La corsa alla spesa militare in sede NATO ed il futuro costituzionale della difesa e del welfare europei
A cura di Marzia Genovese
Al vertice dell’Aia del 22 e 23 giugno 2025, gli Stati membri della NATO hanno raggiunto un accordo storico[1] per aumentare la spesa nazionale per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, con una revisione intermedia nel 2029. L’impegno – che prevede il 3,5% di spesa per la difesa convenzionale e l’1,5% per il supporto alle infrastrutture, alle capacità informatiche e alla mobilità militare – è stato presentato come una risposta necessaria alle crescenti minacce globali e alla guerra in corso in Ucraina[2]. Tuttavia, esso è anche il risultato delle persistenti pressioni degli Stati Uniti (USA)[3], che hanno ripetutamente accusato gli alleati europei di investire in misura insufficiente nella difesa collettiva. Sebbene tutti i membri della NATO abbiano sottoscritto l’impegno, la Spagna ha rifiutato di aderire all’obiettivo del 5%[4], invocando preoccupazioni di natura economica e sociale, e ha ottenuto un’esenzione formale dall’obbligo[5].
Per l’Unione europea (UE), la cui politica di sicurezza e difesa comune (PSDC)[6] è ancora in fase di sviluppo e giuridicamente distinta dalla NATO, le implicazioni di questa decisione sono profonde. Poiché 23 dei 27 Stati membri dell’UE sono anche membri della NATO, il target del 5% rischia di orientare le politiche nazionali di difesa secondo le priorità di un’alleanza militare esterna, marginalizzando al contempo iniziative promosse dall’UE come la Cooperazione strutturata permanente (PESCO)[7], il Fondo europeo per la difesa (FED)[8] e la Bussola strategica per la sicurezza e la difesa del 2022[9].
Il presente contributo sostiene che l’impegno della NATO verso il 5% compromette l’identità costituzionale dell’UE come progetto di pace, indebolisce la sua autonomia strategica ed impone un percorso fiscale-militare incompatibile con i valori europei. Come ha recentemente osservato Mattias Kumm[10], l’ultimo vertice NATO ha perso l’occasione di articolare una visione orientata alla pace e alla diplomazia, rafforzando invece una logica di militarizzazione.
Sebbene la decisione della NATO sia stata adottata al di fuori del quadro giuridico dell’UE, le sue implicazioni non sono irrilevanti per l’ordinamento europeo. L’UE non ha alcuna competenza diretta sulle decisioni NATO e, d’altro canto, la PSDC rimane essenzialmente intergovernativa, con un coinvolgimento parlamentare minimo, come stabilito dall’art. 24(1) del Trattato sull’Unione europea (TUE). Tuttavia, quando le decisioni della NATO influenzano le priorità di spesa, gli appalti in materia industriale e gli investimenti pubblici in 23 Stati membri dell’UE, esse interagiscono inevitabilmente con ambiti disciplinati dal diritto dell’Unione, tra cui il mercato interno, le politiche di bilancio, i diritti sociali ed i valori costituzionali esplicitamente sanciti nei Trattati istitutivi dell’UE. Dunque, questo articolo non sostiene che l’obiettivo del 5% violi il diritto dell’UE, bensì si propone di esaminare in che modo una decisione adottata esternamente possa esercitare pressioni strutturali e normative sull’ordinamento europeo, in particolare rispetto agli impegni in materia di pace, welfare e valori democratici previsti dagli artt. 3 e 21 TUE.
La compromissione dell’«autonomia strategica» dell’UE
La prima implicazione dell’obiettivo NATO del 5% riguarda la questione della c.d. autonomia strategica dell’UE. Sebbene l’autonomia strategica sia un concetto giuridicamente aperto e politicamente discutibile e contestato, essa è stata definita nelle Conclusioni del Consiglio del 2016 sull’attuazione della Strategia globale dell’UE come la «capacità di agire in modo autonomo quando e dove necessario e con i partner ove possibile»[11]. In altre parole, si tratta della capacità dell’Unione di difendere i propri interessi senza dipendere in modo strutturale da attori esterni. Negli ultimi anni, l’autonomia strategica è stata invocata non solo in ambito difensivo, ma anche nel contesto delle politiche industriali, della sicurezza energetica e della salute pubblica[12].
Tuttavia, l’impegno del 5% – adottato in seno alla NATO principalmente su iniziativa degli Stati Uniti[13] – riorienta di fatto i bilanci della difesa nazionale verso obiettivi guidati dalla NATO, molti dei quali riflettono preoccupazioni strategiche ed economiche degli Stati Uniti più che vere e proprie priorità europee. Nonostante l’UE consideri formalmente la NATO il pilastro della difesa collettiva dei suoi membri[14], il Trattato di Lisbona bilancia attentamente complementarietà ed autonomia.
L’art. 42(2) TUE chiarisce che la PSDC «costituisce parte integrante della politica estera» e che «non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri».
Inoltre, l’art. 42(7) TUE introduce una clausola di mutua assistenza , simile all’art. 5 della NATO[15], che obbliga gli Stati membri dell’UE a prestarsi reciproca assistenza in caso di attacco. Questa clausola è stata invocata una sola volta (dalla Francia dopo gli attacchi di Parigi del 2015[16]) e mira a sostenere una distinta identità di sicurezza dell’UE[17]. Al contrario, l’impegno del 5% erige la NATO ad organo decisionale effettivo sulla strategia di difesa europea, indebolendo la rilevanza giuridica degli impegni sanciti dai Trattati.
Questa dipendenza strategica non è una novità, ma la direzione attuale rappresenta sicuramente un’escalation. Nonostante i significativi investimenti – come il Fondo europeo per la difesa[18] e la PESCO[19] – gli sforzi dell’UE rimangono frammentati e spesso subordinati al quadro operativo della NATO. Il Concetto Strategico della NATO del 2022 afferma l’impegno dell’alleanza per un «approccio a 360 gradi» alla deterrenza e alla difesa[20], segnalando un passaggio da una posizione di sicurezza euro-atlantica ad una di tipo globale. Oltre ad identificare la Russia come la minaccia più diretta, il documento inquadra la Cina come una sfida sistemica e sottolinea l’impegno nell’Indo-Pacifico – regioni e priorità che vanno ben oltre gli obiettivi geostrategici dell’UE.
Tale dipendenza è ulteriormente rafforzata dal fatto che una quota significativa della nuova spesa per la difesa sarà destinata all’acquisto di equipaggiamento militare dagli Stati Uniti[21], che rimangono il principale fornitore mondiale di armamenti avanzati. Solo nel 2023, il 55% delle importazioni europee di prodotti per la difesa proveniva dagli Stati Uniti[22], ed i maggiori programmi d’acquisto collegati alla NATO (inclusi i caccia F-35, i sistemi di difesa missilistica e le tecnologie di sorveglianza) confluiscono regolarmente presso aziende statunitensi[23]. Il target di spesa del 5% rischia quindi di funzionare di fatto come un sussidio al complesso militare-industriale statunitense, indebolendo ulteriormente la base industriale della difesa europea e minando l’obiettivo, dichiarato dall’UE a più riprese, di raggiungere la sovranità tecnologica e industriale[24].
Se l’UE non riaffermerà la propria leadership nella pianificazione della difesa e nel coordinamento degli appalti, la sua visione di autonomia strategica rischia di indebolirsi. Ciò che rimane sarà un’Unione strutturalmente e finanziariamente inserita in un quadro di sicurezza governato da un’altra organizzazione, guidata da un’altra potenza e basata su un insieme di priorità altrui.
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Quale spazio per la pace e la diplomazia?
Il vertice NATO dell’Aia del 2025 è stato notevole non solo per ciò che ha incluso (drastici aumenti dei bilanci nazionali della difesa), ma anche per ciò che ha escluso: qualsiasi discussione sostanziale su diplomazia, peacebuilding e controllo degli armamenti. L’incapacità di articolare una visione di pace e diplomazia non è stata un caso, ma il sintomo di un profondo cambiamento politico. Dando priorità alla deterrenza e alla militarizzazione, i leader della NATO hanno messo da parte tutti i quadri giuridici ed etici che hanno storicamente sostenuto il progetto europeo.
Questa omissione non è meramente retorica, ma rappresenta una potenziale violazione di alcune disposizioni di natura costituzionale dell’UE, che affermano la pace non solo come obiettivo politico, ma come impegno giuridico. L’art. 3(1) TUE afferma esplicitamente che l’Unione «si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori ed il benessere dei suoi popoli»[25]. L’art. 21 TUE va oltre, stabilendo che l’azione esterna dell’UE «si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione», compreso il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, e mira a «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale»[26].
L’assenza quasi totale di un discorso orientato alla pace da parte del vertice NATO è in netto contrasto con questi obblighi previsti dai Trattati. Non vi è stato alcun accenno al rinnovo di accordi sul controllo degli armamenti, nessun riferimento ai quadri multilaterali di disarmo e nessuna strategia per porre fine alla guerra in Ucraina, oltre alla presunta deterrenza e alla continuazione delle forniture di armi. Al contrario, l’alleanza ha riaffermato il suo Concetto Strategico del 2022, che ha ridefinito la NATO come un’organizzazione di “difesa” collettiva «in un’era di competizione strategica» e ha enfatizzato una visione globale della sicurezza priva di limiti chiari[27].
Quest’impostazione militarizzata non solo provoca dissonanze costituzionali, ma mina anche il potere normativo dell’UE nella sfera internazionale.
Per decenni l’UE ha affermato, opinabilmente[28], di agire come un attore di pace[29], guidato dal diritto e dai valori, con un’identità distinta da quella delle grandi potenze tradizionali.
Se gli Stati membri dell’UE ancorano ora la loro politica estera alla logica di potenza della NATO – guidata dalle priorità geostrategiche degli Stati Uniti – essi rischiano di abbandonare quella narrazione costituzionale.
Infine, la marginalizzazione della pace e della diplomazia solleva serie preoccupazioni in termini di trasparenza e controllo democratico. Anche se i parlamenti nazionali giocheranno probabilmente un ruolo nell’approvazione delle leggi di bilancio nazionali e, quindi, anche delle future spese militari, l’obiettivo del 5% esemplifica un più ampio schema decisionale dominato da imperativi esecutivi in materia di sicurezza e difesa – uno schema che rischia di mettere pressoché completamente da parte la deliberazione democratica in ambiti di crescente rilevanza costituzionale.
Welfare versus Warfare
L’impegno assunto dalla NATO di aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035 implica un massiccio riallineamento di bilancio praticamente in tutti gli Stati membri dell’UE che fanno parte dell’alleanza atlantica. Sebbene l’impegno sia stato assunto al di fuori dell’ordinamento giuridico dell’UE, le sue conseguenze si dispiegheranno al suo interno: i bilanci nazionali, le politiche industriali e le priorità fiscali saranno tutti rimodellati attorno ad un obiettivo che non è stato discusso pubblicamente e che non è necessariamente sostenuto dalla maggioranza dei cittadini europei (soprattutto in Italia, da quanto si apprende dai sondaggi). La riallocazione di risorse pubbliche su questa scala solleva necessariamente una domanda: le democrazie europee potranno sostenere i propri Stati sociali mentre portano avanti politiche di militarizzazione di tale portata?
In tutta l’UE diversi testi costituzionali ancorano le politiche pubbliche alla giustizia sociale. Ad esempio, in Germania il principio dello Stato sociale (Sozialstaatsprinzip) è un pilastro fondamentale della Legge Fondamentale (Grundgesetz)[30], che obbliga lo Stato a garantire le condizioni materiali per la dignità umana e l’uguaglianza (art. 20). La Costituzione italiana impone la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano lo sviluppo della persona (art. 3). In Spagna, la Costituzione definisce il Paese uno “Stato sociale e democratico” (art. 1) e prevede obblighi positivi in capo allo Stato a tutela della salute, delle pensioni e del sistema di welfare (artt. 41-43). Il rifiuto della Spagna di adottare l’impegno del 5% è stato esplicitamente presentato come una difesa di queste priorità costituzionali[31].
Inoltre, la ricerca empirica suggerisce che l’aumento della spesa militare nei paesi NATO tende a ridurre l’investimento pubblico nei meccanismi di protezione sociale, in particolare nei sistemi sanitari, nell’istruzione e nelle infrastrutture. Un recente studio comparato internazionale ha rilevato una correlazione statisticamente significativa tra l’aumento della spesa per la difesa e la riduzione della spesa sociale o un aumento dei costi diretti a carico dei cittadini per servizi essenziali[32]. Poiché gli Stati membri dell’UE si trovano ad affrontare crescenti sfide demografiche[33], ambientali[34] ed abitative[35], la prospettiva di destinare il 5% del PIL ai bilanci militari non potrà che comportare tagli che vanno ben oltre semplici “aggiustamenti tecnocratici”.
Questa tensione sta diventando politicamente rilevante. In Francia, tutti i partiti di opposizione hanno criticato la decisione del Presidente Macron di aumentare drasticamente i bilanci della difesa in un contesto di crescente povertà e stagnazione salariale[36]. In Slovenia, il governo ha recentemente proposto un referendum consultivo sull’adesione del Paese alla NATO[37], mettendo implicitamente in discussione la sostenibilità sociale e fiscale di un’integrazione militare più profonda.
Ad essere in gioco non sono solo mere questioni economiche, ma l’intera visione politica e costituzionale dell’UE. L’assetto costituzionale europeo del dopoguerra si basa sull’idea che pace, prosperità e welfare si rafforzino reciprocamente. Spostando il baricentro dalla coesione sociale alla difesa militare – specialmente sotto pressione esterna – l’obiettivo del 5% rischia di distorcere gli stessi fondamenti normativi dell’UE. Come hanno sostenuto organizzazioni della società civile come Counter Balance ed ENAAT[38], l’UE si sta avvicinando ad un punto di non ritorno tra welfare e warfare[39], che richiede un’urgente deliberazione democratica e costante scrutinio giuridico.
Conclusione
La decisione degli Stati membri della NATO di impegnarsi ad aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035 segna un punto di svolta non solo nella postura europea in materia di sicurezza, ma anche nella sua orientazione costituzionale e normativa. Sebbene l’accordo sia stato formalmente adottato in sede NATO e, pertanto, al di fuori del quadro istituzionale dell’UE, le sue conseguenze saranno profondamente sentite all’interno dell’Unione: nei bilanci nazionali, nelle priorità legislative e nel delicato equilibrio tra difesa, diplomazia e welfare.
Questo contributo ha sostenuto che l’impegno del 5% compromette l’autonomia strategica dell’UE, non solo rafforzando la dipendenza militare e industriale dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti, ma anche marginalizzando gli strumenti di difesa definiti dall’UE, come la PESCO ed il Fondo europeo per la difesa. Ha mostrato come tale accordo ignori la diplomazia e la costruzione della pace, in potenziale contraddizione con gli artt. 3 e 21 TUE, che elevano la pace a valore costituzionale ed obiettivo giuridico. Ha inoltre dimostrato come la riallocazione fiscale richiesta possa minacciare i diritti sociali e gli impegni costituzionali degli Stati membri, in particolare là dove i servizi pubblici sono già sotto pressione[40] ed il controllo parlamentare sulla spesa per la difesa è piuttosto debole o è stato aggirato[41].
Ciò non significa negare che le sfide nel campo delle sicurezza siano reali, né che investimenti nel settore della difesa possano rendersi necessari. Ma ciò che si vuole mettere in discussione in questa sede è il modo e la direzione della risposta europea: sarà essa guidata da principi democratici e valori costituzionali oppure soltanto da pressioni esterne e decisioni esecutive unilaterali? In questo senso, il rifiuto del governo spagnolo di sottoscrivere l’obiettivo del 5% fissato dalla NATO costituisce un controesempio prezioso: la riaffermazione del fatto che le priorità nazionali ed i valori democratici non devono necessariamente essere sacrificati sull’altare della militarizzazione.
Mentre l’UE avanza e si proietta verso il futuro, essa deve rivendicare urgentemente un ruolo deliberativo ed ancorato al diritto UE ed internazionale nel plasmare la traiettoria di sicurezza dell’Europa. La domanda, in definitiva, non è se l’Unione europea debba difendersi o meno, ma che tipo di Unione intende difendere[42].
Note
[1] S. De La Feld, ‘NATO agrees to raise military spending to 5 percent of GDP by 2035, Spain secures waiver’ (Eunews, 23 giugno 2025).
[2] NATO, ‘NATO concludes historic Summit in The Hague’ (Press release), 25 giugno 2025. [3] J. Cienski, ‘NATO allies agree to 5 percent defense spending goal’ (Politico, 22 giugno 2025).
[4] G. Blackburrn, ‘Spain’s PM Pedro Sánchez rejects NATO’s 5% of GDP spending plan as ‘unreasonable’’ (Euronews, 19 giugno 2025).
[5] M. González, ‘España pacta con la OTAN que no estará obligada a gastar el 5% del PIB en defensa’ (El País, 22 giugno 2025).
[6] O. Krentz, ‘Common Security and Defence Policy’ (Fact Sheets), Unione europea, aprile 2025.
[7] Per un approfondimento si rinvia a S. Blockmans e D. Macchiarini Crosson, ‘PESCO: A Force for Positive Integration in EU Defence’, in European Foreign Affairs Review, 2021, vol. 26, pp. 87-109.
[8] Sul punto si rinvia a R. Csernatoni e B. Oliveira Martins, ‘The European Defence Fund: Key Issues and Controversies’, PRIO Policy Brief n. 3, Peace Research Institute Oslo (PRIO), 2019.
[9] Per un’analisi approfondita si rinvia a EEAS, ‘Annual Progress Report on the Implementation of the Strategic Compass for Security and Defence: Report of the High Representative of the Union for Foreign Affairs and Security Policy to the Council’, marzo 2024.
[10] M. Kumm, ‘The Failures of the NATO Summit and the Future of Peace: How European Leaders’ Obsequiousness Threatens Europe’s Security and Undermines International Law’ (Verfassungsblog, 27 giugno 2025).
[11] Consiglio dell’UE, ‘Council conclusions on implementing the EU Global Strategy in the area of Security and Defence’, Doc. 14149/16, 14 novembre 2016, p. 2.
[12] M. Damen, ‘EU strategic autonomy 2013-2023: From concept to capacity’ (Briefing), PE 733.589, Unione europea, luglio 2022.
[13] S. Erlanger e L. Jakes, ‘In a Win for Trump, NATO Agrees to a Big Increase in Military Spending’ (The New York Times, 25 giugno 2025).
[14] B. Tangör, ‘NATO-EU Strategic Partnership: Where is it Heading?’, in PERCEPTIONS, 2021, Vol. XXVI, n. 1, pp. 73-99, a p. 89.
[15] NATO, Collective defence and Article 5, 4 luglio 2023.
[16] Cfr. F. Gouttefarde, ‘L’invocation de l’article 42§7 TUE : la solidarité militaire européenne contre le terrorisme’, in Revue Défense National, 2016, n. 788, pp. 68-76; B. Deen, D. Zandee ed A. Stoetman, ‘Uncharted and uncomfortable in European defence: The EU’s mutual assistance clause of Article 42(7)’ (Report), Netherlands Institute of International Relations ‘Clingendael’, gennaio 2022, p. 19.
[17] Per un approfondimento si rinvia a P. Navarro I Serradell, ‘A Comparative Study of Article 5 of the NATO and Article 42(7) of the Treaty on The European Union: Its Scope and Limits’ (Paper), FINABEL, 2024.
[18] Regolamento (UE) 2021/697 del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2021 che istituisce il Fondo europeo per la difesa e abroga il regolamento (UE) 2018/1092, GU L 170, 12.05.2021, pp. 149-177.
[19] Decisione (PESC) 2017/2315 del Consiglio dell’11 dicembre 2017 che istituisce la cooperazione strutturata permanente (PESCO) e fissa l’elenco degli Stati membri partecipanti, GU L 331, 14.12.2017, pp. 57-77.
[20] NATO, ‘NATO 2022 Strategic Concept’, 29 giugno 2022, p. 1. Si veda anche Z. Szenes, ‘Reinforcing deterrence: assessing NATO’s 2022 Strategic Concept’, in Defense & Security Analysis, 2023, vol. 39, n. 4, pp. 539-560.
[21] A. Roque, ‘Trump announces plan to sell NATO countries weapons for Ukraine’ (Breaking Defense, 14 luglio 2025).
[22] P. D. Wezeman et al., ‘Trends in international arms transfers, 2023’ (Fact Sheet), Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), marzo 2024, p. 1.
[23] Cfr. A. Clark, ‘Armed by America: how Europe’s militaries depend on the US – A visual analysis’ (The Guardian, 24 giugno 2025); J. Mejino Lopez e G. B. Wolff, ‘What role do imports play in European defence?’ (Analysis), Bruegel, 4 luglio 2024; A. Kayali, ‘US dominates European weapons purchases: report’ (Politico, 10 marzo 2025).
[24] A questo proposito si veda Commissione europea, ‘Piano d’azione sulle sinergie tra l’industria civile, della difesa e dello spazio’ (Comunicazione), COM(2021) 70 final, Bruxelles, 22.02.2021.
[25] Per un approfondimento si rinvia a M. Klamert, ‘Article 3 TEU’, in M. Kellerbauer et al. (a cura di), The EU Treaties and the Charter of Fundamental Rights: A Commentary, Oxford University Press, 2019, pp. 31-34.
[26] Per un approfondimento si rinvia a T. Ramopoulos, ‘Article 21 TEU’, in M. Kellerbauer et al. (a cura di), The EU Treaties and the Charter of Fundamental Rights: A Commentary, Oxford University Press, 2019, pp. 200-204.
[27] W. Alberque, ‘The new NATO Strategic Concept and the end of arms control’ (International Institute for Strategic Studies, 30 giugno 2022).
[28] Sul tema si veda See J. Solanki, ‘Under the Radar: Twenty years of EU military missions’ (Policy briefing), Transnational Institute (TNI), 8 maggio 2024.
[29] Sul punto si rinvia a Y. A. Stivachtis, C. Price e M. Habegger, ‘The European Union as a Peace Actor’, in Review of European Studies, 2013, vol. 5, n. 3, pp. 1-17.
[30] Per un approfondimento si rinvia a H. M. Heinig, ‘The Political and the Basic Law’s Sozialstaat Principle – Perspectives from Constitutional Law and Theory’, in German Law Journal, 2011, vol. 12, n. 11, pp. 1887-1900.
[31] E. Gilmartin, ‘Spain Is Right to Reject Increased Military Spending’ (JACOBIN, 21 giugno 2025).
[32] N. Grigorakis e G. Galyfianakis, ‘Warfare vs. Welfare Finance: Assessing the Effect of Military Expenditure on Out of Pocket Healthcare Financing for NATO Countries’, in Theoretical Economics Letters, 2024, vol. 14, n. 1, pp. 219-244.
[33] J. Boussemart e M. Godet, ‘Europe 2050: Demographic Suicide’ (Policy Paper), Schuman Papers no. 462/2018, Foundation Robert Schuman, 13 febbraio 2018.
[34] M. Igini, ‘Top 6 Environmental Issues in Europe in 2024’ (Earth-org, 4 novembre 2022).
[35] L. Sasse e H. T. Berz, ‘Housing Crisis in the European Union’ (Fact Sheets), Parlamento europeo, aprile 2025.
[36] V. Goury-Laffont, L. Kayali e S. Paillou, ‘Welfare vs. warfare: France’s political parties divided over cash for defense’ (Politico, 11 marzo 2025).
[37] A. Brzozowski, ‘Slovenia to call consultative referendum on NATO membership’ (Euractiv, 5 luglio 2025).
[38] C. Casati (Counter Balance) e L. Sédou (ENAAT), ‘Warfare or welfare: the EU’s choice’ (22 November 2024), <https://counter-balance.org/media/warfare-or-welfare-the-eus-choice>.
[39] M. Roberts, ‘From welfare to warfare: military Keynesianism’ (CADTM, 24 marzo 2025). [40] Per un approfondimento si rinvia a R. Erne et al., ‘EU Governance of Public Services and Its Discontents’, in Ids., Politicising Commodification: European Governance and Labour Politics from the Financial Crisis to the Covid Emergency, Cambridge University Press, 2024, pp. 132-164.
[41] Sul tema si rinvia a S. Bargiacchi, ‘Il controllo parlamentare sulla fornitura di materiale bellico ad un paese terzo: Similitudini e differenze tra Italia e Germania in relazione alla vicenda Ucraina’, in DPCE Online, 2024, vol. 63, n. SP1, pp. 615-638.
[42] Sul punto si veda anche Y. Varoufakis, ‘How Europe Fell Into the Arms of Warmongering, and What We Must Do’ (Z, 17 giugno 2025).
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