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Algeria: Dodici persone hanno perso la vita negli incendi boschivi che hanno devastato diverse province algerine, in particolare Jijel, Béjaïa e Tizi Ouzou. Il bilancio si è aggravato nel contesto di una forte ondata di calore che ha colpito il Nord Africa. Almeno 54 persone sono rimaste ferite, alcune in condizioni critiche. L’emergenza ha riacceso il dibattito sulla prevenzione degli incendi e sulla gestione degli effetti dei cambiamenti climatici nel Paese.
Arabia Saudita: L’Arabia Saudita ha compiuto ad agosto un importante passo verso la costruzione di una nuova architettura di sicurezza regionale. Il 7 agosto Riyadh, Ankara e Islamabad hanno firmato a Mecca il Mecca Joint Defence Agreement, stabilendo che un’aggressione armata contro uno dei tre Paesi sarà considerata un’aggressione contro tutti. Il 31 agosto i tre governi hanno inoltre concordato la creazione di un segretariato permanente in Arabia Saudita, inizialmente guidato per tre anni da un segretario generale pakistano.
Bahrein: Il Bahrein è rimasto direttamente esposto alle conseguenze della guerra tra Stati Uniti e Iran. La posizione geografica del Paese, che ospita importanti infrastrutture militari statunitensi, lo ha reso uno dei principali nodi della crisi del Golfo. Le tensioni hanno inoltre avuto ripercussioni sui mercati finanziari regionali e sulla sicurezza della navigazione. Alla fine di agosto, con la nuova escalation nello Stretto di Hormuz, il traffico marittimo e il settore energetico del Golfo sono rimasti particolarmente vulnerabili.
Egitto: Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il Presidente cinese Xi Jinping, in una visita inserita nel processo di rafforzamento del partenariato strategico globale tra Egitto e Cina. I colloqui hanno riguardato cooperazione economica, infrastrutture, sicurezza, tecnologia e questioni regionali. La visita assume particolare rilievo nel contesto della crescente presenza cinese in Medio Oriente e della volontà egiziana di mantenere una politica di equilibrio tra Pechino, Washington e gli altri partner internazionali. Xi ha inoltre sostenuto la necessità di una nuova architettura di sicurezza regionale.
Emirati Arabi Uniti: Gli Emirati Arabi Uniti hanno continuato ad agosto a subire le conseguenze della crescente tensione tra Iran e Stati Uniti. Le autorità emiratine hanno rafforzato le misure di sicurezza sul territorio e hanno denunciato attività missilistiche e con droni provenienti dall’Iran. La crisi dello Stretto di Hormuz ha inoltre avuto conseguenze economiche significative, con pressioni sui mercati finanziari e sul commercio energetico. La crescente instabilità regionale ha spinto Abu Dhabi a diversificare ulteriormente le proprie rotte commerciali e i meccanismi di sicurezza energetica.
Giordania: La Giordania si è trovata nuovamente al centro delle tensioni regionali, soprattutto a causa della propria posizione geografica e della presenza di basi statunitensi sul territorio. Il Paese ha partecipato agli sforzi diplomatici volti a contenere il conflitto tra Stati Uniti e Iran e, contemporaneamente, ha continuato a svolgere un ruolo centrale nel dossier palestinese. Amman ha inoltre ospitato il 5 agosto una riunione ministeriale araba dedicata alla situazione di Gerusalemme e ai territori palestinesi, alla quale hanno partecipato anche Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Iraq, Marocco e Tunisia.
Iran: L’Iran è rimasto il principale epicentro della crisi mediorientale. A sei mesi dall’inizio della guerra con Stati Uniti e Israele, Teheran ha continuato a mantenere una posizione di forte contrapposizione a Washington, mentre il controllo dello Stretto di Hormuz è diventato il principale strumento di pressione iraniano. Il 28 agosto la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha dichiarato di avere il “pieno controllo” dello stretto, mentre il traffico commerciale è rimasto fortemente ridotto.
Alla fine del mese, inoltre, la crisi è tornata a intensificarsi: gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani e Teheran ha risposto attaccando basi statunitensi nella regione. L’escalation ha avuto ripercussioni immediate sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza della navigazione internazionale.
Iraq: L’Iraq ha cercato di sfruttare la propria posizione energetica nel contesto della crisi dello Stretto di Hormuz. Ad agosto Baghdad ha discusso con l’Iran la possibilità di garantire corridoi per l’esportazione del proprio petrolio, mentre il Governo ha presentato un ambizioso progetto per nuove infrastrutture di esportazione. Il progetto prevede collegamenti petroliferi da Bassora verso il nord dell’Iraq e, successivamente, verso Siria e Giordania, con investimenti stimati in almeno 15 miliardi di dollari.
Israele: Israele ha rafforzato ad agosto la propria cooperazione strategica con la Grecia attraverso la firma, il 31 agosto, dell’accordo Achilles Shield, del valore di circa 3 miliardi di euro. L’intesa prevede la realizzazione in Grecia di un sistema multilivello di difesa aerea e missilistica basato su tecnologie israeliane, tra cui David’s Sling, SPYDER e BARAK MX. Si tratta del più importante accordo di esportazione della difesa mai concluso tra Israele e Grecia. Sul fronte regionale, Israele ha inoltre continuato le operazioni militari in Siria e Libano e le operazioni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.
Kuwait: Il Kuwait è rimasto esposto alla crisi dello Stretto di Hormuz e alle tensioni tra Iran e Stati Uniti. La riduzione del traffico marittimo attraverso lo stretto ha rappresentato un rischio particolarmente significativo per il Paese, fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. Le tensioni hanno inoltre interessato i mercati finanziari del Golfo e le rotte commerciali. Alla fine di agosto il Kuwait, insieme a Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, è rimasto incluso nelle aree sottoposte alle nuove raccomandazioni di sicurezza dell’aviazione europea.
Libano: Il Libano ha vissuto ad agosto una nuova escalation con Israele. L’8 agosto Beirut e Tel Aviv hanno concordato una lista ristretta di Paesi che potrebbero contribuire a verificare il disarmo di Hezbollah previsto dagli accordi mediati dagli Stati Uniti.
Il 15 agosto, tuttavia, gli attacchi israeliani nel sud del Libano hanno provocato almeno 11 morti, in una delle giornate più sanguinose dalla tregua. Israele ha sostenuto di aver colpito infrastrutture di Hezbollah, mentre il movimento sciita ha minacciato una risposta.
Libia: La Libia ha registrato a fine agosto uno dei principali sviluppi politici dell’anno. Il 30 agosto le fazioni rivali hanno raggiunto, sotto l’egida delle Nazioni Unite, un accordo preliminare per arrivare a elezioni presidenziali e legislative entro 24 mesi. L’intesa prevede inoltre interventi sulla legge elettorale e sulla struttura della commissione elettorale nazionale. Il percorso rimane tuttavia fragile, dopo il fallimento delle precedenti elezioni previste nel 2021 e oltre un decennio di divisioni istituzionali.
Marocco: Il Marocco ha continuato ad agosto a consolidare la propria posizione nel dossier del Sahara Occidentale, mantenendo al centro della propria diplomazia il riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sul territorio. Parallelamente, Rabat ha continuato a rafforzare i rapporti con Stati Uniti, Unione Europea e partner africani, utilizzando infrastrutture, commercio e cooperazione energetica come strumenti della propria proiezione regionale.
Oman: L’Oman ha assunto un ruolo diplomatico particolarmente importante nella crisi tra Stati Uniti e Iran. Muscat ha continuato a lavorare per individuare una soluzione alla crisi dello Stretto di Hormuz, discutendo con Teheran la possibilità di creare un corridoio marittimo temporaneo e di avviare operazioni di sminamento. Il ruolo omanita conferma la tradizionale funzione del Sultanato come intermediario tra Iran, Stati Uniti e le monarchie del Golfo.
Palestina: La questione palestinese è rimasta al centro dell’agenda internazionale. I negoziati promossi dagli Stati Uniti per porre fine alla guerra di Gaza non hanno prodotto ad agosto una svolta definitiva. I colloqui condotti da Jared Kushner con Israele e Hamas si sono conclusi senza un accordo, soprattutto a causa del contrasto sul disarmo di Hamas e sul ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. Parallelamente, la Cisgiordania ha registrato un aumento delle violenze. Il 28 agosto Israele ha condotto un raro attacco aereo nell’area di Jenin contro un esponente di Hamas, mentre sono proseguiti gli attacchi dei coloni israeliani contro comunità palestinesi.
Qatar: Il Qatar ha cercato di assumere un ruolo di mediazione nella crisi tra Washington e Teheran. Il Governo di Doha ha sostenuto l’ipotesi di un accordo che consentisse la riapertura dello Stretto di Hormuz e la ripresa dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Il Primo Ministro qatariota ha inoltre visitato Teheran per discutere una possibile soluzione diplomatica alla crisi.
La crisi ha avuto però pesanti conseguenze economiche per Doha: la riduzione della produzione e delle esportazioni energetiche ha contribuito a una contrazione significativa dell’economia qatariota nel primo trimestre del 2026.
Siria: Le forze israeliane hanno continuato ad avanzare nella provincia di Daraa, nel sud della Siria. Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024, Israele ha mantenuto una presenza militare nella Siria sud-occidentale e ha progressivamente ampliato la propria zona di sicurezza. La strategia israeliana mira soprattutto a impedire il ritorno di una presenza militare iraniana nell’area. Damasco ha finora privilegiato il canale diplomatico, cercando di evitare un nuovo conflitto diretto con Israele.
Tunisia: Il 20 agosto centinaia di manifestanti sono scesi nelle strade di Tunisi chiedendo le dimissioni del Presidente Kais Saied. Le proteste hanno assunto una dimensione più ampia rispetto alle precedenti contestazioni politiche, intrecciandosi con problemi concreti come carenza d’acqua, interruzioni dell’elettricità, aumento del costo della vita e deterioramento dei servizi pubblici. La crisi economica e sociale rischia quindi di trasformarsi in una sfida politica più ampia per Saied, soprattutto considerando che il malcontento non appare più limitato alle forze di opposizione.
Turchia: La Turchia ha continuato ad assumere un ruolo centrale nei tentativi di gestione della crisi del Mar Nero. Il Ministro degli Esteri Hakan Fidan ha dichiarato che Ankara sta elaborando un piano per garantire il transito sicuro del grano attraverso il Mar Nero, mantenendo contatti sia con Mosca sia con Kiev. Parallelamente, Ankara ha rafforzato il proprio ruolo nella nuova architettura di sicurezza regionale attraverso l’accordo di difesa con Arabia Saudita e Pakistan. Il patto, firmato a Mecca il 7 agosto, stabilisce un principio di difesa collettiva secondo cui un attacco contro uno dei tre Paesi viene considerato un attacco contro tutti.
Yemen: Lo Yemen ha continuato ad affrontare il rischio di una nuova escalation della guerra civile. L’inviato ONU Hans Grundberg ha avvertito che il Paese si trova davanti alla minaccia più seria di un ritorno alla guerra su larga scala dalla tregua del 2022. L’escalation tra gli Houthi, sostenuti dall’Iran, e il Governo riconosciuto internazionalmente rischia inoltre di intrecciarsi ulteriormente con la più ampia guerra regionale e con la crisi dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso.












