I Fellagha e la lotta per l’indipendenza della Tunisia


Dopo settantacinque anni di colonialismo, il 20 marzo 1956 la Tunisia conquistò l’indipendenza dalla Francia dopo negoziazioni politiche e un forte movimento di liberazione nazionale i cui combattenti presero il nome di Fellagha.


Le origini della Resistenza

Con il Trattato del Bardo del 1881 (conosciuto anche come Trattato di Ksar Said) ebbe inizio il protettorato francese sulla Tunisia. Questo accordo mantenne formalmente a livello locale l’amministrazione tunisina, ma consegnò alla Francia un controllo quasi totale sul Paese nordafricano. Già nello stesso anno iniziò una resistenza armata contro il dominio francese, caratterizzata da una forte disparità di potere e di risorse. Tuttavia, questa prima fase della resistenza, prevalentemente rurale e tribale, era destinata a fallire.
Negli anni Venti e Trenta, prese piede una forma di disobbedienza civile pacifica, guidata dai neonati sindacati e dai partiti politici, come il Partito Destour fondato nel 1924 (diventerà Neo-Destur un decennio dopo).
In Tunisia, il ricorso alla lotta armata non fu il primo strumento di lotta contro il colonizzatore, come avvenne in Algeria, ma si ebbe una complementarietà tra militantismo politico ed armato in cui la negoziazione divenne il metodo privilegiato per ottenere l’indipendenza. [1]

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Chi erano i Fellagha

Con la fine della seconda guerra mondiale, il movimento di liberazione nazionale riprese vigore in Tunisia e culminò nel 1952, con il fallimento dei negoziati politici e l’intensificarsi della repressione francese.
Fellagha – dall’arabo الفلاقة, ossia bandito – è il termine generalmente usato dai coloni francesi per descrivere i militanti armati appartenenti al movimento indipendentista contro il dominio coloniale. Di natura peggiorativa, il termine è entrato nella lingua francese all’inizio della Prima guerra mondiale, all’epoca della rivolta di Khalifa inb ‘Askar nel sud della Tunisia ed è stato poi ripreso negli anni Cinquanta per indicare tutti i nazionalisti impegnati nella lotta contro il colonialismo.[2] Nell’immaginario tunisino, il termine è stato risignificato, spogliandolo della connotazione negativa data dai coloni, ed indica i combattenti che con coraggio hanno lottato contro l’oppressione, l’occupazione e l’ingiustizia che derivava dall’autorità coloniale.
La definizione di “Fellagha” è emersa in seguito, mentre all’epoca il termine più utilizzato era “combattenti” o “rivoluzionari”. Nonostante l’uso dispregiativo da parte dei colonizzatori e nonostante il dibattito sull’utilizzo del termine sia ancora aperto, il termine è ormai entrato nella storia della resistenza tunisina come simbolo di lotta per l’indipendenza.
Provenienti dalle aree rurali e montuose della Tunisia, erano organizzati in piccoli gruppi, per la maggior parte contadini senza terra o abitanti marginalizzati della città e della campagna.
I Fellagha hanno cercato di creare una sorta di esercito dal nome di Armata Nazionale di Liberazione, ma secondo lo storico tunisino Amira Aleya Sghaïer[3], sarebbe pomposo parlare di un vero proprio esercito – almeno nelle prime fasi di lotta – e che la scelta della denominazione deriverebbe da motivazioni propagandistiche e politiche di fronte la potenza coloniale. Privi di gerarchie, logistica ed arsenale, elementi tipici su cui si basa un esercito, i Fellagha operavano come bande armate piuttosto indipendenti le una dalle altre, ognuna nel proprio territorio e sporadicamente coordinate tra loro.
Una seconda fase della lotta dei Fellagha si identifica negli anni tra il 1952 e il 1956 in cui si organizzarono come un vero e proprio esercito anche grazie alla collaborazione con i movimenti di liberazione libici ed algerini.
La lotta armata si fece più strutturata e fu incoraggiata dal clima politico del 1952.
Dopo il fallimento dei negoziati con il governo francese guidati da Bourguiba e Ben Youssef, l’arrivo a Tunisi di Jean de Hautecloque come Residente Francese inaugurò un periodo di intransigenza e di repressione. Dopo il tour nazionale di Bourguiba in cui invitava la popolazione a prendere parte alla resistenza contro i francesi, il Residente Generale vietò il Congresso Nazionale del Neo-Destour e arrestò centinaia di membri, tra cui lo stesso Bourguiba.
Sebbene la ripresa della resistenza avvenne dal 1952 e, in particolare, dopo questi eventi, ciò non significa che esistesse un legame diretto tra resistenza e Neo-Destour al punto di parlare di ordini trasmessi dal partito. Il vero detonatore fu l’atmosfera politica di quel periodo e la repressione totale nelle città che costrinse la resistenza a spostarsi nelle campagne, generalmente meno controllate. [4]
Nel 1954, con l’arrivo in Tunisia di Pierre Mendès-France, la Francia adottò una politica più conciliante e il 3 giugno 1955 si arrivò al compromesso politico. La Tunisia avrebbe governato da sola, ma la Francia avrebbe continuato ad esercitare il suo potere ed influenza continuando a controllare i settori chiave, come la difesa e affari esteri.
Il compromesso politico raggiunto con la Francia divise la Tunisia in due fazioni: una fazione, capeggiata dal futuro presidente Habib Bourguiba e cofondatore del partito Neo-Destour; dall’altra parte una fazione più “radicale” guidata da Salah Ben Youssef, anch’egli membro di spicco del partito. Quest’ultimo entrò in collisione con Bourguiba e con i suoi seguaci perché responsabili di una posizione troppo morbida nei confronti della Francia e nella guerra di Algeria. Ben Youssef rivendicava l’indipendenza totale, senza compromessi e non solo l’indipendenza sugli affari interni.
In risposta al criticismo di Ben Youssef che questo tipo di indipendenza “non valesse una singola goccia del sangue dei Tunisini”, Bourguiba rispose con lo slogan “un’indipendenza incompleta è migliore di una totale schiavitù” [5]
Il 20 marzo 1956 si arrivò alla firma del “protocollo di indipendenza”. La Francia concedeva l’indipendenza (ad eccezione di Biserta con il suo porto strategico che venne abbandonata solo nel 1963) sotto la famosa formula pronunciata da Edgar Faure “indipendenza attraverso l’interdipendenza” [6]
Dopo la dichiarazione di indipendenza, alcuni gruppi di Fellagha abbandonarono le armi ed entrarono nell’amministrazione, altri continuarono a combattere contro le unità militari francesi che ancora perduravano nel Paese. Molti, posizionati nel sud della Tunisia, offrirono supporto al movimento di liberazione algerino.
Subito dopo l’indipendenza, la stampa neo-desturiana cercò di presentare i Fellagha sotto una luce sfavorevole e Bourguiba non solo ridimensionò il ruolo giocato dai Fellagha nella liberazione coloniale, ma alcuni degli stessi Fellagha divennero oggetto di condanna e repressione, in quanto considerati sostenitori di Ben Youssef. Molti dei leader vennero giustiziati e torturati in vari processi che si susseguirono negli anni.
La lotta dei Fellagha, pertanto, restituisce una parte di storia che viene spesso oscurata riguardo i movimenti indipendentisti in cui viene enfatizzato l’aspetto politico a scapito di quello armato. Molti dei Fellagha che combatterono per l’indipendenza non ottennero mai un riconoscimento ufficiale e il loro sacrificio non è parte della narrazione ufficiale della lotta per l’indipendenza.


Note

[1] Rihab Boukhayatia, Interview avec l’historien Adel Ltifi : «Galb Edhib est pétri d’erreurs», Nawaat, 10 maggio 2020
[2] Jean Charles Blanc, definizione di Fellaga, Enciclopedia Universalis
[3] N. Boursali, Entretien avec Amira Aleya Sghaïer : «La Tunisie n’est Devenue indépendante que sous la pression des fellaghas», 25 giugno 2006
[4] Ibid.
[5] Al Jazeera, Tunisia’s Fellagha and the Battle for Independence, 2 ottobre 2019
[6] Leila el Houssi, The History and Evolution of Independence Movements in Tunisia, Oriente Moderno, vol. 97, no. 1, 2017, pp. 67–88


Foto copertina: Fellagha alla frontiera tuniso-algerina, 1955
Fonte: https://lundi.am/Tataouine-Resistance-jusqu-a-la-victoire