Le vie del Levante: Russia e attori regionali nel futuro della Siria


Il nuovo corso siriano guidato da Ahmed al-Sharaa a partire dall’8 dicembre del 2024 costituisce un nuovo paradigma per il Medio Oriente. Con la nuova fase transizionale, dalla Presidenza alle elezioni, nei confronti della Siria vi sono differenti posture da altrettanti attori internazionali. Il ruolo della Russia e degli altri attori regionali nel futuro della Siria.


A cura di Francesco Iovine e Martina Biral

Il Presidente siriano al-Sharaa ha adottato una grand startegy detta “Zero Problems[1], con l’obiettivo di favorire la ricostituzione dello Stato siriano sia attraverso il consenso – e il compromesso – interno, sia sul piano degli affari esteri. La Siria costituisce ancora un mosaico di differenti zone di controllo e che riflettono le difficoltà della costruzione del nuovo Stato. La capitale Damasco e le grandi città (Homs, Hama, Aleppo) sono controllate dal Governo, a cui si aggiungono le città costiere di Latakia e Tartus, a maggioranza alawita e nelle quali sono avvenuti scontri tra quest’ultimi e il governo.
La regione di Suwayda, anch’essa oggetto di tensioni in estate, è sotto il controllo dei Drusi. Il nordest della Siria è sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est, guidata dalle Forze Democratiche Siriane (SDF). Inoltre, persistono alcune aree nel nord, a ridosso della frontiera siro-turca, sotto controllo della Turchia e dei suoi proxy, tra cui l’Esercito Nazionale Siriano (SNA). Nel sud, Israele ha occupato una zona cuscinetto fino al monte Hermon.[2]

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La Turchia e il dossier siriano

La caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, ha inaugurato una nuova fase nei rapporti tra Ankara e Damasco, ridefinendo gli equilibri geopolitici del Levante.
L’ascesa di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha inizialmente suscitato incertezza, ma il ministro degli Esteri Hakan Fidan, architetto della politica siriana di Ankara, ha chiarito la posizione turca invitando a non assimilare HTS allo Stato Islamico, favorendone una progressiva normalizzazione politica. Nei giorni precedenti al crollo del regime, Fidan aveva condotto consultazioni con Russia e Iran a Doha[3], esortandole a evitare un intervento militare contro le forze rivoluzionarie, segnale del ruolo di mediazione attiva assunto da Ankara. L’approccio turco si distingue per il pragmatismo e la cooperazione istituzionale, mirati a rafforzare la legittimità del nuovo governo siriano. La riapertura del consolato turco ad Aleppo[4], la ripresa dei voli diretti con Damasco e la cooperazione nei settori commerciale, energetico, sanitario ed educativo testimoniano la volontà di Ankara di guidare una ricostruzione multilivello e di restituire alla Siria un ruolo stabile sul piano regionale e internazionale.
Tra le priorità di Ankara nel contesto post-Assad figura però la sicurezza della Siria, che occupa oggi una posizione centrale nella definizione di una nuova architettura regionale di contrasto al terrorismo. La Turchia promuove una strategia “intra-regionale”, fondata su alleanze territorialmente radicate piuttosto che su coalizioni a guida occidentale, con l’obiettivo di rafforzare la stabilità siriana e ridurre la dipendenza dagli attori esterni.[5] Operano tre meccanismi di cooperazione: la collaborazione bilaterale Siria–Turchia, incentrata su intelligence e controllo dei confini; il Comitato regionale con Libano, Iraq e Giordania; e il gruppo di lavoro USA–Turchia, che assicura il coordinamento con Washington.
Subito dopo l’8 dicembre 2024, il ministro degli Esteri Hakan Fidan rilanciò il tema della minaccia jihadista, promuovendo la formazione di una coalizione regionale a cinque per garantire maggiore autonomia strategica ai Paesi direttamente esposti al rischio di IS. Questa impostazione riflette la crescente diffidenza turca verso la coalizione occidentale, accusata di sostenere le Forze Democratiche Siriane (SDF) e di perpetuare una presenza militare estranea agli equilibri locali. In un comunicato del 20 maggio 2025, Ankara confermò che il gruppo di lavoro con gli Stati Uniti era operativo nel contrasto al terrorismo, mentre Damasco e Washington mantenevano un canale parallelo volto a consolidare la legittimità internazionale del nuovo governo siriano.[6]
La cooperazione sul terreno si è concretizzata in operazioni congiunte: il 25 luglio 2025 il CENTCOM annunciò l’eliminazione, ad al-Bab, del leader jihadista Dhiya’ Zawba Muslih al-Hardani, operazione sostenuta da intelligence irachena, a conferma della dimensione multilaterale della nuova alleanza.
Nel contempo, Ankara ha rafforzato la propria presenza di sicurezza lungo il confine siriano, avviando indagini congiunte con Damasco sui tunnel e gli arsenali delle milizie curde e imponendo, insieme a Washington, un ultimatum di 30 giorni per l’integrazione delle SDF nel nuovo esercito nazionale.[7] Il ministro Fidan ha ribadito la disponibilità turca a intervenire direttamente per impedire ogni progetto di frammentazione territoriale, opponendosi con fermezza a qualsiasi autonomia curda.
Durante gli scontri di Latakia del marzo 2025 e le tensioni di aprile, Ankara ha riaffermato il proprio sostegno politico e militare a Damasco, ribadendo la difesa dell’integrità territoriale siriana.[8] L’impegno turco include anche la formazione delle forze armate siriane per il contrasto all’ISIS, elemento che potrebbe preludere, nel medio termine, alla presenza di basi turche in territorio siriano.
Un’evoluzione significativa riguarda infine la gestione del dossier Siria: dopo la caduta del regime, la questione è divenuta trasversale a tutti i ministeri turchi — dall’economia all’istruzione, dalla sanità all’energia — a conferma della volontà di istituzionalizzare la cooperazione bilaterale e consolidare la Siria come partner strutturale nella strategia regionale di sicurezza e sviluppo di Ankara.[9]

Siria ed Emirati Arabi Uniti: la diplomazia degli investimenti

Parallelamente al consolidamento dell’asse con Ankara, la nuova Siria di Ahmad al-Sharaa ha avviato un processo di diversificazione delle proprie relazioni regionali, volto a ridurre la dipendenza da un singolo partner e ad attrarre capitali per la ricostruzione. In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti si sono imposti come uno dei principali attori economici e diplomatici nel nuovo scenario levantino, combinando strumenti finanziari, logistica strategica e diplomazia pragmatica per rafforzare la propria presenza nel Paese.
Il 13 luglio 2025, ad Abu Dhabi, il governo siriano e la società emiratina DP World hanno firmato un accordo trentennale per la gestione, l’espansione e l’ammodernamento del porto di Tartus, per un valore complessivo di circa 800 milioni di dollari.[10] L’intesa, che pone fine alla precedente concessione, rappresenta un punto di svolta nelle relazioni tra Siria ed Emirati, segnando il ritorno di Damasco nel circuito economico arabo e l’affermazione di Abu Dhabi come nuovo attore di riferimento nella ricostruzione siriana.
Il porto di Tartus, secondo scalo commerciale del Paese, è un’infrastruttura strategica sul Mediterraneo, capace di ospitare navi fino a 120 mila tonnellate.[11]
Il suo rilancio economico, affidato a uno dei principali operatori portuali globali, rientra nella strategia marittima emiratina volta a costruire una rete di nodi logistici dal Corno d’Africa al Levante, rafforzando la capacità di proiezione economica e politica di Abu Dhabi.
Oltre al profilo economico, l’intesa tra Damasco e Abu Dhabi assume un chiaro significato geopolitico. Attraverso l’investimento sul porto di Tartus, gli Emirati Arabi Uniti rafforzano la propria presenza nel Levante, inserendosi nei processi di ricostruzione siriana e accreditandosi come mediatori regionali in un momento di ridefinizione degli equilibri mediorientali. L’accordo rientra nella più ampia strategia emiratina di diplomazia economica, fondata su pragmatismo, diversificazione delle alleanze e costruzione di reti di cooperazione interconnesse dal Golfo al Mediterraneo.
Il momento scelto per la firma non è casuale: pochi giorni dopo, il vertice tra Recep Tayyip Erdoğan e Mohammed bin Zayed ha evidenziato la convergenza tra Turchia ed Emirati sul dossier siriano.[12] Ankara e Abu Dhabi condividono infatti l’obiettivo di stabilizzare la Siria e di contenere la proiezione iraniana, combinando risorse finanziarie e influenza territoriale in un asse sempre più complementare. Sul piano diplomatico, gli Emirati si propongono come interlocutore privilegiato tanto per Washington quanto per Damasco, sfruttando una posizione di equilibrio che li rende credibili come facilitatori di dialogo. In tale prospettiva, Abu Dhabi non mira solo a sostenere la ripresa economica siriana, ma anche a favorire la progressiva reintegrazione del Paese nei circuiti arabi e internazionali, all’interno di una logica di pacificazione regionale graduale e controllata.
Tuttavia, sul fronte interno siriano persistono elementi di fragilità. Le tensioni nelle aree periferiche — come le violente proteste a Suwayda — e le divisioni interne al nuovo apparato politico mettono alla prova la capacità di Damasco di tradurre gli investimenti in stabilità. In questo contesto, Tartus diventa non solo un asset economico, ma un simbolo di controllo territoriale e di proiezione verso il Mediterraneo. L’operazione guidata da DP World rappresenta dunque un caso emblematico di diplomazia economica emiratina: un uso strategico della leva finanziaria per accrescere influenza politica e prestigio internazionale. Resta da vedere se la Siria saprà sfruttare questa apertura per rafforzare la propria sovranità, o se il rinnovato attivismo del Golfo segnerà semplicemente una nuova forma di dipendenza esterna, in un Paese ancora fragile ma cruciale per gli equilibri del Mediterraneo orientale.

Siria e Israele: verso un accordo di de-escalation

Il 23 settembre 2025, l’inviato speciale statunitense per la Siria, Thomas Barrack, ha dichiarato che Siria e Israele sarebbero vicine a un accordo di de-escalation, in base al quale Tel Aviv sospenderebbe gli attacchi aerei e terrestri in cambio dell’impegno siriano a non dispiegare mezzi o equipaggiamenti pesanti nelle aree prossime al confine israeliano.[13]
Il negoziato si è intensificato dopo che, in seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad, unità israeliane avevano occupato parte della Zona Smilitarizzata (DMZ) istituita dall’accordo di disimpegno del 1974,[14] spingendosi fino al versante siriano del Monte Hermon. Da queste postazioni, Israele ha condotto operazioni mirate nel sud del Paese, colpendo miliziani legati ad Hamas e a gruppi filo-iraniani. Damasco considera tali incursioni una violazione dell’accordo del 1974, mentre Israele ne ha dichiarato la decadenza dopo la caduta del precedente regime. Il governo di Ahmad al-Sharaa intende ristabilire il modello del 1974 come base per un nuovo accordo di sicurezza, richiedendo il ritiro totale delle truppe israeliane e il ripristino della supervisione delle forze ONU. Israele, invece, propone un piano più ampio e restrittivo, ispirato ai principi degli Accordi di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele:

  • La divisione del sud della Siria in tre zone (A, B, C) con differenti livelli di presenza militare;
  • Un’espansione di due chilometri della zona cuscinetto all’interno del territorio siriano, dove sarebbero ammessi solo reparti di sicurezza interna;
  • Il divieto di sorvolo per l’aviazione siriana sul quadrante sud-occidentale del Paese;
  • Il mantenimento di un corridoio aereo israeliano verso l’Iran, in vista di eventuali scenari di conflitto futuro.[15]

Per Damasco, la proposta israeliana rappresenta un compromesso problematico: pur promettendo la riduzione delle incursioni, essa imporrebbe forti limitazioni alla sovranità siriana su un’area strategica a meno di venti chilometri da Damasco. La bozza prevede infatti la creazione di una no-fly zone dal sud-ovest della capitale fino al confine israeliano e un ritiro graduale delle truppe israeliane dai territori occupati, con il mantenimento di un avamposto permanente sul Monte Hermon, di rilevanza strategica. Uno dei punti più controversi riguarda la richiesta israeliana di conservare un corridoio aereo verso l’Iran da utilizzare in eventuali scenari di conflitto.
Tel Aviv ha inoltre ribadito la volontà di mantenere la propria presenza militare nel Golan, pur evitando per ora di affrontarne lo status nei negoziati. Damasco, dal canto suo, sta elaborando una controproposta — sostenuta da Washington e Amman — che prevede il ripristino della zona smilitarizzata del 1974, il ritiro israeliano completo dai territori recentemente occupati e la cessazione dei raid e delle incursioni terrestri.[16]
Parallelamente, Stati Uniti, Giordania e Siria hanno definito una tabella di marcia per la stabilizzazione del sud, con l’obiettivo di ridurre le tensioni a Sweida e favorire la cooperazione di sicurezza tra Israele e Damasco. Tuttavia, le operazioni israeliane a Quneitra e Daraa proseguono, suscitando proteste da parte siriana per la violazione del diritto internazionale e dell’accordo di disimpegno del 1974. In tale quadro, l’eventuale accordo di sicurezza non costituirebbe un trattato di pace formale, ma un meccanismo di contenimento reciproco volto a stabilizzare la Siria meridionale e a ridisegnare, sotto supervisione statunitense, i nuovi equilibri di potere nel Levante.

Il ruolo della Russia fino al 2024

All’interno della guerra civile siriana, la Russia ha giocato un ruolo rilevante. Intervenuta in modo sistemico dal 2015, la Federazione Russa ha assistito il governo di Bashar al-Assad in virtù della stretta relazione tra i due Stati sin dai tempi dell’Unione Sovietica.
Nel 1971, Hafez al-Assad consentì alla marina sovietica di usufruire della base navale di Tartus[17], consentendo all’Unione Sovietica di avere una base operativa e funzionale nel Mediterraneo. La proiezione russa (e sovietica) verso i mari caldi è una tradizionale direttrice della politica estera di Mosca[18].
Nel 1980, la Siria e l’Unione Sovietica firmarono un trattato di amicizia e cooperazione[19], il quale sanciva il rapporto tra i due Stati e che in parte confermava la realtà che si era delineata dalla fine degli anni Sessanta. Dal 1966 in poi, l’Unione Sovietica inviò numerosi aiuti economici e militari al governo siriano[20], il quale necessitava di riconoscimento politico e sostegno internazionale[21].
La Federazione Russa, dopo gli anni turbolenti della fine dell’esperienza sovietica e del riassestamento interno tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, ha ripreso a guardare alla Siria con insistenza. Negli anni Dieci il rapporto si è consolidato, raggiungendo il picco attraverso l’intervento russo a sostengo del governo di al-Assad nel 2015. La postura russa nel conflitto civile siriano consisteva nel tutelare il governo di Bashar al-Assad affinché non fossero minacciate le basi russe nell’area (oltre a Tartus, la Russia utilizza la base aerea di Hmeimim, nella regione di Latakia) e nel contrasto al terrorismo islamico. Con la stabilizzazione presunta avvenuta a seguito della sconfitta dell’ISIS e della riduzione degli scontri sul finire degli anni Dieci, la Russia ha potuto concentrarsi su altri teatri in cui era coinvolta, tra cui l’Ucraina.[22]
Lo scarso sostegno al governo di al-Assad, crollato l’8 dicembre 2024, durante l’offensiva portata avanti dai ribelli (su tutti, come anticipato, Hayat Tahrit al-Sham), è stata una conseguenza dell’overstretsching russo. Il prolungarsi del conflitto in Ucraina ha sottratto risorse e uomini alle forze stanziate in Siria, al quale si è aggiunto il ruolo ridimensionato dei PMC come il Wagner Group a seguito della rivolta di Prigozhin del 2023. Ciò non ha costituito l’unico fattore della caduta del regime di al-Assad dopo tredici anni di guerra civile, ma ha contribuito in modo sostanziale.

La Transizione siriana: quale ruolo per Mosca?

Nelle relazioni bilaterali con Mosca, il nuovo governo di Damasco ha improntato la propria linea sul distacco dal precedente regime. A riprova di ciò, s’inquadra la decisione di gennaio del governo siriano di interrompere l’accordo[23] che garantiva alla Russia la gestione del porto di Tartus[24].
Dal dicembre del 2024, la proiezione mediterranea e medio-orientale russa si è trovata minacciata. In primo luogo, una parte della flotta russa ha lasciato il porto di Tartus e per giorni ha stazionato nel Mediterraneo Orientale, nell’attesa che il governo di Bengasi (sotto controllo del Generale Haftar) concedesse un attracco per le navi[25].
In secondo luogo, la Russia ha visto venir meno l’importante sicurezza del “ponte siriano”, ossia la sicurezza delle basi sopracitato che costituiscono un punto essenziale per il rapporto diretto tra Russia e Stati dell’Africa sub-sahariana con la quale Mosca intrattiene relazioni molto strette.
Quest’ultime, accorse sia in ambito militare sia in ambito energetico e nucleare, potrebbero essere messe a rischio proprio dalla difficoltà logistica di raggiungere la regione del Sahel, in particolar modo il Mali, il Niger, il Burkina Faso e la Repubblica Centrafricana. Essere presente in Siria ha significato per Mosca una maggiore vicinanza e cooperazione con l’Iran, altro attore che ha visto perdere un pezzo essenziale del proprio Asse della Resistenza con il crollo del governo assadiano.

“Monitorare Damasco”: il nuovo diktat di Mosca

Il ruolo della Russia in Siria è evidentemente ridimensionato, a causa delle motivazioni definite sopra. A fronte di un iniziale scetticismo da parte di Mosca nei confronti del nuovo governo e di una iniziale presunta reticenza nel trattare con la nuova amministrazione, le cose sembrano essere evolute in una condizione nuova. Nel dicembre del 2024 il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov affermava che la Russia avrebbe “monitorato” ciò che accadeva nel Medio Oriente[26], lasciando trasparire una certa distanza e confermando i dubbi riguardo il futuro. I dubbi dei primissimi tempi erano giustificati anche dal fatto che Mosca abbia accolto lo stesso Bashar al-Assad nel proprio territorio. Nell’arco del 2025, seppur a fronte di alcune criticità incontrate dalla Russia, le relazioni tra Mosca e Damasco sembrano in una fase di ricostituzione. Il dialogo è ripreso attraverso gli incontri bilaterali tra le due delegazioni condotte dai rispettivi Ministri degli Esteri, Sergei Lavrov e Asaad al-Shaibani, al quale si è aggiunto il più recente e primo incontro tra i Presidenti Putin e al-Sharaa a Mosca[27]. Inoltre, vi sono stati recenti contatti tra i rispettivi vertici militari[28], che lasciano aperta la porta di una possibile maggiore cooperazione nell’ambito della difesa e un probabile mantenimento delle posizioni russe in Siria.
Il ruolo della Russia nella regione è al momento in una fase di transizione. Venuto meno lo storico alleato alawita al-Assad, per la Russia risulta essenziale comprendere il futuro dei due avamposti in Siria, ossia Tartus e Hmeimim. Nei primissimi tempi dopo la conquista di Damasco ad opera di HTS, sono stati osservati spostamenti dalla base navale di Tartus e dalla base aerea di Hmeimim[29]. Da quest’ultima sono decollati voli diretti verso la Libia, più precisamente verso la base aerea di al-Khadim. Una simile condotta aveva suggerito un’imminente partenza della Russia dalla Siria, sancendo la fine del rapporto economico-militare che aveva segnato le relazioni tra i due Stati nei precedenti cinquanta anni. In realtà, la Russia continua ad essere presente in Siria, adoperando movimenti tra le due basi e lasciando stazionare delle truppe, seppur in numero militato, a causa degli impegni richiesti dal conflitto in Ucraina.
La presenza russa in Siria è un’incognita futura che dovrà essere definita. Vi sono numerosi interessi da diversi attori, però, nel far sì che Mosca resti ancora nella regione levantina.


Note

[1]  Hamidi, I. (2025, 26 agosto). Ahmed Sharaa on Syria’s ‘zero-problems’ strategy. Al Majalla. https://en.majalla.com/node/327085/politics/ahmed-sharaa-syrias-zero-problems-strategy
[2] Institute for the Study of War; Critical Threats (2025). Interactive Map: Assessed Control of Terrain in Syria. https://storymaps.arcgis.com/stories/1933cb1d315f4db3a4f4dcc5ef40753a
[3] Turkish Minute. “Turkish, Iranian FMs Discuss Syria in Doha Ahead of Astana Talks.” Turkish Minute, (2024, 7 dicembre). https://turkishminute.com/2024/12/07/turk-iranian-fm-discussed-syria-doha-ahead-of-astana-talk/
[4] Anadolu Agency. “Türkiye Reopens Consulate General in Syria’s Aleppo.” Anadolu Ajansı, (2025, 8 gennaio). https://www.aa.com.tr/en/middle-east/turkiye-reopens-consulate-general-in-syrias-aleppo/3455996
[5] Karbowska, A. M. “Turkish Regional Rivalry in Syria: Challenges and Strategies Following the Fall of the Asad Regime.” Stosunki Międzynarodowe – International Relations, vol. 5, no. 27, 2025.
[6] Republic of Türkiye, Ministry of Foreign Affairs. “U.S.–Türkiye Joint Statement on the Syria Working Group, 20 May 2025.” Ministry of Foreign Affairs of the Republic of Türkiye, (2025, 20 maggio). https://www.mfa.gov.tr/us-turkiye-joint-statement-on-the-syria-working-group-20-may-2025.en.mfa
[7] Syrian Kurds face 30-day ultimatum from US and Turkey” — Middle East Eye, (2025, 21 luglio). https://www.middleeasteye.net/news/syrian-kurds-face-30-day-ultimatum-us-turkey
[8] Reuters. “Syria Imposes Curfew in Latakia, Tartous after Clashes.” Reuters, 2025, 7 marzo).
[9] CFR. “What Role Is Turkey Playing in Syria’s Civil War?” Council on Foreign Relations, (2024, 10 dicembre). https://www.cfr.org/expert-brief/what-role-turkey-playing-syrias-civil-war
[10]Reuters. “Syria Signs $800 Million Agreement with UAE’s DP World to Bolster Ports Infrastructure.” Reute, (2025, 13 luglio). https://www.reuters.com/world/middle-east/syria-signs-800-million-agreement-with-dp-world-bolster-ports-infrastructure-2025-07-13/
[11]Findaport.com. “Port of Tartous, Syria.” Findaport. https://www.findaport.com/port-of-tartous
[12]Republic of Türkiye, Ministry of Foreign Affairs. “Joint Statement on the First Meeting of the Türkiye–UAE High Level Strategic Council.” Ministry of Foreign Affairs of the Republic of Türkiye, 2025, 16 luglio). https://www.mfa.gov.tr/turkiye-bae-yuksek-duzeyli-stratejik-konsey-in-ilk-toplantisi-ortak-bildiri-16-temmuz-2025.en.mfa
[13] Reuters. “Syria, Israel near ‘De-escalation’ Pact, US Envoy Says.” Reuters. (2025, 24 settembre). https://www.reuters.com/world/middle-east/syria-israel-near-de-escalation-pact-us-envoy-says-2025-09-24/
[14] Agreement on Disengagement Between Israeli and Syrian Forces.” Foreign Relations of the United States, 1969–1976, Volume XXVI, Arab-Israeli Dispute, 1974–1976, ed. Office of the Historian, U.S. Department of State, Geneva, 31 May 1974.
[15]Middle East Monitor. “Israel Proposes Dividing Southern Syria into Security Zones Similar to Egypt Peace Deal.” Middle East Monitor, (2025, 17 settembre). https://www.middleeastmonitor.com/20250917-israel-proposes-dividing-southern-syria-into-security-zones-similar-to-egypt-peace-deal/
[16]Reuters. “Under US Pressure, Syria and Israel Inch Toward Security Deal.” Reuters, 2025, 16 settembre).  https://www.reuters.com/world/middle-east/under-us-pressure-syria-israel-inch-toward-security-deal-2025-09-16/
[17] RIA Novosti (2010, 2 agosto). Russian Navy to base warships at Syrian port after 2012. RIA Novosti. https://sputnikglobe.com/20100802/160041427.html
[18] Iovine, F. (2024, 15 novembre). La Russia alla ricerca dello sbocco sui mari. Opinio Juris. https://www.opiniojuris.it/opinio/la-russia-alla-ricerca-dello-sbocco-sui-mari/
[19] Syrian Arab Republic and Union of Soviet Socialist Republics (1980). Treaty of Friendship and Cooperation. In United Nations – Treaty Series [n. 19728]. https://treaties.un.org/doc/publication/unts/volume%201222/volume-1222-i-19728-english.pdf
[20] Central Intelligence Agency (1972). Intelligence Memorandum: Communist Economy and Military Aid to Syria. https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP85T00875R001700030111-4.pdf
[21] Ginat, R. (2000). The Soviet Union and the Syrian Ba’th Regime: From Hesitation to Rapprochement. Middle Eastern Studies, 36(2), 150–171. http://www.jstor.org/stable/4284075
[22] Notte, H. (2025, 3 ottobre). Russia isn’t done with Syria. Foreign Affairs. https://www.foreignaffairs.com/russia/russia-isnt-done-syria?s=EDZZZ005ZX&utm_medium=newsletters&utm_source=fatoday&utm_campaign=The%20Return%20of%20the%20Starvation%20Weapon&utm_content=20251003&utm_term=EDZZZ005ZX
[23] The Arab Weekly (2025, 29 giugno). Syria ends Russian management of Tartus port, turns to Dubai Ports World. https://thearabweekly.com/syria-ends-russian-management-tartus-port-turns-dubai-ports-world; Farhat, B. (2025, 22 gennaio). Syria’s new government ends Russian lease of Tartous port: What we know. Al-Monitor. https://www.al-monitor.com/originals/2025/01/syrias-new-government-ends-russian-lease-tartous-port-what-we-know
[24] Karam Shaar (n.d.). Tartus Military Port Contract between Russia and the Syrian Government. https://karamshaar.com/tartus-military-port-contract-between-russia-and-the-syrian-government/
[25] Minervini, A., Iovine, F. (2025, 27 gennaio). Lo spostamento a ovest: la Russia in Libia. Opinio Juris. https://www.opiniojuris.it/africa/lo-spostamento-a-ovest-la-russia-in-libia/
[26] Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation (2024, 30 dicembre). Foreign Minister Sergey Lavrov’s interview with TASS news agency, December 30, 2024. https://mid.ru/en/maps/sy/1989723/
[27] President of Russia (2025, 15 ottobre). Russia-Syria talks. http://en.kremlin.ru/events/president/news/78213
[28] Ministry of Defense (2025, 2 ottobre). https://t.me/Sy_Defense/1093 
[29] Alajlouni, L. et al. (2025, 3 luglio). Tartus port and Syria’s new geo-economic strategy. International Institute for Strategic Studies. https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2025/07/tartus-port-and-syrias-new-geo-economic-strategy/


Foto copertina: Mappa della Siria. Wikipedia