Tra concessioni simboliche, accordi di integrazione e scontri armati, il nuovo corso di Ahmed al-Sharaa segna una vittoria politica per il regime e una resa strategica per le Forze Democratiche Siriane.
Negli ultimi mesi, la questione curda in Siria ha assunto un nuovo livello di complessità e ambiguità. Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, ex jihadista sunnita divenuto il nuovo uomo forte di Damasco e oggi interlocutore privilegiato di Washington nel tentativo di pacificare il Paese, ha formalmente riconosciuto i curdi come cittadini a pieno titolo. Tra le misure annunciate figurano il diritto di parlare la lingua madre e il riconoscimento del Nawruz come festività nazionale.
Un gesto presentato come storico e inclusivo, ma che arriva in un momento in cui il Nord-Est siriano resta sotto il controllo delle Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, ed è sottoposto a una crescente pressione militare e politica da parte di Damasco. Secondo molti osservatori regionali, il riconoscimento dei diritti curdi appare più come una mossa diplomatica per rassicurare Stati Uniti e Unione Europea che come un reale cambio di rotta nella politica interna siriana.
L’accordo di integrazione e la resa strategica delle SDF
La recente integrazione delle SDF nel nuovo esercito siriano, formalizzata in un accordo dello scorso marzo e accompagnata da un cessate il fuoco, è stata presentata come un passo verso l’unità nazionale in vista della conferenza internazionale sulla Siria. In realtà, l’intesa rappresenta una vittoria politica e militare per al-Sharaa e una resa significativa per i curdi siriani, a lungo considerati il baluardo laico, democratico e filo-occidentale del Paese e protagonisti della lotta contro lo Stato islamico.
Dopo giorni di combattimenti con le forze governative, le SDF hanno accettato di ritirarsi da due province a maggioranza araba che controllavano da anni, comprese aree strategiche con importanti giacimenti petroliferi. Le truppe di Damasco hanno così rafforzato rapidamente la loro presa su vaste porzioni del territorio settentrionale e orientale, segnando un drastico cambiamento degli equilibri sul campo.
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Gli scontri per le prigioni dell’ISIS
Il clima di tensione è esploso apertamente con gli scontri attorno alle carceri che ospitano migliaia di detenuti dello Stato islamico. Le SDF hanno accusato forze affiliate al governo siriano di aver attaccato la prigione di Shaddadi, nella provincia di Hasaka, e di aver cercato di prendere il controllo anche del carcere di Al-Aqtan, alla periferia di Raqqa, un tempo capitale del “califfato” dell’ISIS.
Secondo i curdi, gli scontri – definiti uno “sviluppo altamente pericoloso” – hanno provocato decine di morti tra i loro combattenti. Le SDF hanno denunciato la mancata assistenza della coalizione guidata dagli Stati Uniti, nonostante le ripetute richieste di aiuto. Damasco ha respinto le accuse, sostenendo che le proprie forze si sono limitate a “mettere in sicurezza” le strutture e accusando a sua volta le SDF di essere responsabili del rilascio di alcuni detenuti.
In base all’accordo di integrazione, la gestione delle prigioni dell’ISIS avrebbe dovuto essere trasferita al governo siriano, ma i combattimenti dimostrano quanto il passaggio di consegne sia tutt’altro che pacifico e quanto alto resti il rischio di un ritorno al caos e al terrorismo.
Le città curde sempre più vulnerabili
Sul terreno, la strategia del nuovo regime appare chiara: smantellare gradualmente l’autonomia curda e riprendere il pieno controllo del Nord-Est, in particolare delle città strategiche lungo la valle dell’Eufrate, come Raqqa e Deir ez-Zor, aree ricche di risorse petrolifere.
Città simbolo della resistenza curda come Kobane si trovano in una posizione estremamente vulnerabile, strette tra la pressione turca e territori ostili. Afrin ha già dimostrato quanto rapidamente la presenza curda possa essere erosa una volta che milizie arabe prendono il controllo. Hassakeh e Qamishli, pur avendo forti comunità curde, affrontano tensioni crescenti con le popolazioni arabe locali e il timore di nuove offensive. La presenza americana resta un elemento cruciale per la sicurezza della regione, soprattutto per la gestione dei prigionieri dell’ISIS, ma il recente disimpegno operativo negli scontri più delicati ha aumentato il senso di isolamento delle SDF.
Una cortina di fumo diplomatica
L’esperienza degli ultimi anni dimostra che gli accordi simbolici non sempre si traducono in protezione concreta. Crisi precedenti hanno portato a massicci spostamenti di popolazione e a violenze contro minoranze come alawiti e drusi. Il ritorno di ex jihadisti nelle file del nuovo esercito siriano alimenta inoltre i timori di persecuzioni mirate contro le comunità curde.
In questo contesto, il riconoscimento formale dei diritti culturali e civili dei curdi rischia di essere poco più di una cortina di fumo diplomatica. Senza garanzie politiche e militari reali, le città e le comunità curde della Siria potrebbero trovarsi presto isolate e vulnerabili, mentre Damasco consolida il proprio controllo sul Nord-Est e capitalizza, sul piano internazionale, l’immagine di un Paese finalmente “riunificato”.
Foto copertina: Curdi nel nord-est della Siria













