Filippo II e il sogno infranto d’Oriente: quando la Spagna guardò al Celeste Impero per piegare l’Impero Cinese
A cura di Alessandro Maria Raffone
Nel XVI secolo, l’Estremo Oriente fu teatro di un progressivo avvicinamento tra la Cina della dinastia Ming (1368-1644) e le potenze marittime europee. Prima il Portogallo, poi la Spagna — unificate sotto la corona di Filippo II d’Asburgo (1527-1598)[1] a partire dal 1581 — cercarono di inserirsi nei commerci e negli equilibri politici della regione.
Nella sua espansione globale, la monarchia ispanica arrivò perfino a contemplare l’ipotesi di una conquista del Celeste Impero. Se le campagne nel Nuovo Mondo, in India e contro l’Impero Ottomano sono ampiamente documentate, molto meno nota è questa ambizione asiatica, che intrecciava motivazioni religiose, interessi commerciali e calcoli strategici.
Come nacque un progetto tanto audace? E quali attori, tra Europa e Asia, avrebbero potuto essere coinvolti in un’impresa di simile portata?
Il teatro geopolitico: Spagna, Filippine e l’Estremo Oriente
Nel corso del ‘500, l’Impero spagnolo si espanse su scala mondiale, diventando la prima potenza globale a esercitare un dominio realmente intercontinentale[2]. Dopo la conquista delle Filippine nel 1565[3] da parte di Miguel López de Legazpi (circa 1510 – 1572), la Spagna riuscì ad ottenere una stabile base nel Pacifico occidentale, utilizzabile come pivot per successive espansioni.
Le Filippine, battezzate così in onore proprio di Filippo II, divennero in breve tempo il principale avamposto iberico in Asia[4]. A Manila si sviluppò un importante centro di scambio tra le Americhe e l’Asia, collegando l’argento messicano con la seta e le spezie cinesi[5]. Sempre a Manila, inoltre, si sviluppò la prima Chinatown in un contesto occidentale, se si considera che l’attuale capitale delle Filippine è stata fondata dagli spagnoli.
Il 19 giugno 1571 Legazpi fondò Intramuros (Ciudad Morada in spagnolo) il nucleo più antico di Manila. Nella cittadella fortificata i cinesi non potevano risiedervi, per questo sorse la prima Chinatown conosciuta come Parian, dove già nel XVI secolo i figli del Celeste Impero erano famosi per vendere oggetti e servizi più a buon mercato degli europei[6].
Leggi anche:
Tra pirati e commercio
Il primo contatto tra le autorità spagnole e gli immigrati cinesi non fu dei più pacifici. Nel 1574, un gruppo di pirati cinesi guidati da Lim Ah Hong assediò Manila ma il tentativo di conquista fallì. L’anno seguente, i pirati furono sconfitti dalle forze congiunte spagnole e native sotto il comando dell’esploratore e militare Juan de Salcedo (1549 -1576).
A questo primo incontro/scontro si susseguirono incontri diplomatici e commerciali. Al termine di una visita cinese, due sacerdoti cattolici seguirono i mandarini nella loro patria, diventando così i primi missionari provenienti dalle Filippine ad arrivare nel Celeste Impero[7].
Nel 1572, Filippo II ordinò al viceré della Nuova Spagna, dal quale dipendevano amministrativamente le Filippine, di inviare una missiva in territorio cinese per raccogliere quante più informazioni possibili sul possibile avversario. Il capitano Juan de la Isla ebbe il comando di una spedizione di tre galeoni che, oltre ad aver realizzato un’approssimativa mappa della costa cinese, autorizzò alcune navi cinesi di commerciare legalmente con Manila come gesto di buona volontà.
Nel maggio del 1603, nuove navi cinesi approdarono a Manila, trasportando funzionari muniti del sigillo ufficiale dell’Impero Ming. Questo evento suscitò sospetti tra gli spagnoli, i quali iniziarono a temere che la Cina stesse preparando un’invasione delle isole, all’epoca scarsamente provviste di difese. Tuttavia, constatando che Manila era ben fortificata, i cinesi non compirono alcuna azione ostile[8].
Fu proprio da questa intricata situazione che nacquero le prime speculazioni su una possibile spedizione contro l’Impero di Mezzo[9].
Missionari e funzionari spagnoli iniziarono a inviare a Madrid relazioni sull’enorme popolazione, le ricchezze e l’apparente fragilità politica dell’Impero Ming, devastato da crisi interne e pressioni esterne[10]. Alcuni, come il gesuita Alonso Sánchez (1543 – 1593), suggerirono che una conquista spagnola fosse possibile, sostenendo che un esercito ben addestrato e disciplinato potesse facilmente piegare le forze cinesi. Filippo II, anche noto come El Rey Prudente (Il Re Prudente), prese seriamente in considerazione questi consigli, incaricando alcuni consiglieri di studiare la fattibilità di una spedizione militare[11].
Lo scopo era quello di ottenere il controllo del redditizio commercio della regione. Nonostante le vaste dimensioni dell’Impero di Mezzo, gli spagnoli ritennero che il numero di soldati sufficienti per svolgere con successo la campagna sarebbe stato di circa 15mila uomini, provenienti da diverse parti del mondo. Prima di tutto, reparti provenienti dalla Nuova Spagna (attuale Messico), tercios[12] castigliani, reparti portoghesi (che controllavano Macao) e circa 6.000 tra samurai e soldati giapponesi di fede cattolica[13]. Inoltre, come successo nelle conquiste degli imperi aztechi e inca, si sperava che i popoli sottomessi dai Ming si sarebbero ribellati ai loro antichi padroni.
I tercios castigliani avrebbero ricoperto un ruolo di primo piano nelle operazioni, perché si riteneva che le tattiche e le tecnologie militari europee sarebbero stati sufficienti a compensare lo svantaggio numerico.
I 5 pilastri del modello militare occidentale tra superiorità e limiti
Come ha infatti ricordato lo storico anglosassone Geoffrey Parker[14], l’efficacia degli eserciti europei in età moderna non è derivata solamente dalla superiorità tecnologica, ma da una combinazione di cinque fattori: innovazione, disciplina di ferro, capacità di adattamento, aggressività strategica e un sistema finanziario capace di sostenere guerre prolungate.
In particolare, la disciplina militare ha rappresentato il fulcro della forza degli eserciti europei. La capacità di mantenere la coesione anche sotto attacco, di non cedere al panico e di manovrare in formazione spesso faceva la differenza sul campo di battaglia.
Applicando questo paradigma all’invasione iberica della Cina, si potrebbe sostenere che una forza spagnola ben addestrata avrebbe potuto sopraffare forze locali meno organizzate e meno disciplinate. Tuttavia, questa prima ipotesi non considera una serie di complessità logistiche, strutturali e culturali che hanno reso il progetto di conquista della Cina Ming irrealizzabile.
Le difficoltà di una guerra impossibile
Innanzitutto, i numeri: l’Impero Ming contava allora circa 150 milioni di abitanti, e pur con i suoi problemi interni, manteneva una struttura statale ancora funzionante e un esercito vasto, anche se non all’altezza degli standard europei, come dimostrato durante le invasioni giapponesi della Corea (1592-1598), quando i cinesi si allearono ai coreani per contrastare con successo l’invasione perpetrata dal daimyō nipponico Toyotomi Hideyoshi[15] (1537 – 1598).
Una forza iberica di qualche migliaio di uomini non sarebbe riuscita a sostenere una campagna di lunga durata in un territorio così vasto e distante.
Secondo, la logistica: i rifornimenti avrebbero dovuto attraversare il Pacifico, una delle rotte più lunghe e insidiose al mondo per l’epoca. Anche con il sostegno di truppe indigene o mercenari locali, la permanenza sul territorio sarebbe stata precaria, anche perché le Filippine rappresentavano un dominio ancora piuttosto recente per poterlo considerare completamente sicuro. Inoltre, le barriere culturali, religiose e linguistiche avrebbero reso difficili i rapporti con le popolazioni locali, logorando velocemente le risorse spagnole.
Bisogna poi considerare il fatto che la Cina possedeva una civiltà plurimillenaria, con una cultura fiorente e complessa nonché una burocrazia consolidata, che non poteva essere trattata con sufficienza e ignoranza dagli spagnoli e i loro alleati. Un errore di valutazione culturale che avrebbe potuto costare molto caro alla spedizione spagnola[16].
Un’illusione imperiale
Il progetto di Filippo II di piegare la Cina non si trasformò mai in un’operazione concreta: le urgenze in Europa e nel Mediterraneo assorbivano già tutte le energie della monarchia ispanica. L’idea restò confinata nei resoconti dei missionari, nei suggerimenti audaci di funzionari coloniali e nelle visioni strategiche di un impero alle prese con crisi di portata globale.
Questo episodio, pur rimasto sulla carta, rivela i limiti dell’imperialismo cinquecentesco: anche la più potente macchina militare e finanziaria dell’epoca non poteva forzare le barriere di civiltà vaste, strutturate e culturalmente resilienti. Gli uomini di Filippo II, emblema di un secolo di ambizioni planetarie, si trovarono di fronte alla geografia, alla politica e alla cultura di un mondo troppo grande perfino per l’impero “sul quale non tramontava mai il Sole”.
Note
[1] G. PARKER, Un solo re, un solo impero. Filippo II di Spagna, Il Mulino, Bologna 2005. Acquista qui
[2] C. C. MANN, 1493. Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo, Mondadori, Milano 2017.
[3] Avvenuta con la fondazione della città di Cebu.
[4] R. PO-CHIA HSIA, La Controriforma. Il mondo del rinnovamento cattolico (1540-1570), Il Mulino, Bologna 2001.
[5] Con il celebre Galeòn de Manila, anche conosciuta come Nao de China (Nave della Cina), si indica il galeone che svolgeva il tragitto da Manila ad Acapulco in Messico. Seta, porcellane ed altre merci preziose in cambio dell’argento americano.
[6] C. C. MANN, op. cit.
[7] R. PO-CHIA HSIA, op. cit.
[8] Ibidem.
[9] I cinesi si riferivano al proprio paese come Impero di Mezzo perché consideravano la Cina il centro del mondo
[10] Basti qui ricordare le numerose crisi alimentari, le invasioni mongole e gli attacchi dei pirati giapponesi.
[11] C. C. MANN, op. cit.
[12] Unità militari dell’Impero Spagnolo.
[13] R. PO-CHIA HSIA, op. cit.
[14] G. PARKER, Introduzione in The Cambridge illustrated history of warfare, Cambridge University Press, Cambridge 1995, pp. 2-11.
[15] S. TURNBULL, Samurai Invasion: Japan’s Korean War 1592–98, Cassell & Co., Londra 2002.
[16] C. C. MANN, op. cit.
Foto copertina: Ritratto del re di Spagna Filippo II d’Asburgo, sempre di Tiziano (1551 circa; Cincinnati Art Museum).













