazione dell’Ucraina. Per la presidenza è il candidato che la piazza chiedeva, offrendo una copertura politica preziosa. È una figura di sintesi: la sua utilità è essere leggibile da tutti, ma la sua sfida reale sarà soddisfare aspettative incompatibili.
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La logica della guerra e lo spettro della mobilitazione russa
Perché questi assetti emergono nel luglio 2026 e non prima? La risposta non sta negli individui ma nella struttura. Una guerra di logoramento prolungata produce effetti prevedibili sui sistemi di potere.
Il primo effetto è la migrazione del potere verso chi controlla la sicurezza. Quando l’esito della guerra è incerto e l’orizzonte temporale indefinito, il controllo dell’informazione militare e dei mezzi coercitivi diventa la risorsa politica più preziosa. Il secondo effetto è la corrosione dell’accountability istituzionale: la legge marziale sospende le elezioni, comprime il controllo parlamentare e concentra il potere esecutivo. Non vi è alcuna finestra alternativa, se non la cittadinanza attiva, i partiti di opposizione e una vivace e plurale composizione mediatica. Il terzo è la patrimonializzazione degli appalti militari: chi controlla i flussi di droni, munizioni ed energia controlla il potere economico reale. Il quarto è la produzione di legittimità attraverso la narrativa identitaria: quando una classe dirigente non può rinnovarsi per via elettorale, la memoria storica e il nazionalismo culturale diventano sostituti funzionali. Il quinto è la manipolazione mediatica della società civile, che cerca proprio quella accountability di cui prima: la piazza viene manipolata mediaticamente e politicamente per legittimare decisioni già in procinto di essere implementate. Questo è il nesso che lega la crisi con la Polonia alle dinamiche interne.
Un ulteriore elemento riguarda più da vicino l’andamento della guerra sul campo. Il cambio di comando non avviene nel vuoto. Mentre Kyiv attraversava la sua crisi politica interna, i servizi di intelligence ucraini e le analisi occidentali convergevano su una valutazione preoccupante: nel 2026, almeno fino a questo momento, la Russia ha perso circa 196.700 soldati, di cui circa 115.300 perdite irreversibili, mentre il sistema di contratti militari ha raggiunto solo 195.000 unità contro un obiettivo di 204.500[4]. Stime occidentali citate indicano perdite di circa 35.000 soldati al mese, una cifra che il reclutamento volontario non riesce a sostenere.
I segnali sul terreno russo sono inquietanti. Il 19 giugno 2026, le forze di polizia russe e il personale dei commissariati militari hanno condotto rastrellamenti di uomini nelle strade della regione di Penza, pressandoli a firmare contratti militari. Nella stessa settimana, nelle città della regione di Volgograd si tenevano esercitazioni di mobilitazione per i funzionari civili di più di una dozzina di regioni russe, inclusi i territori ucraini occupati. Un deputato russo ha dichiarato che Putin potrebbe annunciare una nuova ondata di mobilitazione in autunno, dopo le elezioni alla Duma di Stato. I servizi ucraini condividono questa valutazione[5].
Tutto questo ridefinisce l’urgenza del mandato di Drapatyi. Se la Russia annunciasse una mobilitazione formale nei prossimi mesi, l’Ucraina dovrebbe affrontare un ulteriore significativo aumento del contingente avversario con un nuovo comandante in capo che sta ancora costruendo le sue reti operative interne al sistema di comando. La transizione di leadership in mezzo a una guerra di logoramento è sempre una finestra di vulnerabilità. La dottrina che Drapatyi potrebbe implementare – droni, autonomia dei comandanti di fronte, colpi asimmetrici all’economia russa – è concepita proprio per compensare lo svantaggio numerico, anche in vista della stagione fangosa.
La securitizzazione dello stato: da dove parte e dove porta
La securitizzazione del potere è l’effetto più significativo e strutturalmente più duraturo. Con questo termine intendiamo il progressivo assorbimento delle funzioni di governo da parte degli apparati di sicurezza e intelligence. Due agenti dei servizi in posizioni apicali – Khmara al Ministero della Difesa e Budanov nella cerchia presidenziale allargata – e un ex capo di gabinetto incriminato, Yermak, che continua ad operare come broker informale di potere: sono segni di una trasformazione strutturale. La nomina di Drapatyi non risolve questo problema, bensì ne sposta l’epicentro. Il nuovo comandante in capo è un riformatore militare, non un politico: apparentemente non minaccia il controllo di Khmara sul MoD. Ma la tensione tra queste due figure sarà il prossimo conflitto istituzionale da monitorare. La domanda è se l’asse Drapatyi-Skybiuk avrà accesso reale al controllo degli appalti militari o se Khmara manterrà il MoD come dominio separato.
Dal punto di vista dell’integrazione europea, questo è il problema più concreto e meno discusso. I capitoli negoziali che Bruxelles sta cercando di aprire riguardano esattamente queste materie: indipendenza della magistratura, separazione tra civile e militare nelle cariche governative, controllo democratico degli apparati di sicurezza. L’Ucraina negozia l’adesione all’UE mentre costruisce, sotto pressione bellica, un sistema che diverge dai requisiti negoziali su quei capitoli.
Cosa resta del futuro
Zbigniew Brzezinski, nel suo lavoro fondamentale del 1997, scrisse che l’Ucraina è un perno geopolitico “perché la sua stessa esistenza come paese indipendente aiuta a trasformare la Russia”, e che “senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico”[6]. La parola chiave con cui descriveva il rischio non era “conquistata” ma suborned – un termine che indica una corruzione lenta dall’interno, che parte da una seduzione attraverso meccanismi illeciti. Il processo che temeva non era l’armata russa che attraversava il confine: era la rete russa che compra, persuade e corrompe dall’interno.
Nel 2012, in Strategic Vision, Brzezinski classificava l’Ucraina tra gli stati più geopoliticamente a rischio, descrivendo lo scenario in cui potrebbe “diventare ancorata alla Russia”. Il verbo “ancorata” era preciso: non la perdita formale della sovranità, ma la perdita della libertà di manovra attraverso legami che rendono impossibile muoversi in direzione diversa da quella che Mosca preferisce[7].
Brzezinski individuava tre canali attraverso cui questa dipendenza si perpetuava: il canale energetico, il canale della sicurezza e il canale delle élite[8]. Il primo è stato spezzato dalla guerra: l’Ucraina non compra più gas russo. Il secondo è diventato esplicito con l’invasione. Il terzo – quello delle élite, degli oligarchi con interessi materiali nella continuazione di certe dipendenze – è l’unico che non ha avuto una rottura netta. La guerra di logoramento rischia di rafforzarlo piuttosto che indebolirlo, perché la ricostruzione crea nuovi flussi di rendita che ricalcano strutturalmente quelli del periodo precedente. La scelta di alcune figure chiave vicine ad ambienti particolarmente cruciali nel periodo in cui scriviamo è il tipo di configurazione che, probabilmente, Brzesinski avrebbe segnalato come analisi di un rischio strutturale.
Una cosa è certa: le reti qui descritte non stanno aspettando la fine della guerra per costruire le loro posizioni. Lo stanno facendo adesso, mentre la guerra fornisce copertura e urgenza. Quando si parlerà di ricostruzione e di fondi europei, quelle reti saranno già sedute al tavolo. La domanda è se ci sarà ancora qualcuno fuori dal tavolo abbastanza forte da fare pressione su chi è dentro – e se le istituzioni ucraine, che esistono e resistono, saranno abbastanza robuste da garantire che quella pressione produca risultati all’altezza del popolo ucraino.
Note
[1] Dottoranda di ricerca in Governance e Politiche Europee all’Università Comenio di Bratislava.
[2]M. JEDRYSIAK, «Ukraine: corruption scandal involving senior officials», OSW – Centre for Eastern Studies, 13 maggio 2026.
[3]REDAZIONE, «Zelenskyy discussed with Koretsky the procedures for appointing Khmara as acting Minister of Defense», UNN, 16 luglio 2026.
[4]M. FORNUSEK, «Russia’s recruitment system nears breaking point», Kyiv Independent, 19 giugno 2026; D. MALYASOV, «Kremlin moves to launch new mobilization wave», Defence Blog, 19 giugno 2026; REDAZIONE, «Should Russia brace for a new mobilization?», The Moscow Times, 21 luglio 2026.
[5]L. CHIU, «Russia avoids mentioning mobilization before autumn elections, Ukraine says», Kyiv Post, 16 luglio 2026.
[6]Z. BRZEZINSKI, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, 1997, p. 46.
[7]Z. BRZEZINSKI, Strategic Vision: America and the Crisis of Global Power, Basic Books, New York, 2012.
[8]Z. BRZEZINSKI, «Toward a Global Realignment», The American Interest, vol. 11, n. 6, 2016.
Foto copertina: Il quartiere governativo di Kyiv, centro delle principali istituzioni politiche e amministrative ucraine.












